Archivi categoria: Soft Skills

Buon Compleanno Trampolino!

PB Nel marzo del 2012 io e Paola abbiamo inaugurato il nostro Bog.

Venivamo dalla crisi del 2008 (crollo delle borse, crollo dell’occupazione), avevamo figli alle medie e desiderio di dare consigli con leggerezza e profondità (si, pare un ossimoro, ma si può essere concreti e sognatori ad un tempo) ai giovani che si avventuravano nel mondo del lavoro.

Oggi sono passati 10 anni, abbiamo figli al liceo (o alle prime esperienze professionali) e i ragazzi hanno ancora bisogno , tra virus e conflitti, di avere uno sguardo progettuale sul futuro e magari di qualche buona dritta per non scoraggiarsi.

Io e Paola siamo ancora qui. Io sempre a occuparmi di Moda, lei sempre tra Food e Comunicazione.

Così dibattiamo al telefono , tutti i giorni driblando il traffico (io da Milano sud, lei per Milano nord) di Metaverso, di Dark shop, di tendenza alla frugalità e di stagisti super preparati. Di colleghi con crollo nervoso, di capi a volte visionari e a volte no. Parliamo delle lezioni al Master, del fenomeno delle grandi dimissioni (il Big quit americano che sta arrivando anche da noi) ma anche di scarpe (io Mary Jane, Paola stivali: due scuole di pensiero) e pesto genovese.

Con la scusa delle riunioni di redazione, anche quando scrivere diventa difficile (perché non si ha tempo, o voglia, o ispirazione) ci scambiamo pensieri e opinioni, consulenze professionali sottobanco e molto, molto altro.

Non so se Trampolino abbia aiutato i nostri lettori. Ma a noi, amiche per sempre, è servito come scusa , colla, svago, salvagente, motivazione. E’ diventato un pezzo della nostra amicizia. Auguri Trampolino, Buon Compleanno!

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A pranzo con Alfredo Mattiroli

Reduce da due giorni a Pitti, da due pranzi in sala stampa e da due incontri che mi hanno fatto venire voglia di un post, eccomi con la penna in mano.

Alfredo Mattiroli presenta il suo libro a Pitti il 12 gennaio 2022

Premetto che dopo mesi in cui è socialmente accettabile mangiare solo con i congiunti, viaggiare solo con i congiunti, sedersi accanto solo ai congiunti, la fuga con uno sconosciuto (anche un brutto ceffo intendo, un disgraziato) mi pare un rischio da correre. Magari muoio di qualche cosa, ma non di noia.

Al netto della mia vertigine da astinenza sociale, io e Marilena (collega incantevole che ho scoperto velista e non solo) ci siamo trovate a pranzare per caso di fianco a un signore ottantatreenne vispo come un ragazzino e interessante come un libro giallo.

Alfredo Mattiroli (è lui lo sconosciuto commensale, ma lo avremmo scoperto solo al dessert) è la prova vivente che la giovinezza non è una questione anagrafica. In verità lo avevo già intuito con Elio Fiorucci e Patti Smith. Con Mattiroli (terzo indizio) ora ho le prove.

Nessun rimpianto, nessuna atmosfera vintage nei suoi racconti, nei suoi aneddoti, ma solo continui spunti per il futuro, letture in prospettiva e sguardo capace di vedere opportunità.

Sono andata alla presentazione del suo libro “Cacciatore di sogni”, edito da Rubattino.

Poi ho dato il tormento a Marilena e Giulia (pazienti compagne di viaggio) finché non sono andate a prenotarlo su Amazon.

Ho distillato il suo intervento in pillole: conoscere le lingue, vedere i mercati direttamente, darsi il tempo di visitare i clienti e sentire i loro feed back in presa diretta. Essere internazionali e curiosi. Essere umili. Rifuggire i luoghi comuni (tipo “in quel quel mercato non vado perché i clienti non pagano”), avere un buon network per verificare le referenze di chi si propone con cariche altisonanti.

E ho aggiunto qualche cosa di mio che lui non ha elencato in presentazione, ma che ho capito dal pranzo e che credo sia parte della ricetta per essere un buon cacciatore di sogni: avere una moglie incantevole, suonare il pianoforte, giocare a golf, andare in vela, avere amici che ti stimano e che tu stimi, non cercare lo scandalo anche se hai le info per scatenarlo, avere un paio di figlie che hanno preso in mano il tuo lavoro e lo portano avanti come si deve, tacere quando è opportuno farlo, avere rispetto del prossimo.

Ad un certo punto ho pensato di essermi così ingarellata per reazione al troppo isolamento (voi lettori fedeli sapete che il blog nasce dalla cattività covid), entusiasta di chiunque non avesse il mio stesso cognome o non abitasse al mio civico.

Tranquilli, non si è trattato dell’entusiasmo dell’ergastolano appena evaso: il giorno dopo a pranzo siamo incappate in un tris di tre sciure di straordinaria antipatia, noiosi residui anni ’80 di privilegi demodé, talmente autoreferenziali da non scambiarsi neanche il buongiorno.

A chi interessa capire come l’Italia sia passata dai sarti all’alta moda, passando per il pret a porter , consiglio di dare un’occhiata al libro. E a tutti auguro gioiosi pranzi con sconosciuti.

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Di quando il lavoro è meglio del collagene

PB Quando mio figlio era piccolo, e facevo cose miracolose come pagare l’abbonamento alla play station multi giocatore o scaricare l’ultimo aggiornamento di Assassin’s Creed, mi chiamava MAMMHACKER.

Presto questo prestigioso soprannome è stato sostituito dal più cinico e spietato BOOMER. L’adorazione dei figli è inversamente proporzionale alla loro statura.

Solo un sortilegio mi salva dal decadere da boomer (e già c’è poco da stare allegri) a reperto archeologico bisognoso del salvavita Beghelli (forse non esiste più, si tratta sicuramente di una citazione boomer): il lavoro.

Lavorare, al di là del non trascurabile dettaglio di fornirci uno stipendio, ci tiene aggiornati nostro malgrado.

I ticket restaurant, che si strappavano dal blocchetto di carta e si capiva subito quando stavano per finire, sono stati sostituiti dalla tessera con il chip. Il badge per timbrare da una app (se ti suda il pollice sei finito), così come l’abbonamento a BikeMi.

Per entrare in mensa si scansiona il green pass, per leggere il menu dobbiamo inquadrare il QR code.

Siamo in grado di fare video call dal traghetto e condividiamo schermi e documenti con un clic. Per fare la nota spese o stampare la busta paga dobbiamo districarci tra identità digitali e piattaforme dedicate. Le riviste erano di carta, poi digitali, poi virtuali, poi di carta ma virtuali, con un sacco di contenuti nuovi che non si sfogliano, ma si inquadrano. La show room si vede in tempo reale dall’altra parte dell’oceano, i libretti di istruzione si trovano on line e si aggiornano senza abbattere un bosco, all’Esselunga ti fai lo scontrino da sola.

Io ho iniziato a lavorare che c’erano i lucidi e il proiettore! I floppy disc e le VHS!

Se qualcuno diceva “sto male”, pensavi stesse male, non che fosse estremamente divertito.

C’erano le segretarie che ti cambiavano le lire in franchi se andavi a Parigi e i capi non leggevano le e mail ma se le facevano stampare (la carta faceva status).

Oggi anche l’amministratore delegato si fa il check-in on line. E google translator non traduce più chicken breast con seno di pollo.

Se poi, oltre a lavorare, hai anche un figlio di 17 anni e collaboratori molto più giovani di te, allora hai fatto Bingo: puoi lanciarti nel mondo degli NTF credendo che sia come avere un Renoir appeso in sala da pranzo, pensare che nel metaverso le cose vadano al vivo come nella vita reale e rinunciare al collagene.

Se talvolta, nei momenti di debolezza, rimpiangi segretamente il blocchetto dei ticket e la mancia in contanti nella bustina del nonno (e anche la segretaria che ti faceva la nota spese, che lusso d’antan) non dirlo a nessuno e applica un po’ di contorno occhi (Chanel, le lift, è meglio di cosmeti.cam ed è anche profumato). Stay tuned

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Amore sulla scrivania: di come il flirt faccia volare il business e il sesso lo affondi

PB Hai presente quando arriva il collega nuovo (figo) al Controllo di Gestione e anche 10 modi per fare l’amore in ufficio senza farsi sgamarela Peppina delle PR (che di solito sfora il budget per principio) mette anche il centro di costo sulle fatture?

Quando in riunione fai il brillante e dici cose intelligentissime (ma come ti è venuta quella genialata?) per fare colpo sulla nuova area manager della Francia?

Quando il tuo capo ti dice che hai una spiccata intelligenza emotiva, ma lo dice con l’occhio birichino, come se l’intelligenza emotiva avesse il pizzo? E allora tu spari una strategia che neanche Finzi+Doxa+Pambianco esaminando big data e fattori socioeconomici avrebbero prodotto?

O quando la più carina della classe è anche un cervello fino e tu studi per fare bella figura all’interrogazione di latino? Chiudi YouTube sulle demo di Assassin’s creed e attacchi con Rosa, rosae?

Bene: qui si tratta di flirt produttivo. Si mescola la lusinga, il divertimento, la seduzione, la battuta sagace. Si sparge quel frizzantino in riunione che fa essere tutti un po’ brillanti e competitivi, ma altruisti (chi si innamorerebbe di uno stronzo che vuole fare carriera a tutti i costi o vuol farti le scarpe?), si pensa – alla domenica sera – come ci si vestirà lunedì, si portano i marron glacé in ufficio quando iniziano le prime nebbie, si saluta sorridendo entrando in ufficio.

Ci si mostra coraggiosi di fronte al pericolo (essendo che nessuno si innamorerebbe di un paraculo o di un vile e che – per dirla con Platone –  non esiste uomo tanto codardo che l’amore non renda coraggioso e trasformi in un eroe), galanti al proiettore (lei finge di non trovare la connessione, lui si inchina a infilare la presa della corrente: le slide partono in tempo, la riunione è un successo) , oratori brevi e efficaci (fino a quando, brontoloni, abuserete della nostra pazienza?).

Insomma, il flirt in Ufficio aumenta il tasso di eleganza, il sorriso, il margine operativo, il buon umore.

Codesto flirt, mai e poi mai si trasformerà in amore, se non a costi pesantissimi per la vostra carriera e per il bilancio aziendale.

Andare a letto con il vostro capo/collega/collaboratore vi metterà sulla bocca di tutti i colleghi. Da quel momento nessun successo sarà per merito vostro: se anche inventate la ruota ormai siete considerate delle shampiste. Quando il tipo si stancherà di voi, o voi di lui, andare in ufficio sarà una pena. Non potrete neanche buttarvi nella carriera per superare le pene d’amore, perché entrambe le pene saranno nello stesso luogo.

L’unica cosa peggiore di fare sesso in ufficio è innamorarsi e sposarsi. Il tutone che fa tanto tenero sul divano di casa, lo porterete in ufficio, trasformando l’eccitante arena di caccia (momento flirt: capello in piega, idee geniali) in un rilassato tinello (capello con la coda, pensiero alle vacanze).

Produttività in discesa, uscita alle diciottozerozero in tandem con il vostro amore per ottimizzare l’uso di un’unica auto. Il vostro capo vi odierà perché prima vi spiava sui tacchi e adesso vi vede con le Birkenstock andare a bere il caffè al piano di sotto, in amministrazione (bleah).

Anche se prima uscivate alle 17 per andare dal parrucchiere o a giocare a squash, oggi sembrerà a tutti che lavoriate meno. I colleghi vi odiano perché volete fare le vacanze con quel Gino (ma non era figo prima di sposarvi?) del Controllo di Gestione e non si riesce mai a turnare le ferie democraticamente.

Il lunedì sarà uno schifo andare in ufficio: si stava così bene a casa a pomiciare. Il vostro capo sarà costretto a trattenersi dal parlare male del Controllo di Gestione (o del Commerciale, o dei Sistemi Informativi, a seconda di chi avrete avuto la malaugurata idea di sposare) e voi sarete passata da stratega emotiva a spia bolscevica.

E questo finché l’amore dura. Perché quando poi quel figo del controllo di gestione si rivelerà da vicino come tutti gli esseri umani (un po’ Gino, hanno ragione i colleghi…), allora sarete una spia bolscevica con i Birkenstock e pure di cattivo umore, mentre tutti intorno a voi stanno filtrando allegramente e fanno una carriera spaziale.

Unica possibilità di fare carriera se in ufficio credete di avere trovato l’Amore Vero: Vi licenziate un nanosecondo dopo essere finiti tra le sue lenzuola. Trovate un altro lavoro brillante (dove filtrare allegramente con i vostri nuovi colleghi) e vivete per sempre felici e contenti.

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Tra i buoni propositi, mettere la testa fuori dalla scatola.

PB Durante lo scorso anno (l’avevo detto, vero, che si è trattato di un anno un po’ Risultati immagini per la linea verticale serie tvcomplicato?) ho frequentato, mio malgrado, ospedali e tribunali. Mondi paralleli, complicati, giganteschi, che hanno fra loro qualche cosa in comune. Non ultima, la caratteristica di farti sentire in balìa di eventi che non riesci a guidare, ma a cui devi soggiacere.

Ho così osservato il mondo da una prospettiva diversa, sicuramente meno glamour del torneo di tennis di Montecarlo, meno elegante delle sfilate a Milano, meno efficiente di un lancio di collezione, meno razionale di un contratto di licenza.

In ospedale e in tribunale il tempo lo decidono gli altri. I ritmi sono sconosciuti (lenti in ogni modo, per te che attendi), i giochi in ballo sono potenti (la vita? la giustizia?), i compagni di attesa i più diversi. Di solito però un po’ più anziani di te (in ospedale), un po’ più stropicciati di te (in Tribunale).

Neanche un tacco, neanche una barba hipster. Neanche un piatto di ramen. Cavoli come può essere lontana Via Savona in alcuni momenti.

Eppure, che salutare questo bagno di umanità così varia e diversa.

L’attesa forzata e la trasferta obbligatoria (una testimonianza di 20 minuti con attesa di 5 ore e viaggio di 2) mi ha fatto chiacchierare con un poliziotto un po’ figaccione (di quelli di cui si innamora l’avvocatessa nei film), un ragazzino in gita con mamma e fratello, un’autista dell’autobus che mi ha indicato la fermata, un paio di signori distinti che mi hanno accompagnato al binario (non sono brava con i treni), una signora senegalese che sentendomi parlare francese al telefono ha sentito un suono familiare.

L’attesa in ospedale (un’ora e mezza per un colloquio con l’anestesista di pochi minuti) mi ha fatto chiacchierare con “operandi” anche messi piuttosto male, che riponevano molte speranze nell’intervento, figlie che accompagnavano mamme, mariti che sostenevano mogli, colleghi di sventura chirurgica che mi chiedevano: ma lei che cos’ha? con una curiosità che avrei in altri momenti trovato sconvenientissima e che lì mi ha fatto invece parlare delle mie ciancicate corde vocali senza il mio consueto pudore.

Guidavano o il giudice o il dottore. Io molle alla deriva. Chiacchierando con degli sconosciuti. E anziché sentirmi male, mi sono sentita bene. Trasportata da qualcun altro e avendo fiducia in lui.

Inoltre immergersi in un mondo inconsueto, fatto di persone tutte diverse da noi, ma così affini lì, in sala di attesa, mi ha fatto venire parecchie idee. Non solo per le collezioni o il budget.

Prossimi viaggi? la posta centrale, uno stadio, il cimitero monumentale, la questura, il comune, il verziere…

Paola preferisce frequentare ultimamente concessionari auto e gommisti.

Saper godere di uno sguardo obliquo e inconsueto? È uno dei buoni propositi del 2018.

Anche per voi cari lettori, buon viaggio fuori dalla scatola!

 

PS Un paio di endorsement colti ai miei buoni propositi:

  1. la serie TV “La linea verticale” di Mattia Torre che inizierà sulla Rai il 13 gennaio: io ho sentito leggere alcuni passaggi del libro da Mastrandrea, durante il Festivalletteratura di Mantova lo scorso settembre: fiction in corsia, ma con prospettiva “orizzontale” del letto del paziente. Da non perdere.
  2. Il discorso alla città di Milano (6 dicembre) del nuovo cardinale Delpini a proposito del buon vicinato e della prossimità. Lo ho ascoltato alla radio mentre ero imbottigliata nel traffico, ma, nonostante in quella vigilia di S. Ambrogio fossi furibonda e in ritardo, l’effetto “retard” mi ha lasciato qualche buona intenzione

 

 

 

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Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

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Real time: i sopravvissuti di Ispo

PB Ieri sera tornando da Monaco mi è venuto un attacco di sorellanza con alcune Immagine correlatasconosciute.

Aereo pieno come un uovo. Cappelliere colme. Ognuno si deve mettere il trolley sotto i piedi, il cappotto in grembo, la borsetta sul trolley, il libro sopra il cappotto.

Siamo così sedute in tre. Sembriamo atlete del nuoto sincronizzato: valigia, borsetta, cappotto e sopra il libro. Stessa posizione per tutte, stessi volumi, stessi movimenti. Forse abbiamo la stessa taglia e abbiamo messo cose simili nel bagaglio.

Mentre come tre soldatini siamo composte senza darci noia, accendiamo la luce per leggere e sorridiamo. Anche se lo spazio è davvero tiranno e siamo alla sera di una lunga giornata di lavoro fuori sede.

Ripenso allo spettacolo variopinto, sudato e disordinato che mi è passato sotto gli occhi per quasi tutto il giorno.

  • Presso il guardaroba di ISPO, una fiera internazionale dello sport in cui arrivano visitatori da tutto il mondo – non la sagra del salame d’oca – tre uomini sguaiati e ridanciani si occupano di ritirare i bagagli degli avventori. Uno in particolare ha un pancione gigantesco ma indossa una camicia che pare essere stata rubata all’asilo. Il risultato sono tre bottoni aperti sopra la cintura, con la cravatta che penzola a coprire diversi centimetri di pancia al vivo.
  • Gli altri due colleghi vociano e scoppiano a ridere come in una birreria dell’Oktober fest. Una vera pena.
  • In aeroporto, a sera, si alternano italiani che paiono usciti da un servizio fotografico di Class, con cover dell’I Pad in pelle umana che costeranno come un divano (non di quelli in promozione continua da due anni. Un divano normale) e omaccioni in t-shirt molto sudata a cui è difficile stare vicino, che giacciono come balene spiaggiate sulle poltrone dell’area partenze.

La Fiera in sé (che sia MIDO, ISPO, BASEL, VINITALY, PITTI…) è una discreta tortura. Ci si deve andare attrezzati.

Non ci si veste come al consiglio di amministrazione (anche se si è italiani), ma neanche come una promoter del tapis roulant!

Basta avere un paio di scarpe comode e un pull over.

Non è necessario andarci con la canotta a compressione graduata termoincollata antistatica.

La stanchezza arriva per tutti ma non state attraversando il Mediterraneo al seguito di uno scafista. Presto sarete in una confortevole stanza d’albergo o addirittura nel vostro letto.

Cercate di imporvi un minimo di disciplina e decoro: siete in mezzo a tante altre persone, probabilmente stanche come voi e forse di più. Non molestatele con sonnellini rumorosi, piedi sulle sedie, corpi semidistesi.

Ci sono atleti che dopo cinque ore di tennis stanno seduti composti in sala stampa a rispondere alle domande dei giornalisti.

Mai visto nessuno così stropicciato come i reduci di Ispo.

A parte me e le due sconosciute dell’aereo: riesco persino a scrivere questo post sul quadernetto sopra al libro, sopra il cappotto, sopra la borsetta, sopra il trolley!

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Impara l’arte e mettila da parte

PC Era l’estate scorsa quando ho incontrato, dopo anni che non ci vedevamo, Elda, che tra una fermata e l’altra del metrò mi ha raccontato di come sia riuscita ad uscire da un impasse lavorativo grazie alla sua passione per le lingue straniere e alla voglia di rimettersi in gioco, investendo tempo ed energie. Dato che si era subito dichiarata una fan di trampolinodilancio le ho chiesto di condividere con i nostri lettori come fosse riuscita a realizzare il suo piano B. Ecco il suo racconto: c’è voluto un anno per scriverlo ma in pochi minuti di lettura trasferisce, proprio come fa Elda di persona, una grande carica di ottimismo! Grazie Elda!

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Elda Alesani: “Conosco Paola e Patrizia da tempo quasi immemorabile, ma, come spesso accade, ci siamo un po’ perse di vista negli anni. Quando hanno aperto questo blog, sono rimasta entusiasta per il doppio vantaggio di riuscire a rimanere in contatto e di approfittare dei loro impagabili suggerimenti: le dritte sull’abbigliamento di Patrizia mi hanno salvato più di una volta, io non ho nessun talento in tal senso, il mio orizzonte stilistico finisce ai jeans e maglietta.

In ogni caso, Paola un anno fa mi chiese di raccontare come sono riuscita a cavarmela… ed eccomi qui.

Per capire il contesto, debbo raccontare qualcosa di me; non temete, sarò breve.

Ho fatto il liceo linguistico, perché ho cominciato a studiare lingue da piccola (ero un’eccezione, una volta non si usava) e non volevo perderle per strada. Ma durante il liceo mi sono accorta che non era proprio quello il mio campo d’interesse, quindi mi sono presa un anno sabbatico dopo la maturità per consolidare le lingue che mi interessavano lavorando all’estero e poi ho cambiato registro e mi sono laureata in matematica, per finire poi ad occuparmi di informatica una volta arrivata nel mondo del lavoro.

All’inizio ho avuto modo di utilizzare anche le lingue straniere, ma dopo un po’ il mio orizzonte lavorativo si è ristretto all’Italia e per più di 15 anni non ho avuto a che fare con l’estero. Perlomeno sul lavoro; però non ho mai smesso di usare le lingue che conoscevo tra libri, film ed amicizie.

Quando i miei figli erano piccoli ho avuto l’occasione di poter passare ad un contratto part-time a tempo indeterminato: ottima cosa sul fronte familiare, pessima su quello lavorativo. Sono finita in un angolino, a fare più o meno le stesse cose, per anni e anni, senza avere modo di uscire dall’oblio.

Il giro di boa è arrivato quando l’azienda ha cominciato a sponsorizzare corsi di lingue straniere per tutti i dipendenti: ho preso la palla al balzo, e sono riuscita a guadagnarmi una prima certificazione di tedesco, che non avevo avuto modo di fare quando lavoravo in Germania. E non vi sto a raccontare i numeri da circo per riuscire a frequentare i corsi intensivi di sabato mattina, soprattutto perché nel frattempo ero tornata a lavorare full time.

Un giorno, ormai quasi 2 anni fa, mi chiama la mia manager, e mi dice “ti vogliono subito per un colloquio”. Non faccio a tempo a ripigliarmi dalla sorpresa, che sto già parlando con il gran capo di un’altra azienda del gruppo, discutendo della mia disponibilità a partire per l’Austria dopo 2 giorni. Nel giro di mezz’ora ho cambiato azienda, ruolo e prospettive.

“Caspita, mamma, che fortuna!” ha detto mia figlia Eleonora quando ho raccontato ai miei ragazzi come e perché sarei partita. Beh, certo, la coincidenza fortuita che ha fatto in modo che il “capo nuovo” chiedesse, tra tutte le persone possibili, proprio al mio “capo vecchio” se aveva qualcuno che parlava il tedesco, sì, quella è stata fortuna. Ma non è stata fortuna che io fossi la persona giusta in quel momento. Ci sono voluti anni di impegno e di passione, per crearmi quelle competenze.

Negli anni, ho visto storie analoghe alla mia. Un ex collega ha sorpreso tutti, perché all’improvviso si è licenziato e si è costruito una nuova carriera come skipper: un ingegnere insospettabile, che aveva passato ogni momento libero degli ultimi anni a studiare e prendere patenti nautiche di vario genere e tipo. L’ultima volta che l’ho incontrato, era in partenza per la Nuova Zelanda.

Un altro amico, sempre informatico, si è ritrovato in mobilità più o meno da un giorno all’altro: la sua conoscenza delle arti marziali e di insegnamento dello sport hanno fatto una parte; l’altra parte l’ha costruita mettendosi a studiare shiatsu. Adesso ha uno studio in cui abbina la medicina cinese e l’insegnamento di ginnastiche specifiche a scopo terapeutico, con ottimi risultati.

Quindi… il piano B può arrivare da un sacco di punti diversi, spesso imprevisti. Coltivare le proprie passioni, seguire i propri interessi, può avere risultati sorprendenti.”

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QUESTIONE DI PORTAMENTO

PB

  1. Come gestire il tuo capo se è maleducato?
  2. Come non essere in imbarazzo entrando in una sala dove non conoscete nessuno?
  3. Come fare buona impressione a un colloquio di lavoro?
  4. Come non sprofondare dall’imbarazzo se arrivate vestiti a una festa come fosse il ballo debuttanti e tutti sono vestiti Decathlon?
  5. E se siete la più bassa della sala?
  6. E se il vostro inglese è così così?

NO

Mentre siete tentati – nell’ordine di:

  1. Fare gli offesi
  2. Sbarrare gli occhi disperatamente alla ricerca di un viso noto mentre aderite alla tappezzeria
  3. Inginocchiarvi supplicando disperatamente di essere assunti.
  4. Rimproverare al festeggiato di non avervi avvisato che tutti avrebbero poi dormito nel fienile.
  5. Scappare, ulteriormente ingobbite.
  6. Stare zitti tutta la sera.

SI

Dovrete invece:

  1. Fingere di non esservi accorti della sgarberia e sorridere. Se vi capita di arrivare sistematicamente prima (puntuali) al ristorante e di dovere aspettare da soli a tavola, ordinate un buon aperitivo e mettetelo in nota spese. Quando il capo arriva, sorridete. E pensate al cocktail della prossima occasione.
  2. Incedete nel mezzo della sala con nonchalance, come se aveste una meta. Stringete un po’ gli occhi (i miopi lo fanno meglio ed è anche piuttosto sexy) come se cercaste una persona in particolare e non un buon uomo qualsiasi che vi salvi dal nulla: chi vi ha invitato, o chi vi conosce, vi intercetterà più facilmente se non vi nascondete e il momento di orror vacui sarà più breve.
  3. Stringete la mano con decisione ma senza arroganza: voi stimate la compagnia per la quale state facendo il colloquio, ma siete consapevoli del vostro valore.
  4. Se vi fanno accomodare in una sala vuota, sedetevi spalle al muro e sguardo alla porta. Alzatevi per salutare con naturalezza sapendo che il piacere di incontrarvi non è solo il vostro, ma anche quello del vostro interlocutore.
  5. E’ sempre meglio essere ben vestiti che no. Chi vi ha invitato sarà contento che per la sua festa vi siate presi la briga di prepararvi come si deve, anziché essere arrivati direttamente dalla palestra. Fate la faccia democratica e amabile delle ambasciatrici dell’Unicef che indossano pratici sandalini capresi hand made da Don Ciccillo , quando visitano le favelas.
  6. Una forte personalità e una postura eretta possono supplire a parecchi centimetri. I tacchi faranno il resto. Ad un certo punto si va sempre a tavola e qui si pareggiano i conti. Kylie Minogue sarebbe a suo agio anche a una partita di basket.
  7. Non sottovalutate l’esotismo dell’accento italiano e il fascino di argomenti interessanti: sarete molto più seducenti che stando zitti. Lo sforzo di parlare una lingua che non è la vostra sarà apprezzato anche da pigri anglofoni madrelingua.

 

Insomma un poco di autostima (se non la avete fingete pure di averla) e spavalderia, un sorriso e un incedere elegante vi daranno una mano in tutte le occasioni. È una questione di portamento. Se vi comportate come se foste a proprio agio, sarete a vostro agio.

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