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A proposito di Mantova e del darwinismo letterario

PB  A settembre io e le mie amiche andiamo a Mantova al Festival della Letteratura.

Il gruppo di amiche ha un nucleo piuttosto indiscutibile ma di eterogenea origine (le amiche d’infanzia come Paola o la Pizzo, quelle dell’università come la Patri C. o la Lidia, le sorelline Silvia e Cote) e un piccolo gruppo un po’ più variabile ma pronto ad essere amalgamato (la Susi che sembra una veterana dopo una sola edizione, la Simo che abbiamo trascinato una volta sola perché Mantova coincide con la fashion week di New York, qualche cognata, qualche collega).

L’appuntamento a Mantova non è un desiderio o un bel programma: è un imperativo categorico.

Si bigia solo in fragranza di grave contrattempo (parto in corso, viaggio di lavoro overseas, frattura degli arti) altrimenti si va anche ammaccate, licenziate, incinte, divorziande, appena fidanzate.

A Mantova si sta bene perché ci siamo noi è perché c’è la letteratura, passione di tutte noi.

I tortelli di zucca o il riso alla Pilota sono eccipienti non del tutto trascurabili.

Quest’anno abbiamo visto diverse cose notevoli (in particolare il seducente Massini e la sua storia della Lehman brothers che vedremo presto al Piccolo Teatro di Milano e su cui torneremo certamente) altre così così .

Particolarmente interessante per l’approccio alla letteratura in chiave antropologica, e stato il tema dell’incontro con  Johnatan Gottshall, uno dei maggiori esponenti del darwinismo letterario.

Le neuroscienze stanno aprendo uno sguardo nuovo alla critica letteraria, una prospettiva non alternativa ma complementare rispetto all’indagine tradizionale, filologica, storica, biografica, psicologica.
Johnatan Gottshall , arrivato in Italia per la prima volta proprio durante l’edizione 2014 di Festivalletteratura, sostiene nel suo libro L’ istinto di narrare che la propensione dell’uomo alla narrazione discende da ragioni evolutive.

La finzione sarebbe la più antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.

Il racconto, il romanzo, la letteratura sono popolari da sempre, in tutte le civiltà. Perché sono il tutorial della vita, il simulatore di esperienza più antico di sempre. La sola arte che è rimasta popolare, esente dalle astrazioni che hanno coinvolto la musica o l’arte figurativa del novecento.

Si legge dell’amore prima di conoscere l’amore, di guerra prima di combattere, di morte prima di vivere la mancanza, di caccia prima di avere ucciso la prima preda, di lavoro prima di avere timbrato il primo cartellino, di vittorie prima di aver mai gareggiato, di luoghi lontani e sconosciuti quando ancora si viaggia con il desiderio. Forse è per questo che da ragazzi si divorano tanti racconti, romanzi, film.

Forse per questo chi ha più fame di vita è così appassionato di libri. Forse è per questo che i grandi lettori spesso vivono poi vite piene o per lo meno si destreggiano nella vita con curiosità e coraggio: hanno avuto lezioni specialissime per affrontare il futuro, hanno vissuto, in vitro, tante situazioni prima di viverle direttamente, hanno accumulato competenze sociali vivendo vite parallele.

La prospettiva è interessante. Non toglie nulla al piacere della lettura, ma dà una spiegazione antropologica a quella speciale nostalgia di racconto che pare essere in noi fin dalla più tenera età.

D’ora in poi di fronte allo scaffale di una libreria penserò di essere di fronte alla multiple choice della vita. Se non andrà bene cliccherò play again. E aprirò un altro libro. Un’altra vita.

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Due generazioni che si devono ascoltare

PC Giovedì sono iniziate le lezioni del corso di Brand Lab che tengo insieme a Marco Lombardi in Iulm. Marco ha fatto una coinvolgente premessa nella quale ha tra l’altro raccontato che suo figlio si è appena laureato proprio nell’aula dove facevamo lezione e ha aggiunto che comprende molto bene le aspirazioni e difficoltà che condividono tutti quelli che come i nostri studenti si stanno per affacciare al mondo del lavoro.quick-to-listen1

Quando è stato il mio turno ho ammesso che invece per me la frequentazione dei Millennials – chi ha tra i 20 e in 30 anni – è  meno quotidiana (ho in casa un adolescente Nativo Digitale) e proprio per questo sono felice dell’opportunità che l’insegnamento in università mi offre di ascoltarli e capirli meglio.

Come Beppe Severgnini infatti credo che mescolare generazioni e talenti funzioni:  nell’aeroporto dove si svolge in suo primo spettacolo teatrale, che debutterà a Genova il 20, un professionista 50enne (Severgnini) rimane bloccato insieme a una giovane 28enne (Marta Isabella Rizi) per una notte, alla fine della quale lei avrà aiutato lui almeno quanto lui ha aiutato lei.

Il primo spettacolo teatrale di Severgnini

Il primo spettacolo teatrale di Severgnini

Condivido con Severgnini la convinzione che ascoltando i giovani si possa imparare moltissimo, superare tanti pregiudizi e acquisire una prospettiva diversa.

Tra l’altro nel mondo lavorativo la generazione che io e Patrizia  (la mia migliore amica e co-blogger) condividiamo con Severgnini (quella dei baby boomers, che inizia proprio con i nati nel 1964) entra sempre più spesso in contatto con quella dei Millennials, ed è per questo necessario e utile che entrambe si conoscano per poter collaborare e ottenere un reciproco vantaggio. Ecco alcuni consigli.

Alcune cose da sapere se siete un Millennial e avete un capo Baby Boomer:

  • ricordatevi che sotto una maschera da cinico nasconde un idealista che ama il suo lavoro e crede che sia importante lavorare per un’azienda con la quale si condividono dei valori. Fategli vedere che ci tenete anche voi e avrete subito il suo apprezzamento2013_cio_MillenBoomers_01 (1)
  • rispettate una certa gerarchia, ricordatevi che lui o lei si è formato in un ambiente dove si poteva parlare all’amministratore delegato solo dopo essere stato promosso quadro, e anche allora solo in risposta a una precisa domanda. Io stessa ho parlato per la prima volta con Lombardi quando ho dato le dimissioni, dopo tre anni che lavoravo in Young & Rubicam (fortunatamente a quel punto ho ottenuto la sua piena attenzione ed è nato un rapporto di reciproca stima professionale che dura da più di 25 anni!)
  • cercate di imparare da lui il più possibile: anche se a volte vi potrà sembrare un po’ presuntuoso e troppo sicuro di sé sono trent’anni che fa quel lavoro e qualcosa avrà ben imparato!

Alcune cose che dovete sapere siete un Baby Boomer e avete un collaboratore Millennials:

  • non aspettatevi che venga con giaccia e cravatta, o tailleur e camicetta. Il suo sogno è estendere il Casual Friday a tutta la settimana e se la cultura aziendale prevede un look più formale dovrete dirglielo esplicitamente.
  • Se potete assecondate il suo desiderio di lavorare con maggiore flessibilità e da casa (ma siate etici ed evitate trappole come quelle di Richard Branson di cui ha parlato Patrizia in un recente post)2013_cio_MillenBoomers_10
  • Ascoltate quello che suggerisce non solo perché l’essere ascoltato è un tassello fondamentale della sua motivazione, ma soprattutto perché – anche se usa un linguaggio poco tecnico e ortodosso- sicuramente avrà una prospettiva fresca e originale sul vostro settore e modo di lavorare.
  • Date feedback continui e veloci. Non dimenticatevi che è una generazione impaziente abituata ad essere in contatto con tutti, sempre, subito.

Mi piacerebbe completare questo elenco. Quindi gli amici coetanei che vogliono aggiungere qualcosa sono i benvenuti, come anche i Millennials che vogliono condividere cosa hanno imparato dalle prime esperienze di lavoro con boss Baby Boomer.

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Numeri, la grafica vi fa belli

PB  La mia amica Paola (nonché mia diletta co-blogger) è di quelle che prima di guardare le figure leggono la didascalia.


Di quelle che normalmente non urlano pestando i piedi, ma dicono ” sono arrabbiata”.


Una che , anche se non aveva mai cucinato in vita sua, si è lanciata- qualche anno fa –  in un risotto fragole e champagne, tanto aveva letto la ricetta, praticamente al primo appuntamento. L’allora fidanzato Carlo ancora ne ricorda la croccantezza. Il fatto che poi l’ abbia sposata, dopo tanta prova in cucina, rimane un mistero.

Insomma una che ha fiducia nelle parole, una che semantizza, che si fida delle letteratura.
Nonostante quindi un amore dichiarato per il congiuntivo, l’altro giorno, in una delle nostre consuete telefonate del mattino, mi parlava con un entusiasmo inedito dell’ infografica.

Stava rielaborando alcune tabelle per una lezione in università (Paola insegna in Iulm quando non cucina  risotti) con la nuova tecnica che consente di visualizzare le informazioni in modo veloce, efficace, gradevole. Una evoluzione della rappresentazione grafica, in un’ ottica anche estetica e non solo funzionale. Il design riesce a rendere belli, fruibili esteticamente anche le informazioni più complesse e numerose.

Un modo di gestire l’informazione che inverte il ruolo tra illustrazione e testo.

Anche la stampa, grazie all’infinita disponibilità di dati digitali, si misura nel confronto tra inchiesta giornalistica e ricerca scientifica: il 14 novembre, al Teatro dell’arte della Triennale di Milano la fondazione del Corriere della Sera ha organizzato un convegno per parlare del Data Journalism. Inserito all’ interno del programma di Bookcity ( a Milano dal 13 al 16 novembre) interviene anche Alberto Cairo docente alla School of communication dell ‘ University of Miami, che ha scritto  proprio un libro sull’infografica e la visualizzazione dell’informazione (L’arte funzionale -Pearson).

Chi di voi legge il Corriere ( soprattutto l’inserto La Lettura alla domenica) riconoscerà le bellissime tavole visive che dal 2011 vengono pubblicate a piena pagina sul quotidiano milanese, sofisticato esempio di infografica, che ora sono in mostra a Le mappe del sapere , sempre in Triennale, fino al 14 dicembre.

Un paio di giorni fa Ferruccio de Bortoli ha ritwittato da un blog americano l’immagine infografica degli Stati Uniti  colorati di marrone o azzurro a seconda della prevalenza di negozi di armi rispetto a musei.

Anche per chi ama le parole l’infografica ha fatto BOOM!

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A scuola per imparare a lavorare o per essere uomini liberi?

PB Da quando io e Paola abbiamo iniziato a fare il blog molte volte ci siamo trovate a parlare di formazione e a discutere di come arrivare preparati, dopo gli studi, alla vita e al lavoro.

Paola, per Vivaio (web magazine che Padiglione Italia Expo2015 ha dedicato al dialogo con la scuola) ha recentemente intervistato Nuccio Ordine, filosofo e autore di “L’utilità dell’inutile”, edito da Bompiani. Ne emerge un manifesto per una scuola che non imponga ai quattordicenni di sapere già che cosa studiare per essere dei professionisti, ma che formi l’uomo, lo renda capace di scegliere, di conoscere, di essere libero.

Condivido pienamente le sue parole. Ma – dato che il dibattito non è banale, le voci non sono unanimi e la formazione dei ragazzi italiani non sempre è ineccepibile – aggiungo un paio di considerazioni, pragmatiche e personali:

1)  Il Tempo della formazione inutile: il liceo è il luogo privilegiato dove studiare senza risparmiarsi materie che paiono avulse dalla realtà e non hanno nulla di apparentemente utile per sopravvivere.

Viva il latino, la formazione a testuggine delle legioni romane, le equazioni di secondo grado, la tettonica a zolle.

Avere capito che una espressione algebrica è il modo di disegnare una curva quando non hai a disposizioni matite colorate, mi è stato molto più utile nella vita professionale rispetto ad alcune indispensabili conoscenze tecniche che sono diventate obsolete dopo un battito di ciglia e che ho aggiornato senza fatica lavorando (ogni riferimento al fax, alle pellicole di stampa, ai pony express, ai floppy disk, alle video cassette e alle polaroid non è affatto casuale).

2)  Due eccezioni che confermano la regola in cui l’utile è indispensabile: dovete sapere l’inglese (non la letteratura, la storia, ma proprio essere capaci di chiamare un albergo negli Stati Uniti per sapere se ha camere con la vasca da bagno al posto della doccia. Lo dovete saper fare se, come me, al primo lavoro avete dovuto gestire un corpo di ballo in tournèe. I ballerini hanno bisogno della vasca) e dovete avere la patente (non solo aver passato l’esame, ma essere in grado di accendere l’automobile, muovervi, parcheggiare. Durante l’università io e i miei compagni di corso di Storia del Teatro abbiamo dovuto fare da taxisti ai docenti universitari che arrivavano a Milano per l’anniversario della Rivoluzione Francese. Se non ricordo male , fare il driver ci è valso, se non la lode, almeno conversazioni elevatissime al semaforo).

Si tratta delle due uniche arti indispensabili che mi vengono in mente che bisogna già conoscere al primo stage. Tutto il resto delle cose “utili” lo imparerete al tavolo del vostro capo o del vostro mentore.

P.S. guardate l’intervista di Nuccio Ordine, buttate la simulazione del piano di marketing e leggete l’Eneide.

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GFK dimostra che i progetti valoriali delle donne superano quelli degli uomini

PC Tra le letture che consiglio a tutti quelli che vogliono lavorare nel marketing e nella comunicazione c’è  Cinqueminuti, la newsletter di GFK Eurisko, che in cinque Tavola 2 Fonte Sinottica GFK Euriskominuti aggiorna sui trend più interessanti. L’articolo che apre il numero di oggi conferma una sensazione che da tempo condivido con Patrizia e le amiche di sempre: il fatto che mentre gli uomini reagiscono alla situazione attuale con disimpegno e individualismo, le donne siano”più attente al benessere, più impegnate nella famiglia e nelle relazioni personali e affettive, più responsabilizzate e con più senso del dovere di fronte alla crisi, più sensibili al sociale e all’ambiente, più coinvolte nella cultura e nella crescita personale.” Mi perdoneranno i lettori uomini se riporto tutto l’articolo ( invitandovi a iscrivervi alla newsletter).

“In particolare, le donne italiane, ancor più di quelle europee, risultano più esplorative, più solidali, e più orientate all’autorealizzazione. Appare evidente che le donne, quantomeno in Europa, sono la metà del cielo più decisa ad impegnarsi nel benessere sociale e personale.

Nel progetto di vita femminile è presente una carica innovativa e trasformativa in una prospettiva di uscita sostenibile dalla crisi e di ripartenza culturale, oltre che economica. Se poi poniamo l’attenzione sulle scelte quotidiane, scopriamo che le donne sono decisamente più orientate ad un’idea di benessere da intendersi come sintesi di corpo-mente. Meno orientate al salutismo efficientistico, più propense verso un progetto armonico per sè e da condividere con gli altri.

Tutto questo richiede impegno e pre-occupazione. Risulta pertanto che le donne sono più pre-occupate degli uomini, in quanto i loro progetti sono più ampi e la loro visione tende ad includere, non ad escludere e a delimitare come fanno gli uomini. I quali si sentono sempre più spiazzati, in difficoltà per la loro perdita di protagonismo. In particolare gli uomini trovano difficile reinventarsi in un proprio progetto di vita, e si mostrano in difficoltà nella ricerca di nuovi ancoraggi etici, psicologici, culturali e di ruolo.

La perdita di ruolo e di centralità sociale degli uomini è ben rappresentata dalla tavola 2, che evidenzia l’evoluzione degli uomini verso la dimensione individualistica e del disimpegno, considerando il periodo, in Italia, che va dal 2000 al 2013.

Quale futuro per gli uomini? Si intravede un percorso di reinvenzione che passa da nuovi modi di vita e di consumo: la teatralizzazione del corpo, la regressione ludica, l’etica delle emozioni, la passione della craftmanship. Soprattutto si intravede la ricerca di nuovi equilibri di genere, dalla relazione asimmetrica ad una più equilibrata, in una prospettiva dove si crei empatia ed anche reciprocità e interscambio di ruolo, di progetto, evitando la competizione degli interessi.

In sintesi, stiamo evolvendo verso valori (femminili) sempre più inclusivi, con gli uomini in difficoltà di ruolo, ma anche alla ricerca di nuovi percorsi di interazione e scambio di genere. Stiamo andando verso il migliore dei mondi possibili? Forse.

Ma le donne, sempre più impegnate e pre-occupate, viene da chiedersi, non staranno riducendo troppo il loro progetto di madri, e quindi non staranno troppo favorendo un sistema che sta velocemente invecchiando, quindi una popolazione meno attiva, soprattutto pensando all’Europa che rischia di regredire nel confronto con altre realtà geopolitiche, come l’Asia e in futuro l’Africa? Appare evidente che il nuovo modello femminile, con i suoi progetti onnicomprensivi, richiede condizioni esterne che lo rendano praticabile: da una diversa organizzazione dei tempi di lavoro al wellfare aziendale che aiuti la gestione dei figli, ai prodotti e servizi che intercettino con intelligenza i nuovi bisogni (delle donne e degli uomini nuovi).” Fonte: Cinqueminuti con Eurisko GFK News

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La parola allo stagista

PC Commentavo oggi che in questi anni riuscire ad avere un buono stage equivale paradossalmente ad avere un buon posto in banca negli anni ’50 del secolo scorso: un traguardo difficile da conquistare, per il quale lavorare con il massimo impegno. Purtroppo sappiamo che spesso questi stage non si trasformano in un contratto, neppure a termine. Rimane il fatto che riuscire a realizzare uno stage in un’azienda importante e formativa rappresenta per molti il primo, indispensabile passo per entrare nel mondo del lavoro.stagisti1

Per questo abbiamo pensato di iniziare una rubrica nella quale chi attualmente sta facendo uno stage dà consigli ad altri giovani che ancora devono cercare di ottenerlo.

Abbiamo cominciato con Daniele Bettini, mio studente dello scorso anno di Brand Lab in Iulm, che sta facendo uno stage in Peugeot, e che ha sempre avuto la gentilezza di tenermi aggiornata su come andava il suo stage (anche questo è personal branding). Mi fa piacere vedere che nelle sue risposte si ritrovano molti suggerimenti che abbiamo dato in queste pagine, la speranza è che sentendoli dalla bocca di un giovane coetaneo siano più convincenti!

Trampolinodilancio: Quanto tempo ti è servito per trovare uno stage? 

Daniele Bettini: “Per quanto mi riguarda, mi ci è voluto un mese e mezzo per trovare lo stage che volevo. Non basta inviare qualche mail qua e là. Ogni giorno bisogna cercare, inviare, migliorare continuamente il proprio cv e soprattutto avere un buon profilo linkedin, diventato oggi la finestra social più importante in cui un’azienda può studiarci e contattarci”.

Che tipo di stage cercavi? “Dopo la creazione di un buon cv, il primo passo e’ stato quello di inviare candidature spontanee ad aziende di settori che mi appassionano ( automotive, tecnologia, sport), presentandomi e dicendo per cosa mi proponevo. Il secondo passo e’ stato invece quello di cercare annunci specifici per specifiche posizioni ( nel mio caso all’interno dell’area comunicazione o dell’area marketing), con la speranza poi di sentire il telefono squillare. Alla fine sono stato fortunato, dato che sono stato preso in Peugeot Automobili Italia, azienda appartenente al gruppo PSA all’interno della direzione comunicazione e relazioni esterne”.

Quante aziende ti hanno risposto sul totale di richieste inviate? “Su un totale di 91 candidature inviate, ho ricevuto la risposta di sole 7 aziende, 5 positive per poi fare un colloquio”.

Come funziona la procedura per trovare e poi essere assunti in forma “stage”? ” Tutto inizia dalla creazione del proprio cv: deve essere chiaro, su un massimo di due pagine, contenete le informazioni principali sul proprio percorso universitario e lavorativo. Successivamente si iniziano a inviare richieste spontanee, a fare application online o a rispondere ad annunci di posizioni aperte stage. Se poi si riceve una risposta positiva da qualche azienda, si procede a effettuare i vari step di colloquio.

Cosa fare per un colloquio? “Vestirsi in maniera elegante, ma non troppo. L’abbigliamento dipende dal tipo di azienda e da come siamo noi. Evitare il vestito per entrambi i sessi. Essere spontanei, solari e decisi. Mai ostentare ma dire ciò in cui si crede. Essere realisti, se diciamo una cavolata ce lo leggono in faccia”.

Cosa significa essere stagisti? “Significa imparare, crescere, formarsi e capire che la vita non gira per sempre attorno a libri e università. Poi arriva il momento di mettere in pratica i tanti anni passati sui libri e bisogna cercare di non sbagliare. Lo stage e’ una palestra in cui si impara, si sbaglia e si migliora, ma bisogna correre. Sacrificio e’ la parola d’ordine. Dimenticatevi gli orari imposti: se volete che qualcuno si ricordi di voi e magari punti su di voi, date il massimo, senza “ma”.”

Come vieni considerato in azienda? ” La mia azienda e’ una sorta di grande famiglia. Tutti aiutano tutti se c’è bisogno. C’e’ un clima disteso che permette a tutti di lavorare bene senza regimi dittatoriali”.

Cosa pensi accadrà a fine stage? ” E’ un po’ come se mai chiedessero: quanti capelli bianchi avrai a trent’anni”. Chi può dirlo. Dipende da molti fattori: dal mercato, dal momento, dalla situazione economico-finanziata italiana e soprattutto da noi. Puoi cercare di fare capire che c’è bisogno di te, ma oggi non basta più purtroppo”.

Quanto conta da 1 a 10 lo stage come inizio del tuo percorso lavorativo? 10, e’ fondamentale.

Qual e’ l’elemento più importante su cui ti valuta un’azienda a primo impatto? ” Sicuramente la disponibilità e la duttilità nel fare le cose, poi ovviamente anche la tua esperienza a seconda del ruolo e del settore . Avere sempre il sorriso, essere propositivo e provare a fare qualsiasi cosa sempre al meglio delle proprie possibilità”.

Come si crea, secondo te, un buon cv che che abbia successo? ” Inserendo le informazioni principali: anagrafiche, di studio, di attività lavorative e personali. Brevi, concisi e chiari. Stile semplice e forma giovane. Ogni giorno perfezionatelo, togliete, aggiungete, abbreviate, date al vostro Cv quell’elemento che può attirare l’attenzione di un’azienda. Poi sta a voi, dimostrare di persona quanto avete scritto su un foglio.

Con uno stage non si arriva, ma si parte per costruirsi il proprio futuro.”

Se volete condividere con i nostri lettori la vostra esperienza di stage e avete qualche utile consiglio su cosa fare o non fare, scriveteci e vi pubblicheremo volentieri!

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DAL “NONNO” GUALTIERO MARCHESI UNA LEZIONE IMPORTANTE PER I GIOVANI

PC Qualche giorno fa ho intervistato Gualtiero Marchesi per vivaio.padiglioneitaliaexpo2015.com, il web magazine rivolto a tutti gli studenti e  insegnanti d’ Italia diretto da Fabio Zanchi, del quale  Media Arts – con la quale collaboro – segue la redazione su incarico di Expo Padiglione Italia.

Per gentile concessione di Studiodispari che ha ripreso l'intervista

Per gentile concessione di Studiodispari che ha ripreso l’intervista

Di lui sapevo quello che tutti sanno: il cuoco italiano più famoso nel mondo, l’ideatore della “nuova cucina italiana”, il creatore del celebre risotto con la foglia d’oro (confesso subito che sono riuscita dopo l’intervista ad assaggiarlo e la sua fama è completamente meritata!).

Non sapevo invece che l’arte e la cultura che Marchesi riversa nella sua cucina trovano nella sua famiglia  uno sbocco differente: la musica. A partire dalla suocera, che era soprano, passando dalla figlia arpista, fino ad arrivare ai tre splendidi giovani nipoti che sono tutti esperti musicisti (uno di  loro rappresenterà a breve l’Italia in un concorso internazionale in Giappone).

Proprio pensando a loro, in una piacevole chiacchierata nel dehors del Marchesino, il suo ristorante di fianco alla Scala, Marchesi, una volta risposto alle nostre domande, ha fatto un commento che contiene un insegnamento utile per tutti i giovani che iniziano una qualsivoglia professione: “E’ ripetendo sempre lo stesso pezzo che si perfeziona. È come suonare uno strumento o un pezzo, ogni volta diventa sempre meglio. E’ difficile arrivare a capire questo, solamente una persona competente, sia in un campo che nell’altro, può arrivare a capire la differenza, ma è continuando a fare lo stesso pezzo che si migliora, non continuando a fare un’altra cosa, perché sennò non si impara niente. Si suona per diventare musicisti, poi ogni tanto nasce qualche compositore, ma si suona per fare il musicista non per diventare compositore, e così anche in cucina. Invece tutti fanno i compositori, senza aver ancora imparato la parte!”

Come ben sa chi suona uno strumento (e anche i suoi vicini di casa) per arrivare a eseguire bene un pezzo è necessario ripetere, ripetere e ripetere più volte le stesse battute. Credo che Patrizia, che aveva la cameretta sopra la mia, ancora ricordi come un incubo un passaggio del Sogno d’amore di Litzt che suonavo e risuonavo, non arrivando, ahimé, comunque neanche lontanamente alla perfezione del risotto con la foglia d’oro (ed per questo che non ho fatto la musicista).

Molte volte ho visto giovani talenti che non avevano l’umiltà o la costanza di adattarsi a ripetere qualcosa che avevano già fatto.  Il desiderio di confrontarsi con nuove sfide li portava ad essere superficiali nello svolgere i lavori di routine o nel seguire un percorso già tracciato da qualcun altro. È un sentimento molto comprensibile in chi svolge dei lavori creativi, ma anche pericoloso. Io stessa quando ho avuto l’incarico di affiancare Marco Lombardi nel corso Brand Lab in Iulm ho avuto come prima reazione il desiderio di personalizzarlo, ma poi ho capito che il mio contributo sarebbe stato più utile nel cercare di perfezionare qualcosa che funzionava già bene, rispetto a creare qualcosa di nuovo.

Come conclude Gualtieri Marchesi: “non tutti siamo compositori, la maggior parte delle persone sono degli ottimi musicisti”. E credo sia importante impegnarsi costantemente per esserlo.

Quindi il mio consiglio è quello di dimostrare il vostro talento nel fare sempre meglio quello che vi è stato assegnato. Se qualcuno di voi avrà le capacità per creare qualcosa di suo, ci riuscirà comunque anche senza trascurare il proprio compito. Di celebri tenori che non conoscono la musica io ricordo solo Pavarotti, per tutti gli altri vale la massima già citata: rehearse, rehearse, rehearse.

A questo link l’intervista a Gualtiero Marchesi: https://www.youtube.com/watch?v=Pxi2oSgu7CQ

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Come comportarsi in riunione se si vuole fare carriera

PC Ci sono poche occasioni utili come una riunione per farsi notare (nel bene o nel male!) in una grande azienda.

Foto National Geographic

Foto National Geographic

Se venite invitati a un meeting allargato al quale parteciperà non solo il vostro capo diretto, ma anche colleghi e responsabili di altre aree aziendali, consulenti e fornitori o addirittura il management aziendale, vi si presenta un’ottima opportunità per fare buona impressione.

Ho cercato di riassumere alcune regole che possono aiutarvi a lasciare un segno positivo. Il mio consiglio generale è di cercare comunque di ricavarvi un ruolo nella riunione. In questi anni mi è capitato spesso di partecipare da consulente a riunioni nelle quali il mio interlocutore (generalmente il direttore generale o marketing) invitava anche dei junior. Tutti quelli che già dalla prima riunione si sono resi utili allo svolgimento del meeting –  perché informati, attenti, coinvolti – hanno poi fatto una brillante carriera. Ricordatevi che così facendo otterrete nell’immediato un primo, banale, risultato: il fatto di essere ricordato e messo in copia nelle comunicazioni. L’informazione è infatti una condizione indispensabile se volete ritagliarvi un ruolo importante in un progetto.

Analogamente mi è successo di portare in riunione con me dei giovani assistenti e dal loro comportamento nei confronti di cliente, direttori creativi, responsabili di altri reparti si poteva già intuire quale sarebbe stato il loro percorso professionale.

Dato che non a tutti può venire spontaneo il giusto mix tra esibizionismo e capacità di farsi notare e io stessa sono una timida che nelle prime riunioni stentava a dire una parola, ho pensato di provare a indicare alcuni suggerimenti di quello che un junior dovrebbe fare per ottenere il massimo risultato dalla partecipazione a una riunione:

Innanzitutto ascoltate. Un ascolto attivo, che fa capire a chi sta parlando che seguite il suo discorso, perché annuite, interloquite e aggiungete un commento, se necessario. Lasciate il cellulare in tasca ed evitare messaggi e mail per tutto il tempo della riunione: concentratevi su quello che viene detto. Mantenete una postura attenta, cercate il contatto oculare con chi sta parlando, non chiacchierate con il vicino (ricordo due colleghe che ridacchiavano tra di loro durante dei meeting con il cliente – pensando di non essere notate – ed erano poi deluse di non essere tenute sufficientemente in considerazione).

Prendete appunti. È probabile che se il vostro capo vi ha portato con lui in riunione si aspetterà che poi siate in grado di fare un report o di indicare ai partecipanti quali sono i passi successivi da intraprendere. Se non avete preso buoni appunti e segnato diligentemente chi ha partecipato alla riunione, non sarete in grado di farlo autonomamente. Dopo di ché non stupitevi se la volta successiva non venite invitati.

Capite qual è il vostro ruolo e svolgetelo al meglio. Se avete dei dubbi non esitate a chiedere al vostro capo qual è lo scopo della riunione e in particolare cosa ci si aspetta da voi: può essere semplicemente che dobbiate portare tutta la documentazione relativa a un progetto o alzarvi per fare delle fotocopie, se necessario. Ho visto moltissime riunioni in cui il proprietario dell’azienda o il manager chiedeva, gentile, ai partecipanti se volevano un caffè e non si faceva problemi a servirlo, mentre il junior (generalmente un maschio, noi femmine siamo geneticamente programmate all’accoglienza) rimaneva muto in un angolo.

Adeguatevi allo stile aziendale. A Milano, nel mondo del marketing e della comunicazione, è per esempio prassi comune baciarsi all’inizio e alla fine della riunione con chi arriva da fuori (il direttore dello stabilimento di Bari, un fornitore di un’altra città, il consulente che viene solo una volta al mese, il licenziatario di Parigi…). Imparare usi e costumi aziendali vi farà sentire e apparire ben inseriti nel contesto aziendale.

Approfittate per farvi notare. Un commento intelligente, un contributo utile, l’aggiunta di un’informazione che gli altri non ricordavano sono tutti modi efficaci per farvi notare. Per fare tutto questo è indispensabile che arriviate molto preparati al meeting. Studiate prima qual è l’argomento che verrà trattato e appuntatevi alcuni dati che potrebbero esservi utili.

Se non avete niente di importante da aggiungere potete commentare positivamente (se possibile con un punto di vista personale e interessante) qualcosa detto da qualcun altro: avrete per lo meno ottenuto la sua riconoscenza e considerazione (tutti sono felici di sentire apprezzato quanto pensano). Oppure chiedete un chiarimento, ovviamente non banale. Mostrerete che state partecipando attivamente.

Cercate di lasciare una traccia intervenendo a fine riunione con una proposta utile: può essere la banale richiesta se dovete chiamare un taxi, o meglio ancora suggerire volontariamente che manderete una relazione della riunione o stilerete un timing.

Date seguito alla riunione. Usate Linkedin per aggiungere alla vostra rete chi ha partecipato alla riunione, inviandogli un messaggio personalizzato nel quale ricordate che vi siete appena conosciuti di persona. Oppure mandate una mail per chiedere se potete avere copia del materiale presentato in riunione o per inviare voi stessi del materiale che pensate potrà essere utile all’interlocutore.

In un prossimo post parleremo invece di tutti quei comportamenti che un junior deve evitare in riunione. Si raccolgono fino da ora suggerimenti utili dai nostri lettori manager.

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Come NON scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum vitae

PB la settimana scorsa ho ricevuto per e mail un curriculum. Come era? Per quale posizione? Non lo so perché non ho aperto l’allegato (quindi se per caso la candidata si riconosce nell’imputata di questa e mail ci può riprovare perché non la riconoscerei).

Ecco, copiata pari pari, la lettera che ho ricevuto:

Buongiorno,

vi invio il mio cv sperando possa trovare il vostro interesse.

Sto cercando una società che mi permetta finalmente di poter esprimere appieno il mio potenziale, una società che apprezzi fino in fondo l’impegno e la dedizione che metto ogni giorno nel mio lavoro.

Spero siate voi.

Io sono pronta.

Ed ecco perché questa introduzione non va bene:

1)      Quando scrivete a una azienda dovete comunque (anche se non conoscete il nome di battesimo) indirizzarvi a una persona che ha in azienda una funzione (il Direttore Marketing, il Direttore del Personale, il Direttore Generale) e non lasciare il buongiorno a galleggiare nel vuoto. Per altro, con una telefonata al centralino dell’azienda, è di solito piuttosto semplice conoscere il nome di chi vorreste leggesse la vostra e mail.

2)      Per quanto sia apprezzabile la brevità dell’introduzione, cercate di far almeno intuire cosa siete capaci di fare (Marketing? Pubblicità? Stile?Contabilità? siete una esperta ricamatrice? Una modellista del bambino? Una laureata in scienze della comunicazione?)

3)      Nel corpo della lettera, la nostra esigentissima candidata pretende di trovare una società che le permetta di esprimere appieno il suo potenziale e anche che la apprezzi fino in fondo.  Sono dolente di informarvi che queste sono richieste che si possono fare al proprio analista o al proprio allenatore (tutta gente che va remunerata) o al massimo al proprio fidanzato, non a qualcuno che dovrebbe pagarvi uno stipendio e che vorrebbe che voi lavoraste perché il marchio, il business, il prodotto esprimano appieno il loro potenziale.

4)      Quella parolina “finalmente” infilata in mezzo alla frase (“…una società che mi permetta finalmente di poter esprimere…”) fa intuire che fino ad ora non siate stati adeguatamente apprezzati. E che vi lamentiate dell’azienda presso la quale avete lavorato fino ad ieri. La prima reazione di chi legge è una istintiva solidarietà con chi ha dovuto, povero lui, gestire fino a ieri le vostre esagerate aspettative. E il desiderio di fuggire e archiviare la e mail è fortissimo.

5)      La chiusa ad effetto: “Spero siate voi. Io sono pronta” acuisce l’ansia da prestazione: lei è pronta, io no.

Ecco, molto semplicemente, cosa avrebbe potuto scrivere la nostra candidata:

Gentile Dottoressa Bolzoni, [evitare abbreviazioni: non state scrivendo un telegramma né incidendo una tavoletta di cera, quindi perché risparmiare su un paio di letterine?]

le [evitare la maiuscola “Le”, che è ridondante e onestamente obsoleta]

invio il mio cv sperando che possa trovarlo di suo interesse.

Sono una giovane stilista particolarmente appassionata di sport [oppure qualcos’altro: dite quel che sapete fare]

e credo che potrei dare un buon contributo per il successo [qui l’accento è posto su quello che voi potete fare per l’azienda, non su quella che l’azienda può fare per voi]

di xxxx [mettere il nome dell’azienda eviterà di dare l’impressione che abbiate fatto spamming su tutte le società della città],

dato che sono volonterosa, attenta e costante [spiegare brevemente perché un selezionatore dovrebbe incontrarvi è sempre buona cosa].

Avendo un contratto presto in scadenza [anziché lo scenografico: “io sono pronta” fate comunque intuire la vostra disponibilità in tempi rapidi],

potrei da subito essere disponibile.

Mi piacerebbe poterla incontrare anche solo per un breve colloquio. [l’impegno che chiedete non è di farvi felici per sempre, ma solo di trovare una mezz’ora per scoprire cosa sapete fare]

Cordiali saluti e a presto

La lettera di accompagnamento deve essere breve, efficace, arrivare sul tavolo di chi vi dovrebbe assumere come il messaggero che porta in allegato la soluzione di un problema: voi e il vostro talento siete una opportunità, non una tassa per chi vi deve valutare, non spaventatelo!

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