Archivi categoria: Soft Skills

Real time: i sopravvissuti di Ispo

PB Ieri sera tornando da Monaco mi è venuto un attacco di sorellanza con alcune Immagine correlatasconosciute.

Aereo pieno come un uovo. Cappelliere colme. Ognuno si deve mettere il trolley sotto i piedi, il cappotto in grembo, la borsetta sul trolley, il libro sopra il cappotto.

Siamo così sedute in tre. Sembriamo atlete del nuoto sincronizzato: valigia, borsetta, cappotto e sopra il libro. Stessa posizione per tutte, stessi volumi, stessi movimenti. Forse abbiamo la stessa taglia e abbiamo messo cose simili nel bagaglio.

Mentre come tre soldatini siamo composte senza darci noia, accendiamo la luce per leggere e sorridiamo. Anche se lo spazio è davvero tiranno e siamo alla sera di una lunga giornata di lavoro fuori sede.

Ripenso allo spettacolo variopinto, sudato e disordinato che mi è passato sotto gli occhi per quasi tutto il giorno.

  • Presso il guardaroba di ISPO, una fiera internazionale dello sport in cui arrivano visitatori da tutto il mondo – non la sagra del salame d’oca – tre uomini sguaiati e ridanciani si occupano di ritirare i bagagli degli avventori. Uno in particolare ha un pancione gigantesco ma indossa una camicia che pare essere stata rubata all’asilo. Il risultato sono tre bottoni aperti sopra la cintura, con la cravatta che penzola a coprire diversi centimetri di pancia al vivo.
  • Gli altri due colleghi vociano e scoppiano a ridere come in una birreria dell’Oktober fest. Una vera pena.
  • In aeroporto, a sera, si alternano italiani che paiono usciti da un servizio fotografico di Class, con cover dell’I Pad in pelle umana che costeranno come un divano (non di quelli in promozione continua da due anni. Un divano normale) e omaccioni in t-shirt molto sudata a cui è difficile stare vicino, che giacciono come balene spiaggiate sulle poltrone dell’area partenze.

La Fiera in sé (che sia MIDO, ISPO, BASEL, VINITALY, PITTI…) è una discreta tortura. Ci si deve andare attrezzati.

Non ci si veste come al consiglio di amministrazione (anche se si è italiani), ma neanche come una promoter del tapis roulant!

Basta avere un paio di scarpe comode e un pull over.

Non è necessario andarci con la canotta a compressione graduata termoincollata antistatica.

La stanchezza arriva per tutti ma non state attraversando il Mediterraneo al seguito di uno scafista. Presto sarete in una confortevole stanza d’albergo o addirittura nel vostro letto.

Cercate di imporvi un minimo di disciplina e decoro: siete in mezzo a tante altre persone, probabilmente stanche come voi e forse di più. Non molestatele con sonnellini rumorosi, piedi sulle sedie, corpi semidistesi.

Ci sono atleti che dopo cinque ore di tennis stanno seduti composti in sala stampa a rispondere alle domande dei giornalisti.

Mai visto nessuno così stropicciato come i reduci di Ispo.

A parte me e le due sconosciute dell’aereo: riesco persino a scrivere questo post sul quadernetto sopra al libro, sopra il cappotto, sopra la borsetta, sopra il trolley!

Contrassegnato da tag , , , , ,

Impara l’arte e mettila da parte

PC Era l’estate scorsa quando ho incontrato, dopo anni che non ci vedevamo, Elda, che tra una fermata e l’altra del metrò mi ha raccontato di come sia riuscita ad uscire da un impasse lavorativo grazie alla sua passione per le lingue straniere e alla voglia di rimettersi in gioco, investendo tempo ed energie. Dato che si era subito dichiarata una fan di trampolinodilancio le ho chiesto di condividere con i nostri lettori come fosse riuscita a realizzare il suo piano B. Ecco il suo racconto: c’è voluto un anno per scriverlo ma in pochi minuti di lettura trasferisce, proprio come fa Elda di persona, una grande carica di ottimismo! Grazie Elda!

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Elda Alesani: “Conosco Paola e Patrizia da tempo quasi immemorabile, ma, come spesso accade, ci siamo un po’ perse di vista negli anni. Quando hanno aperto questo blog, sono rimasta entusiasta per il doppio vantaggio di riuscire a rimanere in contatto e di approfittare dei loro impagabili suggerimenti: le dritte sull’abbigliamento di Patrizia mi hanno salvato più di una volta, io non ho nessun talento in tal senso, il mio orizzonte stilistico finisce ai jeans e maglietta.

In ogni caso, Paola un anno fa mi chiese di raccontare come sono riuscita a cavarmela… ed eccomi qui.

Per capire il contesto, debbo raccontare qualcosa di me; non temete, sarò breve.

Ho fatto il liceo linguistico, perché ho cominciato a studiare lingue da piccola (ero un’eccezione, una volta non si usava) e non volevo perderle per strada. Ma durante il liceo mi sono accorta che non era proprio quello il mio campo d’interesse, quindi mi sono presa un anno sabbatico dopo la maturità per consolidare le lingue che mi interessavano lavorando all’estero e poi ho cambiato registro e mi sono laureata in matematica, per finire poi ad occuparmi di informatica una volta arrivata nel mondo del lavoro.

All’inizio ho avuto modo di utilizzare anche le lingue straniere, ma dopo un po’ il mio orizzonte lavorativo si è ristretto all’Italia e per più di 15 anni non ho avuto a che fare con l’estero. Perlomeno sul lavoro; però non ho mai smesso di usare le lingue che conoscevo tra libri, film ed amicizie.

Quando i miei figli erano piccoli ho avuto l’occasione di poter passare ad un contratto part-time a tempo indeterminato: ottima cosa sul fronte familiare, pessima su quello lavorativo. Sono finita in un angolino, a fare più o meno le stesse cose, per anni e anni, senza avere modo di uscire dall’oblio.

Il giro di boa è arrivato quando l’azienda ha cominciato a sponsorizzare corsi di lingue straniere per tutti i dipendenti: ho preso la palla al balzo, e sono riuscita a guadagnarmi una prima certificazione di tedesco, che non avevo avuto modo di fare quando lavoravo in Germania. E non vi sto a raccontare i numeri da circo per riuscire a frequentare i corsi intensivi di sabato mattina, soprattutto perché nel frattempo ero tornata a lavorare full time.

Un giorno, ormai quasi 2 anni fa, mi chiama la mia manager, e mi dice “ti vogliono subito per un colloquio”. Non faccio a tempo a ripigliarmi dalla sorpresa, che sto già parlando con il gran capo di un’altra azienda del gruppo, discutendo della mia disponibilità a partire per l’Austria dopo 2 giorni. Nel giro di mezz’ora ho cambiato azienda, ruolo e prospettive.

“Caspita, mamma, che fortuna!” ha detto mia figlia Eleonora quando ho raccontato ai miei ragazzi come e perché sarei partita. Beh, certo, la coincidenza fortuita che ha fatto in modo che il “capo nuovo” chiedesse, tra tutte le persone possibili, proprio al mio “capo vecchio” se aveva qualcuno che parlava il tedesco, sì, quella è stata fortuna. Ma non è stata fortuna che io fossi la persona giusta in quel momento. Ci sono voluti anni di impegno e di passione, per crearmi quelle competenze.

Negli anni, ho visto storie analoghe alla mia. Un ex collega ha sorpreso tutti, perché all’improvviso si è licenziato e si è costruito una nuova carriera come skipper: un ingegnere insospettabile, che aveva passato ogni momento libero degli ultimi anni a studiare e prendere patenti nautiche di vario genere e tipo. L’ultima volta che l’ho incontrato, era in partenza per la Nuova Zelanda.

Un altro amico, sempre informatico, si è ritrovato in mobilità più o meno da un giorno all’altro: la sua conoscenza delle arti marziali e di insegnamento dello sport hanno fatto una parte; l’altra parte l’ha costruita mettendosi a studiare shiatsu. Adesso ha uno studio in cui abbina la medicina cinese e l’insegnamento di ginnastiche specifiche a scopo terapeutico, con ottimi risultati.

Quindi… il piano B può arrivare da un sacco di punti diversi, spesso imprevisti. Coltivare le proprie passioni, seguire i propri interessi, può avere risultati sorprendenti.”

Contrassegnato da tag , , , ,

QUESTIONE DI PORTAMENTO

PB

  1. Come gestire il tuo capo se è maleducato?
  2. Come non essere in imbarazzo entrando in una sala dove non conoscete nessuno?
  3. Come fare buona impressione a un colloquio di lavoro?
  4. Come non sprofondare dall’imbarazzo se arrivate vestiti a una festa come fosse il ballo debuttanti e tutti sono vestiti Decathlon?
  5. E se siete la più bassa della sala?
  6. E se il vostro inglese è così così?

NO

Mentre siete tentati – nell’ordine di:

  1. Fare gli offesi
  2. Sbarrare gli occhi disperatamente alla ricerca di un viso noto mentre aderite alla tappezzeria
  3. Inginocchiarvi supplicando disperatamente di essere assunti.
  4. Rimproverare al festeggiato di non avervi avvisato che tutti avrebbero poi dormito nel fienile.
  5. Scappare, ulteriormente ingobbite.
  6. Stare zitti tutta la sera.

SI

Dovrete invece:

  1. Fingere di non esservi accorti della sgarberia e sorridere. Se vi capita di arrivare sistematicamente prima (puntuali) al ristorante e di dovere aspettare da soli a tavola, ordinate un buon aperitivo e mettetelo in nota spese. Quando il capo arriva, sorridete. E pensate al cocktail della prossima occasione.
  2. Incedete nel mezzo della sala con nonchalance, come se aveste una meta. Stringete un po’ gli occhi (i miopi lo fanno meglio ed è anche piuttosto sexy) come se cercaste una persona in particolare e non un buon uomo qualsiasi che vi salvi dal nulla: chi vi ha invitato, o chi vi conosce, vi intercetterà più facilmente se non vi nascondete e il momento di orror vacui sarà più breve.
  3. Stringete la mano con decisione ma senza arroganza: voi stimate la compagnia per la quale state facendo il colloquio, ma siete consapevoli del vostro valore.
  4. Se vi fanno accomodare in una sala vuota, sedetevi spalle al muro e sguardo alla porta. Alzatevi per salutare con naturalezza sapendo che il piacere di incontrarvi non è solo il vostro, ma anche quello del vostro interlocutore.
  5. E’ sempre meglio essere ben vestiti che no. Chi vi ha invitato sarà contento che per la sua festa vi siate presi la briga di prepararvi come si deve, anziché essere arrivati direttamente dalla palestra. Fate la faccia democratica e amabile delle ambasciatrici dell’Unicef che indossano pratici sandalini capresi hand made da Don Ciccillo , quando visitano le favelas.
  6. Una forte personalità e una postura eretta possono supplire a parecchi centimetri. I tacchi faranno il resto. Ad un certo punto si va sempre a tavola e qui si pareggiano i conti. Kylie Minogue sarebbe a suo agio anche a una partita di basket.
  7. Non sottovalutate l’esotismo dell’accento italiano e il fascino di argomenti interessanti: sarete molto più seducenti che stando zitti. Lo sforzo di parlare una lingua che non è la vostra sarà apprezzato anche da pigri anglofoni madrelingua.

 

Insomma un poco di autostima (se non la avete fingete pure di averla) e spavalderia, un sorriso e un incedere elegante vi daranno una mano in tutte le occasioni. È una questione di portamento. Se vi comportate come se foste a proprio agio, sarete a vostro agio.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Come gestire gli imprevisti durante una riunione

PC Qualsiasi manager potrebbe raccontarvi decine di aneddoti su tutti gli imprevisti che possono succedere prima o durante una riunione: viene da chiedersi perché continuiamo a chiamarli imprevisti. E in effetti la vostra salute mentale e il successo della riunione dipenderà in gran parte dal fatto di prevedere gli imprevisti. Vediamo qualche suggerimento per diminuire il rischio (azzerarlo è impossibile) che qualcosa vada storto, in particolare quando la riunione è importante e coinvolge molte persone.

  1. Cercate di arrivare sempre con grande anticipo rispetto all’orario di inizio della riunione.96242

Se viaggiate in auto dovrete prevedere un incidente in tangenziale, se prendete il treno dovrete essere sicuri di riuscire a gestire eventuali scioperi o ritardi, se scegliete l’aereo dovrete essere in grado di arrivare puntuali malgrado eventuali cancellazioni del volo (in sostanza meglio partire la sera prima). Avendo scelto di vivere fuori Milano se ho una riunione importante in città al mattino, dormo sempre dai miei genitori “milanesi” e parto comunque con grandissimo anticipo, in modo da poter abbandonare l’auto con il motore fuso e prendere un taxi, se necessario (in realtà non mi è mai successo, per fortuna, fino ad ora…)

  1. Controllate di avere quello che vi servirà in riunione

Stilate la sera prima la lista di quello che dovrete avere in riunione, se possibile preparate già tutto in anticipo sulla scrivania e poi assicuratevi di portarlo con voi. Ho da poco rivisto un mio account che si ricordava di quando all’altezza di Lodi abbiamo realizzato che aveva lasciato in ufficio la borsa da layout con gli storyboard della nuova campagna Barilla che stavamo andando a presentare a Parma (siamo rimasti in buoni rapporti e lui appena ha potuto ha abbandonato i panni dell’account distratto per vestire quelli del creativo di successo). In questi casi non è importante stabilire di chi sia la responsabilità: meglio partire dal presupposto che tocchi a voi anche controllare che gli altri abbiano fatto la loro parte!

Per una risoluzione dell’imprevisto del punto 2 è quindi utile aver programmato il punto 1, in modo da avere il tempo di tornare indietro a prendere i layout, oppure avere messo in atto il punto 3 (vedi qui di seguito)

  1. Fate un back up di tutto

Mettete quello che dovete portare su molteplici e differenti supporti, che terrete in posti diversi: inutile avere la stessa presentazione in copia cartacea, su due chiavette usb e sul portatile, se poi mettete tutto nella borsa del portatile e la dimenticate all’autogrill (no, questo per fortuna non mi è successo!)

  1. Verificate di sapere utilizzare l’attrezzatura tecnica.

Se possibile fate un sopralluogo nella sala dove si terrà la riunione e provate ad usare pc, proiettore, accensione e spegnimento delle luci, telefono. Aprite le presentazioni e assicuratevi che funzionino, se dovete mostra un video provate sempre se parte (non date per scontato che il pc che userete abbia caricato il programma con cui l’avete salvato) e soprattutto se si sente l’audio. Se usate il vostro portatile assicuratevi di avere il cavo corretto per collegarvi al proiettore o alla televisione disponibile in sala. Questo soprattutto se usate un Mac!

Chiedete che sia con voi un tecnico che vi aiuti a familiarizzare con tutte le attrezzature.

Sappiate che questo non vi metterà comunque al riparo dall’imprevisto: recentemente sono arrivata un’ora e un quarto in anticipo su una riunione e ho verificato con il tecnico che funzionasse tutto, ma quando i partecipanti erano già arrivati tutti mi hanno comunicato che andava cambiata una chart, per cancellare un dato che solo in quel momento si era deciso di non condividere: peccato che il proiettore fosse già acceso e che quindi per fare la modifica avrei dovuto proiettare la chart incriminata su un’enorme schermo. Ça va sans dire che non avevo chiesto come spegnere e accendere il proiettore, pensando che fosse un’operazione che non avrei dovuto svolgere. Ovviamente avevo magnanimamente detto al tecnico di andarsene, visto che aveva promesso di essere facilmente raggiungibile al telefono. Ma naturalmente al telefono non ha risposto per alcuni minuti che mi sono sembrati i più lunghi della mia vita: con il senno di poi avrei dovuto avere con me anche il portatile, sul quale fare la modifica, ricaricare la presentazione su chiavetta e rimettere sul pc della sala. Tutto è finito bene, il tecnico è arrivato in tempo e nessuno si è accorto di nulla. Ma a quel punto gli ho chiesto di restare finché la riunione non è iniziata!

  1. Prevedete piccoli inconvenienti di percorso

Non mangiate gli spaghetti prima di una riunione importante: la macchia di sugo è praticamente assicurata e l’attenzione sarà su quella invece che su quanto che dite. Portate lo smalto per ritoccare l’unghia rovinata. Prevedete un paio di collant di riserva (ma non dimenticali in auto come ho fatto io prima della stessa riunione di cui ho parlato prima). E se come è successo a me nel collant nuovo di zecca parte una smagliatura ricordatevi che potete usare lo smalto previsto per l’imprevisto unghia rovinata per bloccarla.

  1. Siate pronti a fare il jolly

In generale siate pronti a svolgere tutti i compiti previsti in riunione. Nel solito meeting di cui parlavo, finita la parte preliminare di cui ero responsabile (mi ero ricordata il giusto ordine delle introduzioni, il video aveva funzionato con un audio né assordante né troppo basso, la presentazione – segretamente corretta -era già aperta alla prima pagina), proprio quando pensavo di rilassarmi, visto che lo speech lo faceva il mio capo, ho scoperto da un suo sguardo che avrei dovuto cambiare io con il telecomando le chart. Per fortuna, avendo preparato la presentazione insieme, sapevo quand’era il momento di passare alla chart successiva e avevo provato prima il funzionamento del telecomando remoto!

The Jolly Joker. Playing card on a white background

The Jolly Joker. Playing card on a white background

  1. Abbiate anche l’umore di un jolly

Mentre sperate che la smagliatura della calza resti bloccata dallo smalto in zone nascoste, scansate per un pelo la tazzina di caffè che stanno versandovi sulla camicia bianca,  modificate la presentazione all’ultimo minuto, scoprite che i meravigliosi layout stampati la sera prima sono rimasti in agenzia, sostituite il responsabile media che all’ultimo ha perso l’aereo spiegando voi dati di cui avete solo un’infarinatura e l’impianto tecnico fa, come sempre, le bizze, ricordatevi che quello che rimarrà impresso a tutti sarà non tanto l’imprevisto ma la vostra capacità di gestirlo con un sorriso, una battuta, una buona improvvisazione e soprattutto senza panico.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Il fattore umano

PB La mia amica Lidia, intelligente, lucida, belloccia, rompiscatole, ex spietata  – è il nostro life-coach. Nostra, intendo, delle amiche, dei colleghi, dei colleghi delle amiche…

La settimana scorsa, mentre imbarcavo su un volo per Napoli, mi ha fatto compagnia al telefono, fino a che l’aereo ha sostanzialmente rollato. Appena un attimo prima di essere sgridata dalla hostess.

Un paio degli argomenti della nostra telefonata, avevano un minimo comun denominatore che credo sia interessante per i nostri lettori: quanto il fattore umano possa fare la differenza anche nella professione e non solo nella vita personale.

Argomento uno: L’autista della navetta per l’aeroporto (lo stesso che una volta mi ha salvato una boccia di profumo che avevo dimenticato in borsa e che se lui non mi avesse riposto nell’auto dopo avermi lasciato al terminal, non avrei potuto imbarcare), mi ha detto di sedermi davanti, perché si ricordava che io soffro l’automobile.

Questo signore nella sua vita è stato autista di camion. Quindi sul fatto che sappia guidare bene non si discute. Ma lui ha fatto la differenza ricordandosi specificamente di un suo passeggero. Che non si è sentito per niente qualsiasi, come quando vai al tuo bar e il tuo barista ti prepara il caffè (macchiato? lungo? corto? deca? d’orzo? in tazza grande? con latte freddo a parte?) prima ancora che tu apra bocca.  Mio driver preferito per sempre. Parcheggio confermato e intangibile, anche se quando piove si sprofonda nel fango. Ma che fa un poco di fango a Jane quando il suo Tarzan guida?

Argomento due: Lidia durante il fine settimana ha fatto una lezione di prova presso un nuovo centro Yoga di Milano. Ci è andata perché il nostro amico Oscar si è occupato in parte dell’arredamento.

Ma è stata conquistata dalla verve della signora americana che ha aperto il centro. Volitiva, appassionata, non travestita da santone indiano, ha capito le sciure milanesi creando uno spazio bello e da dove si esce più belle (si, ha capito le sciure milanesi).

Lidia ci va alle 7 del mattino, prima di andare in ufficio. Il centro è aperto per cittadine di pianura, pragmatiche, un poco calviniste, esigenti, discrete, di una certa sobrietà ma bisognose di fuoco e passione. La lezione è “Hot” perché si svolge a 37 gradi. Ma il nome promette in ogni modo qualcosa in più divertente che due guanciotte rosse.

Concordo con il mio life-coach: a parità di preparazione tecnica (e qui non si discute: bisogna imparare l’arte) la capacità di intuire le esigenze di chi ci sta intorno, l’empatia che si crea nello scambio di competenze, sono il fattore umano che rende speciale ciò che sarebbe solo sufficiente.

Crescere come uomini, oltre che come tecnici, vi renderà candidati migliori nella ricerca di una buona posizione e di una brillante carriera. Oltre che avvicinarvi, per quanto possibile, alla felicità.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Absolute beginners: come ridurre lo stress in un nuovo posto di lavoro

PC Se non siete tra i fortunati appartenenti alla categoria del posto fisso, specie in estinzione come conferma il successo dell’ultimo film di Checco Zalone, è probabile che vi siate recentemente ritrovati o vi troverete presto a dovervi inserire in un nuovo ambiente di lavoro.cover1300_imm

Le ricerche dimostrano che cambiare lavoro è una delle tre principali cause di stress, dopo lutto e trasloco. È quindi normale affrontare con una buona dose di ansia i primi giorni in un nuovo posto di lavoro: siete quelli che gli inglesi chiamano non tanto absolute beginners (il titolo è un mio piccolo tributo all’indimenticabile David Bowie) quanto newbies (persone inesperte di un certo contesto che mostrano l’intenzione a migliorarsi).

Ecco alcuni spunti per inserirvi in modo veloce e possibilmente indolore nel nuovo ambiente.

Imparate il gergo interno

Ogni azienda, proprio come le tribù giovanili, ha un suo linguaggio specifico, con acronimi da risolvere, parole usate al di fuori del contesto abituale, modi di dire “di moda”. Padroneggiarlo vi permetterà di capire cosa vi viene scritto o detto, ma anche di dimostrare appartenenza al gruppo. Per un approfondimento potete leggere anche Il gergo aziendale come segnale di appartenenza

FloresemNottingHill_Paddington22Indossate la divisa giusta

Per quanto ci siano regole generali su come vestirsi adeguatamente in ambito lavorativo, argomento che abbiamo trattato più di una volta (vedi Dress code: come vestirsi adeguatamente per lavoro dove gli altri si divertono e Come vestirsi d’estate per una riunione , A proposito di stile e di estate) esistono anche delle specifiche norme non scritte in ogni singola azienda che è meglio seguire soprattutto nei primi giorni.

Non fate l’errore di pensare ad esempio che in un ambito creativo ci possa permettere la massima informalità, questo può essere vero per quanto riguarda copy writer o art director, ma molto meno nel reparto account. L’ideale sarebbe tenere gli occhi ben aperti il giorno del colloquio per capire in anticipo (con una certa dose di ottimismo!) qual è lo stile aziendale e presentarvi fin dal primo giorno vestiti in modo da mimetizzarvi al meglio. Questo non significa che dobbiate rinunciare al vostro abituale modo di vestirvi, l’importante è che questo rientri in alcuni parametri. E in ogni caso è meglio aspettare qualche mese prima di andare contro corrente. Ricordatevi che dovete innanzitutto dimostrare volontà di appartenenza al gruppo, e l’aspetto esteriore è uno degli elementi che meglio lo identificano.

Fate domande

Non vergognatevi a chiedere le informazioni più banali (dov’è il bagno, dove si carica la chiavetta per il caffè, come si fanno le fotocopie, come si controllano sul telefono le chiamate perse) ma anche chiarimenti su quello che vi viene spiegato o richiesto. È normale che un nuovo arrivato non conosca molti aspetti dell’azienda e del lavoro e voglia impararli al più presto. Senza contare che ci sono poche cose più irritanti per un capo del sentirsi dire “sì” da una persona che non ha in realtà capito cosa deve fare: molto meglio dover ripetere, ma essere sicuri di ottenere il feedback desiderato.

Siate proattivi5498c231-b391-4d81-bee3-2b15d3d36f67

Nei primi giorni abbonderanno i momenti vuoti nei quali non saprete cosa fare. Benché tutti vi dicano che tra poco li rimpiangerete con tutto il cuore perché sarete sommersi di lavoro, chiedete ai vostri colleghi se c’è qualcosa che potete fare per aiutarli. Non è detto che possano effettivamente delegarvi qualcosa, ma almeno avrete dimostrato proattività e spirito d’iniziativa.

Sorridete

I lettori di questo blog sanno che per Patrizia e me il sorriso è una sorta di mantra (vedi Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso , Dalla moto all’ufficio: due consigli per inserirsi in un nuovo ambiente lavorativo)

Ecco alcuni dei moltissimi motivi per cui sorridere è utile a voi, prima ancora che agli altri:

  • sorridere porta gli altri a sorridervi di rimando e questo renderà i primi giorni decisamente meno ansiogeni ( per la precisione il 50% di quelli a cui sorriderete sarà portato, per una serie di norme interiorizzate, a restituirvi il sorriso)
  • sorridere trasmette fiducia, serenità e persino credibilità
  • sorridere dimostra empatia, e l’empatia è una delle chiavi per farvi accettare dal gruppo.

Imparate i nomi

Ricordare il nome delle persone è un dono che io non ho mai posseduto. Se aggiungete che sono poco fisionomista potete capire le difficoltà che sto incontrando a inserirmi in un ambiente di lavoro estremamente variegato. Alcuni trucchi che utilizzo: mi faccio dei bigliettini con segnati i nomi delle persone con le quali interagisco suddivise per reparto, ubicazione nell’ufficio, ruolo; guardo il loro profilo su Linkedin prima di incontrarle in riunione, in modo da arrivare già preparata e dover fare solo un “ripasso”; mi disegno il tavolo di ogni riunione e poi appunto il nome di tutti i partecipanti unito a una breve descrizione esteriore (magrolina con gli occhiali, fusto con taglio a spazzola, baffi a manico). Cercate di conoscere meglio le nuove persone che incontrate, fate qualche domanda senza risultare invadenti e soprattutto ascoltate molto.

Non esprimete opinioni non richieste

Cito quanto scritto da Patrizia in uno dei suoi post che preferisco: “La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.”

Cercate di sentirvi a casa

Se potete, personalizzate la vostra postazione con oggetti e foto che vi ricordano qualcosa di positivo, approfittate dei servizi che l’azienda mette a disposizione (mezz’ora in palestra vi riconcilierà con il mondo), individuate  il baretto che fa il miglior caffè e scambiate ogni mattina due parole con la barista, capite se tutte portano la schiscetta e adeguatevi: parlare con qualcuno a pranzo di argomenti diversi dal lavoro funziona meglio di un ansiolitico, oppure usate la pausa pranzo per andare dall’estetista, dal parrucchiere, a comprare il regalo per la festa di compleanno puddington2dell’amichetto di vostro figlio. Vi ritroverete con più tempo libero nel week end per rilassarvi e affrontare meglio un’altra settimana da newbie.

Contrassegnato da tag , , , ,

PER ASPERA AD ASTRA

PC I più giovani forse non hanno ancora dimenticato le tante cadute prima di imparare ad andare in bicicletta e chi ha un figlio sicuramente ricorda il mal di schiena che viene quando, per facilitare i primi tentativi senza rotelline del pargolo, si corre qualche metro a zig zag tenendo il manubrio della biciclettina e prendendosi i pedali nelle caviglie.2011112510478

Il punto è che non si può imparare ad andare in bicicletta senza fare fatica, demoralizzarsi, cadere e sbucciarsi le ginocchia. Ed è necessario qualcuno che ci costringa a uscire dalla nostra confort zone (le rotelline) e ci sproni a provare qualcosa che non abbiamo ancora fatto, anche se ci saranno delle difficoltà da superare (personalmente serberò sempre il ricordo di mio padre che mi ha incitato ad andare per la prima volta in bici senza mani, senza pensare, ahimé, che lo sterrato non era probabilmente il terreno migliore per iniziare: il risultato della caduta è ancora inciso come un tatuaggio sul mio ginocchio sinistro).

L’attuale situazione del mercato del lavoro ci impone tutti i giorni delle asperità tali che rischiano di minare la nostra capacità di reagire e di intrappolarci in una zona di autocommiserazione.

Ci sono sicuramente difficoltà attribuibili solo ed esclusivamente alla crisi e a eventi esogeni che non possiamo gestire (lo sterrato che rende più difficile tenere dritta la bicicletta). Ma esistono anche delle situazioni che vengono principalmente influenzate dal nostro comportamento (la mia incertezza nel pedalare dovuta alla paura di cadere) o da quello degli altri (la volontà di mio padre di farmi sempre superare i miei limiti, forse causata dal desiderio di avere un figlio maschio?).

Quando le difficoltà che incontriamo rientrano nelle due ultime categorie per scoprire il motivo latente che ci ha messo di fronte un ostacolo e cercare il modo corretto per superarlo può essere utile applicare la tecnica del laddering, che uso nelle mie lezioni per insegnare a individuare le motivazioni più profonde che portano ad acquistare un prodotto.

Il Laddering, da La strategia in pubblicità. Manuale di tecnica multimediale: dai media classici al digitale, di Marco Lombardi, Franco Angeli, 2014

Il Laddering, da La strategia in pubblicità. Manuale di tecnica multimediale: dai media classici al digitale, di Marco Lombardi, Franco Angeli, 2014

Il laddering è una catena di “perché” che ci aiuta ad indagare sulle cause di un comportamento, partendo dalle caratteristiche più oggettive e fattuali, fino ad arrivare alle motivazioni più profonde e valoriali. L’obiettivo è capire i motivi per cui ci troviamo in situazioni difficili e provare a modificare le cause più nascoste. Come diceva Einstein “non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose”.

Proverò a fare un esempio: siamo molto amareggiati perché il nostro capo, dopo averci chiesto di fare un lavoro lungo e faticoso che non rientrava nei nostri compiti, lo ha completamente ignorato. Non commentiamo l’accaduto con lui, ma questa delusione si aggiunge alla percezione generale di essere poco apprezzati. Alla prima occasione in cui verrà preteso un ulteriore impegno aggiuntivo, anche se questa volta magari meno gravoso, è probabile che esploderemo con una serie di recriminazioni che rischiano di minare il rapporto con questa persona.

Proviamo ad applicare il laddering a quanto accaduto, impiegando la massima sincerità nell’analisi dei nostri comportamenti e cercando di non essere semplicisti nel valutare le azioni degli altri.

Situazione di partenza:

Ho fatto un lavoro impegnativo che non è stato apprezzato

Perché il mio lavoro non è stato apprezzato?

Perché il mio capo è un ingrato schiavista

La risposta più facile consiste nell’attribuire tutte le responsabilità all’altra persona, etichettandone il comportamento, ma questo non ci aiuterà ad affrontare meglio una situazione analoga nel caso in cui ci si riproponga. Riproviamo:

Perché il mio capo è un ingrato schiavista

Perché il mio lavoro non è stato apprezzato?

Perché il mio capo non ha neppure guardato il mio lavoro e non ha quindi potuto apprezzare com’era ben fatto.

Questa è una lettura oggettiva di quanto è accaduto che ci dà un indizio utile per continuare l’analisi. Proviamo ora a capire il perché l’ha fatto (il modo migliore è semplicemente chiederglielo, invece di tenerci dentro la delusione)

Perché il mio capo non ha neppure guardato il mio lavoro?

Perché il lavoro che ho svolto non era più necessario dato che l’intero progetto, a cui il mio capo teneva molto, è saltato.

Quindi perché il mio capo non mi ha dato feedback?

Forse perché ha inconsciamente voluto dimenticare tutto quanto riguardava questo progetto, che costituisce per lui un piccolo fallimento.

Siamo arrivati a una motivazione profonda. Capire questo insight ci avrebbe dato l’opportunità di relazionarci con lui a un livello paritetico, di farci percepire come partner, di uscire da una relazione che gli psicologi transazionali definiscono genitore-bambino, nella quale dipendiamo dal suo apprezzamento proprio come un bambino che porta il disegno da vedere al papà e ci rimane male se lui non lo guarda.

Vale la pena probabilmente anche chiedersi:

Perché io non gli ho sollecitato un feedback?

Perché ho pensato che come sempre mi accade il mio lavoro non viene correttamente apprezzato e che il mio valore non viene mai valutato in modo equo.

In sostanza abbiamo preferito rimanere  in quella che è diventata paradossalmente una confort zone – il ritenersi sottovalutati e incompresi – piuttosto che stimolare un confronto paritetico e sincero.

La prossima volta che si presenta un ostacolo, soprattutto se è simile a una difficoltà incontrata in passato, provate a chiedervi i motivi profondi di quanto sta accadendo in modo da imparare a non fare gli stessi errori.

Il mio augurio per questo nuovo anno è che le asperità e gli ostacoli  della vita lavorativa vi conducano in alto!

Contrassegnato da tag , , , ,

Job Future oggi allo IED

PC Oggi allo Ied si parlerà del lavoro del futuro e delle caratteristiche che le principali aziende cercano nei loro candidati ideali. Alle 17.00 in Via Sciesa a Milano parleranno Simona Maggini, CEO YOUNG&RUBICAM Italia/VML (e cultore della materia al nostro corso di Brand Lab in Iulm!), Silvia Mauri, HR Director WE ARE SOCIALMaggie Priori, Brand Manager ROBERTO CAVALLIClaudio Burchi, Account Director FUTUREBRAND e Alicia Lubrani, Head of Consumer Communication SAMSUNG coordinati da Elena Sacco, Direttore IED Management e Comunicazione Milano..Invito-Digitale

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Carriera e figli? Si sopravvive recitando

PB Pare che la maggior parte dei manager maschi italiani siano stati partoriti da donna. Ci sono solo pochi esempi di partenogenesi o di prodotti sintetici (io ho avuto un capo androide, ma appunto si tratta di eccezione). Nonostante questo fatto piuttosto evidente, la maternità – per fare carriera – rappresenta ancora un ostacolo. Una donna in Italia (magari anche altrove, non so) ha solo due possibilità per non essere considerata una balia: o non fare figli (che noia, sono obiettivamente la cosa più carina che chiunque di noi possa fare) o mentire.

Io ho mentito sempre. Con caparbietà e coerenza. Più che mentire ho commesso molti peccati di omissione. Continuamente.

Se ti assenti dal lavoro perché fai la maratona di NY sei figo. Se stai a casa perché operano tuo figlio o perché ha 40 di febbre non sei abbastanza dedita al lavoro. Se esci alle 15 per una partita a squash ti aspettano tutti. Se esci per mettere l’apparecchio al Fede, quando torni hanno dato il progetto a un altro. Se la sera vai a teatro sei colta. Se vai alla festa di Natale (dura uguale ma è professionalmente meno qualificata e necessaria per la tua carriera parallela di mamma) sei una mammoletta.

Ergo: nessuno se non eccezionalmente e per aneddoti divertenti saprà mai che la strana creatura, bassa e piuttosto pasticciona, che gira per casa tua è tuo figlio. Forse è un extraterrestre. Una scultura semovente, un ologramma. In ogni modo non è un essere che richiede la tua attenzione, il tuo affetto, il tuo tempo, la tua mente. Per colleghi e capi tu pensi solo alle collezioni e al budget. Nei momenti di relax tra una riunione l’altra ascolti piena di interesse aneddoti su tabelle di performance, allenamenti, regate e integratori alimentari (la mia generazione ha colleghi – e mariti – che si trasformano in bozzoli fasciati di Lycra prima e dopo l’ufficio, maratoneti, iron-men, ciclisti, fondisti, velisti, golfisti.  Purtroppo gli eroinomani degli anni ‘70 si contano sulle dita di una mano). Hai un figlio certo, di cui non parli quasi mai, che fa tutto da solo.

Naturalmente non ti lamenti mai di lui (altrimenti sei una rompipalle), né dai segno di trascurarlo (il collega/capo maschio ti considererebbe anaffettiva e contro natura dato che è fondamentalmente un mammone): semplicemente per miracolo tu hai prodotto l’unico bambino al mondo che fa il bagno senza lamentarsi, cucina per tutti la sera, finisce i compiti prima che tu torni a casa, non si ammala mai, non ha bisogno di andare in bagno quando ha già su la sciarpa e tu hai un aereo in partenza,  non vuole andare alle feste di compleanno quando la tata non è disponibile, non desidera che tu lo accompagni al pedibus almeno una volta alla settimana, non vorrebbe che tu cucinassi una torta per la festa della scuola, né che confezionassi una Pigotta come le altre mamme.

Io per fare carriera ho fatto fare la Pigotta alla Marisa (mitica e fantastica  modellista in Giorgio Armani: la mia Pigotta era la più bella della scuola), ho ripassato le province del Piemonte mentre i colleghi pensavano che per me il Piemonte fosse solo una meta per lo sci, ho fatto il pedibus solo 3 volte nascondendomi dietro il traffico dei cantieri EXPO, non ho mai fatto una torta (non sarei stata capace neanche da disoccupata) non ho mai avuto una sua foto in ufficio e sono allegramente sopravvissuta amando mio figlio di nascosto dal mio capo. Che aveva sul tavolo le foto dei suoi figli.

L’unico a cui ho mentito / omesso di più che al mio capo è stato mio figlio. Il quale crede che io abbia un lavoro che non mi occupa, né mente, né attenzione, né passione. Il mio lavoro è semplice e si fa tutto da solo. Sto solo un po’ lontano da casa per pensarlo meglio da lontano e gustarmi di più l’abbraccio alla sera.

Così io ho surfato su tutti i pregiudizi , ho avuto il pudore della mia felicità, e ho fatto la mia carriera (non avrei fatto di meglio se non avessi avuto figli, anzi magari sarei stata meno felice, proattiva, ottimista e lungimirante), ma Paola ha sottomano un paio di manager che si stanno districando tra pannolini e Marketing Plan. Sentiremo presto la loro versione dei fatti.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: