Archivio mensile:maggio 2015

I speak Italian

PC Dopo che anche la diretta televisiva di Rai 1 sull’apertura evento più nazionalpopolare dell’anno -l’Expo2015 – è stata infarcita da inutili inglesismi (l’ho trovato inutile e sgradevole, pensando all’audience, ops, ai telespettatori della rete) ho chiesto di scrivere un pezzo sull’argomento a Alessandra Selmi, la nostra contributrice che è riuscita a trasformare l’amore per la lettura e il dono per la scrittura in un lavoro (è scrittrice oltre che editor, e se alla fine di questo articolo avrete voglia di leggere ancora la sua prosa ironica non perdetevi il suo giallo milanese).

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi: “Esistono parole intraducibili in italiano, è vero.

Secondo alcuni sono otto, secondo altri diciotto, per taluni venti; per altri ancora addirittura trenta.

È il caso del termine tedesco Fernweh, che indica la nostalgia per posti in cui non si è mai stati, o del giapponese Komorebi, che serve per descrivere l’effetto particolare della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi.

Passi, dunque, se attingete alle vostre conoscenze di giapponese per descrivere una cugina come Bakku-shan, cioè una ragazza bellissima fino a quando non la si guarda in faccia. O al maori delle isole Cook, se ci tenete proprio a far sapere che avete una gamba più lunga dell’altra, ma non avete tempo per i giri di parole (Papakata). Se vi capita di fare Mamihlapinatapei, il gioco di sguardi di due persone che si piacciono e vorrebbero fare il primo passo ma hanno paura, potete attingere al vocabolario indigeno della Terra del Fuoco. Ve lo concedo. Chi, del resto, non padroneggia una conoscenza elementare di yaghan?

I termini intraducibili in italiano, però, sono appena una trentina. Siamo abbondanti e ammettiamo che siano cento, via.

Per tutto il resto, abbiamo la fortuna di avere una meravigliosa e ricchissima lingua. Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, il patrimonio lessicale italiano annovera 260.000 lessemi.

Volete dirmi che in tanta abbondanza siete costretti a sgraffignare agli inglesi i termini dopobarba (aftershave), riunione (meeting), obiettivo (target), pubblico (audience), bilancio (budget), affari (business) e riscontro (feedback)?

Certo, è facile farsi condizionare dal contesto sociale in cui viviamo. Quando i giornali, la tv e la radio, per non parlare del Web, gli scrittori, i politici e talvolta anche gli insegnanti sono i primi ad attingere alla terminologia anglosassone, scimmiottare il trend (ops, scusate…), la tendenza del momento è quasi automatico. Parrebbe brutto non farlo, potreste sembrare out, démodé… insomma, fuori moda, vecchio stile. Sfigati non al passo coi tempi. Del resto, chi va volentieri a fare compere in uno stantio spaccio aziendale, quando può recarsi in un più moderno e accattivante outlet?

Ora, non vorrei che tornassimo al Ventennio fascista, quando film veniva italianizzato in filmo, a seguito del divieto di utilizzo dei termini di lingue straniere. Le persone evolvono, i linguaggi pure. Anche le parole seguono le mode, come l’abbigliamento e i gusti alimentari: quanti, oggi, dicono gaglioffo, turlupinare e prece? Sarebbe stupido non tenerne conto, tanto più che mi piace pensare che la mia lingua si stia espandendo.

Il punto, però, è tutto qui. Con l’adozione di nuovi termini la nostra lingua si sta arricchendo, o forse i vari news, mood, network, show stanno cannibalizzando le parole tanto care ai nostri nonni? Oggi, dopo che ci siamo divertiti con gli amici a un dinner party nel weekend, ci ricordiamo ancora dell’esistenza dei termini cena, festa e finesettimana? E per quanto tempo, a furia di scegliere certe espressioni invece di altre, ce ne ricorderemo? Lasceremo in eredità ai nostri figli parole come squadra, attrezzo, insegnante, benessere e persecuzione, o forse l’avanzare dei vari team, tool, tutor, wellness e stalking le cancellerà per sempre?

Non si tratta, dunque, di scegliere a tutti i costi una parola al posto di un’altra, in una specie di ostinato gioco di resistenza. Si tratta, piuttosto, di tenere in vita la nostra lingua, di impedire che altre culture – per quanto utili e utilizzate – la fagocitino. Si tratta di aggiungere, non di sostituire.

È, poi, tutta una questione di misura e di contesto. Entro un certo limite, una parola presa in prestito agli anglofoni non la si nota più neanche. Quando, però, un discorso è infarcito di slang, topic, gag, boom e cool, non diamo l’impressione di essere al passo coi tempi: siamo più simili ad analfabeti incapaci di padroneggiare la propria lingua, se non addirittura sbruffoni. Macchiette dell’Adriano Celentano che cantava Prisencolinensinainciusol, con la differenza che il Molleggiato era simpatico, ironico, innovativo; noi risulteremmo patetici.

E passi, se in una riunione ci scappa la parola feedback; ma se lo diciamo alla zia ottuagenaria durante il pranzo di Natale, non è modernità, bensì maleducazione. Se più della metà dei nostri amici su Facebook non è italiana, lo status in inglese è ammesso, forse dovuto; ma se ci seguono appena il panettiere dietro l’angolo e l’ex compagna di liceo, un italiano di base (possibilmente non sgrammaticato) è più che dignitoso. Anzi, più dignitoso.

E infine, se proprio non volete rinunciare a sembrare così up to date, attenzione agli errori. Anche mia nonna dice danlò per download, ma ha 85 anni e le ho perdonato di peggio. Se lo fate voi, che volete a tutti i costi passare per frequent flyers mentre fate la coda dal salumiere, assicuratevi almeno di non sbagliare la pronuncia.”

Ça va sans dire che gli ottimi consigli di Alessandra per quando si parla con la nonna ottuagenaria valgono anche per i pubblicitari che usano il loro abituale gergo anglofono parlando con il signor Rana.

(Se ti interessa questo argomento ti potrebbe piacere anche il post  Il gergo aziendale come segnale di appartenenza)

 

 

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Non hai un lavoro? Apri una start up.

PC Un altro primo maggio è coinciso con la notizia di elevatissimi livelli di disoccupazione, in particolare giovanile.

Quando anche i nostri consigli  non funzionano, o se si è particolarmente intraprendenti, l’alternativa è crearselo, un lavoro. C’è il movimento, iniziato con i makers negli Stati Uniti, che attraversa i paesi più sviluppati e invita a reinventare i mestieri artigianali, tanto che anche una multinazionale come Samsung si sta impegnando per far sì che le competenze dei grandi maestri artigiani italiani non vadano perse (ne parleremo presto). E c’è la possibilità di aprire una start up in ambito digitale, e offrire un servizio che prima non esisteva. E’ quanto ha fatto Tommaso Magnani, fondatore della start up GoodAppetito, che in questa intervista dal campus di H Farm ci racconta il suo percorso di studi, in cosa consiste la sua innovativa Applicazione e le opportunità che un’incubatrice di start up con H Farm offre.

Quando ci rivela quali caratteristiche deve avere un giovane per diventare start upper  ci sembra di capire che la più importante sia uno stomaco forte in grado di affrontare il salto nel vuoto che comporta aprire una propria attività e le quotidiane montagne russe che ne caratterizzano la gestione.

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