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Non di solo Covid vive l’uomo

PB Dopo la grande paura (vedi le lacrime dal camper del post di aprile) ci siamo presi la rivincita.

Vacanze! Mare! Amori estivi e canzoni piene di corazon , amor, Mediterranea, Karaoke.

Manduria: Karaoke, il video clip girato nelle marine di Manduria

E poi, come quando la mamma rientra un’ora prima del previsto e ti becca con la cameretta in disordine e le dita nel vaso della Nutella, parte la contrizione a palla, il pentimento, la sera a letto senza cena.

La colonna sonora allegra? svanita insieme all’ora legale. Sostituita dal suono delle ambulanze e dai lamenti che si levano – a ragione – da ogni categoria (ristoratori, attori, camerieri, studenti., professori, musicisti, sportivi, mamme, allenatori…).

Io la scorsa settimana sono andata a teatro, al ristorante, a Pilates, in Piscina con lo stesso spirito del condannato a morte, che si deve giocare gli ultimi colpi, prima della clausura.

Il coprifuoco alle 23, che 3 giorni fa mi pareva una galera, mi sembra inutile e lapalissiano: tanto che ci faremmo in giro dopo cena se non si può andare al cinema, né incontrare gli amici, né trovare un locale aperto, né andare a ballare, né bere una birra sui Navigli?

Mi è venuto un po’ il magone. Ci è rimasto solo il traffico e il lavoro.

Poi però ho un po’ riflettuto. Ci è rimasta la salute, se riusciamo a conservarla. E un salario, se le aziende per cui lavoriamo non saranno troppo in difficoltà. E anche tutti gli amici di prima, anche se non riusciamo a vederli come vorremmo. E il cane da portare a passeggio, la nostra famiglia con cui fare conversazione, i soliti libri (uno sul Giappone: appena chiudiamo questo anno bisesto voglio andare in Giappone!) E anche il parrucchiere, che – le femmine lo sanno bene – in certi frangenti vale più dell’analista.

I ragazzi come al solito con la loro meravigliosa incoscienza, non smettono di fare progetti, di innamorarsi, di giocare alla play station, di desiderare che inizi a crescere la barba, di studiare per la patente.

I vecchi, che magari da bambini sono cresciuti in cortili da dopoguerra in cui giacevano proiettili inesplosi, ora non vogliono rinunciare ad andare a prendersi il giornale in edicola e a bere un caffè al bar, mentre figli adulti e ansiosi tentano di chiuderli in casa, promettendo una lunga sana solitaria triste fine dei loro giorni.

Ho messo lo smalto rosso “Pirate” di Chanel (il rossetto non si vede più, nascosto dalla mascherina), e ho sistemato i capelli. Oltre a un sorriso che deve trasparire dagli occhi: voglio che, incrociando quelli del prossimo, trasmettano un po’ di prudente empatia e esorcizzino tutto il triste egoismo che è in agguato dietro alla paura.

Il covid è una enorme seccatura. Vorrei che fosse un pericolo solo per i nostri polmoni, ma lasciasse intonsi il nostro cuore e il nostro cervello.

Un professore in Francia ha perso la vita per spiegare la libertà di pensiero, il team della Nasa ha mandato una sonda su un asteroide per raccogliere un pugnetto di sabbia.

Tiremm innanz, ci sono un sacco di cose di cui occuparci, non di solo Covid vive l’uomo.

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Quarantena: lacrime dal camper

PB. Ora siamo in casa da un mese. La prima settimana la abbiamo passata pulendo con Caravan con arredi multicoloreentusiasmo la cabina armadio, la seconda cucinando come una mamma napoletana alla vigilia di Natale e cantando sul balcone, la terza facendo ginnastica usando il barattolo del tonico al posto dei pesi e facendo aperitivi virtuali con le amiche, la quarta piangendo.

Escludendo i drammi veri, mi concentro su quello tutto relativo di chi ha visto la casa dolce casa trasformarsi in un mondo troppo piccolo e affollato.

La mia casa (è la dantesca legge del contrappasso) si è trasformata in un camper.

Il salotto è un open space in cui lavorano due esseri umani che fino a fine febbraio pensavano di essere compatibili (di come diversi lustri di matrimonio possano essere messi in discussione da 4 settimane di Smart Work). Quella bella voce profonda che ti faceva battere il cuore al telefono si è rivelata una frequenza baritonale incompatibile con le tue Skype call.

Le statistiche parlano chiaro: il virus non tratta allo stesso modo uomini e donne. Anche se non ti viene la febbre.

Lei, in smart, mantiene un minimo di dignità estetica e di ritmo circadiano (si lava al mattino, si trucca, si veste, si mette il rossetto e anche il profumo) anche perché i contatti con i colleghi e gli amici passano attraverso uno schermo e lei vorrebbe essere riconosciuta anche senza il nome sottopancia.

Lui, felice di essersi liberato di camicia e cravatta gira per casa in tuta e infradito (tanto al telefono non lo vedono), si nutre e si lava alla bisogna (doccia alle 3 pm, sacchetto dei pistacchi di fianco al PC all day long), porta giù la differenziata con garrula allegria (è una scusa per varcare la soglia del camper) e riserva al sacchetto dell’umido tenere espressioni (“ora andiamo a fare un giretto”, “dai che ti porto giù”) mentre annoda i manici compostabili e evade.

Due volte al giorno lo spazio lavoro si trasforma in sala da pranzo (o ristorante per il terzo esserino che divide l’unità di abitazione e che emerge dalla sua cameretta – trasformata in scuola on line – con fame primitiva): chiudi Pc, quaderni, astucci e parti in modalità cuoca. La tua scrivania si arricchisce di tovaglia e cibo. Ma tutto deve essere risistemato per le 14.15, quando riprende la modalità occhiali/computer.

Il pomeriggio, la scuola on line è finita, il tuo lavoro no. Tuo figlio, non abituato a sentire di giorno la tua voce, chiede consigli, abbracci, attenzione, che tu rimandi a sera (quando parte la seconda trasformazione del camper in palestra, sala giochi, lettino dello psicanalista). Lui intanto ti passa pizzini dal contenuto filosofico (mamma oggi fai la carbonara?).

La tata non viene da un mese. Tu instauri con la lavatrice una affettuosa relazione (forse anche le parli, come tuo marito chiacchiera con il sacchetto dell’umido) e spendi il sabato a ripassare bagni e pavimenti (prima, durante la vita normale, andavi in piscina e poi uscivi con le amiche), gestendo anche un inedito mal di schiena perché sicuramente sbagli i movimenti e avresti bisogno della tata on line, non del pilates su facebook.

In definitiva ci dobbiamo rassegnare, collettando i consigli di carcerati, astronauti, asceti per immaginare il camper come un luogo sopportabile.

Però, almeno, mettiamo a posto le parole: questo telelavoro non ha niente di smart. Non funziona neanche la stampante e lo sgabello della cucina è molto più scomodo della sedia ergonomica dell’ufficio. Quando vai a fare la spesa fai la coda come a Cuba e i ragazzi hanno nostalgia dei loro amici e persino della prof di matematica dal vivo.  La retorica del “che bello stare a casa” ci ha convinto per i primi tre giorni e poi è subito suonata chioccia soprattutto quando risuona dal salotto dei vip (stonati pure loro e talmente simili a noi, sul divano, che era meglio non vederli) e la convivenza forzata non ci rende tutti più buoni, ma qualche volta ci fa dare di matto.

Per fortuna ci sono i libri, che ti fanno volare lontanissimo e in spazi immensi, e la primavera che si vede dalla finestra con l’aria pulita e silenziosa. E si, dai, anche gli altri abitanti del micro mondo che con le infradito ti ricordano che il mare esiste ed è là ad aspettarci: se solo il camper potesse per magia mettersi in moto e andare…

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“COSA CERCO IN UNO STRATEGIC PLANNER”. INTERVISTA A MICHAEL ARPINI, CHIEF STRATEGIC OFFICER TBWA\GROUP.

PC Ieri Michael Arpini ha fatto un intervento sulla Disruption durante una mia lezione al Master del Poli.design in Brand Communication. La platea era costituita da trenta potenziali futuri comunicatori, tra i quali negli scorsi anni il gruppo TBWA ha scelto stagisti per il reparto strategic planning, che Michael coordina.

Michael Arpini – Chief Strategic & Digital Officer TBWA Group

Ho quindi approfittato per chiedergli quali sono i criteri che utilizza quando seleziona un giovane planner. Sono emerse delle indicazioni valide in generale per capire se avete l’attitudine giusta per lavorare in un’agenzia di comunicazione.

Trampolinodilancio: “Quali caratteristiche deve avere un planner?”

Michael Arpini: “Si tratta più di un’attitudine che di preparazione tecnica: la preparazione si può imparare, mentre l’attitudine ha a che fare con tratti della personalità che sono difficili da plasmare anche a 23 anni.

Io cerco persone curiose, che come un bambino piccolo studiano, smontano e rimontano il loro giocattolo per capire come funziona.

Questa curiosità va applicata nel day by day. Dopo un po’ di tempo un planner vede insight ovunque. Come un antropologo del mondo moderno studia il modo con cui gli amici, i colleghi, i familiari si comportano. Va al supermercato e guarda cosa fanno le persone quando comprano il prodotto, usa i tool di social listening riuscendo a trarre da tanti dati un insight.

Un buon planner è una persona analitica che ha la capacità razionale di costruire dei percorsi.

Il ruolo dei planner sta cambiando, si apre il mondo della data strategy. Saranno sempre più fondamentali figure di data analysist che sappiano però anche trovare nei big data degli insight.

Un consiglio che posso dare è quello di fare cose anche lontane dal marketing classico: ricercare la varietà di stimoli, la diversità culturale, leggere tanti libri. Tra l’altro un planner dev’essere bravo a scrivere in modo da trasferire insight e copy brief al team creativo in modo ingaggiante e stimolante.

Infine, ricordatevi di non aver paura di sbagliare. Negli Stati Uniti viene addirittura premiato il fallimento, perché dimostra il coraggio di provare tante nuove strade.”

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Ma che bell’anno è stato?

PB Siamo alla fine dell’anno.Risultati immagini per natale

Tempo di bilanci e di buoni propositi.

Per noi, le blogger e le loro amiche, non è stato un anno semplice. Direi anzi che è stato piuttosto rognoso.

Ma incredibilmente, dopo un sacco di mesi amari, l’autunno inverno (anche le nostre emozioni seguono le stagioni della moda, so sorry) ha riservato alcune dolcezze che hanno lenito le ferite e riaperto orizzonti di speranza e ottimismo.

Alcune di noi quasi si mollavano con il marito/fidanzato: lacrime, incomprensioni, solitudine (che in due è peggio che da soli, sentirsi soli) e amarezza.

Alcune hanno cambiato lavoro finendo dalla padella nella brace, sono incappate in tristi figuri che non ci si aspetterebbe alla nostra età, e si sono rotte di non guadagnare mai abbastanza.

Alcune sono finite all’ospedale.

Alcune hanno pensato che avere figli preadolescenti è peggio che avere la pellagra

Alcune si sono trovate a sopportare, dopo anni di suoceri antipatici e danarosi, suoceri antipatici ma in braghe di tela.

Ma la provvidenza, l’incoscienza, il magico gioco del destino, il fatalismo rilassante, l’ottimismo nonostante tutto, hanno fatto che:

Le tristi e amareggiate hanno fatto la pace. E sono pure dimagrite e tornate simpatiche

Quelle bruciacchiate dalla brace hanno fatto un balzo su una bella tovaglia, dove non si frigge e c’è pure il parcheggio. Non sono diventate ricche, ma insomma, troppo ricche è anche fuori moda.

Quelle operate siano guarite

Quelle con i figli che cambiano voce e numero di scarpe, alla fine li amano anche se hanno i brufoli e se ti tocca fare i compiti con loro il fine settimana

Quelle con i suoceri antipatici, se li tengono (vabbé non tutto può andare bene)

 

Buoni propositi per l’anno nuovo? Sull’onda dell’ottimismo e degli spazi riconquistati, non trascurare il blog. E le amiche (quelle mai) e il teatro e l’inglese e i classici russi e qualche bel viaggio e la piscina e il tennis e …e…e… BUON NATALE cari lettori, ma che bell’anno è stato?!

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Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

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IDENTIKIT DELLO START UPPER ITALIANO.

PC Chi è lo start upper italiano? In prevalenza è un uomo, giovane – ma non quanto ci si aspetterebbe! – con elevato livello di istruzione e grande passione per l’innovazione. Lo si legge nell’ultima edizione dell’indagine “La voce delle startup” realizzata da Italia Startup, in collaborazione con GRS-Ricerca e Strategia.

L’età media degli start upper è scesa a 40 anni (in calo rispetto alla scorsa rilevazione) e la fascia che va dai 30 ai 39 anni ha registrato un incremento di più del 18%. Oltre il 56% dichiara di aver conseguito una laurea di secondo livello, un post laurea o un master-. Il profilo che emerge è quindi molto simile a quello di alcuni start upper di successo che abbiamo intervistato in questi anni:  Alessandro Giua, Fulvio AnielloTommaso Magnani, Matteo Sarzana, Matteo Achilli.

La voglia di innovare nel proprio settore è la principale motivazione per aprire una start up. Si tratta quindi molto spesso di persone che hanno già lavorato in un mercato e dall’interno capiscono come si potrebbe migliorare.

Una caratteristica che accomuna gli start upper è la voglia di rischiare, come prevedibile, vista la natura imprenditoriale dell’iniziativa. Questa voglia di mettersi in gioco risulta per metà degli intervistati uno dei punti di forza della propria startup.

Le start up sono in generale strutture piccole, composte da 3/9 impiegati nel 50% delle 300 realtà intervistate e da 1 a 3 dipendenti nel 32%. Operano prevalentemente nel B2B Business-to-Business (50,7%) e nel B2B2C Business-to-Business-to-Consumer (36,1%); solo l’11% dello startup è puramente B2C.

Se non ve la sentite di aprire una start up, cercate almeno di farne parte: per i dipendenti è prevista formazione interna con progetti per un periodo superiore alle 40 ore a dipendente in un terzo delle aziende.

Questo a riconferma che  una start up, al di fuori degli stereotipi a cui ci ha abituato il cinema, raramente nasce su iniziativa di un giovanissimo nerd, magari anche un po’ ribelle, ma richiede invece professionalità e attenzione continua alla formazione.

Mentre pubblichiamo Istat segnala finalmente un miglioramento nell’occupazione, anche giovanile. Nel loro piccolo anche le start up possono essere un trampolinodilancio o di rilancio per giovani e meno giovani dotati di spirito di iniziativa e voglia di mettersi in gioco.

Avremo modo di parlarne ancora, e presto scoprirete perché.

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Sei anche tu una Pollyanna?

PC In questi anni abbiamo sottolineato l’importanza di fare personal branding ed è stato perciò molto piacevole vedere che una delle nostre più giovani lettrici, Giulia Gargaglione, convinta anche da un corso sull’argomento svolto in università, ha cominciato a pubblicare sul suo profilo linkedin dei post che danno concretezza al suo percorso di studi in ambito psicologico e alla sua ambizione di diventare una Well-being Specialist.

Uno di questi, sul cosiddetto Principio di Pollyanna, mi ha particolarmente colpito, forse perché Patrizia e io siamo cresciute con i romanzi Pollyanna e Pollyanna cresce (il meno conosciuto sequel, roba da fanatiche). Le ho quindi chiesto di far conoscere ai nostri lettori questa inclinazione a valutare tutto troppo positivamente, perché penso che si riveli particolarmente utile quando si sostiene un colloquio. Ecco i suggerimenti di Giulia:

Giulia Gargaglione: “Il “principio di Pollyanna”, studiato per la prima volta da Matlin e Gawron nel 1979, ci svela che esistono delle persone fortemente e costantemente felici e soddisfatte, con un umore positivo stabile nel tempo e nelle diverse circostanze. 
Secondo il “Principio di Pollyanna”, queste persone sarebbero caratterizzate da una spiccata tendenza a vedere il lato roseo della vita, da un’inclinazione a interpretare e ad affrontare gli eventi in modo positivo, a selezionare le situazioni più gratificanti.

Giulia Gargaglione Well-Being Specialist

In origine, Pollyanna era la protagonista di un romanzo per ragazzi, scritto nel 1913 da Eleanor H. Porter. Il personaggio è diventato paradigmatico della filosofia della gratitudine: nella storia, infatti, il padre le insegna a giocare al Glad Game (“Sono grata”). Il gioco consiste nel trovare sempre qualcosa per cui essere grati in ogni situazione.
Ma come si capisce chi ha una personalità da Pollyanna?
Le persone che presentano il cosiddetto bias dell’ottimismo tendono a valutare gli eventi in modi a loro vantaggiosi, a giudicarsi in maniera favorevole nella maggior parte delle situazioni e a ricordare un maggior numero di eventi positivi nelle loro vite.
Attenzione! 
La tendenza ad essere ottimisti in ogni circostanza non è qualcosa di sempre positivo: ricorda che stiamo parlando di un bias, cioè di una distorsione del pensiero che ci allontana dalla realtà. Secondo State of Mind, gli esseri umani sono più portati all’ottimismo rispetto al realismo: le persone sottostimano la possibilità di divorziare, di perdere il lavoro, di ammalarsi di cancro mentre sovrastimano la propria aspettativa di vita di oltre 20 anni. Curioso, non trovi?

Lascia che ti dia qualche dritta su come puoi evitare di cadere in questa trappola cognitiva:

1.      Quando ti trovi a dover valutare una situazione/evento/persona cerca di essere razionale e non alimentare attese irrealistiche: soppesa i pro e i contro di ogni aspetto della tua analisi (magari utilizza il vecchio metodo dell’elenco carta e penna, potrebbe aiutarti a fare chiarezza).

2.      Confrontati con gli altri: chiedere consiglio ad una persona di cui ti fidi potrebbe fornirti una prospettiva diversa e più realistica, il che aiuterebbe a riportare in equilibrio il tuo senso (sbilanciatissimo) di ottimismo!

3.      Ricorda di leggere la situazione da diversi punti di vista: fai lo sforzo di metterti nei panni di tutti gli attori della scena, in modo da capire le motivazioni alla base delle azioni di tutti i partecipanti.

4.      Pensa al passato per delineare il futuro: sforzati di immaginare a come le cose potrebbero andare nel futuro, il modo migliore per farlo è attingere alla tua esperienza passata; potresti pensare ad una situazione simile in cui ti sei già trovato e valutare i possibili esiti della tua decisione presente confrontandoli con quelli di un’ esperienza già vissuta.

5.      Esercitati a immaginare problemi e soluzioni: lo so, per te che sei ottimista non ci sono problemi… questo è il punto! Ogni decisione presenta ostacoli e opportunità, rassegnati, è un dato di fatto.  Facciamo un esempio: stai per affrontare un colloquio di lavoro. Quali potrebbero essere gli ostacoli che incontrerai? Chi e come si muoverà la concorrenza? E’ realistico pensare che ad una prima stretta di mano capiranno chi sei e ti stenderanno il tappeto rosso? Forse c’è ragione di pensare (sempre) ad un buon piano B, nell’eventualità che tutto non vada proprio come programmato.

Non è un lavoro facile, ma con un po’ di impegno si può imparare, buona fortuna!


Se vuoi approfondire, ti consiglio di dare un’occhiata a:

·         Matlin, M.W; Gawron, V.J (1979). “Individual Differences in Pollyannaism”. Journal of Personality Assessment. 43 (4): 411–412.

·         http://www.stateofmind.it/tag/optimism-bias/

E se volete altri suggerimenti dalla Giulia, la nostra psicologa in erba, aggiungetela su LinkedIn www.linkedin.com/in/giuliagargaglione/

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Si bussa anche nell’open space

PC Se durante la ritirata di Russia Mario Rigoni Stern, spinto dalla fame, non avesse bussato alla porta di un’isba sarebbe sicuramente morto. Non tanto di fame (probabilmente anche per quello) ma perché i soldati russi all’interno non avrebbero esitato a sparare a un intruso che spalancasse improvvisamente la porta. Questo bellissimo episodio, tratto da “Il sergente nella neve”, ci insegna molto sulla solidarietà che si crea in momenti drammatici (le donne che stanno dando da mangiare ai soldati russi ne danno anche a lui). E ci insegna quanto è importante continuare a comportarsi da uomini anche quando le circostanze ci porterebbero ad agire come animali, per esempio continuando a bussare alle porte. Lo racconta l’autore stesso in un’intervista: “Busso ed entro” Il fatto sta in quel “busso”, perché io ho chiesto di entrare come si fa in una casa di un vicino o di una persona comune: si bussa e si chiede il permesso. E dal momento che si chiede il permesso uno non entra per far del male o per far violenza.

Busy Light

Premesso che un open space è un luogo generalmente più tranquillo di un campo di battaglia, è comunque consigliabile comportarsi sempre con educazione e rispetto. Per evitare di sbagliare, l’ideale è muoversi come se ci fossero delle porte invisibili alle quali è necessario bussare.

Ci ho riflettuto recentemente quando ho chiesto a uno stagista di andare a fotografare un totem (niente a che vedere con gli indiani, si chiamano così quei grossi cartelloni pubblicitari nel punto vendita) che era dietro la scrivania della collega che ne aveva curato lo sviluppo. Ho dato per scontato che si presentasse, chiedesse il permesso di fotografarlo e spiegasse che lavorava con me. Sono certa che se la mia collega e il suo totem fossero stati chiusi in un ufficio tutto questo sarebbe automaticamente avvenuto, l’open space invece può far dimenticare alcune regole di buona educazione.

L’aneddoto si conclude, come quello di Rigoni Stern, senza spargimenti di sangue, ma se vi dovesse capitare di lavorare in un ambiente aperto questi sono alcuni consigli pratici per non risultare invadenti con la persona di cui avete bisogno:

  • provate a telefonare o inviare una mail per anticipare il motivo per cui avete bisogno di incontrarvi;
  • se possibile fissate un appuntamento (il calendar di outlook è ormai un must);
  • se vedete che sta telefonando o scrivendo, aspettate a debita distanza che finisca;
  • se è già con qualcuno tornate più tardi;
  • controllate il body language: anche se in Italia le BusyLight (vedi la foto e l’articolo della BBC che ne parla) non sono ancora diffuse, con un po’ di empatia è possibile capire se la persona con la quale dovete parlare è in modalità semaforo rosso o semaforo verde;
  • se è una persona che non conoscete presentatevi sempre. Con un bel sorriso (e su questo abbiamo già scritto molto)
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La vita è una lunga caduta. La cosa più importante è saper cadere.

PC Tra i miei buoni propositi per il 2017 c’è quello di ascoltare buona musica mentre leggo in treno nel mio percorso casa – lavoro. Ho chiesto alle amiche di sempre di segnalarmi autori e brani, e grazie a uno di questi suggerimenti si è creata una sincronia tra quanto stavo ascoltando e vedendo (Patti Smith che canta alla cerimonia di conferimento del Nobel a Bob Dylan) e la frase che avevo appena letto: “La vita è una lunga caduta. La cosa più importante è saper cadere.” (La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker).caduta-gattook-copia

Patti Smith dopo qualche strofa si dimentica le parole della canzone. Subito si scusa con l’orchestra e chiede se è possibile ricominciare, poi si scusa anche con il pubblico, spiegando che è molto emozionata. Lo fa con una tale delicatezza che il suo sorriso contrito strappa più applausi di un’interpretazione impeccabile. Ci dà una meravigliosa dimostrazione di come si può saper cadere con grazia.

La coincidenza tra quello che succede a Patti Smith e i suggerimenti che il protagonista del libro riceve da Harry Quebert su come imparare a cadere mi hanno fatto pensare a qualche buon proposito da realizzare sul lavoro il prossimo anno:

  • Ricordarsi che non possiamo essere sempre “Formidabili”: se il nostro obiettivo è sempre vincere finiremo per confrontarci solo con situazioni comode, all’interno della nostra confort zone, come il protagonista del libro che boxa solo con un avversario più debole e meno esperto;
  • Ricordarsi che è normale ogni tanto sbagliare, e che le persone davvero forti lo ammettono (Patti Smith non “tira avanti” facendo finta di niente);
  • Scusarsi per l’errore prima di tutto con il proprio team, perché il nostro errore potrebbe generare maggiore lavoro per i colleghi;
  • Scusarsi anche in un ambito più allargato da chi può essere stato danneggiato dal nostro errore: l’implicito messaggio e che abbiamo capito di “essere caduti” e che quindi nel futuro non lo rifaremo;
  • Scusarsi con un bel sorriso sincero: Patti Smith non ha certo usato il suo charme femminile per avere successo nel mondo musicale, ma l’espressione con la quale si scusa della sua emozione la rende magica.

Questi sono i buoni propositi, ma il mio augurio a tutti è che il 2017 sia liscio come una pista di pattinaggio prima dell’apertura e non causi nessun inciampo.

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9 SUGGERIMENTI PER CHI FA SMART WORKING

PC Sono ormai molte le aziende che, come Sky, consentono ai dipendenti di lavorare con modalità di smart working, cioè alternando la presenza in ufficio con il lavoro da casa.  La tecnologia consente infatti una grande flessibilità e la casa, o qualunque ambiente permetta un collegamento a internet e sia raggiungibile telefonicamente, può diventare il vostro ufficio.  L’Osservatorio del Politecnico di Milano sostiene che un terzo delle grandi imprese fa nel 2016 smart working (erano solo il 17% nel 2015), coinvolgendo oltre 250 mila lavoratori.

Lo smart working è, secondo il decreto legge recentemente approvato, una “modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.

Questa nuova modalità di lavoro ha una serie di vantaggi, alcuni legati all’eliminazione, per alcuni giorni al mese, di tutto quello che implica lo spostamento casa-lavoro: perdita di tempo e stress per il dipendente, inquinamento per l’ambiente, possibili ritardi per l’azienda; l’azienda inoltre può ridurre i costi fissi, avendo un numero inferiore di persone che occupano contemporaneamente il posto di lavoro.

Sono tra quelli che hanno messo in pratica da anni questa modalità di lavoro e mi ritrovo pienamente nel giudizio espresso dagli intervistati dall’Osservatorio del Politecnico sullo Smart Working, che dichiarano benefici su carriera e miglioramento delle prestazioni lavorative, oltre ovviamente a un migliore bilanciamento tra lavoro e vita privata.  Visto l’aumento del fenomeno ho pensato potesse essere utile dare qualche consiglio a chi sta per cominciare ora ad affrontare il lavoro in remoto. Lo smart workting può diventare infatti un modo di rendersi più responsabili del proprio lavoro e quindi più soddisfatti dei propri risultati.

Datevi delle regole

Anche se il vostro tipo di accordo con l’azienda non lo prevede (ci sono aziende che lasciano molta flessibilità sugli orari nei quali lavorare nei giorni in cui non si è in ufficio), cercate di strutturare la vostra giornata in modo simile a quella in ufficio. Io per esempio mi impongo di essere davanti al PC per le nove.

Ponetevi un obiettivo

Scrivere una to do list con quello che dovete fare e cercate di attenervi ad essa. Concordate con il vostro responsabile quale risultato dovrete raggiungere.

Imponetevi delle pausa

Lavorando da casa si è generalmente meno disturbati da quanto ci circonda e si hanno minori interazioni con altre persone. Per questo paradossalmente potreste trovarvi a lavorare molte ore consecutive senza fare interruzioni. Una pausa ogni due ore, per sgranchire occhi e gambe, è sicuramente necessaria. Quando la fate, evitate però di fare tappa in cucina, a meno che non siate dotati di un forte autocontrollo!

Trovatevi un posto adatto dove lavorare

Cercate in casa un luogo che vi consenta di concentrarvi e che sia ergonomicamente corretto. Lavorare sdraiati sul divano potrà sembrarvi bohémien il primo giorno, ma il mal di schiena vi farà presto passare la voglia.

Sfruttate bene il tempo che risparmiate evitando di spostarvi

Personalmente trovo molto tonificante fare una camminata di un’ora prima di cominciare a lavorare. Il massimo della soddisfazione lo raggiungo quando, mentre sono sulla ciclabile sul lago, la mia app “InOrario” aggancia la stazione dalla quale abitualmente parto e mi avverte che il treno è in ritardo!

Vestitevi  adeguatamente (e se siete una donna truccatevi)

Scegliete un abbigliamento comodo (non è certo necessario indossare scarpe con tacco o giacca e cravatta), ma cercate di sentirvi in ordine. Potrà sembrarvi strano, ma questo vi darà più autorevolezza nelle interazioni, anche se solo telefoniche, che avrete nel corso della giornata. Ovviamente se è previsto che facciate collegamenti che prevedono Skype sarà particolarmente importante che voi abbiate un aspetto gradevole e professionale e che lo sfondo dietro di voi non distragga l’interlocutore da quanto comunicate e sia adeguato all’impressione che volete lasciare. Ricordo ancora con un certo imbarazzo un’intervista realizzata via Skype per un blog di Expo2015 realizzata dalla cameretta di mio figlio, perchè quel giorno riuscivo a registrare solo con il suo mac!

Fate capire a familiari o amici che state lavorando

Inizialmente potrà essere un po’ difficile far passare il concetto che anche se siete a casa questo non significa che possiate essere interrotti ogni momento. Fate capire che, esattamente come quando siete in ufficio, potete essere disturbati solo per motivi gravi o in determinati momenti della giornata che stabilirete insieme.

Fissatevi eventuali appuntamenti non lavorativi all’inizio o alla fine della giornata

Proprio come fareste se foste in ufficio evitate di dover uscire a metà giornata per andare dal dentista, dal medico o in posta.

Date dei segni di vita

Fatevi sentire dal vostro capo e dalle persone che lavorano con voi durante la giornata.

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