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Gli errori da evitare durante un colloquio di lavoro

PB durante gli ultimi mesi ho dovuto selezionare alcuni candidati per un paio di Risultati immagini per donne sull'orlo di una crisi di nerviposizioni in ufficio.

Ho così raccolto alcuni “errori” in cui mi sono imbattuta durante le numerose interviste e ho cercato di razionalizzare il motivo per cui alcuni (beh tutti, meno un paio, quelli assunti) non sono stati convincenti.

1.  Caso numero uno. Colloquio per uno stage nel reparto media. La candidata si dichiara disponibile a gestire la pagina facebook a patto però che possa fare branding. Che probabilmente farà, ma in un’altra azienda.

Consiglio per voi: anche se a scuola avete studiato il caso Swatch, spiegato il successo di Apple, fatto il piano di lancio completo di un prodotto innovativo, al vostro primo impiego inizierete dalla gavetta. In Giorgio Armani il branding… lo fa il signor Armani. Essere ambiziosi è importante per fare carriera. Ma dettare condizioni sulla strategia dell’azienda a un colloquio per stage è da sconsiderati. Come pretendere di fare il Ministro degli Esteri perché si è imbattibili a Risiko.

2. Caso numero due. Stesso stage in comunicazione. Il candidato viene dal Sudamerica, ha ottimi voti, è ambizioso e ha fretta. Fa il colloquio ma vuole la risposta in giornata. Ci abbiamo messo molto meno a liberarlo.

Consiglio per voi: è corretto chiedere quale sia il tempo previsto per la decisione, quando l’azienda prevede di inserire la nuova figura e quando si deve attendere un feed back, ma anche per scegliere un ristorante dove festeggiare il compleanno a volte è necessario qualche giorno per confrontarsi con gli amici su date, budget, gusti. Pretendere una decisione su due piedi vi toglierà immediatamente dalla rosa dei candidati, anche se i vostri requisiti sono particolarmente brillanti. Se avete altro da fare (vacanze, altri colloqui, un altro lavoro) procedete pure con i vostri piani: se vi sceglieranno deciderete poi al momento se la vostra attività può essere interrotta per accettare la posizione oppure starete in spiaggia, ma almeno sareste stati in lizza.

3. Caso numero tre. Candidata per i servizi generali. Ha le calze rotte e si presenta con il trolley. Probabilmente, io non lo so, ma si è fatta un viaggio complicato per arrivare e magari è scivolata in metropolitana. L’effetto che mi fa al primo impatto, è di disordine, anche se razionalmente tento di non farmi influenzare da una prima impressione negativa. Ma ormai la poverina parte con un handicap che alla fine non riuscirà a recuperare.

Consiglio per voi: pianificate di arrivare sempre almeno con un quarto d’ora di anticipo (anche mezz’ora) rispetto all’ora del colloquio, per immaginare un tempo di “pronto soccorso” in caso di contrattempo: comprare un paio di calze nuove, depositare il proprio bagaglio in portineria, sistemarsi il trucco, cercare parcheggio, andare in bagno.

Anche se siete usciti da un bombardamento atomico, dovete fare in modo di presentarvi come si deve, ordinati e puntuali. Nel caso estremo che sia veramente successo qualcosa che non siete riusciti a gestire e riparare, un sorriso e un accenno spiritoso a un arrivo rocambolesco vi faranno parere adatti a gestire anche una situazione imprevista. Rimanere scompigliati e imbarazzati, farà tenerezza ma non vi farà ottenere il posto.

4. Caso numero  quattro. Candidata per i servizi generali. Si presenta truccata come Moira degli elefanti e vestita come a un matrimonio (il suo) in Puglia. Il colloquio è già finito prima di iniziare.

Consiglio per voi: meglio essere neutri e classici nell’abbigliamento se non conoscete ancora il dress code dell’azienda dove state facendo il colloquio. La ricetta della camicia bianca per lei (promossa ampiamente da questo blog) e della giacca per lui è sempre valida. Aggiungete un piccolo accenno di personalità (una piccola borsa a tracolla, un gioiello che vi rappresenti, un foulard annodato come una cravatta) ma non esagerare mai, né con i tacchi, né con gli accessori, né con il trucco. Siete ad un colloquio di lavoro. Siate carine /i, ordinate/i, curate/i, essenziali.

5. Caso numero cinque. Sempre la candidata con le calze rotte (quindi forse le calze non erano l’unico problema). Alla richiesta del Direttore Generale: ha qualche domanda da fare, qualche chiarimento? chiede se ci sono i Ticket Restaurant. Io rimango basita.

Consiglio per voi: domande legittime e sacrosante relative a orari di lavoro, mensa, ticket, parcheggio, metropolitana, permessi per il dentista, non si fanno al primo colloquio e soprattutto non si fanno al Direttore Generale ma all’Ufficio del personale.

Preparatevi mentalmente quali potrebbero essere le domande “intelligenti” da fare a quello che sarà il vostro capo (Avete filiali dirette anche all’estero? Ho visto spesso il vostro prodotto indossato da musicisti hip pop: è sempre stato così o è una tendenza delle ultime stagioni? Quali sono i valori più importanti della vostra azienda? Quante persone lavorano negli uffici di Milano? Avete negozi monomarca?) a seconda della posizione per cui siete intervistati e dell’azienda per cui ambite lavorare.

6. Caso numero sei. Candidata per i servizi generali. Alla domanda “cosa crede che pensasse il suo capo di lei?” la sventurata ha risposto che le relazioni con il capo erano piuttosto tese dato che, il capo, cambiava rotta continuamente e l’azienda era insufficiente nel dare corrette procedure. Ora però, la saggia “capace di imparare dai suoi errori”, a distanza di tempo, si rendeva conto che il suo capo non era poi così male e che cercava di gestire al meglio una situazione complessa. Dite piuttosto quello che avete apprezzato e non quello che non avete amato, nel vostro precedente lavoro.

Consiglio per voi: al colloquio bisogna essere sinceri nel senso di “autentici” (non millantare competenze che non si hanno) ma non siete dal vostro psicanalista né a cena dal vostro migliore amico. Non dite a quello che sarà il vostro capo che il vostro precedente capo era un imbecille. A lui (a me è successo proprio così) verrà da solidarizzare con il malcapitato a cui è toccato gestire cotanta supponenza. Non ditelo neanche se era veramente imbecille.

Io deduco che la fanciulla è rompiscatole, musona e secchiona, di quelle che, dall’alto di un comodino, danno il voto a tutto quello che le circonda (capi, colleghi, organizzazione…) per valutare quanto si avvicinino ai suoi requisiti di sufficienza. Non la assumo e ne cerco una che sorrida.

Arrivare a fare un colloquio per l’azienda che vi piace è una grande opportunità. Non fatevi trovare impreparati e non sprecate per sciatteria o presunzione la possibilità di iniziare una brillante carriera. O anche solo un buon lavoro che vi permetterà di fare le vacanze la prossima estate.

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Ordine mentale vs ordine fisico: la versione di Giulia

PB   Ho incontrato Giulia Spada (nostra fedele lettrice oltre che acuta commentatrice) per la prima volta come collega in Dolce&Gabbana: lavorava al Customer Service e divenne celebre in azienda perché, assunta da poco, chiese mezza giornata di permesso alla vigilia delle sue nozze (erano tempi in cui ancora ci si sposava, inizio millennio, e si ambiva almeno alla ceretta il giorno del sì). Permesso non concesso dall’allora poco empatico capo.

Quindi me la ricordo piuttosto seccata.

Anni dopo l’ho ritrovata in Giorgio Armani, reparto Operations, con una espressione sostanzialmente invariata, anche se il capo era cambiato ed era più umano del precedente. Era ancora seccata.

Giulia è di Torino (si sente ancora da certe vocali), è sicuramente priva di melanina (la sua carnagione passa dal bianco al trasparente a seconda delle stagioni), è priva di adipe (maledizione), è dotata di acuta intelligenza, direttamente proporzionale al suo pessimismo cosmico.

I suoi amori (due che io sappia, uno con le mani infarinate, l’altro ancora cucciolo), la sua ironia e i libri, la salvano da una fottutissima ansia di vivere.

La sua scrivania è kafkiana. Ma anche per questo Giulia ha una spiegazione e una teoria. Eccola:

“Finalmente stavano per iniziare le ferie estive… In un impeto di autolesionismo, Risultati immagini per jengaquest’anno mi sono ripromessa di non andare in ferie se non prima di aver messo un po’ in ordine la scrivania.

Che poi, volendo vedere, la mia scrivania non è proprio così disordinata, come potrebbe sembrare a un osservatore distratto…

È molto più simile a un Jenga, con un sottofondo filosofico, con tutte le mie belle pratiche incrociate una sull’altra con perizia certosina e logica machiavellica (e la mia bravura sta proprio nello sfilarne una dal mucchio senza farle cadere tutte, come nel gioco).

Sono fermamente convinta che la teoria del caos (=stato di disordine) sia venuta in mente a un fisico o a un matematico con una scrivania simile alla mia.

Ho accumulato talmente tanta carta da avere le cuffie dei rotatori che gridano pietà, costretta come sono a digitare sulla tastiera con i gomiti a livello delle spalle… Il mio fisioterapista si è costruito una villa con piscina grazie alle sedute necessarie per curarmi cervicale & co., quindi forse mi prende in giro quando mi dice << non preoccuparti, l’ordine è una questione mentale>>.

(N.d.R.: Se per caso aveste dei sospetti, casa mia è esattamente nella stessa situazione…. Carta ovunque).

Ovviamente, come tutti i disordinati, vivo nella negazione e sono campionessa olimpica di creazione di alibi verosimili per non mettere in ordine:

  1. se adesso metto a posto, poi non trovo più niente;
  2. se inizio a mettere a posto, devo per forza finire, non posso lasciare a metà;
  3. non ho tempo, ho cose più importanti da fare (postulato del punto precedente);
  4. se butto via un carteggio che mi sembra inutile, domani sicuramente mi servirà cercare quell’argomento e perderò un sacco di tempo – tempo che non ho (revisione del postulato del punto precedente);
  5. so esattamente dove sono posizionate le pratiche importanti, in questo modo le ho sempre sotto mano (in ogni senso) quando le cerco con urgenza (dimostrazione del punto 4);

… ma soprattutto (e per questa mi auto-assegno la medaglia d’oro):

  1. quelli che hanno poco o nulla sulla scrivania è perché fanno solo finta di lavorare o, peggio, perché hanno pochissime cose da fare, prima o poi l’azienda li sposterà ad altra mansione.

Prima di andare in ferie ho circa una settimana e quindi vengo presa dal sacro fuoco del riordino: mi prende un raptus di archiviazione compulsiva; comincio a cestinare e a strappare le vecchie pratiche… più strappo e più mi sento libera, è meglio di una seduta di psicoterapia! Man mano che vedo ricomparire il piano della scrivania mi sento un po’ più leggera; mi aspetto che quando avrò terminato la pulizia, la sensazione sarà quella di essere l’omino Michelino gonfiato d’elio!

Malgrado tutto questo, ho un ordine mentale davvero invidiabile (vi assicuro che a detta di quelli che mi conoscono sono decisamente talebana in fatto di autocritica; quindi se dico che il mio ordine mentale è invidiabile, credeteci!).

Raramente dimentico una scadenza; il mio PC è organizzato in superstrutturate cartelle multilivello sia per la posta che per i documenti; ricordo la storia di quasi tutti gli argomenti che mi vengono sottoposti.

Qualcuno mi ha recentemente soprannominato “Wiki”, perché chi viene da me trova quasi sempre quello che cerca, che sia una risposta a un argomento astruso e sconosciuto o una vecchia pratica che nessuno ricorda più chi abbia iniziato a gestire (ma della quale sicuramente c’è traccia sulla mia scrivania…).

Si stupiscono sempre tutti quando si rendono conto che quello che c’è sulla mia scrivania e quanto c’è nella mia testa non sono organizzati allo stesso modo, eppure sono conviventi (anche se separati in casa) e entrambi profondamente parte di me.

Ovviamente c’è un “però”.

Se il disordine mi fa arrabbiare perché solitamente dà di me un’errata prima impressione, “però” il troppo ordine mi mette ansia. Ma un’ansia con la “A” maiuscola.

Un po’ come se raddrizzassero tutte le scale di Escher in modo che si capisca subito se salgono o scendono. O come se scoprissi che Patrizia mette in valigia a settembre un cappotto di cachemire al posto della pashmina e un cache-coeur fuxia al posto della camicia bianca d’ordinanza.

Brrrrr, roba da tenerti sveglia la notte…

Quindi, siccome secondo me la teoria del caos in realtà è una teoria nata per mettere ordine e che una cosa senza l’altra non può coesistere (pieno e vuoto, ricco e povero, felice e triste, ordine e disordine, cosa sarebbero senza la loro antitesi?), per mantenere il mio ordine mentale ho deciso che (anche) quest’anno sono autorizzata a lasciare la scrivania un po’ incasinata…

A questo punto mi raggiunge un senso di pace. Ma soprattutto la consapevolezza che (di nuovo) sono stata così brava da inventarmi l’alibi perfetto per evitare di mettere a posto la scrivania!

Buon rientro a tutti and take your time (…che per riordinare c’è sempre tempo)!

Giulia”

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Trampolinodilancio oggi compie tre anni: un Diario, un Manuale, una Psicoterapia per sopravvivere felici negli anni più difficili del lavoro giovanile.

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PB  Gli anniversari, si sa, sono una occasione per tirare le fila. Le date simboliche una scusa per fare un bilancio, una scadenza che ci impone di fermare un momento la macchina e leggere i dati sul cruscotto. Sono un punto convenzionale nel flusso del tempo che permette di dare forma alla realtà e immaginarne la sua evoluzione.

Nel lavoro le scadenze paiono spesso una terribile seccatura, ma sono una opportunità per raggiungere gli obiettivi parziali in vista di una grande riuscita, per segnare le tappe intermedie e concludere piccoli passi in vista di più ambiziosi risultati che sarebbero irraggiungibili in una unica falcata.

Io e Paola, amiche da sempre, ci siamo trovate in questa avventura grazie alle nostre diversità e alle nostre affinità.

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Nono compleanno di Paola

Paola è una programmatrice, una che pianifica il micro tempo, una che calcola il ROI (ritorno sull’investimento) inconsapevolmente anche quando deve decidere in quale sera andare a Teatro, una iperattiva.

Paola si muove portando con sé tutto il necessario, caso mai una guerra nucleare la bloccasse in tangenziale: acqua (se c’è la coda e le viene sete?), le barrette di cereali (se le viene un attacco di fame?), le scarpe di ricambio senza tacco per guidare, un trolley di documenti che pare la scrivania della campagna di Russia di Napoleone. Sarebbe il perfetto testimonial per la Samsonite.

Io normalmente esco di casa al mattino pensando evangelicamente che la provvidenza mi aiuterà. Io non pianifico il quotidiano, sogno l’eterno. Senza contanti, senza benzina, con i sandali se nevica (non avevo guardato dalla finestra, ma stavano benissimo con la gonna di lana), con i tacchi se devo fare store check (era oggi che facevamo store check?) , dimenticando il caricabatteria e l’indirizzo dell’Hotel di Parigi.

Paola pensa di potere fare tutto se qualcuno ha scritto un manuale: se qualcuno può insegnare, lei può imparare. E normalmente impara.

Io quasi partorisco in ascensore perché Paola mi ha prestato un manuale allucinante su come scodellare un figlio (roba anni ‘70 da figli dei fiori, avrei dovuto capirlo dalle foto) di cui sicuramente mi è sfuggito qualche capitolo fondamentale e sono arrivata in ospedale all’ultimo minuto. Ho bisogno di un valletto, di una badante.

Paola sceglie. Io mi faccio scegliere.

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In Jugoslavia (c’era ancora)

In vacanza da ragazze, in una spiaggia di nudisti eravamo entrambe in imbarazzo: io perché non avevo il reggiseno, lei perché aveva gli slip.

Entrambe abbiamo una patologica incapacità di ricordare visi e nomi (l’incontro con gli ex compagni del liceo è normalmente una tragedia delle pubbliche relazioni, à la limite de l’impolitesse ) e una vivace memoria delle sensazioni, una capacità di sentire e ricordare l’odore della felicità e quello del disagio (Mantova: bellissimo! Carnevale all’oratorio: oddio! Matematica alle medie: che paura! Sauna: che noia!  Sciare: che favola! Il Teatro: batticuore!).

Paola legge molto, ma normalmente trova molto noiosi i libri che io ho adorato (Oblomov –titolo- da ragazzine, Moehringer – autore – oggi)

Paola è multitasking e digitale, io amo la carta e faccio una cosa per volta.

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Tornando dalla Grecia l’aria salina ci regala un indimenticabile look

La vita di Paola è una cucina fushion, la mia procede per microecosistemi.

Paola gioca a tennis tra gli ingegneri internazionali dell’Euratom, io adoro che in Val di Fassa si parli Ladino.

Entrambe abbiamo un unico figlio maschio. Tutti e due questi adorati pargoli vivono in un cloud che hanno inventato molto prima che lo pensasse la Apple. Come ha fatto anche Luca (onirico figlio di Paola) a prendere da me? È uno spunto per lo studio della transazione misteriosa del genoma per via affettiva.

Per Trampolino, Paola ha deciso di farlo e mi ha inseguita. Paola programma di produrre almeno un post a settimana e quando io latito da troppo tempo, batte un colpo.

Io normalmente mi dimentico di pagare la mia quota su Word Press di cui lei salda regolarmente, e in tempo, anche la mia parte.

Paola ha fatto quasi tutte le interviste del blog (inseguendo manager impegnatissimi, facendo editing, sbobinando registrazioni), io non sono neanche riuscita a intervistare un mio PM (Bonfi, se sei tra i miei lettori, sto parlando di te).

Paola ha tra i suoi studenti o collaboratori alcuni tra i nostri più divertenti contributori (Landi, Selmi, sto parlando di voi), ma io ho tra gli ex colleghi la più attiva commentatrice (la caustica e intelligente Giulia, donna di produzione con talento per la parola) e le mie amiche (Lidia, Simona, Susi) sono state un allegro pretesto per disegnare archetipiche figure di eroi del terzo millennio.

Entrambe abbiamo a piene mano usato i consigli dei nostri mentori (Marco Lombardi, Stefano del Frate, la Ghisla, Bosisio, Crespi, Fantò,  Domenico Dolce, Giorgio Armani…)

Da quando siamo partite il blog ha avuto 150.000 visualizzazioni, abbiamo scritto 266 post, abbiamo (mmm, ha fatto…) fatto 20 interviste , abbiamo un pubblico internazionale (Italia, Stati Uniti, UK, Germania, Svizzera, Francia…), ci seguono oltre 150 blogger.

Abbiamo forse, in anni che rimarranno negli annali come i più difficili dal dopoguerra per l’occupazione giovanile, contribuito a dare consigli, sorrisi, fiducia a ragazzi che amano il marketing e la comunicazione. A tenere il diario di tre anni di resistenza.

A me e a Paola rimane la sorpresa di avere creato uno strumento che, nato in un momento difficile, è diventato un blog di successo. Almeno un successo per noi che abbiamo la scusa per telefonarci ogni mattina.

A Trampolino gli auguri per il suo terzo compleanno.

A tutti i lettori il nostro affetto e i nostri consigli per riuscire nella vita professionale, forti di felici contaminazioni tra amicizia, cultura, lavoro, amore, differenze, ricicli, novità, empatia e felicità:  la ricetta non esiste, ma cercare la ricetta spesso porta al successo.

 

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Quando il perfezionismo ci rende imperfetti

PB Da qualche tempo volevo scrivere dei pericoli del perfezionismo.

Un paio di letture di Dicembre e diverse esperienze vissute mi confermano dell’urgenza: devo mettervi in guardia, sul lavoro e nella vita, dal pericoloso “perfezionismo”.

Sto leggendo OPEN, l’autobiografia (scritta a quattro mani con un premio Pulitzer e si vede) di André Agassi, stravagante tennista, campione fuori dai canoni, tamarro come un calciatore, malinconico come un poeta, capace di vittorie e sconfitte come un cavaliere romantico.

Lui ha iniziato a vincere quando il suo coach gli ha imposto di smettere con la ricerca del colpo perfetto. Non doveva desiderare di essere perfetto, solo desiderare di vincere. E’ stato il consiglio che lo ha portato a divenire il n° 1 nel mondo.

Ho letto – e condiviso –  poi sul Corriere della Sera di sabato 7 Dicembre  che il perfezionismo sarebbe nemico della felicità (del perfezionista medesimo e soprattutto di chi lo frequenta):

–           procrastina i progetti perché non sono mai perfetti

–           frustra i propri collaboratori , esigente fino alla noia non solo con se stesso

–           perde il senso dell’insieme, naufragando in un mare di dettagli trascurabili

Fra le eccezioni di perfezionisti di grande successo il Corriere cita, tra gli altri, Giorgio Armani. Come a dire che esistono casi in cui il perfezionismo è fonte di successo. E qui dissento: ho lavorato con Re Giorgio e posso dire che il suo talento è tale che ha fatto da antidoto al suo perfezionismo. Lui è grande nonostante il suo perfezionismo.

Quindi, dato che non tutti sono dotati di talento da buttare via, vi esorto a non perdere mai il senso dell’insieme, la capacità di sintesi, la visione di un progetto.

Non procrastinate decisioni importanti solo perché non tutto è perfetto.

Ecco qualche esempio pratico in cui l’infelicità passa dal desiderio della perfezione:

– Quelli che passano quattro mesi , da marzo a giugno, a fare preventivi e itinerari per la vacanza perfetta (un paradiso a due lire). E alla fine stanno a casa.

– Quelli che al ristorante, no perché è troppo rumoroso, no perché le luci sono troppo basse, no perché c’è odore di fritto, no perché i camerieri sono villani, no perché anche se prenoti non ti danno il tavolo migliore. E alla fine stanno a casa.

– Quelli che servono le foto dello shooting per la riunione di vendita, ma siccome non sono tutte fotoshoppate, e perché i tagli non sono finalizzati, le tengono segrete fino alla fine della campagna vendite. Quando sono bellissime ma non servono più a vendere.

– Quelli che non dicono la loro perché sanno male l’inglese. E alla fine soffrono perché avevano una idea bellissima che non sarà realizzata.

Una sola cosa, sul lavoro e nella vita, è peggiore del perfezionismo: la sciatteria. Non correggere le slides prima di andare in presentazione (ho assistito recentemente a una riunione in cui, nell’agenda proiettata , marketing era scritto marketting con due t: hargh!!!) , non essere in ordine per un meeting importante (ricordo un meeting in Omega in cui un relatore indossava un Rolex…) , sono atteggiamenti imperdonabili. Avete visto la regia di Traviata per la prima della Scala? Con i gesti che non corrispondevano alle parole e ai sentimenti? E i costumi di Violetta? Che una donna innamorata non indosserebbe neanche per fare un trasloco? Ecco lì un po’ di perfezionismo e meno sciatteria avrebbero dato una mano.

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A proposito di stile e di estate

PB Avrei voluto fare un commento al post di Paola. Ma non resisto a prendermi un po’ più di spazio.
Il sig Armani ritiene che in estate non sia possibile muoversi senza un golfino di cachemire. Non occupa spazio (certe pashmine si tengono in un pugno), è confortevole e protegge da tutti i capricci della temperatura (aria condizionata, venticello in terrazza, brezza marina).

E anche quando gli inconvenienti del clima purtroppo trascendono party in barca e viaggi intercontinentali, ma si concentrano su trasbordi in metropolitana, riunioni con il cliente, convivenza con colleghi allergici alla doccia o che regolano l’aria condizionata a simulare il circolo polare artico, le regole di base non cambiano.

D’estate bisogna vestirsi a cipolla, essere (e sembrare) freschi e puliti.
Confermo che va bandita la tenuta da spiaggia con reggiseno a vista e pelle traslucida.
Il trucco va mantenuto leggero perché l’effetto Moira degli elefanti (o Cleopatra come era chiamata una celebre commessa della Rinascente, reparto lingerie) con matita che cola a mezzogiorno è inqualificabile.

Tutti quei magnifici tessuti stretch che ci fasciano come sirene durante l’inverno, vanno banditi d’estate: gli elastomeri sono pesanti e sintetici. Meglio i tessuti naturali. E se si amano le forme che seguono il corpo, senza strizzarlo in estate, scegliere capi in costina. A mio avviso la costina nel pullover da donna è confortevole come la maglia rasata ma ti rende molto più bella. Per i colori: preferire quelli chiari, luminosi, freschi.

Il nostro abbigliamento da lavoro deve ispirare ordine, stile, affidabilità.

Avete mai notato in riunione quelli che si vestono come le coriste del Festivalbar? Con tutto quel nero, quel lucido, quel tacco?

E sul lavoro certi eccessi di stravaganza vanno banditi: zeppe che paiono coturni, orecchini grandi come salvagente, corpetti da tigre del materasso saranno perfetti dopo le 21.

Perché bisogna ammetterlo: esistono brutti vestiti che non bisogna mettere MAI, ma esistono anche bei vestiti che non bisogna mettere nel posto sbagliato.

Il magnifico prendisole in ufficio diventa un orrore. E il tailleur pantalone in spiaggia lo mettono solo i camerieri.

Quindi d’estate in ufficio, se vedete allo specchio troppa pelle vuol dire che avete sbagliato: copritevi. La gambetta pelosa di quello dei sistemi informativi in bermuda tra PC e scrivania non si può guardare.

Per le donne occhio ai volumi: se siete senza maniche, no scollature, no minigonne.

Ma vi abbiamo mai parlato della efficacia di una certa camicia bianca? In voile, garza, popeline, piquet, jersey… ne esistono fantastiche versioni anche per l’estate!

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INTERVISTA A MATTEO ORLANDI BRAND MANAGER GIORGIO ARMANI

PC Matteo Orlandi si è laureato a Lugano, perché l’università offriva un corso di laurea in marketing e usava l’inglese come lingua ufficiale (opportunità che si sta valutando solo ora anche in Italia).

Matteo Orlandi

L’ho conosciuto che era il giovanissimo assistente marketing di un mio cliente, e anche in quel ruolo, necessariamente operativo, è riuscito a colpirmi per la sua precisione ed efficienza. Con una chiacchierata durante un pranzo di lavoro (che si svolgeva nel bar di una piscina pubblica, l’unico posto dove fosse possibile mangiare qualcosa nella periferia desolata di Agrate) ho scoperto – complice il contesto! – che era appassionato praticante di molti sport. Per questo, quando Patrizia mi ha chiesto di segnalarle un giovane product manager bravo e molto sportivo per il lancio della linea EA7 di Armani, non ho avuto dubbi che Matteo sarebbe stato perfetto (purtroppo la società mia cliente per la quale lavorava stava per cambiare proprietà, quindi sapevo di non creare problemi a nessuno favorendo un cambiamento che Matteo stava già sicuramente valutando).

A Orlandi, che quindi è da alcuni anni brand manager in Giorgio Armani, chiediamo innanzitutto perché pensa di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

Matteo Orlandi: “La sincerità. Al primo colloquio non sei mai preparato, ma mi sono presentato così com’ero: studente appena uscito dall’università e con poche esperienze sul campo. Ho messo in luce quelli che sapevo essere i miei punti di forza e quello che avrei voluto fare. Poi ho chiesto cosa cercavano, ed ho ascoltato tutto. Ricordo ancora la frase: sei disposto a viaggiare? I miei occhi si illuminarono.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?”

Matteo Orlandi: “Ho avuto la fortuna di fare marketing, area dove le relazioni con le persone sono alla base. Oltre alle competenze universitarie, quello che ha contato di più è stato sapersi muovere a tutti i livelli: direttore, manager, colleghi, magazzino. L’università mi ha insegnato a parlare in pubblico, a fare presentazioni, ad avere idee e saperle raccontare.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?”

Matteo Orlandi: “Il primo capo era il direttore trade marketing di una azienda di bicchieri. Non mi  ha insegnato molto in modo diretto, ma piuttosto ho osservato i suoi talenti. Era molto brava con i clienti, a trovare soluzioni per loro, fare prodotti ad hoc, lavorare sulle offerte e sui prezzi. Aveva uno spunto creativo per suggerire nuove collezioni e sapeva come dare al giusto cliente il giusto prodotto.”

Trampolinodilancio:  “Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?”

Matteo Orlandi: “Da lui ho capito l’importanza dei numeri, del rigore, della sintesi. Si possono fare nel marketing tante cose, tutte belle e divertenti, ma è compito di chi fa questo mestiere trovare sempre il perché delle cose, dimostrarle con delle ricerche e portarle avanti con decisione. Ho visto anche cosa vuol dire fare scelte difficili perché giuste; ho imparato anche che non sempre ci sono soluzioni.”

Trampolinodilancio:  “Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?”

Matteo Orlandi: “Mi manca molto una competenza finanziaria e contabile. Durante gli studi è sempre stato per me il nodo più duro da sciogliere, ma ora manca un po’ la sicurezza su questi aspetti fondamentali.”

PB  Il brief datomi dal mio capo per trovare il product manager di EA7 era il seguente: giovane (il budget era basso e l’impresa necessitava una buona dose di inconsapevolezza) , bello (avrebbe dovuto lavorare direttamente con l’ufficio stile che appunto, sullo stile, è piuttosto intransigente), sportivo (no calcio, solo sport di nicchia, perché il calcio è monopolizzato dalle multinazionali e ha costi insostenibili), povero (cioè doveva essere affamato di successo, ambizioso, abituato a lottare per ottenere una posizione).

Matteo era indubbiamente giovane, di lineamenti delicati, faceva canottaggio. Non ho avuto cuore di chiedergli il conto in banca per verificare che fosse povero (anche le indicazioni del capo vanno filtrate). Quest’anno EA7 vestirà ufficialmente gli atleti Italiani durante le Olimpiadi 2012 di Londra. Se anche non era proprio povero povero, deve aver fatto un buon lavoro.

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Sapere interpretare lo spirito della marca

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal ...

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal gown in the music video for "Bleeding Love" (Photo credit: Wikipedia)

PB  Giovedì scorso dal parrucchiere (avevo chiesto una piega alla Scarlett Johansson) stavo sfogliando il magazine A. Leggevo una intervista dalla rubrica A4Job ( si tratta di una rubrica sul lavoro, perché come le donne incinte che vedono solo pancioni per la città, io e Paola da quando abbiamo aperto il Blog ci imbattiamo solo in discussioni o riflessioni sulle professioni e sui talenti) all’amministratore delegato di Ikea Italia.

Fra le caratteristiche a cui  il biondo Lars presta attenzione nella selezione dei giovani neo assunti mi ha colpito la ricerca di capacità nei candidati di fare propri i valori del marchio.

Per chi lavora nel marketing e nella comunicazione, si tratta davvero di una capacità fondamentale.

Io ho trascorso più di sette anni in Dolce&Gabbana. La scelta dei materiali e dei colori è speciale. I tessuti sono nervosi, sostenuti, elastici.

Se con le tue forme vagamente budinose riesci a entrare in quei tubini di raso, sembri già una star. La modellista è una musa che riesce a posizionare tutta la ciccia che ricopre il tuo scheletro al posto giusto. Come per una créme brulée nella forma di porcellana, un abito di Dolce&Gabbana riesce a rendere più bello anche un panetto di margarina.

Se si aggiungono stampe fiorate dalle incredibili sfumature, rose dai mille petali, fragole e petit fruit in tutti i toni del rosso, aranci e turchesi che riescono a valorizza l’incarnato di un cadavere, il gioco è fatto.

Dopo anni passati tra rasi nervosi e canvass tipo vele dell’Amerigo Vespucci, sono passata in Giorgio Armani.

I primi due mesi li ho passati con un grosso punto di domanda in fondo all’iride.

Vista circa una quindicina di grigi per la primavera estate (ma d’inverno cosa fanno? Suonano il De profundis direttamente?), ho detto: “bene, qui scegliamo un grigio se proprio si deve, ma dov’è la cartella colore della collezione?” Quel cartoncino nero con pinzati piccoli pezzi di tessuto grigio, antracite, asfalto, fumo, nebbia, lago alpino, greige, sabbia, deserto, e bitume era la cartella colore.

Io che venivo da girasoli, fragole, carretti siciliani, animal print ho avuto l’impressione di avere avuto un incidente alle cornee.

La scelta dei tessuti passava invece dal grado di liquidità. Dovevano essere morbidi, cadere, liquefarsi, abbandonarsi.

Dato che tutto aveva essenzialmente lo stesso colore, la differenza la faceva l’armatura del tessuto, la sua texture. Mossa in trama da quadretti, righe, coste, intrecci, scarti d’ago, grana di riso, lucidi/opachi, cangianti. Non c’era speranza che un tessuto uscito dal telaio andasse tranquillamente al taglio: prima era sottoposto a ogni sorta di trattamento, lavaggio, finissaggio, attaccato da enzimi, pietre, tinture.

Organza? troppo rigida. Meglio rasetto, twill, chiffon

Giallo? Un colore per cui potevi essere licenziato.

Dopo pochi mesi di stordimento , improvvisamente un click nel cervello mi ha fatto capire.

Tutto in Armani è sofisticato: nessun colore assomiglia a come nasce in natura. Nessuna materia è grezza. Tutto appare super semplice per scoprire che tutto è complicato, rifatto, ridigerito.

Per me si tratta di abiti che si possono portare solo entro la cerchia della tangenziale. Salendo su un tram, scendendo dalla metropolitana, camminando sull’asfalto, facendo una coda, partecipando a una riunione o a una festa al Penthouse di un Hotel. Nessuna di quelle stampe sfumate , di quelle foto sgranate, di quei grigi che la natura non conosce, sarebbe a suo agio in campagna.

Con una sola eccezione: il bianco per il mare. Ma questa è un’altra passione. E forse lì, in spiaggia, i tre stilisti potrebbero trovare un punto di accordo abbronzandosi con uno slip bianco (di piquet e cordino blu per Giorgio Armani, di lycra con fibbia in metallo per Dolce&Gabbana)

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