Che cosa ci ha insegnato il sig Armani?

PB In questi giorni, proprio nell’anno del cinquantesimo anniversario del suo marchio, il Sig Armani ci ha lasciati.

Mille messaggi si sono accavallati tra i colleghi, gli amici che hanno lavorato con lui, una comunità variegata, sparpagliata, che si è ritrovata improvvisamente coesa sotto il minimo comun denominatore di avere lavorato per Giorgio Armani.

Tralascio i molti pensieri a riguardo (forse lui avrebbe apprezzato maggiormente certi silenzi piuttosto che alcune inevitabili banalità) ma ci sono alcuni appunti che vorrei condividere con i lettori del blog, i ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro.

La puntualità e la preparazione.

Il sig Armani revisionava ogni giorno decine di progetti, approvando tutto. Un tacco, una pralina di cioccolato, un ascensore in cristallo per il negozio di Tokio. Ti ritrovavi così in fila (tu con il tuo coso da far approvare) tra designer delle calzature donna, il pasticcere e il famoso architetto. La sua giornata aveva tempi scanditi in modo rigoroso.

Una delle mie prime volte in azienda (ero stata assunta da pochi mesi) avevo il progetto del corner Emporio Armani underwear per La Rinascente da fargli approvare. Rendering, pianta, contenimento, materiali.

Dove mi sarei sistemata? Dove riceveva? Quanto tempo avrei avuto per argomentare il mio progetto?

Scoprii che il mio spazio era il davanzale di una finestra (in Borgonuovo le finestre sono grandi, ma insomma era pur sempre un davanzale) allo sbarco dell’ascensore. Il sig Armani avrebbe dedicato al mio progetto il tempo di passare dalla porta del lift alla sala riunioni (non proprio un incentivo alla mia autostima). Cinque minuti. Corner bocciato. Per consolazione anche la pralina con il chichinger (quella del pasticcere) è saltata, in meno di un minuto. Forse il tacco ce l’aveva fatta.

Da lì ho capito che avrei dovuto essere più puntuale (almeno un minuto lo ho sprecato aprendo la pianta e tirando fuori i materiali: avevo usato il 20% del tempo a mia disposizione). E più preparata sul luogo e sui modi in cui si sarebbe svolto l’incontro. Quando ti trovi per la prima volta ad affrontare un appuntamento importante, non devi arrivare 10 minuti prima. Magari devi arrivare un’ora prima per avere il tempo di esplorare lo spazio, rivalutare la tua presentazione (se hai 3 minuti anziché 30 minuti, devi eliminare le premesse e arrivare al sodo a razzo).

Il timing

Lo spettacolo viene bene se tutti hanno fatto la loro parte. I tempi, come quelli del teatro, sono la chiave. Quando si apre il sipario devi essere perfetto. O almeno lo devi sembrare dalla platea. Tinture a pentolino, t-shirt dipinte a mano perché gli impianti di stampa non sono pronti, tessuti a valere, capi recuperati dal magazzino e modificati in sartoria, cappelli spruzzati di vernice in giardino per correggere il colore della paglia… ad un certo punto il meglio è nemico del bene: si sfila, l’abito deve essere indossato da una modella e non può essere in sala stiro, in tintoria o sul tavolo del modellista.

La curiosità e l’umiltà e il carisma

La moda è una community con pochissime regole scritte e milioni di regole non scritte. Quando entri devi essere invisibile, non fare rumore, osservare chi ne sa più di te, capire come muoverti. Come vestirti (sembra una banalità ma a volte addobbarsi del marchio per cui lavori come se andassi a una festa è peggio che essere vestiti Uniqlo).

Come comunicare con lo stilista, come gestire i feed back di vendita, quali sono i dati sensibili, quali le trasgressioni ritenute divertenti, quali quelle tabù. L’understatement paga (quasi) sempre. Spesso il carisma si esprime a bassa voce più che nelle urla (anche quelle metaforiche).

Il sig Armani è sempre stato puntuale, ha aperto il sipario (anche a platea vuota il giorno in cui Milano ha chiuso per covid, anche senza la sua presenza fisica quando a Parigi ha sfilato Privé mentre lui non poteva lasciare la sua stanza) e ha sempre parlato a bassa voce.  Per ascoltarlo intorno si faceva il silenzio. Ora questo silenzio ci tocca riempirlo delle sue parole di ieri e di tutto quello che abbiamo imparato da lui.

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Quando il genio non esclude l’empatia

PC Sono rimasta molto toccata, come tanti italiani, dalla notizia che Oliviero Toscani ha una malattia incurabile e dalla lucidità e il coraggio con i quali comunica la notizia nell’intervista apparsa qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Mi ha poi fatto riflettere – ma non sorpreso – la sua reazione sinceramente stupita all’ondata di affetto che lo ha circondato dopo l’uscita della notizia, che conferma la sua grande e sincera componente umana.

Io sulla sinistra, due colleghi di Y&R in centro e Oliviero Toscani che fa una faccia buffa a destra. Poi, certo, il canguro…

Ho avuto la fortuna di conoscerlo e lavorare con lui per uno scatto fotografico commerciale per la Canguro (scarpe tipo Superga), una campagna che non ha certo lasciato il segno nelle coscienze della collettività e per la quale era probabilmente sprecato. Ma anche in quel caso mi ha colpito la sua capacità empatica di entrare in contatto con le persone più diverse per riuscire a realizzare la foto di cui aveva bisogno. Toscani era già così famoso (per quello lo avevamo scelto) che per qualsiasi modello era un onore solo il poter dire di aver lavorato per lui: ogni sua indicazione era un ordine che veniva immediatamente eseguito. Nel casting, però, c’era anche una bambina di cinque anni, alla quale doveva chiedere di salire nuda su un canguro a misura reale, ricoperto di un pelo apparentemente ispido che ricordava il più possibile l’originale (erano altri tempi, ma non ricordo fosse stato scuoiato un vero canguro per farlo…). La bimba piangeva e si rifiutava di farsi issare sul canguro. Toscani le parlo da solo, la fece ridere, le permise di salire prima insieme ad un altro modello e alla fine riuscì ad ottenere una bellissima immagine di una bambina felice e spensierata.

Per questo, anche se lui afferma nell’intervista che vorrà essere ricordato per il suo impegno, io nel mio piccolo lo ricorderò per la leggerezza e l’empatia che solo le grandi donne e i grandi uomini sono capaci di utilizzare quando è necessario.

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Comunicazione interna. Quando il caffè alla macchinetta non è sufficiente

PB Per aziende con meno di cinquecento dipendenti e unica sede, non esistono programmi, procedure, master che superino l’efficacia del caffè alla macchinetta per sapere come si sta muovendo la compagnia.

Quando in buvette si tirano fuori le tazzine di porcellana, è chiaro che in sala riunioni sta iniziando un meeting importante.

Se il tuo collega è vestito come alla prima comunione e esce alle 16 per andare dal dentista, presto avrete bisogno di assumere il suo sostituto.

Se il tuo capo ti offre il caffè, il budget è andato bene. Se si incazza perchè bevi il caffé, il budget è andato male.

Si vedono al piano ragazze bellissime con la chiavetta ospiti: c’è in ballo il casting per lo shooting.

Il product manager gira con il trolley e chiede ai colleghi come impostare l’out of office: l’embargo trasferte è finito.

Ma se i dipendenti superano le mille unità? Se le sedi di lavoro sono più di quattro? Se il covid ha dato spazio allo smart working? La gestione della comunicazione interna deve cadere sul nostro tavolo come una priorità.

A lezione in Università (io e la Simo insegniamo Teoria e tecniche della promozione dell’immagine in Cattolica) insistiamo molto sulla comunicazione integrata e sulla importanza di considerare fornitori e dipendenti come stakeholder di primaria importanza. Sono i nostri ambasciatori più credibili, in grado di moltiplicare i messaggi positivi ma anche quelli negativi della nostra azienda.

Uno degli strumenti più efficaci che mi è capitato di sperimentare è una accurata e puntuale Rassegna Stampa a disposizione di tutti i dipendenti, dalle posizioni apicali dell’headquarter agli apprendisti in sartoria. In Dolce&Gabbana ho visto la migliore della mia carriera, perché non solo dava una visione internazionale di tutte le uscite del marchio, ma forniva quotidianamente link dei più interessanti articoli su moda e competitors. Gli argomenti più importanti diventavano base comune di conoscenza.

Alla mia amica Paola (e coblogger come i lettori di @trampolinodilancio sanno) ho chiesto qualche aneddoto sulla comunicazione interna, di cui si occupa da qualche tempo. Forse l’aver lavorato sia dalla parte dell’agenzia (piccola, agile, snella: comunicazione interna sul taxi correndo dal cliente) che di quella della grande azienda (complessa, a volte complicata, multinazionale, multiculturale) le ha consentito una sguardo molteplice, come quello dei camaleonti . Quando lavorava in Sky attribuiva un valore importante alla customizzazione della caffetteria aziendale in concomitanza con il lancio dei nuovi programmi: ti sembrava di entrare nel BarLume quando i gialli di Malvaldi erano passati dalla carta stampata alla tv, eri circondato dai campioni di calcio in tutta la scenografia all’inizio del campionato. L’effetto era di sviluppare un forte senso di appartenenza e orgoglio soprattutto quando gli ospiti esterni a cui offrivi il caffè (fornitori, consulenti, candidati, giornalisti, ma anche solo tuo figlio che era venuto a portarti le chiavi…) rimanevano ammirati dal gioco di immersione teatrale nell’ultimo prodotto di cui i dipendenti si sentivano in qualche modo artefici.

L’aspetto emotivo, la bellezza che colpisce i sensi, possono fare a volte di più di un piano di incentivazione. I tuoi dipendenti vanno informati e sedotti. Sono, con i tuoi clienti, una parte sostanziale della tua community. Buon caffè.

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Come gestire (mentendo un po’) un colloquio di lavoro

E’ un periodo in cui molte persone intorno a me cambiano lavoro (o desiderano molto farlo). Più o meno spontaneamente.

Quindi si trovano a fare colloqui per nuove posizioni e nuove aziende. Ma cosa raccontare ai recruiter a proposito del nostro ultimo posto di lavoro?

1) Mentire ma non troppo

“Quello stronzo del mio capo mi ha licenziato perché preferisce circondarsi di leccapiedi” non è una buona strategia. Ma neanche “Voglio progetti più ambiziosi avendo traghettato l’azienda verso risultati lunari” se la vostra linea di prodotto perde più del mercato.

Ecco come mentire, scoprendo poi che la revisione edulcorata del nostro fallimento, delusione, licenziamento è molto simile alla realtà, spogliata dagli elementi emotivi che la hanno accompagnata nei momenti difficili.

“La sezione più strategica del mercato è stata delocalizzata e il mio ruolo in Italia si è svuotato delle azioni più significative“; oppure ” Il cambiamento del modello di business da Previsionale a Stagionale ha reso ridondante le mie competenze di pianificazione“, e ancora “La divisione marketing per cui lavoravo è stata accorpata dalle vendite, con attenzione preponderante per gli aspetti commerciali vs quelli strategici per cui ero stata assunta“.

Tolto il fatto che il tuo capo ti sta terribilmente sulle palle per avere delocalizzato, cambiato il modello di business, preferito i muscoli delle vendite alla materia grigia del marketing e sostanzialmente non ti ha apprezzato abbastanza, probabilmente le cose sono andate proprio come le stai raccontando al recruiter.

2) Non parlare male del tuo capo.

Anche se è un imbecille, non dirlo al recruiter. Lui penserà che sei una mitomane difficile da gestire. Potrai svelare il tuo pensiero (a condizione che te lo chiedano, se no tienilo pure per te) solo dopo aver fatto il budget nella nuova azienda.

3) Non parlare male dei colleghi

Descrivere i colleghi come serpenti farà di te un sociopatico (la paura può rendere miserabili, bisogna avere un po’ di misericordia anche verso gli adulatori servili).

4) Stimate le aziende per cui lavorate (io compro ancora reggiseni Chantelle, mi vesto Dolce&Gabbana se vado a una festa, indosso Armani se ho una riunione importante, Sergio Tacchini se gioco a tennis) ma non innamoratevene.

La fedeltà è un valore fuori moda. La vostra azienda vi tradirà quando sarete troppo vecchi, o acciaccati, o avrete dato fondo alla vostra forza innovativa, quando verrà acquisita e dovrà tagliare qualche risorsa, o semplicemente quando avrà voglia di facce nuove. Tenetevi la parola amore per quelli che abitano al vostro civico. E quando volete fare un tuffo dove l’acqua è più blu, quando avete voglia di un nuovo paesaggio davanti agli occhi, cambiate lavoro. Avete solo da conquistare un recruiter.

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Boomers contro Millennials: non ci sto

PB ieri mi chiama Paola (amica del cuore e co blogger) e mi fredda: i nostri consigli sono inutili, fuor tempo, una sequenza di bugie. Vale la pena tenere in vita TRAMPOLINO?

Aveva appena letto su Io donna l’articolo scritto da Ilaria Bellantoni sul libro di Beniamino Pagliaro Boomers contro Millennials.

I ragazzi di 30 anni, incappati nella crisi del 2007, vittime di contratti precari, azzoppati dalla pandemia, troppo poveri per accendere un mutuo, troppo colti e troppo poco occupati, sono vittime delle bugie impartite loro dai genitori o mentori ultraottimisti che li hanno spinti a studiare, impegnarsi, laurearsi, imparare le lingue, fare un’esperienza all’estero, come se tutta questa fatica fosse premessa e garanzia di una vita professionale felice.

Vita felice che poi non è arrivata. Sostituita da contratti miserabili, lavori sottopagati, affitti stellari, aspettative deluse.

Certo, il vento in poppa del dopoguerra, il boom degli anni ’60, la leggerezza degli anni ‘80 codesti disgraziati non li hanno goduti. Ma possiamo condannare il maestro che ti fa prendere la patente solo perché forse non potrai permetterti un’automobile?

Vero che sono condannati ai sandwich con l’avocado e all’apericena. Ma i boomers sono stati vittime di gamberetti in salsa rosa e scorpacciate di rucola. Tutti i panini al bar sapevano di piastra ed era vietato consumare la schiscetta in ufficio.

Vero che i ragazzi condividono appartamenti con gli amici perché non possono permettersi 50 metri quadri in affitto a Milano. Ma i loro genitori sono passati dalla convivenza con la mamma a quella con il coniuge, quasi sempre senza passare dal godimento free style di un frigo compartecipato con coetanei inquieti e vibranti come loro.

I neo adulti sono più poveri dei loro genitori (l’ascensore sociale si è fermato) ma godono della loro seconda casa e la prima un giorno la erediteranno.

Mi rileggo alcuni dei consigli che questo blog ha impartito nel corso degli anni a oltre 400.000 visitatori. Sarò cocciuta ma molti li ritengo ancora validi.

Sarebbero più felici e occupati questi trentenni se non avessero studiato? Se non sapessero l’inglese? Se non sapessero scrivere un meeting report o se non sapessero affrontare un colloquio di lavoro? Se non sapessero impostare una e mail professionale o postassero sul loro account IG l’ultima sbornia taggando il direttore del personale?

O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?» scriveva Giacomo Leopardi a trent’anni. Al tempo si trattava di Natura contro Millennials. Ma sempre di illusioni perdute si trattava.

In ogni modo avranno la loro chance i Gen Z, nutriti a Pangasio (aimè, roba da rimpianger la polpa di granchio) alla mensa delle elementari, eruditi a distanza durante la pandemia, con fratelli maggiori tanto scornati da avere depresso anche i genitori boomers (Pagliaro, perché hai fatto questo a Paola?)

Trampolino è qui anche per loro. Con consigli che vanno al di là delle generazioni. La patente serve anche se usi il car sharing e non hai l’auto aziendale.

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Carriera: come gestire alti e bassi senza buttarsi giù

PB Al Poldi Pezzoli (la mia casa museo preferita a Milano) al lunedì in pausa pranzo si parla di arte.

Questa settimana era la volta di Botticelli.

Al di là dei dettagli sui dipinti (il Botticelli lo abbiamo studiato al liceo, visto a Firenze, masticato in vacanza, ripassato con i nostri figli per l’interrogazione di storia dell’arte) mi ha molto incuriosita la storia della sua committenza: papi e corte Medicea nel suo periodo di gloria (tempi in cui ha dipinto la Primavera o la Venere tanto per capirci) con lapislazzuli e foglia d’oro on top al suo cachet.

Poi sono arrivati i giovani: Raffaello, Michelangelo, Leonardo.

Il Botticelli mi è passato di moda, ha vissuto un periodo di cupezza, il lapislazzulo non se lo poteva più permettere. I suoi committenti sono diventati ricchi artigiani come il miniatore Donato Cioni, altro che Lorenzo il Magnifico.

Come passare da Gucci al private label di Coin.

Via macchina aziendale e stock option. Down sizing dal golf club alla piscina comunale. Dal ristorante gourmet al ticket restaurant.

Botticelli è passato dalla pagana eleganza della Venere che sorge dalle acque alla fase piagnona del Savonarola.

Cupo deve esserlo stato davvero (non solo nei colori dei dipinti). Con il frate che gli ricordava la morte ad ogni piè sospinto e le nuove generazioni di pittori a prendere gli applausi.

Poi però (ci è voluto qualche secolo) sono arrivati i preraffaelliti nell’800 a farne una icona di stile. E poi anche Andy Warhol,

Lady Gaga e La Chapelle a fare di lui un mito contemporaneo.

Ergo, in ogni carriera ci sono momenti di gloria e trionfo. Che possono essere seguiti da periodi più cupi e grigi (mica si può essere sempre nell’air du temp). Ma poi le mode tornano e il valore, come l’araba fenice, risorge dalle sue ceneri.

Se è successo a Botticelli e a Gianni Morandi, a Steve Jobs e agli anni ’80 non è il caso di scoraggiarsi.

Talento e pazienza pagano. Per fare carriera ci vogliono tutti e due.

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Shooting fuori porta

PB In show room non c’è spazio per scattare. Tutti i piani sono full per la campagna vendite. Clienti, modelle, venditrici, visual, area manager. Uomo e Donna in contemporanea. Collezioni sontuose che non finiscono più.

Ho visto una vestierista fare una breve call dal bagno del back office, per l’occasione trasformato in piccolo privé compreso di grucce, codici, struttura di collezione. Mancava solo la scrivania di Napoleone, quella portatile, che montava nel campo di battaglia.

Non c’è un centimetro disponibile per il lavoro sporco. E gli scatti per la CV di gennaio dove li facciamo?

Si va in campagna: allestiremo un set fotografico in Industria.

La partenza da Goldoni fa già un po’ gita: ci si trova alle 8 in ufficio e il fotografo fa anche da driver. Si caricano i fondali, le macchine fotografiche, i computer, l’assistente, la vestierista.

Quando arriviamo lo spazio è pronto. Tutto bianco e tranquillo. La statura media dei lavoratori in fabbrica è standard. Non sali in ascensore con bronzi di Riace in canottiera, diretti al terzo piano per trucco e parrucco. Né con modelle infinite che ondeggiano su tacchi vertiginosi.

Ci parte un attacco di autostima poderoso: sono tutti alti come me, indossano scarpe da ginnastica, felpe morbide e pure il camice bianco se si dirigono in sartoria.

Mi sento anche belloccia va là. Sensazione quanto mai improbabile in Goldoni, dove lo standard va da Monica Bellucci in su.

Dove sono le foto dello storico? Dobbiamo recuperare la cesta delle scarpe da fotografare, che sono ancora in Ufficio Prodotto! Lo troviamo un pannello in polistirolo? E gli spilli per fissare il nastro di un marsupio? Serve un foglio bianco per schermare il riflesso di una fibbia! E un pennarello rosso per segnare i capi scattati!

Mettiamo un segno sulla base del limbo per posizionare le sneackers sempre nella stessa posizione (è come a teatro! Con il segno sul palcoscenico per gli attori!)

Tutto molto pratico, operativo, manuale.

Il fotografo (tennista, per altro) è gentile, esperto, sorridente, problem solver.

La vestierista (giovane e carina, lei sta bene anche in Goldoni) è veloce, curiosa, capace.

Mi sento un po’ in uno di quei film americani in cui il cinico manager eredita per caso un podere in Provenza e poi pigia il vino e buca con l’Apecar e si innamora della barista del borgo (che in realtà è la castellana ma hippy e bella come Brigitte Bardot) e diventa buono e gentile.

Nel film non si vede se dopo tre settimane sull’Apecar scassata il manager rimpiange la Tesla . Io lunedì torno in Show Room. Ma lo shooting fuori porta mi ha messo di buon umore. La mensa è così esotica rispetto alla Sissi o al Pandenus. Mi è mancato solo il barista/hippy/aristocratico perché il caffè lo abbiamo preso alla macchinetta. Vabbè Lonate Pozzolo non è la Provenza.

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Cosa non fare se vuoi lavorare nella Moda

PB Non si tratta di imparare a camminare sui tacchi (in ogni caso bisogna saperlo fare), ma è necessario sapere che ci sono cose che sembrano normali altrove, ma nella moda sono proibite.

Se vieni da una multinazionale e sei abituato , con il tuo ruolo, a comunicare con la stampa o sui social (come Product manager o come Direttore operativo o come Avvocato) getta via la rubrica e cambia numero di telefono: da ora in avanti il tuo ruolo si svolgerà sotto copertura. Gli addetti ai lavori conosceranno il tuo valore, ti capiterà di fare il Ghostwriter ma la tua visibilità esterna sarà annullata.

Ricordo un Direttore Operativo che fece una foto nel flagship store della griffe a cui era appena approdato. Lo sventurato veniva forse dalla consulenza. Uscì un piccolo articolo su una rivista specializzata (non la copertina di Vogue): quella paginetta provocò un terremoto interno inenarrabile e diede il via a una serie di regolamentazioni di impegno alla segretezza per i dipendenti, che neanche ai servizi segreti.

Altro terreno scivoloso è il sesso. E’ pericoloso dappertutto, ma nella moda di più. Ti può portare a vette elevatissime in un nanosecondo (passi dal circolo delle bocce a un palco della Scala senza neanche avere il tempo di cambiarti), ma la caduta da lassù può essere piuttosto dolorosa. Ne conosco pochi che hanno fatto tutta la stagione all’Opera e i colleghi che pagano il biglietto per il teatro sono di solito poco simpatici con quelli che cadono dalla magnolia. Però se ti piace il toboga (molto su, molto giù) e riesci a essere riservato può essere divertente.

Vestirsi con un marchio diverso da quello d’ordinanza. Non solo davanti ai clienti (il che è normale, ti danno anche la divisa per garantirti corporate) , ma anche alla sera con gli amici se poi posti tutto su Instagram e magari lavori in ufficio stampa. I neo assunti che non hanno ancora fatto la clothing (rito pagano di immersione nel brand) meglio si vestano da Uniqlo (basic, nero, unbranded) fino a quando non avranno rinnovato il guardaroba.

Andare al matrimonio della Ferragni se il tuo capo ha litigato con la Ferragni. La regola vale anche per le feste di compleanno/party/anniversari e per tutti quelli con cui il tuo capo ha litigato. I suoi nemici (se sono social) sono anche i tuoi nemici.

Essere alla macchinetta del caffè proprio mentre lo stilista/imprenditore entra in ufficio. Poi, puoi inventare anche la ruota, ma Lui penserà per sempre che sei un cazzeggiatore.

Devi arrivare presto, amare il cibo e il calcio se lavori in Dolce&Gabbana, devi amare il vino e la compagnia se lavori da Diesel, devi parlare il dialetto veneto se lavori da Geox, devi avere sangue verde se lavori da Benetton, non devi avere fame e devi amare il basket se lavori da Armani.

Ma tutti i trucchi e le mille regole non scritte si imparano sul campo di battaglia. In generale stare schisci (si capisce cosa vuol dire, anche se non siete di Milano?) paga. La luce è solo per il sole (che normalmente è il nome sull’etichetta dell’abito che state indossando) . Ma l’ombra può essere molto appagante se è operosa e abitata da colleghi talentuosi e divertenti .

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Cosa fare dopo un colloquio (e cosa non fare)

Courtesy by Levi Meir Clancy

PC La percezione del tempo, ce lo dice anche la teoria della relatività, non è la stessa per tutti. Sicuramente non è la medesima tra chi attende una risposta dopo aver fatto un colloquio e chi la risposta la deve dare. Chi ha sostenuto il colloquio, anche inconsciamente, ritiene che decidere se assumerlo o meno dovrebbe essere per il suo capo una priorità: in fondo ha avviato lui o lei una ricerca di personale, e ha magari anche detto durante il colloquio che avrà bisogno che la persona scelta si riesca a liberare con la massima sollecitudine degli impegni con l’attuale datore del lavoro. Questo fatto non è minimamente una garanzia che lui o lei prenda con la stessa velocità che richiede una decisione. Perché la realtà è che l’assunzione di una persona non è praticamente mai la prima priorità del selezionatore (budget che cambiano, materie prime alle stelle, clienti esigenti sono inevitabilmente solo alcuni degli aspetti più impellenti con i quali deve convivere).Per questo, quando sono passati tre giorni dal colloquio, per chi lo ha sostenuto si è trattato un’eterna attesa di un telefono che non suona, che fa impallidire il ricordo dei bisticci tra innamorati, mentre per il possibile datore di lavoro, sono trascorse poche ore nelle quali non si è riusciti neppure a parlarne con il proprio capo che dovrà dare l’ok definitivo.

Cosa fare per attenuare l’ansia e aumentare le probabilità di essere presi, e soprattutto cosa non fare? Nella selezione di uno stagista che ho appena concluso ho ritrovato due comportamenti che esemplificano un atteggiamento positivo e costruttivo, e uno che pone dei dubbi sull’atteggiamento futuro del candidato.

Comportamento utile e positivo: la candidata, che poi ho preso, mi ha inviato una mail nella quale ribadiva il suo desiderio a lavorare nella nostra società e a svolgere il tipo di lavoro che le avevo descritto. Una lettera nella quale dava prova di aver capito perfettamente cosa avrebbe dovuto fare e come si sarebbe rivelata utile, di aver compreso i valori aziendali, e di avere una sincera e concreta intenzione a fare del suo meglio con quello che potevamo offrirle. Dopo questa lettera ben scritta, una silente e discreta attesa.

Comportamento assillante e poco qualitativo: un altro candidato si è limitato a scrivere per sapere se era già stata presa una decisione, e a farlo qualche volta più del necessario, sia con me che con il tutor del master, dimostrando così implicitamente di avere difficoltà a gestire lo stress, un elemento che non risulta mai vincente nel mondo del marketing e della comunicazione.

Nei miei cambi di lavoro ho imparato che purtroppo quella che per chi sta cambiando è una priorità impellente (avere delle certezze, fare previsioni sul futuro, anche solo pensare a quale percorso sarà più comodo per andare nel nuovo posto di lavoro) non corrisponde mai alla concezione di quanto tempo sta passando da parte del selezionatore. Rassegnatevi quindi, non diventate stalker, cercate se possibile dei modi utili e intelligenti per ricordare al vostro futuro capo che esistete e che potreste diventare una risorsa utile (se solo vi chiamasse per dirvi – finalmente – che il lavoro è vostro!)

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Buon Compleanno Trampolino!

PB Nel marzo del 2012 io e Paola abbiamo inaugurato il nostro Bog.

Venivamo dalla crisi del 2008 (crollo delle borse, crollo dell’occupazione), avevamo figli alle medie e desiderio di dare consigli con leggerezza e profondità (si, pare un ossimoro, ma si può essere concreti e sognatori ad un tempo) ai giovani che si avventuravano nel mondo del lavoro.

Oggi sono passati 10 anni, abbiamo figli al liceo (o alle prime esperienze professionali) e i ragazzi hanno ancora bisogno , tra virus e conflitti, di avere uno sguardo progettuale sul futuro e magari di qualche buona dritta per non scoraggiarsi.

Io e Paola siamo ancora qui. Io sempre a occuparmi di Moda, lei sempre tra Food e Comunicazione.

Così dibattiamo al telefono , tutti i giorni driblando il traffico (io da Milano sud, lei per Milano nord) di Metaverso, di Dark shop, di tendenza alla frugalità e di stagisti super preparati. Di colleghi con crollo nervoso, di capi a volte visionari e a volte no. Parliamo delle lezioni al Master, del fenomeno delle grandi dimissioni (il Big quit americano che sta arrivando anche da noi) ma anche di scarpe (io Mary Jane, Paola stivali: due scuole di pensiero) e pesto genovese.

Con la scusa delle riunioni di redazione, anche quando scrivere diventa difficile (perché non si ha tempo, o voglia, o ispirazione) ci scambiamo pensieri e opinioni, consulenze professionali sottobanco e molto, molto altro.

Non so se Trampolino abbia aiutato i nostri lettori. Ma a noi, amiche per sempre, è servito come scusa , colla, svago, salvagente, motivazione. E’ diventato un pezzo della nostra amicizia. Auguri Trampolino, Buon Compleanno!

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