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Quale canzone descrive meglio la tua etica nel lavoro?

PC Per quanto strana possa sembrare questa domanda, viene davvero posta durante i colloqui di lavoro per entrare in Dell, la nota azienda di computer. Il consiglio del sito glassdoor.com, che ha raccolto le domande più bizzarre poste dai selezionatori durante i colloqui, è di prendere tempo per formulare una risposta creativa e possibilmente intelligente. O ancora meglio prepararsi in anticipo.9eef163dae0162918c1bd59c11d0ae46

Patrizia e io abbiamo voluto essere pronte a questa evenienza e abbiamo provato a pensare a cosa risponderemmo.

Nella rubrica di D’Orrico su Sette, che un paio di settimane fa commentava la notizia, ho trovato due suggerimenti altrettanto interessanti (molto Baby boomers, quindi i giovani Millenials sono pregati di non copiare e formulare una risposta più originale e contemporanea).

La prima canzone è My Way di Frank Sinatra, che rivendica “di avere amato, riso, pianto e vissuto sempre alla mia maniera”, un modo di vivere che D’Orrico definisce la migliore etica che si possa seguire. Chissà se la risposta piacerebbe a un selezionatore o non darebbe l’impressione di non essere disposti ad adattarsi a nuove regole e a nuovi contesti.

La seconda si adatta di più a una persona che, come me, ha fatto scelte diverse nel corso di un lungo percorso lavorativo (nel mio caso la più trasgressiva è stata sicuramente quella di fare principalmente la mamma per tre anni, quando non era affatto di moda e nessuno parlava di Home working): è Non, je ne regrette rien di Edith Piaf (No, non rimpiango niente). Anche se D’Orrico dubita che possa piacere a un manager americano, ho deciso che sarebbe questa la mia risposta. Le decisioni che ho preso durante la mia carriera sono sempre state, infatti, guidate dal desiderio di essere fedele alla mia etica personale. Sono state tutte prese in buona fede e con entusiasmo, senza scendere a compromessi, e quindi non mi pento di nessuna di esse.

Patrizia invece ha scelto Ti lascio una canzone di Gino Paoli. Mi spiega che è perché “e’ bella e malinconica, ma rappresenta fasi della vita (carriera) che si susseguono, passate certo, ma solo dopo avere lasciato la loro traccia positiva, di esperienza e competenza, necessaria per i nuovi passi. Impossibile salire una scala se non si abbandona un gradino per salirne un altro.

Tutto deve svolgersi, maturare e finire, per dare nuovi stimoli e nuovi frutti inediti. Io nella storia sono quella che se ne va con la canzone, che prosegue la sua strada. Credo che da ogni lavoro mi sono portata via una canzone che ho usato e cantato quando ho avuto fame.

Il mio anno parigino, quando ero studente, ancora canta per me. E così l’esperienza del teatro, che ha segnato il mio amore per il palcoscenico (e il fashion show). I reggiseni di Chantelle sono ancora oggi il prodotto che conosco meglio tecnicamente, in Dolce&Gabbana ho imparato la moda, in Armani i mercati esteri, in Tacchini la gestione delle licenze e il mondo delle sponsorizzazioni sportive. Le canzoni che ho imparato mi sono servite sempre a fare nuove canzoni per andare oltre. Anche questo blog è una nuova canzone, che sarebbe stata impossibile senza le altre!”

La canzone di Patrizia è piena di note che vengono dall’esperienza di tanti anni di lavoro.

Più adatta a un giovane che vuole apparire dinamico e focalizzato sull’obiettivo è sicuramente quella suggerita in un articolo di Grazia: Born tu run di Bruce Springsteen. Intelligente la scelta  di una giovane communication manager intervistata da Glassroom, che spiega che la sua canzone è Under Pression dei Queen, perchè lavora molto bene sotto pressione.

In un articolo di Business Week  un esperto del settore suggerisce comunque di usare sempre molta ironia nella risposta. Se per esempio la propria scelta è Harder, Better, Faster, Stronger (canzone che sinceramente non conoscevo), è ovvio che si vuole sottolinare  forza di volontà e  perfezionismo, ma quello che vuole davvero scoprire chi pone questa domanda è se siete creativi e amate mettervi in gioco, per cui conterà molto il tono divertito e autoironico con cui spiegate qual è la vostra canzone.

E voi? Avete già preparato la risposta: qual è la canzone che meglio esprime la vostra etica sul lavoro?

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INTERVISTA A SIMONA BARONI, GROUP PR AND COMMUNICATION DIRECTOR IN DOLCE&GABBANA

PB  Simona Baroni è il classico caso di investimento professionale sul proprio talento.

Fin dal primo vagito credo si sia occupata di Pubbliche Relazioni. Cioè le sue feste di compleanno sono sempre state le più affollate, conosceva prima degli altri qual era il locale che aveva appena aperto a Milano e nel quale valesse la pena fare una comparsata, era in grado di fare un aperitivo, una cena di laurea e un pigiama party nella stessa serata.

Ha tenuto con costanza eroica le relazioni tra gli amici di scuola, quelli di danza, quelli del teatro cosicché tutti noi, analfabeti relazionali, godiamo del beneficio di non esserci mai persi di vista grazie a lei.

Non ho mai veramente capito se ci riesce perché è simpatica o perché non ha sonno. Io potrei uscire nel cuore della notte senza preavviso solo se un meteorite colpisse il mio isolato. Lei può fare la doccia e cambiarsi dopo avere cenato con i bambini e fatto il cambio armadi per andare a ballare ai Magazzini il venerdì sera.

Si ricorda il nome dei compagni di classe delle elementari, conosce i gusti di mezza stampa mondiale, riconosce dei ristoranti lo chef e il buttafuori, dei giornali il direttore e chi corregge le bozze.

Incompatibile con l’isolamento, non frequenta location con cui non si possa arrivare con i tacchi, ma sarebbe in grado di far diventare amici un tronista e Erri De Luca. Perché sorride come una velina, ma legge come una prof dell’800. By the way, non si lamenta mai, neanche per il mal di denti.

Ora è Group PR and Communication Director di Dolce & Gabbana e le abbiamo chiesto quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in una importante Maison di moda come quella in cui lavora:

Simona Baroni:  “La caratteristica imprescindibile è la passione per la moda. Poi curiosità, disponibilità e flessibilità. Ovviamente conoscenza della storia della moda e del panorama internazionale. Inglese parlato e scritto a livello più che buono.”

Trampolinodilancio: “C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?”

Simona Baroni: “Fortunatamente ci sono più persone che si sono rivelate speciali e di grande professionalità. In particolare alcune di loro hanno fatto un bellissimo percorso arrivando ad occupare posizioni importanti con esordi da stagisti o da assistenti.“

Trampolinodilancio: “In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?”

Simona Baroni: “Io mi occupo di comunicazione e nel nostro settore le prospettive di sviluppo ci sono in tutti gli ambiti: ma la crescita non avviene in modo automatico.”

Trampolinodilancio: “Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?”

Simona Baroni: “Di avere una forte cultura di base poiché anche se la percezione del mondo della moda è a volte un po’ “leggera”, in realtà il livello di conoscenza e competenza gioca un ruolo fondamentale. Essere appassionati, curiosi e informati.”

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INTERVISTA A EMANUELE BIANCHI DENIM BRAND MANAGER IN DIESEL

emanuele bianchiPB Qualche anno fa in Dolce&Gabbana cercavamo uno stagista da inserire nella struttura di Marketing della neonata Divisione Accessori. Si sarebbe occupato di quei piccoli gingilli (intimo, costumi, foulards, cappelli, guanti, etc) meno prestigiosi degli abiti da sfilata, ma più costosi dei pomodori pelati.
Tra i candidati (il nome mi era stato passato da Paola, coautrice di questo blog e mio pusher di talenti da sempre) Emanuele (dotato ai tempi di una chioma piuttosto impegnativa e refrattaria all’uso del balsamo) mi colpì perché , alla domanda “che cosa ti piace?”, rispose “ la semiotica e la chitarra”.
Fu la semiotica? Fu la chitarra? Furono i capelli? A me piacque subito e anche in seguito (benché non abbia mai fatto un concerto in ufficio) per il suo approccio non convenzionale e intelligente.
Divenne Product Manager in DG e poi passò in Diesel, dove ora è DENIM BRAND MANAGER sul core business dell’azienda.

E tu come hai vissuto i primi passi nel mondo del lavoro, dato che eravamo allo stesso colloquio ma alle opposte parti del tavolo? Perché pensi di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?
Emanuele Bianchi: Perché alla persona che era stata scelta come prima opzione hanno ritirato la patente. A volte anche una sana dose di fortuna fa la differenza.
L’importante è esserci quando la sorte si presenta, e insistere nel creare occasioni

Trampolinodilancio: Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?
Emanuele Bianchi: La curiosità e la voglia di combinare qualcosa di buono. Che si trattasse di spostare scatoloni, o mettere insieme una serie infinita di dati, mi ricordo che affrontavo ogni piccola o grande task come una vera e propria missione. Le aziende sono fatte di persone, spesso bellissime, e considerando che le mie competenze tecniche durante il primo anno di lavoro erano tra lo scarso e il nullo, l’unica cosa a cui potevo aspirare era semplificare la vita  e il lavoro di un componente del team. In questa attività potevo fare la differenza, e le ricompense erano sorrisi, incoraggiamenti e la costruzione di un rapporto di stima e fiducia con persone che erano in azienda da più tempo di me.

Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?
Emanuele Bianchi: Che la qualità più importante di un manager è ascoltare, prima di tutto ascoltare, la seconda è di immaginare soluzioni, e la terza è diventare un punto di riferimento per il maggior numero possibile di persone.
 
Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?
Emanuele Bianchi: Che nulla è impossibile. Se la nostra condotta professionale è ispirata da una visione forte, chiara e condivisa, non c’è ostacolo che non si possa superare.
E quando le cose si fanno veramente dure, basta un po’ di immaginazione. basta provare a pensare a come le cose potrebbero essere, per rilassare anche gli ostacoli più difficili, e convincere anche i personaggi più difficili

Trampolinodilancio: Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?
Emanuele Bianchi: In tempi in cui la maggior parte delle comunicazioni passa attraverso l’immagine, mi sarebbe piaciuto completare la mia istruzione con  elementi di design industriale e grafica.
Nel mio lavoro mi ritrovo quotidianamente a lavorare con designer e professionisti con cui la comunicazione visiva è molto più efficace.

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Sapere interpretare lo spirito della marca

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal ...

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal gown in the music video for "Bleeding Love" (Photo credit: Wikipedia)

PB  Giovedì scorso dal parrucchiere (avevo chiesto una piega alla Scarlett Johansson) stavo sfogliando il magazine A. Leggevo una intervista dalla rubrica A4Job ( si tratta di una rubrica sul lavoro, perché come le donne incinte che vedono solo pancioni per la città, io e Paola da quando abbiamo aperto il Blog ci imbattiamo solo in discussioni o riflessioni sulle professioni e sui talenti) all’amministratore delegato di Ikea Italia.

Fra le caratteristiche a cui  il biondo Lars presta attenzione nella selezione dei giovani neo assunti mi ha colpito la ricerca di capacità nei candidati di fare propri i valori del marchio.

Per chi lavora nel marketing e nella comunicazione, si tratta davvero di una capacità fondamentale.

Io ho trascorso più di sette anni in Dolce&Gabbana. La scelta dei materiali e dei colori è speciale. I tessuti sono nervosi, sostenuti, elastici.

Se con le tue forme vagamente budinose riesci a entrare in quei tubini di raso, sembri già una star. La modellista è una musa che riesce a posizionare tutta la ciccia che ricopre il tuo scheletro al posto giusto. Come per una créme brulée nella forma di porcellana, un abito di Dolce&Gabbana riesce a rendere più bello anche un panetto di margarina.

Se si aggiungono stampe fiorate dalle incredibili sfumature, rose dai mille petali, fragole e petit fruit in tutti i toni del rosso, aranci e turchesi che riescono a valorizza l’incarnato di un cadavere, il gioco è fatto.

Dopo anni passati tra rasi nervosi e canvass tipo vele dell’Amerigo Vespucci, sono passata in Giorgio Armani.

I primi due mesi li ho passati con un grosso punto di domanda in fondo all’iride.

Vista circa una quindicina di grigi per la primavera estate (ma d’inverno cosa fanno? Suonano il De profundis direttamente?), ho detto: “bene, qui scegliamo un grigio se proprio si deve, ma dov’è la cartella colore della collezione?” Quel cartoncino nero con pinzati piccoli pezzi di tessuto grigio, antracite, asfalto, fumo, nebbia, lago alpino, greige, sabbia, deserto, e bitume era la cartella colore.

Io che venivo da girasoli, fragole, carretti siciliani, animal print ho avuto l’impressione di avere avuto un incidente alle cornee.

La scelta dei tessuti passava invece dal grado di liquidità. Dovevano essere morbidi, cadere, liquefarsi, abbandonarsi.

Dato che tutto aveva essenzialmente lo stesso colore, la differenza la faceva l’armatura del tessuto, la sua texture. Mossa in trama da quadretti, righe, coste, intrecci, scarti d’ago, grana di riso, lucidi/opachi, cangianti. Non c’era speranza che un tessuto uscito dal telaio andasse tranquillamente al taglio: prima era sottoposto a ogni sorta di trattamento, lavaggio, finissaggio, attaccato da enzimi, pietre, tinture.

Organza? troppo rigida. Meglio rasetto, twill, chiffon

Giallo? Un colore per cui potevi essere licenziato.

Dopo pochi mesi di stordimento , improvvisamente un click nel cervello mi ha fatto capire.

Tutto in Armani è sofisticato: nessun colore assomiglia a come nasce in natura. Nessuna materia è grezza. Tutto appare super semplice per scoprire che tutto è complicato, rifatto, ridigerito.

Per me si tratta di abiti che si possono portare solo entro la cerchia della tangenziale. Salendo su un tram, scendendo dalla metropolitana, camminando sull’asfalto, facendo una coda, partecipando a una riunione o a una festa al Penthouse di un Hotel. Nessuna di quelle stampe sfumate , di quelle foto sgranate, di quei grigi che la natura non conosce, sarebbe a suo agio in campagna.

Con una sola eccezione: il bianco per il mare. Ma questa è un’altra passione. E forse lì, in spiaggia, i tre stilisti potrebbero trovare un punto di accordo abbronzandosi con uno slip bianco (di piquet e cordino blu per Giorgio Armani, di lycra con fibbia in metallo per Dolce&Gabbana)

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Chi siamo e perchè nasce questo blog

Patrizia Bolzoni e Paola Chiesa si conoscono da quando è nata Patrizia, che ci tiene a dire che è tre mesi più giovane. Sono approdate al mondo del marketing e della comunicazione con strade diverse: Patrizia, dopo la laurea in lettere (è quella delle due che scrive brillantemente), ha iniziato a lavorare nel marketing della moda, ed è stata direttore marketing in Dolce Gabbana e Armani.  Ora è General Manager in Sergio Tacchini. Paola ha studiato sociologia e marketing e ha costruito la sua carriera in Young & Rubicam, che ha lasciato quando era group account director per far crescere suo figlio in un paesino sul lago. Dopo alcune esperienze imprenditoriali ora si occupa di comunicazione nel punto vendita in Sky e insegna in diversi master di comunicazione. Entrambe in tutti questi anni hanno elargito consigli a chi desiderava entrare nel mondo del marketing e della comunicazione e aiutato molti a crescere e migliorare la loro posizione. Da qui nasce il desiderio di mettere a disposizione di un pubblico più ampio le loro esperienze e conoscenze, e qualche aneddoto su quello che bisogna e non bisogna fare. Visto il periodo in cui nasce questo blog, la speranza è ovviamente che questo possa aiutare qualche ragazzo a trovare più facilmente non solo un lavoro, ma un lavoro che gli piace fare.

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