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Timeo danaos et dona ferentes

PB  Recentemente sono stata a Londra per un breve periodo. Con colleghi provenienti da diverse zone d’Europa – tutti attivi in posizioni di responsabilità nelle aziende di provenienza – si commentava la dichiarazione di Branson (fondatore di Virgin) relativa alla libertà di vacanza per i suoi dipendenti. Parrebbe infatti che i fortunati collaboratori dell’esuberante imprenditore non debbano più chiedere le ferie o dipendere da un monte giorni pre-assegnato, ma semplicemente fare tutte le vacanze che vogliono, quando vogliono, a patto di garantire che i loro risultati o quelli dei colleghi siano tutelati e non messi a rischio. Insomma , basterebbe essere sereni di essersi organizzati bene, di lasciare il tavolo senza pending e si può infilare un costume da bagno nello zaino.

Tifo da stadio per il geniale patron. Seguito da commenti garruli sulla liberalità e modernità delle imprese che promuovono il lavoro da casa, che hanno un sistema di scrivanie spersonalizzate in cui, quando si arriva in ufficio ci si sistema dove c’è posto, che forniscono strumenti informatici tali da non richiedere la nostra presenza fisica, la nostra voce.

Al rientro a Milano leggo di alcune aziende leader nella nuove tecnologie (Facebook, Apple) che, sensibili alle tematiche del lavoro al femminile, regalano alle loro collaboratrici il – costoso – congelamento degli ovuli in modo da essere supportate economicamente nella pianificazione della propria carriera e potere, quando l’orologio biologico battesse il tempo con petulanza, avere la facoltà di partorire anche con tempi più adeguati ai propri progetti.

Come mai di fronte a tanta liberalità (un sacco di vacanze, basta ore nel traffico, fecondazione assistita per tutti) e a tanti sorrisi compiaciuti a me si arriccia il naso?

Cos’è questo strano retrogusto amaro, a me che adoro lavorare, che mi fa solidarizzare più con il Cipputi di Altan che con le mamme ultraquarantenni della Silicon Valley?

Ebbene, quando il nemico ti fa un regalo, diffida. Temo i greci anche quando portano doni diceva il sacerdote inascoltato a Troia quando vide entrare il cavallo.

Il capo che vi consente di lavorare da casa, grosso modo sta invadendo i vostri spazi, per un tempo molto dilatato rispetto alle convenzionali 8 ore. Pagate per lui l’affitto dell’ufficio che avete ricavato dal sottoscala infilandoci una scrivania dell’Ikea accanto alla scarpiera.

Quello che vi dice di fare pure le vacanze quando volete, purché il vostro lavoro sia finito, vi indurrà a non fare mai le vacanze (non mi ricordo una sola volta in tutta la mia carriera in cui sono partita per il mare con la coscienza pulita).

Quello che vi paga il congelamento degli ovuli vi sta incitando a differire il tempo della maternità, dell’amore, della natura, a favore non solo della vostra carriera, ma soprattutto dei suoi obiettivi di quarter.

Ricordate che le regole non servono per i capi, per gli arrivati, ma per proteggere i più deboli. Una organizzazione senza regole non è liberale, ma dà spazio all’arbitrio.

Bene quindi alle vacanze quando c’è il sole, ai bambini quando vengono, a un capo che non si aspetta che leggiate le e mail a mezzanotte solo perché vi ha dato uno smartphone.

Buon lavoro!

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#SI SELFIE CHI PUÒ

PC Giovanna Landi, la mia studentessa appassionata di Personal Branding, dopo essersi laureata con il massimo dei voti, non ha perso interesse per la materia e ci ha inviato questo interessante pezzo sui rischi legati al profilo facebook. Lo pubblichiamo volentieri sicure che soprattutto i nostri più giovani lettori lo troveranno utile.image.related.articleLeadwide.620x349.19cj7

Dimentichiamo l’impaginazione del CV, la punteggiatura e la grammatica della lettera di presentazione, la gonna troppo corta e il tacco troppo alto al colloquio. Se anche fossimo impeccabili sotto tutti questi aspetti, non dobbiamo temere, possiamo ancora rovinarci. Avete presente quel party di cui non ricordate nulla? Forse no, ma qualche amico vi ha immortalato con in mano una bottiglia di Belvedere vodka mentre stavate fieramente indossando la testa di un cavallo. Capita a tutti, dopo una serata fra amici, e qualche bicchiere di troppo, ecco che ci svegliamo la mattina seguente con foto compromettenti pubblicate in ogni dove. Che cosa penserà il nostro capo guardandole a colazione? Forse si farà una risata. Forse. Sicuramente non saremo noi a farci una risata visto che abbiamo appena perso il lavoro o la possibilità di trovarne uno.

Anche WIRED Italia ne parla e il titolo dell’articolo pubblicato di recente “Non taggarmi, il mio capo mi segue su Facebook”, la dice lunga sull’espansione di tale fenomeno. Non solo selezione, ma anche controllo: per due aziende su cinque l’amletico “to hire or not to hire” si risolve con un’occhiata a Twitter e Facebook.

Secondo uno studio di CareerBuilder, la metà dei CEO intervistati ha dichiarato di aver escluso brillanti candidati proprio a causa di quanto emerso dai loro alter-ego virtuali: troppo individualismo, poca personalità, pessima capacità comunicativa. Un tragicomico excursus di strafalcioni che parte da “omicidi grammaticali” negli status per arrivare a orgogliose ammissioni di abuso d’alcol e droghe, passando per l’immancabile autoscatto del disagio.

Sono sempre più i casi di “hiring (e firing) over social networks”, seguiti non raramente da azioni legali da parte dei dipendenti, i quali millantano paradossali diritti alla privacy su qualcosa che loro stessi hanno voluto condividere senza sapere esattamente con chi. Purtroppo, non serve aver letto Orwell per avere coscienza che al distopico Big Brother, oramai, sia difficile sfuggire.

Durante il mio progetto di tesi ho passato quasi un anno a chiedermi se effettivamente headhunter e selezionatori del personale controllano il profilo del candidato su Facebook, innescando il dubbio in molti miei amici che prima non si erano minimamente posti il problema di poter essere stati scartati durante un colloquio per qualche contenuto presente sui loro profili social. Bene, ora il beneficio del dubbio non esisterà più. L’ultima frontiera della Job Interview gioca, infatti, sul diabolico effetto sorpresa. Non stupitevi se, una volta tirato il sospiro di sollievo, fermato lo spasmo alla caviglia e asciugato i vostri palmi drammaticamente umidi sul fianco della giacca, anziché “Perché dovrei assumerla?” vi sentiste chiedere “Diamo un’occhiata al suo profilo?”. A quel punto, o si ha la fedina virtuale immacolata, oppure “maleditevi” per non aver letto quest’articolo prima.

Purtroppo, non esiste una regola d’oro la cui osservanza garantisca immunità mediatica; anche perché, sul versante social, le aziende pare vedano bianco o nero. La soluzione piùselfie sensata è non esporsi sui social con qualcosa di cui potremmo pentirci e che non saremmo in grado di giustificare in modo rapido e convincente. Credo che il problema non sia tanto un datore di lavoro “curiosone” o i nostri amici “burloni”, bensì la nostra negligenza e nella maggior parte dei casi la poca conoscenza delle piattaforme online, perché basterebbe gestire meglio le impostazioni, che i social network ci consentono di modificare a nostro piacimento, e il problema non esisterebbe più. Non si tratta più di avere strette policy di privacy perché nel momento in cui il selezionatore ci chiede direttamente al colloquio di andare insieme a vedere il nostro profilo facebook, accedendo come proprietari, saranno visibili anche i post e le foto nascoste ai “non amici”.  Allora, iniziamo con il nascondere o eliminare dal nostro diario tutti i contenuti che non vorremmo mai che il nostro selezionatore vedesse. Va precisato che se ci limitiamo a nascondere invece che a eliminare il tag, rimarremo comunque taggati solo che non comparirà sul nostro profilo. Potrebbe comunque bastare, in quanto, così facendo, il nostro selezionatore non lo vedrà. Se invece vogliamo che non compaia da nessuna parte, dopo aver nascosto il tag, possiamo rimuoverlo.

Inoltre, proprio perché prevenire è meglio che curare,nella sezione “Diario e aggiunta dei tag” di Facebook, è possibile monitorare chi può aggiungere cose sul nostro diario:

  •  “Chi può scrivere sul tuo diario?” Impostare “Solo io” invece che  “Amici” in modo che nessuno potrà pubblicare contenuti sulla nostra bacheca. Potranno solo taggarci e in quel caso saremo noi ad approvarlo, come spiegato nel prossimo punto;
  •   “Vuoi controllare i post in cui ti taggano gli amici prima che vengano visualizzati sul tuo diario?”

Il controllo del diario ci consente di decidere se approvare manualmente i post in cui ci taggano gli altri prima che finiscano sul nostro diario. Quando abbiamo un post da controllare, basta cliccare su “Controllo del diario” a sinistra del “Registro attività”. Questa impostazione, però, consente di controllare solo quali contenuti sono consentiti sul nostro diario. I post in cui siamo taggati possono continuare a comparire nei risultati di ricerca, nella sezione Notizie e altrove su Facebook. Questo vuol dire che se fossero contenuti che non vogliamo che esistano online, non ci resta che segnalarli e farli rimuovere direttamente da Facebook.

Quindi forza: iniziate a nascondere i tag da tutte le foto in cui le bottiglie di Vodka sgorgano dalle vostre mani.

In bocca al lupo e si SELFIE chi può!

 

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Gli scivoloni della reputazione on line

PC Procede la ricerca della mia tesista sull’utilità del web come strumento per trovare lavoro in Italia e stiamo scoprendo che c’è un prevedibile scarto generazionale tra gli appartenenti alla x generation, che usano ampliamente Linkedin e Facebook per valutare i futuri candidati, e i baby boomers, che si affidano maggiormente alle raccomandazioni personali che ottengono grazie a un’ampia ed efficace  rete di contatti costruita negli anni.abercrombie

Ne discutevo con Patrizia, che, malgrado scriva insieme a me di personal branding e reputazione on line,  appartiene sicuramente al gruppo di quelli che non pensano di controllare il comportamento sul web di un aspirante collaboratore, se questi è stato consigliato da qualcuno che lo conosce bene e ci ha già lavorato insieme.

Ma proprio Patrizia mi faceva notare che anche se si ha un capo over fifty (e ci tengo a dire che lei non lo è!) che ignora quanto postate su facebook, rimane comunque importantissima la reputazione nei confronti di colleghi, collaboratori, fornitori o peggio ancora clienti, che invece hanno la vostra stessa età e grandissima dimestichezza sui social network.

Per questo è davvero importante rendere visibili solo ai più intimi quelle foto o informazioni che non sareste felici di condividere davanti alla macchinetta del caffè il giorno dopo: per capirci va benissimo la foto che vi ritrae in viaggio a New York (magari meglio se a una mostra che abbracciate a un butta-dentro di Abercrombie), un po’ meno quella in cui cantate discinte e in evidente stato di ebbrezza. Perfetto il commento intelligente su  un blog di marketing, da evitare il post su quanto odiate il lavoro e il vostro capo.

Ce lo spiega in modo efficace e divertente questo video di Adecco.

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Quando dei giovani per lavorare si fanno aiutare da de vecchi

PC Per entrare nel mondo del lavoro serve esperienza pregressa: i due ragazzi di cui vi parlo oggi hanno deciso di crearsela da soli costruendo attorno a Felice De Vecchi –  un patriota milanese dell’800 – e a un suo manoscritto che racconta di un viaggio in oriente, una mostra, una campagna sui social e un sito web, che possano accreditare le loro capacità con un esempio concreto.

Felice De Vecchi

Felice De Vecchi

 

Alice Bitto segue l’evento culturale occupandosi di investimenti, location, reperti, interventi e ovviamente di tutta la trascrizione, studio e ricostruzione del manoscritto ottocentesco, mentre Andrea Fontana, che conosco perché ci dà un aiuto in Iulm, si occupa di tutto quanto è digital.

L’idea davvero originale è quella, nella fase di lancio della mostra, di fingere che Felice De Vecchi avesse a disposizione Facebook e Google + come diario di viaggio, ripercorrendo in chiave moderna le tappe della sua avventura in una forma di story telling sociale.

Trovate il racconto del viaggio di Felice De Vecchi su www.facebook.com/felicedevecchi, oppure su  https://plus.google.com/101900631945839493561/posts

Durante l’avvio della mostra gli sforzi verranno invece concentrati su twitter: verrà attivato un live tweet dove gli utenti dentro e fuori la mostra avranno modo di chiedere informazioni sull’esposizione tweettando nell’hashtag  #giornaledicarovana.

A volte la crisi, come già visto nel post precedente, costringe a individuare delle soluzioni originali per farsi notare, questa mi sembra unisca cultura e innovazione in modo inedito.

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Prospettiva generazionale sul lavoro

7043c34ebcd4afc47ccfe1f77a86450bPC Trovo adorabile questa foto che gira su Facebook. Sono molto coinvolta in quanto grande fan di Kevin Bacon fin dai tempi di Footloose, visto con entusiasmo adolescenziale anche se dal punto di vista anagrafico non lo ero già più, e ritrovato recentemente nell’avvincente The Following. E la trovo purtroppo molto vera nella prima parte, perché la sensazione generale è proprio che manchi denaro, speranza e lavoro in ogni generazione, sia tra i miei coetanei baby boomer (esclusi solo i fortunati già in pensione, che però si ritrovano ad aiutare figli e nipoti), sia tra la generazione X, sia ovviamente tra i giovani della Generation Y.

Non credo però che non esistano più persone in grado di iniettare energia, idee, dinamismo nella società e nel mercato del lavoro come ha fatto Steve Jobs. Ed è più facile che queste persone siano proprio tra i giovanissimi Y. Per questo penso che sia indispensabile che almeno loro non perdano mai la speranza che Cash e Jobs arrivino meritatamente, in particolare a chi dimostra spirito di iniziativa e adattabilità.

 

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INTERVISTA A STEFANO DEL FRATE, GENERAL MANAGER ASSOCOM

PC Stefano Del Frate è la persona dalla quale, nella grande bottega di Young &Rubicam, ho imparato il mestiere dell’account. Negli anni siamo riusciti, complice anche una forte empatia, a fare una buona manutenzione della nostra amicizia (vedi post di Patrizia) e del nostro rapporto professionale. Dall’ultima volta che l’ho intervistato è cambiato il suo punto d’osservazione sul mondo dei giovani e del lavoro: Stefano è ora infatti direttore generale dell’Assocom, l’associazione che riunisce i principali attori nell’ambito della comunicazione. Inoltre mantiene un costante rapporto con le nuove generazioni, dato che è docente al Politecnico e in Iulm.

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Gli ho quindi chiesto di dirci, dal suo osservatorio privilegiato, quali sono le prospettive per i giovani nel settore della comunicazione, e se ha senso entrare in un comparto che, com’è stato recentemente affermato, rischia nei prossimi 5 anni di perdere il 30% della propria forza lavoro.

Stefano Del Frate: Quello della comunicazione è, per definizione, un settore giovane. Uno dei problemi che sta creando grossi problemi al comparto è la gestione dei costi fissi. La comunicazione è radicalmente cambiata e stanno cambiando le professionalità che la compongono. Gli strategic planners devono diventare degli intercettatori di punti di contatto con gli individui, on top della loro capacità di generare dei validi brand concepts. Che poi questa figura venga più facilmente dall’ambito creativo o da quello media, è ancora tutto da vedere.

I creativi non spariscono di certo, ma devono significativamente cambiare i loro modelli di sviluppo per riuscire ad allargare il loro campo d’azione ad un settore digitale che viaggia più veloce della nostra capacità di aggiornamento.

Ho voluto fare due esempi per far capire che se le persone che sono attualmente nelle agenzie non si adeguano al cambiamento, sono destinate ad uscire e a trovare grandi difficoltà di ricollocamento.

La popolazione media delle agenzie è invecchiata con il modello condiviso della pubblicità tradizionale. Questo crea per le agenzie un eccesso di costi e una non adeguatezza rispetto alle esigenze dei clienti, che si aspettano consulenza vera dalle agenzie. Questa situazione probabilmente è alla base delle affermazioni catastrofiche di riduzione di impieghi nel settore. Io rimango convinto che il settore è strategicamente sempre più necessario per le aziende e che le persone che escono saranno sostituite da persone nuove, più giovani, più motivate, più preparate sulle nuove tecnologie, a costi inferiori.

Quali caratteristiche deve per forza possedere un giovane per entrare nel mondo della comunicazione?

SDF Dico sempre ai miei studenti che saranno tanto più interessanti per il mondo delle agenzie, quanto più saranno in grado di diventare portatori di innovazione, creatività ed entusiasmo.

Paradossalmente i giovani sono già abbastanza conservatori nelle loro scelte: tutti sono in Facebook. Ma pochissimi sono in Twitter e non sanno neanche cosa siano LinkedIn e Pinterest. Se il futuro ruoterà interno ai social networks e al mobile, chi meglio di loro potrebbe innovare in questo settore?

Se i modelli più avanzati sono all’estero devono andare a trovarseli e studiarli. Se no li dovranno inventare loro.

Quali qualità o competenze danno una marcia in più in un settore così competitivo?

SDF Il digitale, per sua natura, offre la possibilità di misurare le attività con calcoli precisi sui ritorni degli investimenti. Devono quindi smetterla di avere paura della matematica. Se prima si parlava in Power Point, oggi coi clienti si parla in Excel.

Il mercato è ormai globale e se non si padroneggia bene almeno una lingua, preferibilmente l’inglese – almeno fino a quando il cinese non monopolizzerà il commercio internazionale – non si potrà gestire neanche un bar.

Il talento individuale deve essere messo al servizio della squadra. Ci sarà sempre meno spazio per talenti egotici e solitari. Alla fine la gestione delle relazioni e della leadership diventeranno skills sempre più importanti e richiesti.

La curiosità è la porta da cui passa l’innovazione. Sono perplesso quando incontro dei giovani che mi dichiarano la loro passione per la comunicazione e non sanno rispondermi quando gli chiedo che cosa fanno per nutrire questa loro passione.

Cosa fa e farà Assocom per aiutare i giovani talenti?

SDF Assocom, nel bene e nel male, rappresenta tutto il comparto. Cerchiamo quindi di fornire gli strumenti di aggiornamento per impedire l’uscita del 30% che paventavamo prima. Abbiamo quindi iniziato un serio programma di formazione e aggiornamento, che vede nella digitalizzazione del mercato i suoi ambiti più importanti.

I giovani hanno la possibilità di specializzarsi, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, nei nostri master di secondo livello, quello in Brand Communication con il Politecnico di Milano e il primo Master per la Formazione di Digital Specialist, con Alma, dell’Università Cattolica. Questi giovani dovrebbero trovare opportunità di stage e di lavoro presso le nostre agenzie associate.

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Gli spunti di ispirazione di un mitico copy writer anglosassone

PC Marco Lombardi mi ha segnalato, su un bollettino della IPA UK, una sezione dedicata a Dave Trott, mitico copy writer, nel quale il creativo indica programmi, siti e blog dai quali trae ispirazione. Alcuni spunti sono interessanti ma relativamente prevedibili – come il fatto che Trott segua le conferenze di TED (http://www.ted.com/)e legga il New Yorker. Più sorprendente il fatto che legga tutte le mattine i titoli del Sun, che sono tuttavia degli impattanti esempi di sintesi (come il titolo di un articolo relativo al leader di una rock band diventato donna: “Never mind the bollocks”) dai quali un copy writer può imparare molto.

Non perdetevi la storia della prima guerra mondiale raccontata come una rissa in un bar e quella della seconda guerra mondiale raccontata come uno scambio su facebook, splendidi esempi di storytelling.

 http://www.ipa.co.uk/page/dave-trottcst-the-gate-on-top-fodder-for-pub-type-conversations

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Come usare Pinterest per il personal branding

PC Anche il social network più cool del momento, Pinterest, può offrire delle possibilità di personal branding. Pinterest è una bacheca virtuale dove ognuno può attaccare e condividere foto e immagini che rappresentano un determinato argomento. Come sottolinea Kristen Jacoway nell’ultima newsletter di Reach Personal Branding, Pinterest sta creando in questi mesi un elevatissimo traffico e per qualcuno alla ricerca di un lavoro può offrire un’opportunità unica di dare un quadro tridimensionale delle proprie capacità. Questo è particolarmente vero per chi voglia essere assunto come designer, grafico, fotografo o illustratore, ma a mio parere può comunque essere interessante anche per creativi (e perché no account) che vogliono dimostrare stile ed eclettismo, entrambe caratteristiche molto importanti per lavorare nella comunicazione.

Vediamo i 5 suggerimenti di Kristen Jacoway su come usare Pinterest per trovare un lavoro.

1.  Completate il vostro profilo. Di fianco al nome c’è una freccia e selezionando “Settings” potete scrivere nella sezione “About” un profilo personale, usando il più possibile parole che vi aiutino ad apparire nei motori di ricerca. Personalmente ho fatto un mix di descrizione professionale del blog e di interessi personali (che vengono rispecchiati da alcuni board che non hanno un approccio professionale)

2. Nella sezione “Settings” inserite anche un sito web dove chi è interessato possa trovare di più su di voi. Se non avete un sito, inserite la URL del vostro indirizzo Linkedin, Twitter o del vostro eventuale blog. Io ho messo sia il sito di Chiesaconsulting che l’indirizzo del blog.

3. Nei titoli dei board usate delle parole chiave che aiutino la ricerca. Cercate su Google Keyword Tool e negli annunci di ricerca del personale che vi interessano quali sono le parole utilizzate per cercare persone con il vostro profilo e poi usatele sia nei titoli che nelle descrizioni dei pin.

4. Legate il vostro account Pinterest a Twitter e Facebook

5. Cercate di usare il vostro vero nome come username (sempre nella sezione “Settings”). Se il vostro nome è già occupato cercate di usare qualcosa il più simile possibile al vostro nome completo (io non ho trovato di meglio di chiesap, purtroppo Paola Chiesa è sempre molto gettonato).

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Eccessi relativi al controllo del profilo su Facebook

PC Oggi il Corriere dell Sera dedica un articolo agli eccessi ai quali arrivano alcune scuole o organizzazioni nel controllo del profilo Facebook di studenti o possibili candidati.

http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_08/perasso-facebook-colloquio_380b2f16-691c-11e1-96a4-8c08adc6b256.shtml

Nell’ultimo post suggerivamo di controllare le impostazione della privacy, se vogliamo pubblicare (comprensibilmente) anche dei contenuti destinati solo agli amici stretti o dell’opportunità di usarlo come vetrina per dimostrare le proprie capacità extra lavorative. Ma nell’articolo si racconta di datori di lavoro che pretendono la password per controllare direttamente dalla bacheca tutto quello che è stato scritto o caricato. Spero davvero che in Italia non si arrivi a queste esasperazioni tipicamente americane.

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La ricerca del personale e Facebook

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

PC Ieri ho partecipato all’interessante convegno JobMatching organizzato da Stefano Saladino, dove si è parlato molto di personal branding sui social media. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che anche il profilo personale su Facebook è ormai sempre più spesso visionato da chi fa ricerca del personale. In sostanza se sottoponete una candidatura per un posto di lavoro è probabile che chi deve selezionarvi controlli non solo, come è ovvio, il vostro profilo su LinkedIn ma anche quello su Facebook.

Le implicazioni sono molte: innanzitutto dovrete assicurarvi di inserire nel profilo di Facebook le opportune restrizioni di privacy, se temete che la foto in cui ballate su un tavolo in uno dei peggiori bar di Caracas non sia il miglior biglietto da visita per un impiego come affidabile pr in una grande multinazionale (anche se potrebbe dimostrare la vostra affinità con il prodotto, se volete entrare nel marketing di Ron Pampero). Inoltre potreste orientare la vostra presenza su Facebook per far emergere alcune vostre doti. E’ consigliabile per esempio che un aspirante copywriter posti spesso degli scritti che ne dimostrino le capacità, piuttosto che le foto del suo gatto, mentre un art director potrà sbizzarrirsi nel caricare foto con ambizioni artistiche. Ci sono poi delle competenze meno ufficiali di quelle che segnalereste su LinkedIn, che potrebbero rivelarsi interessanti per il vostro futuro datore di lavoro. Ricordo che proprio la passione per gli sport fu la caratteristica decisiva che fece scegliere un mio giovane amico e cliente in Armani, perchè Patrizia cercava una persona che oltre a conoscere il marketing e le lingue, fosse uno sportivo vero a cui affidare la linea EA 7 di Armani.

Ieri si è anche arrivati a consigliare di utilizzare sempre la stessa foto di profilo su tutte le piattaforme nelle quali si è presenti, per facilitare il proprio branding e la riconoscibilità. Su questo punto non sono personalmente molto d’accordo. Ritengo che su LinkedIn sia corretto inserire una foto più istituzionale (nella mia, che è stata fatta e opportunamente photoshoppata da un fotografo, io indosso ovviamente la canonica camicia bianca) mentre su Facebook è più spontaneo aggiornare spesso la propria foto, con immagini reali che diano un senso di contemporaneità e creino vicinanza con i propri contatti (si chiamano amici, non a caso).

Sean Moffitt e Mike Dover nel loro bellissimo Wikibrands, del quale è appena uscita l’edizione italiana a cura di Marco Lombardi, suggeriscono di mantenere due strategie di approccio ben differenti per le due più importanti piattaforme sociali. Giustamente consigliano di considerare LinkedIn come un completo di flanella grigio e Facebook come una camicia hawaiana: entrambe possono giocare un ruolo utile nel guardaroba di chiunque (purchè americano!), ma nessuno parteciperebbe a una riunione con una camicia hawaiana o andrebbe a un party indossando un completo grigio, a meno di non voler apparire come minimo arrogante.

Questa flessibilità nel proprio personal branding è in fondo esattamente quello che consigliamo anche alle brand vere e proprie, che si devono presentare in modi diversi a seconda dei contesti, mantenendo comunque la propria identità

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