Carriera e figli? Si sopravvive recitando

PB Pare che la maggior parte dei manager maschi italiani siano stati partoriti da donna. Ci sono solo pochi esempi di partenogenesi o di prodotti sintetici (io ho avuto un capo androide, ma appunto si tratta di eccezione). Nonostante questo fatto piuttosto evidente, la maternità – per fare carriera – rappresenta ancora un ostacolo. Una donna in Italia (magari anche altrove, non so) ha solo due possibilità per non essere considerata una balia: o non fare figli (che noia, sono obiettivamente la cosa più carina che chiunque di noi possa fare) o mentire.

Io ho mentito sempre. Con caparbietà e coerenza. Più che mentire ho commesso molti peccati di omissione. Continuamente.

Se ti assenti dal lavoro perché fai la maratona di NY sei figo. Se stai a casa perché operano tuo figlio o perché ha 40 di febbre non sei abbastanza dedita al lavoro. Se esci alle 15 per una partita a squash ti aspettano tutti. Se esci per mettere l’apparecchio al Fede, quando torni hanno dato il progetto a un altro. Se la sera vai a teatro sei colta. Se vai alla festa di Natale (dura uguale ma è professionalmente meno qualificata e necessaria per la tua carriera parallela di mamma) sei una mammoletta.

Ergo: nessuno se non eccezionalmente e per aneddoti divertenti saprà mai che la strana creatura, bassa e piuttosto pasticciona, che gira per casa tua è tuo figlio. Forse è un extraterrestre. Una scultura semovente, un ologramma. In ogni modo non è un essere che richiede la tua attenzione, il tuo affetto, il tuo tempo, la tua mente. Per colleghi e capi tu pensi solo alle collezioni e al budget. Nei momenti di relax tra una riunione l’altra ascolti piena di interesse aneddoti su tabelle di performance, allenamenti, regate e integratori alimentari (la mia generazione ha colleghi – e mariti – che si trasformano in bozzoli fasciati di Lycra prima e dopo l’ufficio, maratoneti, iron-men, ciclisti, fondisti, velisti, golfisti.  Purtroppo gli eroinomani degli anni ‘70 si contano sulle dita di una mano). Hai un figlio certo, di cui non parli quasi mai, che fa tutto da solo.

Naturalmente non ti lamenti mai di lui (altrimenti sei una rompipalle), né dai segno di trascurarlo (il collega/capo maschio ti considererebbe anaffettiva e contro natura dato che è fondamentalmente un mammone): semplicemente per miracolo tu hai prodotto l’unico bambino al mondo che fa il bagno senza lamentarsi, cucina per tutti la sera, finisce i compiti prima che tu torni a casa, non si ammala mai, non ha bisogno di andare in bagno quando ha già su la sciarpa e tu hai un aereo in partenza,  non vuole andare alle feste di compleanno quando la tata non è disponibile, non desidera che tu lo accompagni al pedibus almeno una volta alla settimana, non vorrebbe che tu cucinassi una torta per la festa della scuola, né che confezionassi una Pigotta come le altre mamme.

Io per fare carriera ho fatto fare la Pigotta alla Marisa (mitica e fantastica  modellista in Giorgio Armani: la mia Pigotta era la più bella della scuola), ho ripassato le province del Piemonte mentre i colleghi pensavano che per me il Piemonte fosse solo una meta per lo sci, ho fatto il pedibus solo 3 volte nascondendomi dietro il traffico dei cantieri EXPO, non ho mai fatto una torta (non sarei stata capace neanche da disoccupata) non ho mai avuto una sua foto in ufficio e sono allegramente sopravvissuta amando mio figlio di nascosto dal mio capo. Che aveva sul tavolo le foto dei suoi figli.

L’unico a cui ho mentito / omesso di più che al mio capo è stato mio figlio. Il quale crede che io abbia un lavoro che non mi occupa, né mente, né attenzione, né passione. Il mio lavoro è semplice e si fa tutto da solo. Sto solo un po’ lontano da casa per pensarlo meglio da lontano e gustarmi di più l’abbraccio alla sera.

Così io ho surfato su tutti i pregiudizi , ho avuto il pudore della mia felicità, e ho fatto la mia carriera (non avrei fatto di meglio se non avessi avuto figli, anzi magari sarei stata meno felice, proattiva, ottimista e lungimirante), ma Paola ha sottomano un paio di manager che si stanno districando tra pannolini e Marketing Plan. Sentiremo presto la loro versione dei fatti.

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7 thoughts on “Carriera e figli? Si sopravvive recitando

  1. Giulia Spada ha detto:

    Cara Patrizia,
    complimenti per la tua capacità di dicotomizzare i due ambiti… personalmente non ci sono mai riuscita, porto sempre un pezzo del Dani al lavoro – espongo lavoretti, regalini idioti e foto aggiornate – e un pezzo del lavoro a casa (solitamente quanto si capisce dal colore del mio incarnato, se va dal rosso fuoco al nero fumo nè ho portato parecchio…).
    A riprova della bontà della tua teoria, la mia “carriera” non è mai decollata. Probabilmente è anche giusto così, è ovvio che mi manca quel “quid” che fa scalare le montagne senza avere il fiatone o lo sguardo perso nel vuoto per colpa dell’ipossigenazione… Me ne sto qui, nella mia prateria, piatta e infinita, ogni tanto guardo la foto di mio figlio, pensando a come lo trascurerò appena arrivata a casa…
    Me lo segno, però: un corso di recitazione/sopravvivenza nella prossima vita lo faccio anch’io !

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  2. elenasarati ha detto:

    Scusate, ma gli uomini … dove sono?

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  3. trampolinodilancio ha detto:

    Cara Elena, stanno riempiendo la borraccia con il Gatorade…

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  4. elenasarati ha detto:

    Non era un domanda così peregrina. Ho testimonianza di donne con una brillante carriera che hanno vissuto apertamente gli impegni “domestici” e famigliari, ma in compenso non l’hanno fatta passare tanto liscia a chi dei figli si ricordava solo in foto (cioè gli uomini, a partire dai loro).
    Voglio dire: dove sta scritto che dei pargoli devono occuparsi le donne in via esclusiva, salvo poi nascondersi? Non è polemica, credimi. Perciò ripeto la mia domanda: gli uomini che fanno? E soprattutto, perché alle feste di compleanno quando la tata non è disponibile devono per forza accompagnarlo le mamme? Se no fa senza?
    Però se fa senza i papà mica si sognano di sentirsi in colpa…

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  5. trampolinodilancio ha detto:

    PB Cara Elena, perdona il nostro tono, ma sul blog abbiamo adottato l’ironia e il sorriso come medicamento miracoloso alle asperità della vita. Nel mio caso gli impegni domestici non sono né un peso (anzi sono la mia bellissima e impegnativa vita parallela) né una esclusiva. Ho mariti, sorelle, nonni, tate, vicini di casa e amici che come una cooperativa mi consentono di non essere preoccupata mentre lavoro. E un figlio che mi ama (ancora, è piccolo) con tutte le mie inadeguatezze. Deve essere il primo neonato ad avere mangiato una Rustichella in Autogrill mentre mamme o papà più coscienziosi facevano i brodi vegetali. Semplicemente questa rete alla Ozpetek rimane dietro le quinte. E il mio lavoro rimane ben al di fuori del mio sabato. Il mio modello di cuore funziona come quello che ho nel petto: con una bella parete nel mezzo a impedire che il sangue venoso si mescoli con il sangue arterioso. Ma non è una ricetta universale (io non riesco a fare il Multitasking), è solo la mia. Grazie

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  6. Francesca Manzoni (ex milanese, ex rozzanese) ha detto:

    Parole sante!
    Interpreti i miei stessi pensieri ma li esprimi molto meglio di me.
    Grande Patrizia!!
    Ora che ti ho scoperto qui, ti seguo e ti condivido.
    Ciao da Francesca

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