Archivio mensile:gennaio 2016

Absolute beginners: come ridurre lo stress in un nuovo posto di lavoro

PC Se non siete tra i fortunati appartenenti alla categoria del posto fisso, specie in estinzione come conferma il successo dell’ultimo film di Checco Zalone, è probabile che vi siate recentemente ritrovati o vi troverete presto a dovervi inserire in un nuovo ambiente di lavoro.cover1300_imm

Le ricerche dimostrano che cambiare lavoro è una delle tre principali cause di stress, dopo lutto e trasloco. È quindi normale affrontare con una buona dose di ansia i primi giorni in un nuovo posto di lavoro: siete quelli che gli inglesi chiamano non tanto absolute beginners (il titolo è un mio piccolo tributo all’indimenticabile David Bowie) quanto newbies (persone inesperte di un certo contesto che mostrano l’intenzione a migliorarsi).

Ecco alcuni spunti per inserirvi in modo veloce e possibilmente indolore nel nuovo ambiente.

Imparate il gergo interno

Ogni azienda, proprio come le tribù giovanili, ha un suo linguaggio specifico, con acronimi da risolvere, parole usate al di fuori del contesto abituale, modi di dire “di moda”. Padroneggiarlo vi permetterà di capire cosa vi viene scritto o detto, ma anche di dimostrare appartenenza al gruppo. Per un approfondimento potete leggere anche Il gergo aziendale come segnale di appartenenza

FloresemNottingHill_Paddington22Indossate la divisa giusta

Per quanto ci siano regole generali su come vestirsi adeguatamente in ambito lavorativo, argomento che abbiamo trattato più di una volta (vedi Dress code: come vestirsi adeguatamente per lavoro dove gli altri si divertono e Come vestirsi d’estate per una riunione , A proposito di stile e di estate) esistono anche delle specifiche norme non scritte in ogni singola azienda che è meglio seguire soprattutto nei primi giorni.

Non fate l’errore di pensare ad esempio che in un ambito creativo ci possa permettere la massima informalità, questo può essere vero per quanto riguarda copy writer o art director, ma molto meno nel reparto account. L’ideale sarebbe tenere gli occhi ben aperti il giorno del colloquio per capire in anticipo (con una certa dose di ottimismo!) qual è lo stile aziendale e presentarvi fin dal primo giorno vestiti in modo da mimetizzarvi al meglio. Questo non significa che dobbiate rinunciare al vostro abituale modo di vestirvi, l’importante è che questo rientri in alcuni parametri. E in ogni caso è meglio aspettare qualche mese prima di andare contro corrente. Ricordatevi che dovete innanzitutto dimostrare volontà di appartenenza al gruppo, e l’aspetto esteriore è uno degli elementi che meglio lo identificano.

Fate domande

Non vergognatevi a chiedere le informazioni più banali (dov’è il bagno, dove si carica la chiavetta per il caffè, come si fanno le fotocopie, come si controllano sul telefono le chiamate perse) ma anche chiarimenti su quello che vi viene spiegato o richiesto. È normale che un nuovo arrivato non conosca molti aspetti dell’azienda e del lavoro e voglia impararli al più presto. Senza contare che ci sono poche cose più irritanti per un capo del sentirsi dire “sì” da una persona che non ha in realtà capito cosa deve fare: molto meglio dover ripetere, ma essere sicuri di ottenere il feedback desiderato.

Siate proattivi5498c231-b391-4d81-bee3-2b15d3d36f67

Nei primi giorni abbonderanno i momenti vuoti nei quali non saprete cosa fare. Benché tutti vi dicano che tra poco li rimpiangerete con tutto il cuore perché sarete sommersi di lavoro, chiedete ai vostri colleghi se c’è qualcosa che potete fare per aiutarli. Non è detto che possano effettivamente delegarvi qualcosa, ma almeno avrete dimostrato proattività e spirito d’iniziativa.

Sorridete

I lettori di questo blog sanno che per Patrizia e me il sorriso è una sorta di mantra (vedi Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso , Dalla moto all’ufficio: due consigli per inserirsi in un nuovo ambiente lavorativo)

Ecco alcuni dei moltissimi motivi per cui sorridere è utile a voi, prima ancora che agli altri:

  • sorridere porta gli altri a sorridervi di rimando e questo renderà i primi giorni decisamente meno ansiogeni ( per la precisione il 50% di quelli a cui sorriderete sarà portato, per una serie di norme interiorizzate, a restituirvi il sorriso)
  • sorridere trasmette fiducia, serenità e persino credibilità
  • sorridere dimostra empatia, e l’empatia è una delle chiavi per farvi accettare dal gruppo.

Imparate i nomi

Ricordare il nome delle persone è un dono che io non ho mai posseduto. Se aggiungete che sono poco fisionomista potete capire le difficoltà che sto incontrando a inserirmi in un ambiente di lavoro estremamente variegato. Alcuni trucchi che utilizzo: mi faccio dei bigliettini con segnati i nomi delle persone con le quali interagisco suddivise per reparto, ubicazione nell’ufficio, ruolo; guardo il loro profilo su Linkedin prima di incontrarle in riunione, in modo da arrivare già preparata e dover fare solo un “ripasso”; mi disegno il tavolo di ogni riunione e poi appunto il nome di tutti i partecipanti unito a una breve descrizione esteriore (magrolina con gli occhiali, fusto con taglio a spazzola, baffi a manico). Cercate di conoscere meglio le nuove persone che incontrate, fate qualche domanda senza risultare invadenti e soprattutto ascoltate molto.

Non esprimete opinioni non richieste

Cito quanto scritto da Patrizia in uno dei suoi post che preferisco: “La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.”

Cercate di sentirvi a casa

Se potete, personalizzate la vostra postazione con oggetti e foto che vi ricordano qualcosa di positivo, approfittate dei servizi che l’azienda mette a disposizione (mezz’ora in palestra vi riconcilierà con il mondo), individuate  il baretto che fa il miglior caffè e scambiate ogni mattina due parole con la barista, capite se tutte portano la schiscetta e adeguatevi: parlare con qualcuno a pranzo di argomenti diversi dal lavoro funziona meglio di un ansiolitico, oppure usate la pausa pranzo per andare dall’estetista, dal parrucchiere, a comprare il regalo per la festa di compleanno puddington2dell’amichetto di vostro figlio. Vi ritroverete con più tempo libero nel week end per rilassarvi e affrontare meglio un’altra settimana da newbie.

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DOMANDE INSIDIOSE AI COLLOQUI: QUALE PERSONAGGIO ASSOCERESTI AL NOSTRO BRAND?

PC Mi ha segnalato un lettore che durante un colloquio gli è stato chiesto a quali personaggi secondo lui si avvicinavano i diversi brand aziendali (in questo caso di trattava di marchi automobilistici appartenenti a uno stesso gruppo). La domanda l’ha spiazzato e vorrebbe essere pronto a dare una risposta soddisfacente se si dovesse ripresentare l’occasione.Immagine1

Ho deciso di rispondere con un vero e proprio post, perché trovo che l’esercizio sia non solo utile a far bella figura nel corso del colloquio, ma anche a prepararsi correttamente prima dell’intervista, nell’importantissima fase di analisi dell’azienda per la quale vi candidate.

Il carattere della marca è uno degli argomenti che tratto con maggiore passione nei miei corsi. Ogni marca, infatti, non solo racchiude una serie di promesse ma è caratterizzata da una personalità che ha due scopi altrettanto importanti:

  • connotarla e differenziarla sia rispetto ai competitor che agli altri marchi all’interno di un portfolio di brand: in un contesto dove le promesse di qualità tendono a equivalersi, il brand character a volte è l’unico elemento davvero distintivo;
  • favorire la relazione con i consumatori. Il rapporto con una marca segue le stesse regole della comunicazione tra persone: ci è più facile interagire con qualcuno che conosciamo di persona e intimamente.

Per definire il carattere della marca si pensa quindi al brand come a una persona, analizzando il modo caratteristico in cui si comporta e comunica con gli altri (vedi anche Come scrivere una copy strategy).

Ci sono diversi modi per arrivare a una descrizione non banale, che possa risultare stimolante per il creativo che dovrà a partire da questo spunto per capire che tono usare in tutti i touch point con il cliente finale: che musica usare in uno spot, che stile di divisa far indossare alla hostess durante uno street event, che tipo di guerilla marketing organizzare, quale tono usare sui social media, e via dicendo.

  • Il primo e più semplice metodo è definire una serie di aggettivi, cercando di sceglierli in modo accurato. Recentemente dei miei studenti hanno definito la brand personality Műller usando gli aggettivi Genuina, Dinamica, Innovativa. Mentre mi ritrovo sugli ultimi due (anche se non sono particolarmente distintivi) ritengo che genuina sia una descrizione lontana dal mondo sensuale ed edonistico che questa marca ha saputo creare in comunicazione e più vicina all’immaginario di altri marchi o categorie: ad esempio dei formaggi tradizionali, come la crescenza. Può essere utile cercare sul dizionario dei sinonimi per capire se l’aggettivo scelto è davvero efficace. La Treccani come sinonimi di genuino suggerisce: naturale, puro, schietto, sincero, verace. ‖ casereccio, fatto in casa. Un’altra tecnica utile può essere inserire nella ricerca per immagini di google l’aggettivo e verificare a che tipo di immaginario visivo è associato.
  • Il secondo metodo è fare riferimento a un personaggio esistente, che può essere un archetipo (il dentista, la tata, il cuoco, la migliore amica, il compagno di viaggio…) oppure un personaggio reale noto. Il rischio, se si decide per la seconda opzione, è che la percezione di questo personaggio non sia omogenea tra i diversi target, o addirittura tra chi passa il brief (cliente o account) e chi sviluppa la comunicazione (creativi). Per ovviare a questo problema si può decidere di scegliere un personaggio estremamente iconico e motivare il perché; oppure suggerirne più di uno, in modo che sia più chiaro il criterio di selezione e più difficile un fraintendimento.

Nella storica campagna Think Different di Apple  troviamo un esempio di brand character che si personifica  in molti personaggi famosi e iconici,  scelti perché hanno saputo pensare in modo diverso e innovare nel loro ambito: Picasso, Einstein, Mohammed Ali, Salvator Dalì, Gandhi.gandhi

Quando vi state preparando a un colloquio oltre a raccogliere tutte le informazioni possibili sull’azienda e il mercato nel quale opera d’ora in poi provate anche a chiedervi: se questa marca fosse una persona o un personaggio chi sarebbe?

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PER ASPERA AD ASTRA

PC I più giovani forse non hanno ancora dimenticato le tante cadute prima di imparare ad andare in bicicletta e chi ha un figlio sicuramente ricorda il mal di schiena che viene quando, per facilitare i primi tentativi senza rotelline del pargolo, si corre qualche metro a zig zag tenendo il manubrio della biciclettina e prendendosi i pedali nelle caviglie.2011112510478

Il punto è che non si può imparare ad andare in bicicletta senza fare fatica, demoralizzarsi, cadere e sbucciarsi le ginocchia. Ed è necessario qualcuno che ci costringa a uscire dalla nostra confort zone (le rotelline) e ci sproni a provare qualcosa che non abbiamo ancora fatto, anche se ci saranno delle difficoltà da superare (personalmente serberò sempre il ricordo di mio padre che mi ha incitato ad andare per la prima volta in bici senza mani, senza pensare, ahimé, che lo sterrato non era probabilmente il terreno migliore per iniziare: il risultato della caduta è ancora inciso come un tatuaggio sul mio ginocchio sinistro).

L’attuale situazione del mercato del lavoro ci impone tutti i giorni delle asperità tali che rischiano di minare la nostra capacità di reagire e di intrappolarci in una zona di autocommiserazione.

Ci sono sicuramente difficoltà attribuibili solo ed esclusivamente alla crisi e a eventi esogeni che non possiamo gestire (lo sterrato che rende più difficile tenere dritta la bicicletta). Ma esistono anche delle situazioni che vengono principalmente influenzate dal nostro comportamento (la mia incertezza nel pedalare dovuta alla paura di cadere) o da quello degli altri (la volontà di mio padre di farmi sempre superare i miei limiti, forse causata dal desiderio di avere un figlio maschio?).

Quando le difficoltà che incontriamo rientrano nelle due ultime categorie per scoprire il motivo latente che ci ha messo di fronte un ostacolo e cercare il modo corretto per superarlo può essere utile applicare la tecnica del laddering, che uso nelle mie lezioni per insegnare a individuare le motivazioni più profonde che portano ad acquistare un prodotto.

Il Laddering, da La strategia in pubblicità. Manuale di tecnica multimediale: dai media classici al digitale, di Marco Lombardi, Franco Angeli, 2014

Il Laddering, da La strategia in pubblicità. Manuale di tecnica multimediale: dai media classici al digitale, di Marco Lombardi, Franco Angeli, 2014

Il laddering è una catena di “perché” che ci aiuta ad indagare sulle cause di un comportamento, partendo dalle caratteristiche più oggettive e fattuali, fino ad arrivare alle motivazioni più profonde e valoriali. L’obiettivo è capire i motivi per cui ci troviamo in situazioni difficili e provare a modificare le cause più nascoste. Come diceva Einstein “non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose”.

Proverò a fare un esempio: siamo molto amareggiati perché il nostro capo, dopo averci chiesto di fare un lavoro lungo e faticoso che non rientrava nei nostri compiti, lo ha completamente ignorato. Non commentiamo l’accaduto con lui, ma questa delusione si aggiunge alla percezione generale di essere poco apprezzati. Alla prima occasione in cui verrà preteso un ulteriore impegno aggiuntivo, anche se questa volta magari meno gravoso, è probabile che esploderemo con una serie di recriminazioni che rischiano di minare il rapporto con questa persona.

Proviamo ad applicare il laddering a quanto accaduto, impiegando la massima sincerità nell’analisi dei nostri comportamenti e cercando di non essere semplicisti nel valutare le azioni degli altri.

Situazione di partenza:

Ho fatto un lavoro impegnativo che non è stato apprezzato

Perché il mio lavoro non è stato apprezzato?

Perché il mio capo è un ingrato schiavista

La risposta più facile consiste nell’attribuire tutte le responsabilità all’altra persona, etichettandone il comportamento, ma questo non ci aiuterà ad affrontare meglio una situazione analoga nel caso in cui ci si riproponga. Riproviamo:

Perché il mio capo è un ingrato schiavista

Perché il mio lavoro non è stato apprezzato?

Perché il mio capo non ha neppure guardato il mio lavoro e non ha quindi potuto apprezzare com’era ben fatto.

Questa è una lettura oggettiva di quanto è accaduto che ci dà un indizio utile per continuare l’analisi. Proviamo ora a capire il perché l’ha fatto (il modo migliore è semplicemente chiederglielo, invece di tenerci dentro la delusione)

Perché il mio capo non ha neppure guardato il mio lavoro?

Perché il lavoro che ho svolto non era più necessario dato che l’intero progetto, a cui il mio capo teneva molto, è saltato.

Quindi perché il mio capo non mi ha dato feedback?

Forse perché ha inconsciamente voluto dimenticare tutto quanto riguardava questo progetto, che costituisce per lui un piccolo fallimento.

Siamo arrivati a una motivazione profonda. Capire questo insight ci avrebbe dato l’opportunità di relazionarci con lui a un livello paritetico, di farci percepire come partner, di uscire da una relazione che gli psicologi transazionali definiscono genitore-bambino, nella quale dipendiamo dal suo apprezzamento proprio come un bambino che porta il disegno da vedere al papà e ci rimane male se lui non lo guarda.

Vale la pena probabilmente anche chiedersi:

Perché io non gli ho sollecitato un feedback?

Perché ho pensato che come sempre mi accade il mio lavoro non viene correttamente apprezzato e che il mio valore non viene mai valutato in modo equo.

In sostanza abbiamo preferito rimanere  in quella che è diventata paradossalmente una confort zone – il ritenersi sottovalutati e incompresi – piuttosto che stimolare un confronto paritetico e sincero.

La prossima volta che si presenta un ostacolo, soprattutto se è simile a una difficoltà incontrata in passato, provate a chiedervi i motivi profondi di quanto sta accadendo in modo da imparare a non fare gli stessi errori.

Il mio augurio per questo nuovo anno è che le asperità e gli ostacoli  della vita lavorativa vi conducano in alto!

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