Archivi tag: Paola Chiesa

Impara l’arte e mettila da parte

PC Era l’estate scorsa quando ho incontrato, dopo anni che non ci vedevamo, Elda, che tra una fermata e l’altra del metrò mi ha raccontato di come sia riuscita ad uscire da un impasse lavorativo grazie alla sua passione per le lingue straniere e alla voglia di rimettersi in gioco, investendo tempo ed energie. Dato che si era subito dichiarata una fan di trampolinodilancio le ho chiesto di condividere con i nostri lettori come fosse riuscita a realizzare il suo piano B. Ecco il suo racconto: c’è voluto un anno per scriverlo ma in pochi minuti di lettura trasferisce, proprio come fa Elda di persona, una grande carica di ottimismo! Grazie Elda!

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Elda Alesani: “Conosco Paola e Patrizia da tempo quasi immemorabile, ma, come spesso accade, ci siamo un po’ perse di vista negli anni. Quando hanno aperto questo blog, sono rimasta entusiasta per il doppio vantaggio di riuscire a rimanere in contatto e di approfittare dei loro impagabili suggerimenti: le dritte sull’abbigliamento di Patrizia mi hanno salvato più di una volta, io non ho nessun talento in tal senso, il mio orizzonte stilistico finisce ai jeans e maglietta.

In ogni caso, Paola un anno fa mi chiese di raccontare come sono riuscita a cavarmela… ed eccomi qui.

Per capire il contesto, debbo raccontare qualcosa di me; non temete, sarò breve.

Ho fatto il liceo linguistico, perché ho cominciato a studiare lingue da piccola (ero un’eccezione, una volta non si usava) e non volevo perderle per strada. Ma durante il liceo mi sono accorta che non era proprio quello il mio campo d’interesse, quindi mi sono presa un anno sabbatico dopo la maturità per consolidare le lingue che mi interessavano lavorando all’estero e poi ho cambiato registro e mi sono laureata in matematica, per finire poi ad occuparmi di informatica una volta arrivata nel mondo del lavoro.

All’inizio ho avuto modo di utilizzare anche le lingue straniere, ma dopo un po’ il mio orizzonte lavorativo si è ristretto all’Italia e per più di 15 anni non ho avuto a che fare con l’estero. Perlomeno sul lavoro; però non ho mai smesso di usare le lingue che conoscevo tra libri, film ed amicizie.

Quando i miei figli erano piccoli ho avuto l’occasione di poter passare ad un contratto part-time a tempo indeterminato: ottima cosa sul fronte familiare, pessima su quello lavorativo. Sono finita in un angolino, a fare più o meno le stesse cose, per anni e anni, senza avere modo di uscire dall’oblio.

Il giro di boa è arrivato quando l’azienda ha cominciato a sponsorizzare corsi di lingue straniere per tutti i dipendenti: ho preso la palla al balzo, e sono riuscita a guadagnarmi una prima certificazione di tedesco, che non avevo avuto modo di fare quando lavoravo in Germania. E non vi sto a raccontare i numeri da circo per riuscire a frequentare i corsi intensivi di sabato mattina, soprattutto perché nel frattempo ero tornata a lavorare full time.

Un giorno, ormai quasi 2 anni fa, mi chiama la mia manager, e mi dice “ti vogliono subito per un colloquio”. Non faccio a tempo a ripigliarmi dalla sorpresa, che sto già parlando con il gran capo di un’altra azienda del gruppo, discutendo della mia disponibilità a partire per l’Austria dopo 2 giorni. Nel giro di mezz’ora ho cambiato azienda, ruolo e prospettive.

“Caspita, mamma, che fortuna!” ha detto mia figlia Eleonora quando ho raccontato ai miei ragazzi come e perché sarei partita. Beh, certo, la coincidenza fortuita che ha fatto in modo che il “capo nuovo” chiedesse, tra tutte le persone possibili, proprio al mio “capo vecchio” se aveva qualcuno che parlava il tedesco, sì, quella è stata fortuna. Ma non è stata fortuna che io fossi la persona giusta in quel momento. Ci sono voluti anni di impegno e di passione, per crearmi quelle competenze.

Negli anni, ho visto storie analoghe alla mia. Un ex collega ha sorpreso tutti, perché all’improvviso si è licenziato e si è costruito una nuova carriera come skipper: un ingegnere insospettabile, che aveva passato ogni momento libero degli ultimi anni a studiare e prendere patenti nautiche di vario genere e tipo. L’ultima volta che l’ho incontrato, era in partenza per la Nuova Zelanda.

Un altro amico, sempre informatico, si è ritrovato in mobilità più o meno da un giorno all’altro: la sua conoscenza delle arti marziali e di insegnamento dello sport hanno fatto una parte; l’altra parte l’ha costruita mettendosi a studiare shiatsu. Adesso ha uno studio in cui abbina la medicina cinese e l’insegnamento di ginnastiche specifiche a scopo terapeutico, con ottimi risultati.

Quindi… il piano B può arrivare da un sacco di punti diversi, spesso imprevisti. Coltivare le proprie passioni, seguire i propri interessi, può avere risultati sorprendenti.”

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Come conquistare il vostro intervistatore e chiudere un contratto


PC Come abbiamo già sottolineato, il rapporto che si crea con tra chi cerca un lavoro e chi lo offre ha molte analogie con una relazione amorosa. lilli_vagabondoPer arrivare alla chiusura di un contratto (matrimoniale o di lavoro) è importante evitare una serie di errori che è forse più facile individuare quando si analizzano i rapporti d’amore. Prendendo spunto da un articolo apparso su mashable.com vediamo quali sono quattro risposte sbagliate alla domanda, assolutamente legittima, “perché è interessato a questa posizione?” che viene quasi sempre posta durante un colloquio. Visto che oggi è la festa della donna (nonché il quarto anniversario di trampolinodilancio!) partirò dal presupposto – per semplicità di scrittura – che apparteniate, come me e Patrizia, al gentile sesso e che il vostro futuro marito vi chieda: perché hai scelto proprio me?

  1. Parlate solo di voi e mai dell’altro.

Immaginatevi quindi un fidanzato che vi chiede perché volete sposarlo. Avrebbe senso vantare solo le vostre capacità culinarie, le vostre performance sessuali, la vostra predisposizione alla maternità, i vostri interessi culturali, le vostre passioni? Non sarebbe più logico spiegare cosa apprezzate in lui e quali affinità condividete?

Quando rispondete evitate di parlare solo delle capacità che possedete: sono doti che potrebbero portarvi a cambiare posto molto rapidamente se riceveste un’offerta migliore. Impegnatevi invece a spiegare come queste capacità incontrano le esigenze dell’azienda che avete davanti.

  1. Parlate di aspetti marginali

Anche se magari l’avete pensato, certo non direste al vostro fidanzato che lo volete sposare perché piace ai vostri genitori o perché ha una casa di vacanza in un posto dove andate volentieri. Allo stesso modo, anche se l’azienda con la quale state facendo un colloquio è vicina all’asilo di vostro figlio o realizza lo smart working, non evidenziate questi aspetti durante l’intervista!

  1. Parlate solo del vostro ex

A chiunque è successo di uscire per la prima volta con una persona e finire col sorbirsi ore di lamentele sull’ex e i suoi difetti. Chi vi assume non vuole avere la percezione di essere una scelta di ripiego che vi appare piacevole solo perché venite da un’esperienza totalmente negativa. Meglio focalizzarsi sul futuro e spiegare cosa vi aspettate dalla nuova avventura lavorativa.

  1. Parlate solo di quanto ci guadagnerete voi nella nuova relazione

È probabile che siate entusiasti di iniziare un nuovo rapporto amoroso perché arricchirà la vostra vita: finalmente andrete di più al cinema con il nuovo fidanzato amante dell’ottava arte, oppure potrete migliorare il vostro girovita, grazie alla sua passione per il movimento. Ma è sicuramente più efficace se gli raccontate come le vostre passioni si potranno unire alle sue e cosa potrete fare insieme. Allo stesso modo spiegate a un’azienda come il vostro entusiasmo potrà contribuire al raggiungimento di obiettivi ambiziosi per l’azienda ed evitate di spiegare che il nuovo posto migliorerà il vostro curriculum.

In bocca al lupo per la chiusura dei vostri contratti (di ogni tipo) e tanti auguri a trampolinodilancio ormai vicinissimo alle 250.000 visite!

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Non è un blog per ricchi

PB  Mentre scrivo,  Cristina , responsabile della comunicazione,  sta stirando i capi per lo shooting di lunedì a Barcellona.

Mentre scrivo Paola, mia co-blogger, sta incontrando almeno 3 presidenti (di società, di associazioni, non della Repubblica) in una carambola di appuntamenti a incastro a cui si presenterà puntuale (speriamo) avendo pianificato cambio scarpa, parcheggio, sorrisi e documenti.

Mentre scrivo aspetto di imbarcarmi su un volo Easy Jet per Londra , da dove rientrerò questa notte, con l’ultimo volo che di solito è in ritardo.

Mentre scrivo, rifletto: se volete fare una carriera sfolgorante che vi porti a lavorare il giusto e guadagnare tanto, non leggete questo blog.

Questa lettura è roba da secchioni sognatori, che cantano e portano la croce.

Non ci sono consigli per scorciatoie. Se non siamo state capaci di prenderle, come consigliarvele?

– Ambite ad avere un autista personale? Noi conosciamo – personalmente – tutti i driver delle navette che dal parcheggio remoto di Malpensa portano in aeroporto.

– Volete il maggiordomo? Noi dipendiamo miseramente da una tata che se non ci fosse la nostra vita sarebbe a pezzi.

– Volete viaggiare bevendo Champagne? Noi voliamo Easy Jet a manetta e quando ci capita di volare in Business,  perché andiamo dall’altra parte del mondo, regaliamo in giro le amenities  del beauty case di ordinanza come souvenir dall’iperspazio.

– Volete l’associazione a un club esclusivo? Noi corriamo in bici sul Naviglio e nuotiamo alla piscina comunale.

– Volete fare shopping sfrenato in via Monte Napoleone? Noi abbiamo segretamente scelto di lavorare nella moda per avere accesso a vendite di show room, campionari, prototipi, outlet.

– Volete diventare milionari? Cambiate blog

– Volete avere un parrucchiere sempre a vostra disposizione? Noi o abbiamo deciso di sposarne uno, o ci lanciamo nelle prime porte disponibili quando abbiamo un buco di tempo (con un record di infedeltà assoluta, credo che il codice colore del mio “castano” sia depositato in almeno 12 parrucchieri del territorio: quello sotto casa, quello sotto l‘ufficio, quello vicino al magazzino, quello vicino alla sede di Manager Italia, quello dell’Hotel del centro di formazione, quello del centro commerciale aperto il lunedì, quello di mia sorella…)

– Volete mangiare solo in ristoranti stellati? Paola lo fa abbastanza spesso con pretesti professionali (EXPO ci ha messi tutti a tavola e Paola ha infilato una corrente gourmet di una certa rilevanza), io sono fedelissima al Trap, trattoria di quartiere, dove facciamo servizio mensa con il ticket Restaurant.

– Volete un palco alla Scala?  Noi ci andiamo alle prove e poi ci vestiamo eleganti per andare alla prima che trasmettono al cinema o sul maxishermo in Galleria. L’abbonamento lo riserviamo per il Franco Parenti o il Piccolo.

– Volete diventare milionari? Cambiate blog!

Però se volete girare i mondo, incontrare persone speciali, fare progetti che vi crescono sotto le mani come un fantastico Lego, costruire relazioni professionali che abbiano valore nel tempo, essere ben vestite, ben pettinate, ascoltare l’Opera, andare a teatro, fare un lavoro che vi riempia la vita più che il portafogli, che vi riduca la sera discretamente disintegrati, ma vi mantenga aderenti al vero tanto da potere frequentare e capire i vostri amici di sempre, allora continuate a leggere.

(prometto di cercare nel frattempo i siti che hanno portato Kate Middleton a Buckingham Palace, Madonna a riempire gli stadi, Renzi a fare il presidente del Consiglio)

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DOPO I 50 ANNI C’È ANCORA SPAZIO PER DARE UN TAGLIO

PC L’agosto a Comabbio – il paesino tra due laghi dove vivo da quando è nato mio figlio – riserva piacevoli sorprese: una di queste è la bella mostra dedicata a Lucio Fontana, l’artista che qui ha passato gli ultimi anni ed è morto nel 1968.fontana

La mostra raccoglie una serie di litografie donate dalla moglie Teresita al Comune di Comabbio e gli scatti fotografici di Gian Barbieri che ritraggono Lucio Fontana negli anni 1967/68 quando si trasferì definitivamente da Milano a Comabbio.

Ascoltando un documentario dedicato dalla Rai all’artista, che il curatore della mostra Massimo Cassani, ha abilmente recuperato e rimontato, ho avuto una seconda sorpresa: Fontana ha cominciato a fare i “tagli”, la tecnica che più di tutte lo ha reso celebre in tutto il mondo, a 59 anni, quando era già un artista molto apprezzato.

L’ho sentito come un bell’invito a continuare a sperimentare nuove strade per me e tutti i miei coetanei che dopo i 50 anni si ritrovano spesso a ripetere nel lavoro routine acquisite da tempo o che si accontentano di situazioni comode che però non li soddisfano pienamente.

Per chi fosse interessato, ecco tutti i dettagli sulla mostra.

Lucio Fontana ha vissuto e lavorato a Comabbio nella casa ancora esistente ed a Comabbio si spense nel 1968. Per rendere omaggio all’illustre artista e per creare un punto di riferimento anche a Comabbio, l’Amministrazione ha deciso di intitolare la sala mostre e convegni  nel nuovo edificio di proprietà del Comune, sorto al posto della vecchia cooperativa, a Lucio Fontana.

In occasione dell’inaugurazione dell’edificio è stata allestita una mostra fotografica e documentaria dedicata all’artista con l’avvallo della Fondazione Lucio Fontana di Milano, il patrocinio della Regione Lombardia e del Padiglione Italia di Expo Milano 2015. Oltre a interessanti documenti riguardanti l’attività dell’artista, a testimonianza delle numerose esposizioni allestite nei più importanti musei e gallerie d’arte del mondo, sono esposti scatti fotografici di Gian Barbieri che ritraggono Lucio Fontana negli anni 1967/68 quando si trasferì da Milano a Comabbio e una serie di litografie donate dalla moglie Teresita Rasini al Comune di Comabbio.

Orario apertura mostra: sabato e domenica 10.00-12.00 e 17.00-19.00

Per informazioni telefonare al numero 0331968572 oppure mandare una mail al seguente indirizzo:

demografici@comune.comabbio.va.it

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Riletture estive: i nostri post più visti

PC Trampolinodilancio si prende un paio di settimane di vacanza, nelle quali forse finalmente Patrizia ed io troveremo il tempo di scrivere un paio di post di cui abbiamo già appassionatamente discusso durante le riunioni di redazione (cioè le telefonate che ci accompagnano nel tragitto casa-lavoro, più o meno lunghe a seconda di variabili esogene quali il traffico, le chiamate di altre amiche, appuntamenti telefonici con clienti o colleghi et similia). Se avete già letto l’ultimo libro di Fred Vargas e state per esaurire la Lettura, l’inserto domenicale del Corriere – due fonti di grande piacere in questa estate 2015 – potreste aver voglia nel frattempo di rileggere o leggere, se ve li eravate persi, alcuni dei nostri articoli più visualizzati:

Come non iniziare una lettera di lavoro 

5 errori nello scrivere la lettera di presentazione 

Come si scrive un meeting report

Come sostenere un colloquio su skype

Profilo Linkedin: ecco cosa pensa un cacciatore di teste

Carriera e figli: si sopravvive recitando

Buona lettura e buona estate a tutti i nostri lettori!

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Dal Branding al Personal branding

PC Su questo blog abbiamo spesso affrontato l’argomento del personal branding (il fatto che ognuno di noi è di fatto una marca e come tale comunica e si vende). Daniela Pellegrini, che collabora con me in Iulm, ci fornisce, con il suo classico approccio da personal coach, alcune indicazioni su come trasformare le conoscenze di marketing in indicazioni operative per la costruzione di un brand distintivo e coerente e quindi più facile da vendere. In sostanza ci aiuta a capire come trovare un lavoro o migliorare la nostra posizione. Ho conquistato il vostro interesse? Leggete i suoi suggerimenti!f167fd140c425b4806cbb43eaa1d8863

Daniela Pellegrini: Anche noi siamo Brand e possiamo diventarlo.

Vi sembra strano dirlo? Forse sì, ma riflettete su questo principio prima di andare a fare un colloquio di lavoro, sia che siate alle prime esperienze sia che vogliate cambiare azienda: in pratica state “vendendo” voi stessi e quindi dovete trattarvi come farebbe un brand commerciale. Da qui vi esorto a fare questo passaggio logico: da Brand a Personal Brand.

Il personal branding infatti ci permette di differenziarci dalla massa rendendoci unici e riconoscibili.

Preparatevi quindi a riflettere sul vostro personal brand, utilizzando le quattro classiche leve di marketing.

Come si costruisce un personal brand

  1. Mission

La tua mission è lo scopo della tua attività, il motivo perché la fai. Nel nostro caso la tua mission è il messaggio che comunichi con i tuoi studi, la tua professionalità.

Esercizio: scrivi la tua mission.

Alcuni spunti:

Cosa fai?

Perché lo fai?

Per chi lo fai?

Che problema risolvi?

Perché lo sai fare così bene?

Perché lo fai meglio di altri?

In che modo ciò che fai parla di te?

  1. Prodotto

Noi siamo Prodotto

Il Prodotto siamo noi…: quindi va identificato cosa vogliamo “vendere” senza ego-referenziarsi ma divenendo capaci di ascoltare e comprendere il mercato, individuare bisogni ancora insoddisfatti e rispondere con un’offerta di  noi stessi adeguata e competitiva.

Per farlo rispondete alle seguenti domande:

Quali sono i tuoi punti di forza?

Quali sono i tuoi limiti?

Chi sei?

Come sei arrivato/a qui?

Quali sono i tuoi principali successi?

Come ti vedono gli altri?

Come ti vedi tu?

Come vorresti essere vista/o?

 

  1. Posizionamento

Come nelle logiche di mercato definire il posizionamento è fondamentale per avere un’offerta unica e differenziarsi dalla concorrenza.

Il posizionamento dovrebbe cercare “uno spazio vuoto da riempire”: analizzate i bisogni del target di riferimento, in questo caso la persona che andrete ad incontrare, e le proposte dei competitor, e quindi coloro che faranno o hanno già fatto il vostro stesso colloquio,  in modo da posizionarvi in maniera unica e originale con la propria offerta = voi stessi.

E voi cosa avete di originale da offrire?

Guardate gli annunci di lavoro simili, leggete storie di persone che hanno fatto le vostre esperienze e ce l’hanno fatta, trovate la vostra USP.

  1. Prezzo

Un approccio di marketing classico prevede anche il pensiero anche sulla leva Prezzo. Capisco che potreste obiettare: ma è l’Azienda che fa l’offerta, il mercato è in crisi…Certo, ma definire il nostro valore “economico” è comunque importante e ci aiuta a fare delle scelte.

Due i fattori di cui tenere conto:

  1. definire l’aspetto valoriale del vostro prodotto ( = personal brand, voi stessi), che non solo riveste un valore economico. Quindi chiedetevi: quanto valgo? Quanto posso essere unico ed interessante per l’Azienda?
  2. Definire il costo oggettivo e quindi definire a quanto siamo disposti a vendere il nostro servizio. A quanto oggettivamente sei disposto a venderti o vendere il tuo servizio, facendo i veri conti di cassa dei soldi che ti sono necessari per vivere e di quanto oggettivamente vali perché sei un professionista preparato?

Se foste dei freelance allora il lavoro sul personal brand dovrebbe continuare sulla definizione del target, l’analisi della concorrenza, e poi naming, visual identity.

Ora invece ci siamo soffermati sui colloqui di lavoro presso Aziende e Società quindi concludiamo con un alert:

L’abito fa il monaco…

voi comunicate il vostro brand in ogni momento, quindi è importante che quando vi trovate davanti ad un colloquio i vostri interessi, lo stile, l’abbigliamento, il vostro modo di parlare etc… siano sempre coerenti con la costruzione del vostro brand (= coerenza e credibilità).”

Su quest’ultimo punto abbiamo anche scritto Come vestirsi per un colloquio di lavoro.  E se vi è interessato questo post potreste trovare utili anche  Che prodotto sei? , Come fare carriera alla cena di Natale , Come vestirsi d’estate per una riunione,

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Rivalutare l’artigianato come sbocco lavorativo. Intervista a Francesco Cordani di Samsung

PC Questo blog nasce per dare consigli ai giovani talenti che vogliono lavorare nel marketing e nella comunicazione perché questo è quello che Patrizia e io ci sentiamo di poter offrire: dopo aver accarezzato durante l’adolescenza l’idea di fare le scrittrici o le traduttrici, motivate da un’insaziabile passione per la lettura, ci siamo infatti entrambe innamorate del mondo delle merci e delle logiche sottostanti.

Questo non toglie che a più riprese non si sia affascinate da altri ambiti dove le capacità individuali e l’entusiasmo si combinano con la manualità: mi riferisco ai mestieri artigianali che sono alla base di gran parte delle eccellenze italiane.

Come vi abbiamo anticipato c’è una tendenza in atto – partita negli Stati Uniti (dove li chiamano makers) – a rivalutare l’artigianato che diventa, anche attraverso l’innovazione tecnologica, uno sbocco nuovo e interessante per i giovani e i non più giovani che vogliono o devono reinventarsi un lavoro. A questo proposito abbiamo chiesto a Francesco Cordani, ideatore e responsabile marketing e comunicazione in Samsung di  Maestros Academy di raccontarci questo bellissimo progetto, che nasce con l’obiettivo di “Tramandare i segreti dei grandi maestri, per lanciare i talenti artigiani di domani.”

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Trampolinodilancio oggi compie tre anni: un Diario, un Manuale, una Psicoterapia per sopravvivere felici negli anni più difficili del lavoro giovanile.

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PB  Gli anniversari, si sa, sono una occasione per tirare le fila. Le date simboliche una scusa per fare un bilancio, una scadenza che ci impone di fermare un momento la macchina e leggere i dati sul cruscotto. Sono un punto convenzionale nel flusso del tempo che permette di dare forma alla realtà e immaginarne la sua evoluzione.

Nel lavoro le scadenze paiono spesso una terribile seccatura, ma sono una opportunità per raggiungere gli obiettivi parziali in vista di una grande riuscita, per segnare le tappe intermedie e concludere piccoli passi in vista di più ambiziosi risultati che sarebbero irraggiungibili in una unica falcata.

Io e Paola, amiche da sempre, ci siamo trovate in questa avventura grazie alle nostre diversità e alle nostre affinità.

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Nono compleanno di Paola

Paola è una programmatrice, una che pianifica il micro tempo, una che calcola il ROI (ritorno sull’investimento) inconsapevolmente anche quando deve decidere in quale sera andare a Teatro, una iperattiva.

Paola si muove portando con sé tutto il necessario, caso mai una guerra nucleare la bloccasse in tangenziale: acqua (se c’è la coda e le viene sete?), le barrette di cereali (se le viene un attacco di fame?), le scarpe di ricambio senza tacco per guidare, un trolley di documenti che pare la scrivania della campagna di Russia di Napoleone. Sarebbe il perfetto testimonial per la Samsonite.

Io normalmente esco di casa al mattino pensando evangelicamente che la provvidenza mi aiuterà. Io non pianifico il quotidiano, sogno l’eterno. Senza contanti, senza benzina, con i sandali se nevica (non avevo guardato dalla finestra, ma stavano benissimo con la gonna di lana), con i tacchi se devo fare store check (era oggi che facevamo store check?) , dimenticando il caricabatteria e l’indirizzo dell’Hotel di Parigi.

Paola pensa di potere fare tutto se qualcuno ha scritto un manuale: se qualcuno può insegnare, lei può imparare. E normalmente impara.

Io quasi partorisco in ascensore perché Paola mi ha prestato un manuale allucinante su come scodellare un figlio (roba anni ‘70 da figli dei fiori, avrei dovuto capirlo dalle foto) di cui sicuramente mi è sfuggito qualche capitolo fondamentale e sono arrivata in ospedale all’ultimo minuto. Ho bisogno di un valletto, di una badante.

Paola sceglie. Io mi faccio scegliere.

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In Jugoslavia (c’era ancora)

In vacanza da ragazze, in una spiaggia di nudisti eravamo entrambe in imbarazzo: io perché non avevo il reggiseno, lei perché aveva gli slip.

Entrambe abbiamo una patologica incapacità di ricordare visi e nomi (l’incontro con gli ex compagni del liceo è normalmente una tragedia delle pubbliche relazioni, à la limite de l’impolitesse ) e una vivace memoria delle sensazioni, una capacità di sentire e ricordare l’odore della felicità e quello del disagio (Mantova: bellissimo! Carnevale all’oratorio: oddio! Matematica alle medie: che paura! Sauna: che noia!  Sciare: che favola! Il Teatro: batticuore!).

Paola legge molto, ma normalmente trova molto noiosi i libri che io ho adorato (Oblomov –titolo- da ragazzine, Moehringer – autore – oggi)

Paola è multitasking e digitale, io amo la carta e faccio una cosa per volta.

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Tornando dalla Grecia l’aria salina ci regala un indimenticabile look

La vita di Paola è una cucina fushion, la mia procede per microecosistemi.

Paola gioca a tennis tra gli ingegneri internazionali dell’Euratom, io adoro che in Val di Fassa si parli Ladino.

Entrambe abbiamo un unico figlio maschio. Tutti e due questi adorati pargoli vivono in un cloud che hanno inventato molto prima che lo pensasse la Apple. Come ha fatto anche Luca (onirico figlio di Paola) a prendere da me? È uno spunto per lo studio della transazione misteriosa del genoma per via affettiva.

Per Trampolino, Paola ha deciso di farlo e mi ha inseguita. Paola programma di produrre almeno un post a settimana e quando io latito da troppo tempo, batte un colpo.

Io normalmente mi dimentico di pagare la mia quota su Word Press di cui lei salda regolarmente, e in tempo, anche la mia parte.

Paola ha fatto quasi tutte le interviste del blog (inseguendo manager impegnatissimi, facendo editing, sbobinando registrazioni), io non sono neanche riuscita a intervistare un mio PM (Bonfi, se sei tra i miei lettori, sto parlando di te).

Paola ha tra i suoi studenti o collaboratori alcuni tra i nostri più divertenti contributori (Landi, Selmi, sto parlando di voi), ma io ho tra gli ex colleghi la più attiva commentatrice (la caustica e intelligente Giulia, donna di produzione con talento per la parola) e le mie amiche (Lidia, Simona, Susi) sono state un allegro pretesto per disegnare archetipiche figure di eroi del terzo millennio.

Entrambe abbiamo a piene mano usato i consigli dei nostri mentori (Marco Lombardi, Stefano del Frate, la Ghisla, Bosisio, Crespi, Fantò,  Domenico Dolce, Giorgio Armani…)

Da quando siamo partite il blog ha avuto 150.000 visualizzazioni, abbiamo scritto 266 post, abbiamo (mmm, ha fatto…) fatto 20 interviste , abbiamo un pubblico internazionale (Italia, Stati Uniti, UK, Germania, Svizzera, Francia…), ci seguono oltre 150 blogger.

Abbiamo forse, in anni che rimarranno negli annali come i più difficili dal dopoguerra per l’occupazione giovanile, contribuito a dare consigli, sorrisi, fiducia a ragazzi che amano il marketing e la comunicazione. A tenere il diario di tre anni di resistenza.

A me e a Paola rimane la sorpresa di avere creato uno strumento che, nato in un momento difficile, è diventato un blog di successo. Almeno un successo per noi che abbiamo la scusa per telefonarci ogni mattina.

A Trampolino gli auguri per il suo terzo compleanno.

A tutti i lettori il nostro affetto e i nostri consigli per riuscire nella vita professionale, forti di felici contaminazioni tra amicizia, cultura, lavoro, amore, differenze, ricicli, novità, empatia e felicità:  la ricetta non esiste, ma cercare la ricetta spesso porta al successo.

 

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La parola allo stagista: come ho corteggiato la Bayer

PC Sono finalmente riuscita a far scrivere a Giovanna il racconto di come ha ottenuto lo stage in Bayer, che spiega meglio di tante teorie cosa vuol dire corteggiare un’azienda. “Per i lettori di Trampolinodilancio che ancora non mi conoscono, io sono una “vecchia” tesista della Dottoressa Paola Chiesa. Mi sono laureata in IULM in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa e da Febbraio 2014 sto frequentando un Master in Marketing e Comunicazione presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il Master prevedeva un periodo di stage che sarebbe dovuto partire da gennaio 2015, perciò qualche mese fa, anche per me si stava  avvicinando il fatidico momento dei colloqui di selezione…corteggiamento

Mamma Bocconi inserisce i nostri curricula all’interno di un database, il cosiddetto “CV Profile”, che poi viene mandato alle numerose aziende partner. Se le aziende trovano il tuo profilo interessante, allora ti contattano per un colloquio.

Io non sono mai stata una figlia troppo ubbidiente, ho sempre fatto un po’ di testa mia, perciò mi sono detta: “OK, mamma Bocconi mi aiuta, ma io lo stage me lo cerco da sola”.

Dopotutto ho scritto una tesi di 220 pagine sul Personal Branding e scrivo per un blog che dà consigli ai giovani talenti su come costruire una carriera nel marketing e nella comunicazione, vuoi che non ci riesca?

Pomeriggio di novembre, piove, siamo io e il mio Mac, devo mandare il cv alle aziende che per me sono TOP, non credo riuscirei mai a lavorare per qualcosa che non mi piace o che non sento mio. Mattel è la prima della lista, prima o poi la mia passione per le Barbie si trasformerà in un lavoro, me lo sento. Moschino è la seconda, da quando Jeremy Scott è subentrato alla Jardini come direttore creativo, mi sono innamorata (forse perché ha fatto una collezione ispirata alla Barbie?). La terza è….la terza è…mi guardo intorno, cerco qualcosa che uso spesso, sorrido, è il mio sacchetto delle medicine, la mia farmacia portatile che ho sempre in borsa, accanto ci sono le Supradyn della Bayer, sorrido ancora e penso a tutte le volte che i miei amici mi prendono in giro sul fatto che prima o poi mi daranno una Laurea Honoris Causa in Farmacia o che comunque lavorerò  per un’azienda farmaceutica perché ho sempre con me la soluzione per ogni malattia immaginaria che ho, soprattutto nei periodi degli esami.

Dopo un primo colloquio telefonico, giovedì 27 novembre è il giorno di quello face to face nella sede di Milano della Bayer.

È stato un colloquio individuale durante il quale mi sono confrontata con l’HR manager, con il Business & Marketing Communications manager e con la referente del progetto del quale mi sarei dovuta occupare (la mia tutor).
È andato tutto bene se non fosse che a un certo punto il ragazzo delle HR con riferimento al test psicoattitudinale che avevo precedentemente fatto dal Pc, mi dice: “È la prima volta che una persona, per giunta di 24 anni, che quindi è in cerca di uno stage e che quindi non dovrebbe comandare un bel niente, ottiene 9 su 10 di leadership e 8 in un item relativo al fatto di non riconoscere l’autorità del capo e non seguire le regole. Lo sai che qui dovrai lavorare in team e tu invece tendi a voler imporre la tua idea agli altri e che quella di fronte a te è il tuo tutor? Come la mettiamo?”
Ovviamente ho cercato di far capire che la mia leadership non sta tanto nel fatto che io imponga le mie idee quanto più nel fatto che spesso tendo a motivare il gruppo laddove si perda la voglia di lavorare e la concentrazione, proprio perché ci tengo tantissimo a raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata. E per la questione di non riconoscere l’autorità o non seguire le regole me la sono cavata dicendo che riconosco l’autorità ma non sono una che riceve passivamente gli ordini, sono curiosa, faccio domande e dico sempre la mia…e poi nel mondo della comunicazione le idee migliori sono sempre scaturite dalla “rottura” dei dogmi e delle regole (Lombardi docet).

A fine colloquio ci siamo salutati con un: “Ci sentiamo la settimana prossima e ti faremo sapere perché poi gli ultimi 2 finalisti della selezione avranno un altro colloquio con il “capo capo””.
La svolta, però, è avvenuta la notte tra la domenica e il lunedì . Nel weekend, infatti, ho avuto delle idee molto belle per il loro progetto. “Se solo mi fossero venute in mente prima…” ho pensato. In ogni caso ho deciso di realizzarle lo stesso, ho fatto qualche foto che poi ho modificato con Photoshop in modo da rendere l’idea di quello che volevo fare, e nella notte ho scritto un’email dettagliata con tutte le specifiche per implementare la mia proposta.

Ricordo che un amico che era con me mi dava della pazza dicendo che mi stavo “sbattendo” per un lavoro che non era il mio e che sembravo una cinese per quanta motivazione avessi.

 

Sono le 3 di notte, salvo l’email in bozze e vado a letto.

Lunedì 1 dicembre ore 7:00, piove, siamo di nuovo io e il mio Mac.

Ma che sto facendo? Ma quando mai si è detto che una che fa un colloquio poi manda un’email al futuro capo con delle idee? E poi perché nell’email parlo usando la prima persona plurale, perché dico la “nostra azienda”? Ma la nostra di chi?

Poi mi è venuto in mente che esattamente un anno prima, quando stavo scrivendo la tesi, la Professoressa Chiesa e il Professor Lombardi mi avevano “sgridato” dicendomi che se mi interessava davvero qualcosa dovevo “rompere le scatole” alle persone.

Ok, invio. Devo farlo in nome del Personal Branding e dell’essere proattivi.

Invio.

Nessuna risposta.

Magari non sarà stata una buona idea, ma almeno c’ho provato.

Nel pomeriggio, ore 16:00, chiamata in arrivo da un numero sconosciuto, è Bayer: “Sei la persona giusta per noi!”
Nessun ulteriore colloquio, nessun altro finalista, io.

 

Ecco come ho corteggiato l’azienda nella quale sono stata presa come stagista.

Ecco perché cercare lavoro è come un corteggiamento.

Magari sarei stata presa a prescindere da quell’email, ma io non potevo starmene passivamente ad aspettare che l’azienda dei miei sogni mi scegliesse. E alla fine ce l’ho fatta.” (Giovanna Landi)

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A proposito di Mantova e del darwinismo letterario

PB  A settembre io e le mie amiche andiamo a Mantova al Festival della Letteratura.

Il gruppo di amiche ha un nucleo piuttosto indiscutibile ma di eterogenea origine (le amiche d’infanzia come Paola o la Pizzo, quelle dell’università come la Patri C. o la Lidia, le sorelline Silvia e Cote) e un piccolo gruppo un po’ più variabile ma pronto ad essere amalgamato (la Susi che sembra una veterana dopo una sola edizione, la Simo che abbiamo trascinato una volta sola perché Mantova coincide con la fashion week di New York, qualche cognata, qualche collega).

L’appuntamento a Mantova non è un desiderio o un bel programma: è un imperativo categorico.

Si bigia solo in fragranza di grave contrattempo (parto in corso, viaggio di lavoro overseas, frattura degli arti) altrimenti si va anche ammaccate, licenziate, incinte, divorziande, appena fidanzate.

A Mantova si sta bene perché ci siamo noi è perché c’è la letteratura, passione di tutte noi.

I tortelli di zucca o il riso alla Pilota sono eccipienti non del tutto trascurabili.

Quest’anno abbiamo visto diverse cose notevoli (in particolare il seducente Massini e la sua storia della Lehman brothers che vedremo presto al Piccolo Teatro di Milano e su cui torneremo certamente) altre così così .

Particolarmente interessante per l’approccio alla letteratura in chiave antropologica, e stato il tema dell’incontro con  Johnatan Gottshall, uno dei maggiori esponenti del darwinismo letterario.

Le neuroscienze stanno aprendo uno sguardo nuovo alla critica letteraria, una prospettiva non alternativa ma complementare rispetto all’indagine tradizionale, filologica, storica, biografica, psicologica.
Johnatan Gottshall , arrivato in Italia per la prima volta proprio durante l’edizione 2014 di Festivalletteratura, sostiene nel suo libro L’ istinto di narrare che la propensione dell’uomo alla narrazione discende da ragioni evolutive.

La finzione sarebbe la più antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.

Il racconto, il romanzo, la letteratura sono popolari da sempre, in tutte le civiltà. Perché sono il tutorial della vita, il simulatore di esperienza più antico di sempre. La sola arte che è rimasta popolare, esente dalle astrazioni che hanno coinvolto la musica o l’arte figurativa del novecento.

Si legge dell’amore prima di conoscere l’amore, di guerra prima di combattere, di morte prima di vivere la mancanza, di caccia prima di avere ucciso la prima preda, di lavoro prima di avere timbrato il primo cartellino, di vittorie prima di aver mai gareggiato, di luoghi lontani e sconosciuti quando ancora si viaggia con il desiderio. Forse è per questo che da ragazzi si divorano tanti racconti, romanzi, film.

Forse per questo chi ha più fame di vita è così appassionato di libri. Forse è per questo che i grandi lettori spesso vivono poi vite piene o per lo meno si destreggiano nella vita con curiosità e coraggio: hanno avuto lezioni specialissime per affrontare il futuro, hanno vissuto, in vitro, tante situazioni prima di viverle direttamente, hanno accumulato competenze sociali vivendo vite parallele.

La prospettiva è interessante. Non toglie nulla al piacere della lettura, ma dà una spiegazione antropologica a quella speciale nostalgia di racconto che pare essere in noi fin dalla più tenera età.

D’ora in poi di fronte allo scaffale di una libreria penserò di essere di fronte alla multiple choice della vita. Se non andrà bene cliccherò play again. E aprirò un altro libro. Un’altra vita.

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