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Gli errori da evitare durante un colloquio di lavoro

PB durante gli ultimi mesi ho dovuto selezionare alcuni candidati per un paio di Risultati immagini per donne sull'orlo di una crisi di nerviposizioni in ufficio.

Ho così raccolto alcuni “errori” in cui mi sono imbattuta durante le numerose interviste e ho cercato di razionalizzare il motivo per cui alcuni (beh tutti, meno un paio, quelli assunti) non sono stati convincenti.

1.  Caso numero uno. Colloquio per uno stage nel reparto media. La candidata si dichiara disponibile a gestire la pagina facebook a patto però che possa fare branding. Che probabilmente farà, ma in un’altra azienda.

Consiglio per voi: anche se a scuola avete studiato il caso Swatch, spiegato il successo di Apple, fatto il piano di lancio completo di un prodotto innovativo, al vostro primo impiego inizierete dalla gavetta. In Giorgio Armani il branding… lo fa il signor Armani. Essere ambiziosi è importante per fare carriera. Ma dettare condizioni sulla strategia dell’azienda a un colloquio per stage è da sconsiderati. Come pretendere di fare il Ministro degli Esteri perché si è imbattibili a Risiko.

2. Caso numero due. Stesso stage in comunicazione. Il candidato viene dal Sudamerica, ha ottimi voti, è ambizioso e ha fretta. Fa il colloquio ma vuole la risposta in giornata. Ci abbiamo messo molto meno a liberarlo.

Consiglio per voi: è corretto chiedere quale sia il tempo previsto per la decisione, quando l’azienda prevede di inserire la nuova figura e quando si deve attendere un feed back, ma anche per scegliere un ristorante dove festeggiare il compleanno a volte è necessario qualche giorno per confrontarsi con gli amici su date, budget, gusti. Pretendere una decisione su due piedi vi toglierà immediatamente dalla rosa dei candidati, anche se i vostri requisiti sono particolarmente brillanti. Se avete altro da fare (vacanze, altri colloqui, un altro lavoro) procedete pure con i vostri piani: se vi sceglieranno deciderete poi al momento se la vostra attività può essere interrotta per accettare la posizione oppure starete in spiaggia, ma almeno sareste stati in lizza.

3. Caso numero tre. Candidata per i servizi generali. Ha le calze rotte e si presenta con il trolley. Probabilmente, io non lo so, ma si è fatta un viaggio complicato per arrivare e magari è scivolata in metropolitana. L’effetto che mi fa al primo impatto, è di disordine, anche se razionalmente tento di non farmi influenzare da una prima impressione negativa. Ma ormai la poverina parte con un handicap che alla fine non riuscirà a recuperare.

Consiglio per voi: pianificate di arrivare sempre almeno con un quarto d’ora di anticipo (anche mezz’ora) rispetto all’ora del colloquio, per immaginare un tempo di “pronto soccorso” in caso di contrattempo: comprare un paio di calze nuove, depositare il proprio bagaglio in portineria, sistemarsi il trucco, cercare parcheggio, andare in bagno.

Anche se siete usciti da un bombardamento atomico, dovete fare in modo di presentarvi come si deve, ordinati e puntuali. Nel caso estremo che sia veramente successo qualcosa che non siete riusciti a gestire e riparare, un sorriso e un accenno spiritoso a un arrivo rocambolesco vi faranno parere adatti a gestire anche una situazione imprevista. Rimanere scompigliati e imbarazzati, farà tenerezza ma non vi farà ottenere il posto.

4. Caso numero  quattro. Candidata per i servizi generali. Si presenta truccata come Moira degli elefanti e vestita come a un matrimonio (il suo) in Puglia. Il colloquio è già finito prima di iniziare.

Consiglio per voi: meglio essere neutri e classici nell’abbigliamento se non conoscete ancora il dress code dell’azienda dove state facendo il colloquio. La ricetta della camicia bianca per lei (promossa ampiamente da questo blog) e della giacca per lui è sempre valida. Aggiungete un piccolo accenno di personalità (una piccola borsa a tracolla, un gioiello che vi rappresenti, un foulard annodato come una cravatta) ma non esagerare mai, né con i tacchi, né con gli accessori, né con il trucco. Siete ad un colloquio di lavoro. Siate carine /i, ordinate/i, curate/i, essenziali.

5. Caso numero cinque. Sempre la candidata con le calze rotte (quindi forse le calze non erano l’unico problema). Alla richiesta del Direttore Generale: ha qualche domanda da fare, qualche chiarimento? chiede se ci sono i Ticket Restaurant. Io rimango basita.

Consiglio per voi: domande legittime e sacrosante relative a orari di lavoro, mensa, ticket, parcheggio, metropolitana, permessi per il dentista, non si fanno al primo colloquio e soprattutto non si fanno al Direttore Generale ma all’Ufficio del personale.

Preparatevi mentalmente quali potrebbero essere le domande “intelligenti” da fare a quello che sarà il vostro capo (Avete filiali dirette anche all’estero? Ho visto spesso il vostro prodotto indossato da musicisti hip pop: è sempre stato così o è una tendenza delle ultime stagioni? Quali sono i valori più importanti della vostra azienda? Quante persone lavorano negli uffici di Milano? Avete negozi monomarca?) a seconda della posizione per cui siete intervistati e dell’azienda per cui ambite lavorare.

6. Caso numero sei. Candidata per i servizi generali. Alla domanda “cosa crede che pensasse il suo capo di lei?” la sventurata ha risposto che le relazioni con il capo erano piuttosto tese dato che, il capo, cambiava rotta continuamente e l’azienda era insufficiente nel dare corrette procedure. Ora però, la saggia “capace di imparare dai suoi errori”, a distanza di tempo, si rendeva conto che il suo capo non era poi così male e che cercava di gestire al meglio una situazione complessa. Dite piuttosto quello che avete apprezzato e non quello che non avete amato, nel vostro precedente lavoro.

Consiglio per voi: al colloquio bisogna essere sinceri nel senso di “autentici” (non millantare competenze che non si hanno) ma non siete dal vostro psicanalista né a cena dal vostro migliore amico. Non dite a quello che sarà il vostro capo che il vostro precedente capo era un imbecille. A lui (a me è successo proprio così) verrà da solidarizzare con il malcapitato a cui è toccato gestire cotanta supponenza. Non ditelo neanche se era veramente imbecille.

Io deduco che la fanciulla è rompiscatole, musona e secchiona, di quelle che, dall’alto di un comodino, danno il voto a tutto quello che le circonda (capi, colleghi, organizzazione…) per valutare quanto si avvicinino ai suoi requisiti di sufficienza. Non la assumo e ne cerco una che sorrida.

Arrivare a fare un colloquio per l’azienda che vi piace è una grande opportunità. Non fatevi trovare impreparati e non sprecate per sciatteria o presunzione la possibilità di iniziare una brillante carriera. O anche solo un buon lavoro che vi permetterà di fare le vacanze la prossima estate.

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Come superare un colloquio di lavoro via Skype

PC Un nostro articolo di qualche anno fa, Come sostenere un colloquio su Skype  continua ad essere tra i più apprezzati, probabilmente anche perché è in costante crescita il numero di giovani, e meno giovani, che cerca e trova lavoro all’estero e quindi spesso sostiene per lo meno il primo colloquio in remoto. Ma non solo: l’utilizzo di Skype fa risparmiare tempo e trasferte anche in Italia, sia ai reclutatori che ai reclutati, e quindi anche nelle aziende di recruiting nostrane sta diventando sempre più frequente fare una prima selezione attraverso Skype.

Dopo aver letto il nostro post Mauro Cattaneo della Viking ci ha segnalato un’utile infografica che riassume alcuni trucchi su come su come superare un colloquio via Skype, creata nell’ambito del blog Coffee Break, dove vengono pubblicati tutti i progetti e gli articoli realizzati dai dipendenti di Viking. “Avviene a volte un po’ per gioco, a volte partendo da esigenze reali,” ci spiega Mauro, “ed essendo il team composto da persone provenienti da tutto il mondo, spesso ci ritroviamo a confrontare i vari stili di vita o le peculiarità dei rispettivi territori di nascita ed ecco perché molti degli articoli hanno un taglio internazionale.”

Per gentile segnalazione di Coffe Break di Viking Italia

Per gentile segnalazione di Coffe Break di Viking Italia

Trovo l’infografica completa e divertente e ritengo che chiunque abbia fatto, non solo un colloquio, ma qualche riunione importante lavorando da casa e in particolare usando Skype si riconoscerà nelle tante piccole o grandi difficoltà che si possono generare, e potrà imparare come prevenirle (io per esempio ricordo un’interminabile riunione con la gatta che mi fissava malinconica dal balcone dove l’avevo reclusa, perché l’orario era troppo vicino alla fatidica ora della pappa, durante la quale immancabilmente il suo aplomb un po’ british, riservato e sfuggente viene sostituito da un singolare incrocio tra una lap dancer che usa il mio pc come palo e una pescivendola che attira a gran voce i clienti alla sua bancarella.)

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La carriera: da trattare come un’opera preziosa

PB Un paio di settimane fa a Londra ho visitato per la prima volta il Museum of Risultati immagini per saliera del celliniLondon.

A parte consigliarvi di metterlo in agenda per il vostro prossimo viaggio in Inghilterra (è bellissimo e racconta la città in modo coinvolgente e poetico) mi ha colpito l’assenza di una tela Finally at home di cui c’era solo la copia perché l’originale è volato in prestito alla National Gallery di Shangai per una mostra temporanea sui viaggi ai tempi delle colonie.

Pensare a questo quadro, pieno di figure che si abbracciano felici di ritornare a casa (sono soldati di ritorno dall’India che rivedono le loro giovani spose, i loro bambini, i vecchi genitori) che attraversa l’oceano per essere ammirato in Cina, mi ha fatto riflettere sul concetto di valore delle opere, sulla loro durata nel tempo, sulla loro ciclica riscoperta.

Come garantire, tra le alterne fortune, un duraturo successo alla nostra carriera?

Dobbiamo trattare la nostra storia professionale come una tela preziosa, che abbia un disegno sensato e emozionante, a cui possiamo cambiare cornice o collocazione, a cui possono succedere incidenti ma che noi dovremo sempre restaurare e manutenere con cura.

Se i danni non dipendono da noi (le aziende non sempre sono amorevoli, oneste, accudenti, grate) si potranno restaurare (come le macchie di umidità o le ferite dei teppisti).

Ma se le figure sono brutte, i tratti superficiali, le proporzioni sgraziate, non ci sarà sala o luce sapiente che riuscirà a far sembrare una crosta un capolavoro. Per lo meno non molto oltre i 15 minuti di notorietà previsti da Andy Warhol.

Ma come si fa a immaginare un disegno armonico in periodi liquidi in cui la frase Piano di Carriera sembra arrivare da Marte?

  1. Non trattate con superficialità e disamore nessuno dei lavori che vi capiterà di fare. La saliera del Cellini è la sua opera più famosa: ed era solo una saliera!
  2. Cercate di dare un senso alle vostre ricerche per poter crescere in verticale nello stesso settore (moda, solo moda dalla vestiarista alla direzione artistica) o ampliando una competenza sempre di più in settori diversi (vendere, vendere, vendere, bulloni, navi o gas ma affinare una tecnica fino alla perfezione).
  3. Riparate, per quanto nelle vostre possibilità, gli errori, inevitabili, e lasciate un buon ricordo di voi.
  4. Non scoraggiatevi nei momenti di scarso riconoscimento: gli anni ’80 sono tornati di moda e presto toccherà ai ’90: non si può essere sempre sotto i riflettori e di solito un buon quadro c’è sempre il momento di recuperarlo
  5. Studiate, copiate, siate curiosi e diventate un piccolo esperto, un punto di riferimento per i colleghi anche solo in un piccolo ambito: il migliore a variantare le cravatte, il migliore a fare una presentazione in inglese, il migliore a far quadrare un budget, il migliore a fare un Power Point, il migliore a scrivere un comunicato stampa.
  6. Non siate permalosi e alzate le antenne, a volte fate buon viso a cattivo gioco ma ascoltate quel che succede intorno a voi senza arroccarvi in posizioni che vi metteranno in un vicolo cieco. A volte cambiare idea è un’ottima idea: facendo le radiografie alle opere d’arte si scoprono spesso i ripensamenti degli artisti
  7. Siate generosi. Del vostro sapere, del vostro tempo, del vostro sorriso
  8. Siate seri, sinceri, affidabili
  9. Non siate invidiosi.

Ogni attività si può fare dignitosamente. Quelle che ci piacciono e per cui abbiamo talento, anche magnificamente.

Tanto lavoro ben fatto, studiato, accudito farà di una fila di progetti una buona carriera

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COVER LETTER: I CINQUE MODI MIGLIORI PER NON FARSI CHIAMARE PER UN COLLOQUIO

PC Ho conosciuto Giovanni Zezza grazie a Marco Lombardi che lo teletrasportava dalla Young & Rubicam in Iulm perché spiegasse agli studenti come funziona veramente “là fuori”. Ha continuato a venire anche dopo essere passato in Deliveroo, una nuova realtà in espansione che comprensibilmente attira molte proposte di giovani, e non solo, candidati. In 12 anni di esperienza tra agenzie pubblicitarie e aziende digitali ha potuto così completare una conoscenza dei diversi approcci alla richiesta di lavoro, che ci ha gentilmente distillato. Gustateveli tutti di un sorso, come uno spritz estivo, ma poi – prima di scrivere una cover letter – riassaporateli con la concentrazione che merita un buon rhum.

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza: “Fare un colloquio è come ballare il tango: bisogna saper sedurre, muoversi in modo da lasciare un segno, usare tecnica e passione.

Ma per ballare un tango è necessario essere in due. E per fare un colloquio è necessario farsi chiamare dopo l’invio del cv.
La cover letter è l’inizio di questo processo di seduzione: un passaggio imprescindibile per avere l’opportunità di ballare il vostro tango.

Ecco dunque una classifica dei 5 modi migliori per NON essere richiamati dopo aver inviato un cv.
E tutti, drammaticamente, tratti da storie vere.

5° POSTO: “VORREI LAVORARE CON VOI”
Arriva una mail con allegato un cv con scritto “Vorrei tanto lavorare con voi” e nient’altro.
Ora in un’azienda ci sono ruoli e responsabilità diversi, tutti importanti ma con qualifiche differenti.
Vuoi fare il direttore marketing, lavorare nel commerciale o occuparti dei servizi di pulizia?
Sperare che il direttore delle risorse umane si metta a spulciare il vostro cv cercando di capire dove eventualmente potreste essere inseriti, alla luce della vostra incontenibile voglia di lavorare con l’azienda, è probabile quanto che le scie chimiche siano davvero dannose.

4° POSTO: NDO COJO COJO
Che per chi non è pratico di romano vuol dire: va bene un po’ tutto.
A cosa faccio riferimento? Mi spiego subito.
Se siete idonei per la stessa posizione in due aziende competitor, questa è una grande opportunità per voi: più occasioni per essere scelti per fare il lavoro che fa per voi.
Tuttavia mandare il cv contemporaneamente alle due aziende competitor nella stessa mail, non aumenterà le vostre possibilità di essere assunti: se non avete una preferenza tra le due, almeno fingete di averla.
Sarebbe come dire a Coca-Cola che di base bere la loro bevanda o una Pepsi non cambia nulla.
Se volete fare un test per vedere cosa succede, vi lascio il numero del brand manager.

3° POSTO: ALMENO HAI QUALCOSA DA LEGGERE
Leggere è così rilassante e ci sono titoli per tutti i gusti: dai libri di Fabio Volo a quelli di Tolstoj a Topolino quando si è impegnati in “situazioni private”.
Nonostante il fatto che un buon recruiter è sicuramente una persona di buona cultura e quindi legge spesso e volentieri, mandare un cv dicendo “così avete qualcosa da leggere” è un passo un po’ azzardato.
Chi di noi non ha voglia di leggere due pagine di cv per rilassarsi prima di dormire? Perché rubare Topolino al proprio figlio quando puoi leggerti un bel cv?
Del resto, quando sei annoiato o guardi un bel factual su Real Time o ti leggi un avvincente cv, no?

2° POSTO: MALATTIE INVALIDANTI
Qui si entra in zona calda della classifica. Se fossimo a Top of The Pops il pubblico sarebbe in delirio, e spero lo siate anche voi.
Parliamo di motivazione: è fondamentale scrivere perché si è interessati ad un posto di lavoro. Ma, ecco, esattamente come a un fidanzato non è strettamente necessario dire proprio tutto-tutto-tutto, lo stesso vale per un potenziale datore di lavoro.
Dire che hai delle malattie invalidanti di origine psicologica, ad esempio, oltre ad essere un’auto-rinuncia ad uno dei diritti dei lavoratori (l’azienda deve essere solo a conoscenza dell’idoneità del lavoratore a svolgere la sua mansione, non della sua intera cartella clinica), non è assolutamente un buon biglietto da visita: in primis perché fa pensare che il candidato non sarà in grado di portare a termine le sue mansioni e, secondo poi, perché un’azienda non è la Caritas.
Voi chiamereste per un colloquio qualcuno che vi ha già espresso il suo disagio psicologico?
Nessuno è “normale” ma lasciate che i vostri datori di lavoro lo scoprano dopo il periodo di prova, non nella cover letter.

1° POSTO: BUONA MORALITÀ
Rullo di tamburi, apriamo la busta, the winner is: quello che manda il cv sottolineando che è una persona di “buona moralità”.
Ora tenete presente che di quello che fate al di fuori dell’ufficio, teoricamente, al vostro datore di lavoro interessa poco. Figuriamoci della vostra moralità, che tra l’altro oggi è un concetto piuttosto soggettivo.
Se poi la “buona moralità” è pari alla “buona conoscenza dell’inglese” che leggo in tutti i cv di persone che non sanno manco dire “How are you?”, allora è un’informazione inutile anche per mandare il cv presso un convento o una parrocchia, visto che, nella migliore delle ipotesi, sarete un incrocio tra Gambadilegno e La Banda Bassotti, giusto per restare nella tematica Topolino tanto cara a chi scrive.

Quindi ragazzi e meno ragazzi (perché questi e/orrori arrivano anche da persone molto senior) la cover letter è fondamentale – e su questo blog trovate tutte le indicazioni, più serie di questo post, per prepararla bene – ma occhio a quello che scrivete.
Perché nella migliore delle ipotesi non venite richiamati, nella peggiore finite in una cartella “Perle” per essere riletti nei momenti bui dell’azienda dove avete fatto application.”

Giovanni Zezza
Head of Marketing, Deliveroo Italy.

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I consigli di un esperto di placement. Intervista a Maurizio Mesenzani.

PC Mi capita spesso che qualche studente mi chieda un parere personale su come orientarsi dopo la laurea, sapendo che il mio impegno in università è collaterale rispetto al mio lavoro principale come consulente di aziende e agenzie, è che questo mi porta quindi a conoscere dall’interno quegli stessi ambienti dove vorrebbero intraprendere una carriera.

Un mix analogo rende particolarmente interessanti i consigli che ci dà Maurizio Mesenzani, che oggi intervistiamo in veste di collaboratore esterno dell’ufficio placement dell’Università Bicocca, dov’è anche docente di master del dipartimento DISCO (informatica e comunicazione) e dove ha insegnato per tanti anni come docente a contratto nel dipartimento di Sociologia (Laurea Magistrale in Sociologia del Lavoro e dell’Organizzazione). Maurizio infatti conosce molto bene il mondo dell’impresa, perché da anni offre soluzioni manageriali e di CRM a grandi aziende come Fiat FGA Group, Vodafone, H3G, RCS.

Maurizio attualmente offre la sua competenza all’Università Bicocca come collaboratore su alcune iniziative specifiche, quali la preparazione degli studenti ed ex studenti al career day e altri seminari di placement. Gli chiediamo quindi di condividere con i nostri lettori alcuni preziosi consigli.

Trampolinodilancio: Come devono scegliere i giovani laureati a quali aziende indirizzarsi?

Maurizio Mesenzani: bisogna partire dalle proprie passioni. La scelta del tipo di azienda, settore, dimensione, collocazione geografica, stile, ecc ecc deve basarsi sulle proprie passioni, sul tipo di emozione e coinvolgimento che si prova ad immaginarsi dentro quel contesto. Bisogna conoscere tante realtà, leggere, documentarsi, guardare, domandare. La curiosità e la voglia di mettersi in gioco e di “sperimentare” sono lo strumento migliore per scegliere le aziende.

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell'Università Bicocca

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell’Università Bicocca

Dove cercare le opportunità di lavoro? Che ruolo hanno i social media?

A parte le agenzie per il lavoro, gli strumenti pubblici di supporto al collocamento e gli uffici placement delle università, il social network più adatto alla ricerca di lavoro è Linkedin. Ciò è vero per molte professioni. Altro canale di contatto sono gli “eventi” (generalisti o di settore) che permettono di approfondire tematiche specifiche e di creare relazioni.

Ha quale consiglio utile da dare a chi deve affrontare un colloquio?

Passione e motivazione. Un colloquio non è un ostacolo da aggirare, è un momento fondamentale per farsi scegliere e per scegliere. La scelta è reciproca! Chi affronta un colloquio deve avere le idee chiare su di sé e su chi ha di fronte; i colloqui si preparano studiando, leggendo i giornali, leggendo il web. Bisogna sapere tutto dell’azienda da cui si va a colloquio. Non si mente, non si improvvisa e non bisogna fare “i fenomeni”: al colloquio bisogna essere se stessi, con i pregi e i difetti che si hanno. La domanda da farsi non è sul tipo di “posto” che l’azienda offrirà, ma piuttosto sul “valore” che si genererà da questa relazione professionale: che valore porto io all’azienda oggi e domani? che valore dà a me l’azienda oggi e domani?

Cv e lettera motivazionale: ha qualche aneddoto o accortezza da segnalare?

Si trova in rete ogni forma di consiglio, difficile dire qualcosa di originale. Come accortezza, eviterei frasi fatte, quelle banalità stereotipate che non hanno alcun senso e che non sono facilmente riconducibili alla vita reale, tipo: “persona solare, orientata a lavorare in gruppo…”, “persona affidabile concreta orientata al risultato”…frasi con questi toni, senza esempi concreti, fanno solo rumore e spesso danno fastidio a chi legge

Quanto è importante la rete di contatti?

Il network è fondamentale: i compagni di corso sono un gruppo professionale importantissimo nel percorso di crescita, così come i docenti, i colleghi negli uffici dei primi stage, i membri della stessa community professionale. Ecco perché è fondamentale leggere e andare a eventi, convegni, conferenze… Il network serve per aggiornarsi, per attivare relazioni, per identificare opportunità, per acquisire linguaggi specifici. 

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Come conquistare il vostro intervistatore e chiudere un contratto


PC Come abbiamo già sottolineato, il rapporto che si crea con tra chi cerca un lavoro e chi lo offre ha molte analogie con una relazione amorosa. lilli_vagabondoPer arrivare alla chiusura di un contratto (matrimoniale o di lavoro) è importante evitare una serie di errori che è forse più facile individuare quando si analizzano i rapporti d’amore. Prendendo spunto da un articolo apparso su mashable.com vediamo quali sono quattro risposte sbagliate alla domanda, assolutamente legittima, “perché è interessato a questa posizione?” che viene quasi sempre posta durante un colloquio. Visto che oggi è la festa della donna (nonché il quarto anniversario di trampolinodilancio!) partirò dal presupposto – per semplicità di scrittura – che apparteniate, come me e Patrizia, al gentile sesso e che il vostro futuro marito vi chieda: perché hai scelto proprio me?

  1. Parlate solo di voi e mai dell’altro.

Immaginatevi quindi un fidanzato che vi chiede perché volete sposarlo. Avrebbe senso vantare solo le vostre capacità culinarie, le vostre performance sessuali, la vostra predisposizione alla maternità, i vostri interessi culturali, le vostre passioni? Non sarebbe più logico spiegare cosa apprezzate in lui e quali affinità condividete?

Quando rispondete evitate di parlare solo delle capacità che possedete: sono doti che potrebbero portarvi a cambiare posto molto rapidamente se riceveste un’offerta migliore. Impegnatevi invece a spiegare come queste capacità incontrano le esigenze dell’azienda che avete davanti.

  1. Parlate di aspetti marginali

Anche se magari l’avete pensato, certo non direste al vostro fidanzato che lo volete sposare perché piace ai vostri genitori o perché ha una casa di vacanza in un posto dove andate volentieri. Allo stesso modo, anche se l’azienda con la quale state facendo un colloquio è vicina all’asilo di vostro figlio o realizza lo smart working, non evidenziate questi aspetti durante l’intervista!

  1. Parlate solo del vostro ex

A chiunque è successo di uscire per la prima volta con una persona e finire col sorbirsi ore di lamentele sull’ex e i suoi difetti. Chi vi assume non vuole avere la percezione di essere una scelta di ripiego che vi appare piacevole solo perché venite da un’esperienza totalmente negativa. Meglio focalizzarsi sul futuro e spiegare cosa vi aspettate dalla nuova avventura lavorativa.

  1. Parlate solo di quanto ci guadagnerete voi nella nuova relazione

È probabile che siate entusiasti di iniziare un nuovo rapporto amoroso perché arricchirà la vostra vita: finalmente andrete di più al cinema con il nuovo fidanzato amante dell’ottava arte, oppure potrete migliorare il vostro girovita, grazie alla sua passione per il movimento. Ma è sicuramente più efficace se gli raccontate come le vostre passioni si potranno unire alle sue e cosa potrete fare insieme. Allo stesso modo spiegate a un’azienda come il vostro entusiasmo potrà contribuire al raggiungimento di obiettivi ambiziosi per l’azienda ed evitate di spiegare che il nuovo posto migliorerà il vostro curriculum.

In bocca al lupo per la chiusura dei vostri contratti (di ogni tipo) e tanti auguri a trampolinodilancio ormai vicinissimo alle 250.000 visite!

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DOMANDE INSIDIOSE AI COLLOQUI: QUALE PERSONAGGIO ASSOCERESTI AL NOSTRO BRAND?

PC Mi ha segnalato un lettore che durante un colloquio gli è stato chiesto a quali personaggi secondo lui si avvicinavano i diversi brand aziendali (in questo caso di trattava di marchi automobilistici appartenenti a uno stesso gruppo). La domanda l’ha spiazzato e vorrebbe essere pronto a dare una risposta soddisfacente se si dovesse ripresentare l’occasione.Immagine1

Ho deciso di rispondere con un vero e proprio post, perché trovo che l’esercizio sia non solo utile a far bella figura nel corso del colloquio, ma anche a prepararsi correttamente prima dell’intervista, nell’importantissima fase di analisi dell’azienda per la quale vi candidate.

Il carattere della marca è uno degli argomenti che tratto con maggiore passione nei miei corsi. Ogni marca, infatti, non solo racchiude una serie di promesse ma è caratterizzata da una personalità che ha due scopi altrettanto importanti:

  • connotarla e differenziarla sia rispetto ai competitor che agli altri marchi all’interno di un portfolio di brand: in un contesto dove le promesse di qualità tendono a equivalersi, il brand character a volte è l’unico elemento davvero distintivo;
  • favorire la relazione con i consumatori. Il rapporto con una marca segue le stesse regole della comunicazione tra persone: ci è più facile interagire con qualcuno che conosciamo di persona e intimamente.

Per definire il carattere della marca si pensa quindi al brand come a una persona, analizzando il modo caratteristico in cui si comporta e comunica con gli altri (vedi anche Come scrivere una copy strategy).

Ci sono diversi modi per arrivare a una descrizione non banale, che possa risultare stimolante per il creativo che dovrà a partire da questo spunto per capire che tono usare in tutti i touch point con il cliente finale: che musica usare in uno spot, che stile di divisa far indossare alla hostess durante uno street event, che tipo di guerilla marketing organizzare, quale tono usare sui social media, e via dicendo.

  • Il primo e più semplice metodo è definire una serie di aggettivi, cercando di sceglierli in modo accurato. Recentemente dei miei studenti hanno definito la brand personality Műller usando gli aggettivi Genuina, Dinamica, Innovativa. Mentre mi ritrovo sugli ultimi due (anche se non sono particolarmente distintivi) ritengo che genuina sia una descrizione lontana dal mondo sensuale ed edonistico che questa marca ha saputo creare in comunicazione e più vicina all’immaginario di altri marchi o categorie: ad esempio dei formaggi tradizionali, come la crescenza. Può essere utile cercare sul dizionario dei sinonimi per capire se l’aggettivo scelto è davvero efficace. La Treccani come sinonimi di genuino suggerisce: naturale, puro, schietto, sincero, verace. ‖ casereccio, fatto in casa. Un’altra tecnica utile può essere inserire nella ricerca per immagini di google l’aggettivo e verificare a che tipo di immaginario visivo è associato.
  • Il secondo metodo è fare riferimento a un personaggio esistente, che può essere un archetipo (il dentista, la tata, il cuoco, la migliore amica, il compagno di viaggio…) oppure un personaggio reale noto. Il rischio, se si decide per la seconda opzione, è che la percezione di questo personaggio non sia omogenea tra i diversi target, o addirittura tra chi passa il brief (cliente o account) e chi sviluppa la comunicazione (creativi). Per ovviare a questo problema si può decidere di scegliere un personaggio estremamente iconico e motivare il perché; oppure suggerirne più di uno, in modo che sia più chiaro il criterio di selezione e più difficile un fraintendimento.

Nella storica campagna Think Different di Apple  troviamo un esempio di brand character che si personifica  in molti personaggi famosi e iconici,  scelti perché hanno saputo pensare in modo diverso e innovare nel loro ambito: Picasso, Einstein, Mohammed Ali, Salvator Dalì, Gandhi.gandhi

Quando vi state preparando a un colloquio oltre a raccogliere tutte le informazioni possibili sull’azienda e il mercato nel quale opera d’ora in poi provate anche a chiedervi: se questa marca fosse una persona o un personaggio chi sarebbe?

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Alessandro Giua ci presenta la prima guida italiana ai salari nell’ambito creative & tech e ci racconta com’è lavorare a Londra e perché prima o poi tornerà a Milano.

PC Alessandro Giua, dopo aver creato Crebs, che da più di quattro anni aiuta migliaia di aziende, dalle grandi imprese internazionali alle startup più innovative, a trovare i migliori profili specializzati, ha deciso di fornire un altro utilissimo strumento per far incontrare domanda e offerta: la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, per mettere a disposizione di tutti gli utenti Crebs un nuovo metro di giudizio e di valutazione, più trasparenza e informazione, cioè la base necessaria per una mediazione il più possibile corretta e costruttiva tra impresa virtuosa e riconoscimento delle competenze e della dignità del lavoratore. Perché, come ci spiega Alessandro, c’è un solo modo per trovare il candidato ideale: innanzitutto, offrire il giusto compenso.salari

I dati della guida sono estratti da un sondaggio promosso da Crebs, svolto in forma anonima tra i professionisti del settore. I risultati della statistica, che verranno periodicamente monitorati e aggiornati sulla base delle risposte dei nostri utenti, sono ancora parziali e puramente indicativi. Ma partendo da questi dati, e intersecandoli con altri, si può ricavare una media significativa, ed eventualmente utilizzarla, se professionisti, per negoziare il proprio stipendio, o, nel caso di un’azienda, per confrontarsi con nuove figure professionali.

Dato che mio figlio si avvicina al momento in cui dovrà scegliere “cosa fare da grande” spesso mi chiedo se sia meglio per un giovane mettersi alla prova direttamente creando una startup o cominciare in una grande agenzia dalla quale attingere esperienza e metodi. Quando mi imbatto in quelli come Alessandro che riescono a fare entrambe le cose prevale la curiosità di farsi raccontare come riesce a conciliare una carriera canonica con una grande passione, che sicuramente contribuisce al suo personal branding. Complice il fatto che conosco i suoi genitori dai tempi di Young & Rubicam approfitto del suo pochissimo tempo libero per chiedergli di spiegarci le sue scelte dall’ultima intervista che gli abbiamo fatto quando nel 2012 Crebs è stato linkato a trampolinodilancio. Come sempre Alessandro dimostra grande generosità nella sua risposta ricca di spunti interessanti.

GIUA

ALESSANDRO GIUA DIGITAL ART DIRECTOR, CREATORE DI CREBS

Alessandro Giua: Da quando hai pubblicato l’intervista nel blog, è passato un po’ di tempo e sono cambiate delle cose. E sono cambiato anche io: adesso ho la barba 🙂 Continuo a fare il mio mestiere di designer e art director, e cerco di farlo meglio, con un percorso che è ovviamente pubblico e che ho aggiornato da poco: su Linkedin, su Behance, nel mio sito: http://www.alessandrogiua.it/

Nel 2013 sono passato da Cayenne a DGT Media, come Senior art director e in seguito Deputy creative director. È stato un periodo interessante per la mia crescita professionale, ma anche faticoso. Tra il 2014 e il 2015 ho cominciato a sentire l’esigenza di mettermi alla prova in un contesto diverso da quello italiano. In Italia si parla tanto, troppo, di “innovazione”, di “rivoluzione” digitale, ma c’è ancora confusione, a volte si fa fatica a lavorare in modo lineare. Posso dire una cattiveria dedicata a tutti i “nativi digitali” come me? Se c’è una cosa di cui ho nostalgia quando penso a Milano, non è tanto la presunta “innovazione”, ma è, semmai, la solida base della “vecchia” scuola dell’advertising, del design, della creatività. Quella da cui provieni tu o i miei genitori, e che per me è un importante riferimento con cui non posso fare a meno di confrontarmi.

E se parlo di “nostalgia”, è perché ho lasciato Milano: ho accettato la proposta di una digital production company e mi sono trasferito a Londra. Non è stata una decisione facile: perdevo un ruolo interessante; lasciavo molte comodità; ma era un passo necessario. La prima soddisfazione è stata quella di lavorare a stretto contatto, finalmente, con degli ottimi developer, tra cui degli italiani che sfiorano la pura genialità. Molto bravi. E poi ho conosciuto un ambiente vivace, in continuo movimento, con un ricambio continuo. Perciò molto stimolante. Tanto stimolante che, dopo sei mesi, ho già cambiato agenzia. Adesso lavoro per Fetch, una delle più importanti agenzie tra quelle specializzate nel settore mobile. Molto marketing & strategy, perciò un po’ ostica per un creativo puro, ma è un’esperienza necessaria, perché il mobile è fondamentale, ti cambia il modo di pensare, di progettare. “Be truly mobile first”, dice il mio nuovo direttore creativo.

Poi, che altro? A Londra imparo l’inglese che non ho imparato nelle scuole di Milano (ho imparato anche a farmi le lavatrici, ma questa è un’altra storia). Ho a che fare con agenzie meglio strutturate, conosco nuovi trend e li sperimento subito sul campo. Mi concentro sul digitale in modo diverso, come non avrei mai potuto fare in Italia, vuoi per i budget, vuoi per i media a disposizione del creativo. A Londra ci sono pannelli interattivi dappertutto, il mobile è usatissimo (certo, anche in Italia, però con la differenza che a Londra con il tuo lavoro parli a 8 milioni di persone, a Milano a 1 milione; e poi, per dire, qui faccio un video che ti passa la BBC e fa il giro del mondo, che è una bella differenza).

A Londra ci sono tante possibilità per il creativo di oggi, che deve avere molte più conoscenze per spaziare da un mezzo all’altro. Ed è proprio qui che mi aiuta Londra, ad aprire la mente, a proiettarmi in un universo molto più affascinante. Certo, c’è competizione tra le persone, ma per ora la vedo in modo positivo. C’è gente molto brava, che proviene da tutto il mondo. Nel mio ufficio ci sono inglesi, giapponesi, indiani, francesi, irlandesi, tedeschi, americani, e un italiano (io). Dove lavoravo prima, a Milano, non c’era neanche uno straniero. E si pensa più in grande: cambiano i budget, ma non solo per questo il digitale qui è fatto veramente bene. Ma direi che tutto, advertising, marketing, digitale, sono fatti con competenza, e soprattutto senza quella confusione o approssimazione che percepisco in Italia, con le agenzie classiche che non sanno fare digitale, e le web agency che non sanno fare adv. Qui c’è commistione di generi e tante nuove professioni, ma è tutto perfettamente integrato. E poi ci metterei anche i motivi più personali: musica ovunque, una scena artistica in movimento, tante cose alla portata di tutti, senza inviti speciali, senza esclusive da prima blindata alla Scala. E soprattutto una scena più internazionale, forse l’unica cosa bella della “globalizzazione”: per dire, in questo preciso istante posso contattare un asiatico e lavorare insieme.

Trampolinodilancio: Come sei riuscito a mantenere il tuo impegno per Crebs in questi anni?logo

Alessandro Giua: Malgrado i nuovi impegni con il mio lavoro abituale, Crebs va avanti, e non potrebbe essere altrimenti (tu pensa che tutte le volte che ho cambiato posto di lavoro, in Italia come a Londra, una delle prime cose che dicevo nel colloquio era: io faccio anche Crebs, serve a migliaia di colleghi, e devo avere il tempo per farlo). Anzi, ci sono stati molti miglioramenti e novità da quando ci siamo sentiti l’ultima volta. Novità che non si vedono, nascoste nel motore, e altre più evidenti, come certe funzioni.

Trampolinodilancio: Da cosa nasce l’idea della Guida agli stipendi nell’ambito creative & tech?

Alessandro Giua: La guida nasce anche da una sofferenza personale per la mancanza di regole precise nell’ambito lavorativo in Italia, per quella confusione dei ruoli che, invece, non ho trovato a Londra. Confusione che si tramuta subito in una mancata soddisfazione anche economica da parte di molti colleghi e utenti di Crebs. E Crebs, è bene ricordarlo, è nato più come progetto “sociale” che come modello di business (i primi tre anni abbiamo lavorato con molto impegno, ma gratis, sempre a nostre spese), per aiutare le aziende e i professionisti ad incontrarsi attraverso degli annunci selezionati che rispettassero certe prerogative, e soprattutto la dignità, anche salariale, del lavoratore. Così è nato anche il sondaggio, che è sempre in progress, in costante aggiornamento; impreciso come tutti i sondaggi, ma utile perché indicativo e perché tende a stabilire una forchetta degli stipendi, dei limiti sotto cui non si può scendere.

Trampolinodilancio: Cos’altro ci dobbiamo aspettare da Crebs?

Alessandro Giua: Tutte le altre iniziative che seguiranno al sondaggio, come per esempio la piccola “enciclopedia” delle vecchie e nuove professioni, serviranno proprio a superare la confusione di cui parlavo, del ruolo, dei compiti, delle funzioni. Confusione – che io chiamo “colpevole”, perché serve a livellare i compensi, a pagare meno le competenze di chi è più specializzato degli altri – che può essere superata guardando a ciò che avviene all’estero, e ricordandosi che, giocando al ribasso, pagando meno del dovuto, è la qualità del lavoro che ne risente: alla fine non crescono le aziende, e non crescono i professionisti. Cito qualche caso, tanto per chiarire. Il project manager dovrebbe occuparsi della gestione del progetto, ma in Italia deve occuparsi anche di wireframing (lavoro da UX designer) o di gestione del cliente (che dovrebbe essere compito dell’account). Stessa cosa per il social media manager, figura differente dal community manager e dal social media strategist, ma spesso nelle agenzie italiane si tende a fondere tutte queste competenze in una figura-factotum, in un figaro qua figaro là. Senza parlare, poi, della confusione quando un’agenzia chiama un developer e confonde linguaggi di programmazione con linguaggi di markup.

Ma è possibile che in Italia non ci si renda conto che le figure professionali cambiano e si rinnovano alla stessa velocità dei mezzi? Prendi il ruolo del copywriter, come cambia. Le aziende hanno bisogno di copy che scrivano titoli e articoli usando un linguaggio che deve piacere, innanzitutto, ai motori di ricerca. C’era il CEO di Mashable, la rivista online di tecnologia tra le più lette al mondo (30 milioni di pagine visualizzate al mese), che alla domanda del giornalista “cosa cerchi in uno che scrive per te”, rispose “innanzitutto velocità e scrittura che favoriscano le visualizzazioni”. E perché le visualizzazioni? Perché sono fondamentali per i magazine online: l’inserzionista paga il giornale proprio per quelle.

Insomma, è un futuro in movimento, ed è un movimento a cui Crebs vuole partecipare, nel suo piccolo, anche con qualche azione solidale nei confronti dei colleghi, degli utenti. A volte mi dico che non è un caso che Crebs sia nato a Milano, e non mi riferisco soltanto alla Milano operosa, autodeterminata, aperta e solidale di cui anche un ventenne come me conosce certi stereotipi. Penso a Milano come luogo ideale per fare attivare online uno scambio produttivo tra aziende e nuove professioni, mettendo in contatto nord e sud, profonda provincia e grandi aree metropolitane, con una particolare attenzione ai giovani che cercano di uscire con le proprie gambe dall’inattività e dalla disoccupazione. Questo è quello che abbiamo provato a fare negli ultimi quattro anni, e il successo di Crebs dimostra che il progetto funziona. A chi l’ha sostenuto sinora, ai suoi utenti, a tutti gli amici di Crebs, è dedicata la guida che abbiamo appena pubblicato.

 

E ad Alessandro va il nostro ringraziamento per la guida (ho subito dato una sbirciata ai corretti livelli di stipendio di mercato!) e per tutto quello che seguirà e l’augurio di continuare a stupirci con la sua inesauribile carica di energia e di entusiasmo.

 

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Sei un Millennial? Alcuni suggerimenti su come affrontare con successo il mondo del lavoro.

PC Sei un Millennial? Se hai tra i 18 e 35 anni di età la risposta è sì, ed è probabile che il lavoro sia in questa fase una priorità importante nella tua vita. Ecco alcuni suggerimenti su come ottenere il successo nella sfera lavorativa, raccolti tra vari studiosi che hanno approfondito l’argomento.milennial-2

  1. Creati una reputazione, perché il titolo di studio non basta più. Per farlo ecco alcuni must:
    • Mantieniti costantemente aggiornato sui temi vicini al tuo lavoro (questo è particolarmente vero per chi non ha in quel momento un’occupazione e rischia che le sue competenze diventino velocemente obsolete)
    • Usa i social media, in particolare Linkedin, per costruirti una reputazione, ad esempio condividendo riflessioni e scoperte sul tema del quale ti occupi (o vorresti occuparti)
    • se lavori non aver paura a chiedere e assumerti maggiori responsabilità sul posto di lavoro, ti farai la fama di un persona proattiva e potrai mettere in luce aspetti del tuo carattere e della tua preparazione che sarebbero rimasti nascosti
  2. Pensa che vivi in un ambiente liquido, all’insegna del cambiamento, dove nessun lavoro è “per sempre”. La ricerca di un nuovo lavoro dev’essere continua, la capacità di resilienza massima e la disponibilità a percorrere nuove strade sempre presente.
  3. Non rimanere senza fare niente: piuttosto che restare a casa pensa se c’è la possibilità di realizzare un’attività imprenditoriale, se ci può essere un lavoro non retribuito ma vicino alle tue aspirazioni (per lo meno contribuirà a costruire la tua reputazione). Fai del volontariato: in particolare se scelto in un ambito affine al lavoro dei tuoi sogni  questo aiuterà chi ti deve selezionare a capire che sei una persona energica e volenterosa, e ti permetterà di ottenere degli insight utili su quel settore.Millennials-infographic
  4. Non crearti l’alibi dello studio: non puoi inanellare tre o quattro diversi diplomi di master per tenerti occupato, anche se hai la fortuna di una famiglia che se lo può permettere
  5. Ricordati che è probabile che chi ti assume sia un baby boomer ex figlio dei fiori ma oggi molto attento alla forma: valuterà, sia in sede di colloquio che nei primi mesi di lavoro, come ti vesti, come ti esprimi, come e dove scrivi (meglio decisamente una mail a un messaggio su facebook)
  6. Considera il network un’altra priorità quotidiana. Mantieni i contatti senza risultare stalker, per esempio aiutando gli altri a trovare un impiego, dato che prima o poi verrà il tuo turno di essere aiutato da chi ti sarà grato per quello che hai fatto per lui (sono convinta che se fai del bene nel lavoro questo ti ritorna sempre).
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CHECK LIST PRIMA DI UN COLLOQUIO

PC Abbiamo sottolineato l’importanza del body language durante un colloquio, oggi parliamo invece di quello che dovrete dire. Prima di presentarvi a un colloquio controllate di aver fatto tutto quanto in vostro potere per arrivare preparati e usare di volta in volta le migliori argomentazioni.

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  1. Sapete tutto sull’azienda?

Su internet potete trovare dati sulle dimensioni, l’andamento della marca e del settore, la mission, i valori, il management.  Per le aziende più grandi è addirittura possibile trovare le recensioni di chi ci ha lavorato, stile tripadvisor!

  1. Sapete che ruolo ricopre chi vi intervisterà?

È molto diverso confrontarsi con chi sarà il vostro capo diretto, e quindi vorrà plausibilmente indagare soprattutto le vostre capacità specifiche di ricoprire il ruolo e capire se c’è sintonia tra di voi, o invece parlerete con il responsabile del personale, più orientato a discutere aspetti tecnici del contratto o a verificare la vostra aderenza agli standard generali della società.

  1. Sapete che ruolo dovrete ricoprire se assunti?

Sembra una domanda ovvia, ma spesso le ricerche di personale sono scritte in modo generico e confuso. Prima di sottolineare le vostre capacità non abbiate paura di fare una domanda per capire meglio di cosa vi dovrete effettivamente occupare.

  1. Sapete quali sono i vostri punti di forza e di debolezza?

Preparatevi a rispondere alle classiche domande su quali sono le vostre qualità e quali i vostri difetti, adattandole all’azienda e al ruolo per il quale state per sostenere il colloquio. Inutile elencare ad esempio (come ho fatto al mio primo colloquio) la tolleranza tra le vostre doti in un’azienda dove fare carriera consiste nel fare le scarpe a un collega, più opportuno parlare di capacità di mediazione se vi proponete come account in un’agenzia di pubblicità.

  1. Sapete perché, come persona, sareste perfetti per quel ruolo o quella organizzazione?

Senza diventare eccessivamente camaleontici, o vendervi per quello che non siete, vale la pena di volta in volta scegliere quale aspetto della vostra personalità mettere in risalto in quello specifico colloquio. Quali hobby vale la pena citare? Quali passioni?

  1. Avete preparato qualche aneddoto che sottolinei le capacità richieste dal ruolo?

È probabile che vi venga chiesto di dimostrare con un fatto veramente accaduto le vostre capacità: preparatevi qualche aneddoto vero, e se possibile non troppo agiografico. Per esempio ricordo di aver raccontato per dimostrare  la mia proattività in un colloquio per diventare l’account che avrebbe seguito Perlana, di quando con ago e filo su un set pubblicitario del principale concorrente Soflan avevo stretto un maglioncino troppo largo per la bimba che doveva sostituire quella scelta.

  1. Avete preparato la domanda a piacere?

Tutti gli intervistatori finiscono con il chiedervi se avete una domanda da fare. Come abbiamo già spiegato niente è peggio che dire di no.

Preparatevi una serie di domande e scegliete quella più logica, sulla base di quanto è stato detto fino a quel punto nel colloquio, ecco alcuni esempi:

  • Su che basi verrà valutato il mio impegno in azienda?
  • Quali caratteristiche dovrebbe avere il candidato ideale?
  • Qual è la più grande sfida che la vostra azienda dovrà affrontare nei prossimi mesi?
  • O meglio ancora: siete preoccupati per … (citate uno dei possibili problemi nei quali il settore o il prodotto potrà incorrere nel futuro)
  • come rientra nei piani a lungo termine dell’azienda questa posizione?
  1. Sapete quanto ci metterete ad arrivare (in anticipo) al colloquio?

Last but not least: controllate il percorso e prevedete l’imprevedibile (il camion che si incendia in autostrada, il treno che deraglia, la visita di Ban Ki-moon che paralizza la città. Sono tutti accadimenti reali che mi sono successi negli ultimi tre mesi, per fortuna non stavo andando a un colloquio!)

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