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Lavoro: specialisti o generalisti? Nello scenario liquido differenziamo il rischio

PB Non so se avete notato che molte cose che erano opportune 5 settimane fa sono diventate disdicevoli.Kipling If (Doubleday 1910).jpg

Prendere i mezzi pubblici e usare il car sharing, da atto di moderna eco sostenibilità è diventata un’azione suicida.

Sorridere e stringersi la mano, roba da untori (oggi sorridono solo i sociopatici senza mascherina)

Viaggiare, incontrarsi, accalcarsi a un concerto erano ben meglio delle succedanee dirette su Instagram o degli aperitivi via zoom.

L’Atalanta da fenomeno esaltante è diventata la causa dei contagi nel bergamasco.

Gli autisti dei tir si sono trasformati da killer dell’asfalto a staffette per la salvezza alimentare.

Se fai jogging al mattino presto sei un irresponsabile: stare tappato in casa è più salubre di una bella passeggiata.

Medici e infermieri sono più popolari di calciatori e cantanti. Il virologo ha soppiantato la criminologa.

Al di là delle considerazioni sulla volatilità di gloria e sconfitta (qui i poeti ci vengono in aiuto: If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same
scriveva Kipling ) ,come possiamo programmare la nostra carriera, in uno scenario che può essere molto variabile e spesso imprevedibile?

Cosa devo studiare? Su cosa devo specializzarmi? Se gioco tutte le mie carte sulla comunicazione e gli editori della carta stampata sono in crisi? Se punto tutto sulle olimpiadi di Tokio e poi le rimandano? Se sistemo un agriturismo e poi dicono a tutti di restare a casa?

Nessun piano ha la garanzia di non essere cambiato (Certo Bill Gates aveva registrato un TED nel 2015 che oggi fa impressione, come Laocoonte aveva detto di non far entrare il cavallo a Troia, ma appunto, ciò dimostra che da sempre l’inatteso può cambiare i nostri piani, al netto dei profeti), ma allora che fare della nostra vita lavorativa? Come costruire la nostra carriera? Come avere un po’ di serenità guardando al futuro e non perdersi nell’angoscia della incertezza?

La mia esperienza di recrutata e recrutatrice (brutto neologismo. Insomma di una che è stata selezionata qualche volta dalle aziende e che ha selezionato parecchi collaboratori per le aziende medesime) mi suggerisce che una specializzazione in cui essere particolarmente bravi è vincente (una brava sarta, una modellista finita, un PR dall’agenda con i fiocchi, un analista che annusa dalle pieghe dei numeri il trend dei consumi, un cuoco colto e dai sensi raffinati sono risorse preziose per chi assume).

Quindi se iniziate un percorso (possibilmente nel campo in cui avete talento e che non sia troppo inflazionato) approfondite, diventate i più bravi dell’ufficio, dell’azienda, della regione, del mondo. Il miglior merchandiser, il più bravo a fare i casting, la migliore a piazzare i consumi, a ricamare le cifre, a scrivere un comunicato stampa, a raccontare una collezione, a vendere ai russi.

Ma se chiudono le produzioni, chiudono i negozi, chiudono le frontiere, chiudono le sartorie e lo scenario cambia repentinamente e quello in cui siamo diventati bravissimi pare, pro tempore per lo meno, inutile? La mono specializzazione sembra diventare un limite.

Dunque, che fare? Non essere pigri di alimentare, anche a basso voltaggio, una seconda passione o attività, che in caso di pandemia/meteoriti/terremoti/fallimenti, potrà diventare temporaneamente l’attività principale, e poi, chissà, una risorsa per il futuro.

Suonate uno strumento? La band degli amici non va abbandonata neanche all’apice della carriera.

Adorate scrivere? Un post ogni due mesi per il blog fondato con la vostra amica del cuore, è un imperativo categorico anche durante il lancio delle collezioni

Vi piace cucinare? Non stancatevi di farlo per i vostri amici e per voi stessi in serate speciali in cui sperimentare e annotare ricette inedite, curiosando le vostre tradizioni e l’opera dei grandi cuochi.

Avete il pollice verde? Trasformate il terrazzo in giardino babilonese e intrattenete una relazione avvincente con il vivaista

Amate il francese? Rileggete Camus in lingua originale e frequentate il Centre Culturel Francais.

Non sto parlando di chi si è scocciato del traffico e fa lo skipper nelle Antille francesi o sogna un chiringuito in riva al mare. Per la fuga dalla civiltà siamo sempre in tempo.

Parlo della curiosità che ti consente di avere attenzione speciale anche per gli impegni minori.

Oggi ho un’amica, Silvie, che ha riesumato una abilitazione all’insegnamento della danza che giaceva in fondo a un cassetto da millenni, la campionessa di pallanuoto Giulia Viacava ha rispolverato la sua laurea in scienze infermieristiche e gode di maggior popolarità oggi in corsia che l’anno scorso in piscina. Un mio vicino di casa con il pollice verde sistema il giardino condominiale, il prof del Conservatorio appassionato di tecnologia ha messo in grado tutti i colleghi analogici di fare lezione on line agli allievi connessi da casa, Lorenza, manager della moda ha aperto un salone favoloso di toilette per cani a Stresa, un direttore generale introverso e intelligente fa il trader dalla taverna, il mio prof dell’università fa il regista teatrale e l’attore in TV.

Tutti avevano una passione (l’opera, la danza, la fotografia, gli animali, la cucina, le statistiche) che hanno coltivato e perfezionato nel corso degli anni, a volte certo trascurato, ma tenuto in vita nonostante tutto. Magari sarebbe rimasta lì come un nutrimento dell’anima, come una sfaccettatura della personalità. Ma a volte i terremoti – oltre ai molti danni –  fanno emergere le vene d’oro.

Quindi proprio come chi faccia investimenti in borsa, mentre puntate molto su una lucrativa operazione, non metteteci il 100% delle vostre risorse ma conservate una piccola scorta di energia e differenziate il rischio su titoli diversi. Nel caso l’operazione A non andasse come ci siamo immaginati, avremo sottomano il piano B, che non si improvvisa e non si pianifica: ce lo troviamo tra le mani grazie alla curiosità, alla passione, al tempo e alla costanza che gli avremo dedicato.

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Quello che non si può dire a voce é inutile farlo dire dalla matita

PC Molti leggono trampolinodilancio come trampolino di Rilancio. Alcuni di questi lettori più agé – come il nostro amico Daniele – ogni tanto ci raccontano l’inesauribile energia necessaria a trovare un lavoro dopo i 50 anni (anche se un piccolo incoraggiamento viene dai dati di questi giorni, che registrano una crescita degli occupati proprio in questa fascia di età).

Nel post che gli abbiamo chiesto di scriverci Daniele ci spiega perché è sempre importante capire quando è meglio fare una telefonata invece che mandare una ineccepibile lettera di accompagnamento insieme a un accurato cv che tiene conto  di quanto appreso in tanti anni di lavoro (e colloqui!) anche in America.

Essendo di natura timida e avendo un rapporto non spontaneamente facile con il telefono, mi riconosco moltissimo nell’errore in cui è incorso Daniele. Credo che il racconto di quanto gli è recentemente successo possa essere utile anche a molti nostri lettori e lo ringrazio per la consueta autoironia con cui ce lo riporta. Nel racconto c’è tra l’altro un ottimo ripasso su come impostare CV e lettera di accompagnamento.

“Quello che non si può dire a voce é inutile farlo dire dalla matita” (John Steinbeck)

“A volte le perle di saggezza, dalla letteratura, si incastonano nella vita molti anni dopo. Ho impiegato qualche decennio per comprendere a pieno questa frase dal The grapes of wrath, furbescamente tradotto in italiano in Furore.

Ricorrere alla matita é oggi mille volte più frequente che ai tempi di Steinbeck, non per questo la logica della riflessione viene meno.

Durante la ricerca di un nuovo posto di lavoro, mi sono accinto a scrivere un CV che riprendesse i migliori concetti che fanno presa sull’interlocutore. Le aziende desiderano estendere la loro capacità commerciale e vendere di più. Fondamentale pertanto introdurre nel CV le relazioni più importanti che si possono vantare e gli influencer che frequentano la nostra casa.

Se si aspira ad un ruolo di vendita, chiarire con quali clienti si é avuto a che fare. Evidenziare sempre i successi ottenuti e i risultati raggiunti nella propria esperienza lavorativa o nel sociale. Gli ottimi voti ottenuti in qualche esame fondamentale all’Università o il 100/100 del Liceo. Se non si é raggiunto il massimo, 98/100 va meno bene di 90/100. E’ questo uno sgobbone a cui manca lo scatto? Meglio un genietto che non ha dedicato tutto se stesso allo studio, ma si é anche divertito. Musica? Sport? Non c’é bisogno di scienziati, ma di passioni. Va bene citare il judo, evitare di farlo se all’inevitabile domanda sulla cintura si deve rispondere: gialla oppure “ho iniziato l’anno scorso”.

Evitare le affermazioni drastiche “non sono religioso” oppure “Non ho mai giocato a calcio”.

Affermare che si gioca a golf é controproducente senza un buon handicap. E’ brutto ritrovarsi di fronte qualcuno che ha giocato quasi a livelli professionistici ma si ritiene una schiappa perché non é arrivato. Un giorno ho orgogliosamente fatto notare di aver giocato a calcio a buon livello da ragazzo. Dalla parte opposta della scrivania, l’altro ha risposto che era stato centrocampista nella nazionale danese (ndr “all’epoca che aveva vinto l’europeo”).

E poi laddove si possa vantare qualche esperienza internazionale non dare troppo risalto, giacché esiste un altro lato della medaglia: una possibile lacuna nelle relazioni a livello locale.

Meglio dire che si parla fluentemente inglese, solo se siamo praticamente madrelingua.

Essere sintetici e badare al sodo.

Evitare le ripetizioni. Se due parole significano la stessa cosa, né serve una sola.

Quella che reputiamo essere la parte meno interessante del CV, ha pari dignità. Non é raro trovare qualcuno che insista a far domande su ciò che reputiamo poco significativo.

E poi la motivazione, perché si é scelto proprio quel ruolo o quell’azienda? La lettera motivazionale é ormai importante quanto il CV, forse anche di più. Inviare i CV in Broadcasting, a tutti, è controproducente. Inviarlo all’ HR può andar bene, ma se si vuole essere efficaci è necessario scegliere aziende specifiche e inviare il CV alla funzione più adeguata. In America mi hanno insegnato a non essere timorosi e indirizzarsi subito verso il CEO o il Presidente o qualche Executive decisore. Oggi esiste la mail. Alcuni di loro rispondono personalmente. Quando se ne colpisce uno con il messaggio che vuole sentire, il lavoro é nostro. Essere generici significa dover poi salire tutti i gradini della burocrazia aziendale.

Forte di questo bagaglio ho elaborato un CV di tutto rispetto, concreto, conciso, “to the Point”. Ho impiegato un paio d’ore a confezionare una mail di tre righe che individuasse l’obiettivo, il mio, e il ritorno immediato, per l’interlocutore.

Ho selezionato l’azienda, fra decine di altre, che avrebbe potuto maggiormente trarre beneficio da un mio impiego. Che razza di fortuna per loro essere prescelti.

Ho inviato CV e mail all’Amministratore Delegato, citando il nome di un amico comune che mi forniva ottima referenza.E ho ottenuto un risultato. Dal quale ho capito finalmente cosa intendesse Steinbeck. Se ritenevo non avesse senso affidare il messaggio alla voce – una telefonata ? – tanto valeva riporlo in un cassetto. Così come ho finalmente incastrato l’ermetismo, corrente che a scuola mi ha sempre lasciato insoddisfatto: la profondità nella sintesi. Perché? Allora Manzoni? E Tolstoy poverino? Invece ho imparato, per la miseria, che anche Ungaretti merita una sua collocazione precisa. Come volevasi dimostrare l’Amministratore Delegato ha risposto, dimostrando a pieno la validità della mia strategia. Con una mail. Dentro, una sola parola: “grazie”. Senza punti, punti e virgola esclamativi, saluti o altro. “Grazie”. Lo so sono un vile, di getto avrei dovuto rispondere “prego, del suo grazie me ne frego”. Meglio riderci. Non mi sono arrabbiato, il furore meglio destinarlo verso nuovi e più fruttuosi tentativi.”

 

 

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Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

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Trampolino di lancio o di rilancio? Il piano B di Valentina

PB  Pare che fra i nostri lettori non ci siano solo smarriti talenti in cerca d’autore ma anche seriose aziende di chisono_06consulenza che si occupano di placement e re placement.

Ebbene, proprio una di loro ci ha voluto dare un contributo, la storia di una riqualificazione professionale che parla di talento e ottimismo non solo in chiave di “lancio” ma di “rilancio.

La condividiamo volentieri con voi, perché è una storia golosa.

QUANDO IL “PIANO B” SI REALIZZA E REALIZZA CHI LO ATTUA.

In materia di riposizionamento della propria figura professionale, chi si occupa di consulenza alla carriera ha sicuramente di che raccontare.

Il candidato, che ha perso il lavoro o che desidera cambiarlo, si approccia al percorso di Career Management con stati d’animo, idee ed aspettative sempre differenti e quasi sempre destinati a mutarsi durante il percorso.

C’è chi si aspetta la bacchetta magica che realizzi ‘hinc et nunc’ il progetto che si è prefissato; c’è poi chi non ha idea di quale sia il suo progetto nè come fare per scoprirlo; c’è infine chi, saturo di etichette e ruoli standard, ambisce a qualcosa di nuovo, un ruolo/contesto/progetto che ridia stimolo e slancio alla professionalità.

È proprio dall’analisi delle esperienze, delle competenze, dei successi e di quelle cose riuscite meno bene, che scaturiscono questi obiettivi professionali alternativi e discostanti dal tradizionale prosieguo in ambito/settore di provenienza.

Nel corso della nostra attività di Consulenti alla Carriera spesso assistiamo candidati che decidono, ad esempio, di lasciare le aziende per intraprendere attività imprenditorialità che sono espressione di passione, ambizione e determinazione.

È il caso, ad esempio, di Valentina, 35 anni, milanese, dottoressa in scienze e tecnologie alimentari da sempre appassionata di bricolage e decorazione con paste modellabili: dopo aver ricoperto ruoli di responsabilità nel comparto Ricerca&Sviluppo di due note multinazionali alimentari, complice la partecipazione ad una fiera di settore, scopre che un connubio tra gli studi effettuati, il lavoro svolto e la passione di sempre era possibile e realizzabile nel Cake Design.

Ed ecco che, quando conosciamo Valentina in occasione della riorganizzazione che vede coinvolta la sua azienda, leggiamo in lei sin da subito convinzione nel portare avanti il suo progetto: realizzare un laboratorio di Cake Design!

Oggi Valentina è la proprietaria de “Il Profumo delle Fragole”, delizioso laboratorio di delizie, per gli occhi e per il palato www.ilprofumodellefragole.it ; organizza corsi e tutorial, e realizza, con creatività e attenzione ai dettagli, topper per torte, confetti, cup cakes e biscotti…personalizzati ed assolutamente unici.

Il bilancio delle competenze effettuato ha consentito a Valentina di acquisire ulteriore consapevolezza delle sue capacità e delle sue mille risorse emerse nel corso delle esperienze professionali, a delineare con ancora più chiarezza l’obiettivo professionale di auto-imprenditorialità e quali step formativi intraprendere.

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La carriera: da trattare come un’opera preziosa

PB Un paio di settimane fa a Londra ho visitato per la prima volta il Museum of Risultati immagini per saliera del celliniLondon.

A parte consigliarvi di metterlo in agenda per il vostro prossimo viaggio in Inghilterra (è bellissimo e racconta la città in modo coinvolgente e poetico) mi ha colpito l’assenza di una tela Finally at home di cui c’era solo la copia perché l’originale è volato in prestito alla National Gallery di Shangai per una mostra temporanea sui viaggi ai tempi delle colonie.

Pensare a questo quadro, pieno di figure che si abbracciano felici di ritornare a casa (sono soldati di ritorno dall’India che rivedono le loro giovani spose, i loro bambini, i vecchi genitori) che attraversa l’oceano per essere ammirato in Cina, mi ha fatto riflettere sul concetto di valore delle opere, sulla loro durata nel tempo, sulla loro ciclica riscoperta.

Come garantire, tra le alterne fortune, un duraturo successo alla nostra carriera?

Dobbiamo trattare la nostra storia professionale come una tela preziosa, che abbia un disegno sensato e emozionante, a cui possiamo cambiare cornice o collocazione, a cui possono succedere incidenti ma che noi dovremo sempre restaurare e manutenere con cura.

Se i danni non dipendono da noi (le aziende non sempre sono amorevoli, oneste, accudenti, grate) si potranno restaurare (come le macchie di umidità o le ferite dei teppisti).

Ma se le figure sono brutte, i tratti superficiali, le proporzioni sgraziate, non ci sarà sala o luce sapiente che riuscirà a far sembrare una crosta un capolavoro. Per lo meno non molto oltre i 15 minuti di notorietà previsti da Andy Warhol.

Ma come si fa a immaginare un disegno armonico in periodi liquidi in cui la frase Piano di Carriera sembra arrivare da Marte?

  1. Non trattate con superficialità e disamore nessuno dei lavori che vi capiterà di fare. La saliera del Cellini è la sua opera più famosa: ed era solo una saliera!
  2. Cercate di dare un senso alle vostre ricerche per poter crescere in verticale nello stesso settore (moda, solo moda dalla vestiarista alla direzione artistica) o ampliando una competenza sempre di più in settori diversi (vendere, vendere, vendere, bulloni, navi o gas ma affinare una tecnica fino alla perfezione).
  3. Riparate, per quanto nelle vostre possibilità, gli errori, inevitabili, e lasciate un buon ricordo di voi.
  4. Non scoraggiatevi nei momenti di scarso riconoscimento: gli anni ’80 sono tornati di moda e presto toccherà ai ’90: non si può essere sempre sotto i riflettori e di solito un buon quadro c’è sempre il momento di recuperarlo
  5. Studiate, copiate, siate curiosi e diventate un piccolo esperto, un punto di riferimento per i colleghi anche solo in un piccolo ambito: il migliore a variantare le cravatte, il migliore a fare una presentazione in inglese, il migliore a far quadrare un budget, il migliore a fare un Power Point, il migliore a scrivere un comunicato stampa.
  6. Non siate permalosi e alzate le antenne, a volte fate buon viso a cattivo gioco ma ascoltate quel che succede intorno a voi senza arroccarvi in posizioni che vi metteranno in un vicolo cieco. A volte cambiare idea è un’ottima idea: facendo le radiografie alle opere d’arte si scoprono spesso i ripensamenti degli artisti
  7. Siate generosi. Del vostro sapere, del vostro tempo, del vostro sorriso
  8. Siate seri, sinceri, affidabili
  9. Non siate invidiosi.

Ogni attività si può fare dignitosamente. Quelle che ci piacciono e per cui abbiamo talento, anche magnificamente.

Tanto lavoro ben fatto, studiato, accudito farà di una fila di progetti una buona carriera

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COVER LETTER: I CINQUE MODI MIGLIORI PER NON FARSI CHIAMARE PER UN COLLOQUIO

PC Ho conosciuto Giovanni Zezza grazie a Marco Lombardi che lo teletrasportava dalla Young & Rubicam in Iulm perché spiegasse agli studenti come funziona veramente “là fuori”. Ha continuato a venire anche dopo essere passato in Deliveroo, una nuova realtà in espansione che comprensibilmente attira molte proposte di giovani, e non solo, candidati. In 12 anni di esperienza tra agenzie pubblicitarie e aziende digitali ha potuto così completare una conoscenza dei diversi approcci alla richiesta di lavoro, che ci ha gentilmente distillato. Gustateveli tutti di un sorso, come uno spritz estivo, ma poi – prima di scrivere una cover letter – riassaporateli con la concentrazione che merita un buon rhum.

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza: “Fare un colloquio è come ballare il tango: bisogna saper sedurre, muoversi in modo da lasciare un segno, usare tecnica e passione.

Ma per ballare un tango è necessario essere in due. E per fare un colloquio è necessario farsi chiamare dopo l’invio del cv.
La cover letter è l’inizio di questo processo di seduzione: un passaggio imprescindibile per avere l’opportunità di ballare il vostro tango.

Ecco dunque una classifica dei 5 modi migliori per NON essere richiamati dopo aver inviato un cv.
E tutti, drammaticamente, tratti da storie vere.

5° POSTO: “VORREI LAVORARE CON VOI”
Arriva una mail con allegato un cv con scritto “Vorrei tanto lavorare con voi” e nient’altro.
Ora in un’azienda ci sono ruoli e responsabilità diversi, tutti importanti ma con qualifiche differenti.
Vuoi fare il direttore marketing, lavorare nel commerciale o occuparti dei servizi di pulizia?
Sperare che il direttore delle risorse umane si metta a spulciare il vostro cv cercando di capire dove eventualmente potreste essere inseriti, alla luce della vostra incontenibile voglia di lavorare con l’azienda, è probabile quanto che le scie chimiche siano davvero dannose.

4° POSTO: NDO COJO COJO
Che per chi non è pratico di romano vuol dire: va bene un po’ tutto.
A cosa faccio riferimento? Mi spiego subito.
Se siete idonei per la stessa posizione in due aziende competitor, questa è una grande opportunità per voi: più occasioni per essere scelti per fare il lavoro che fa per voi.
Tuttavia mandare il cv contemporaneamente alle due aziende competitor nella stessa mail, non aumenterà le vostre possibilità di essere assunti: se non avete una preferenza tra le due, almeno fingete di averla.
Sarebbe come dire a Coca-Cola che di base bere la loro bevanda o una Pepsi non cambia nulla.
Se volete fare un test per vedere cosa succede, vi lascio il numero del brand manager.

3° POSTO: ALMENO HAI QUALCOSA DA LEGGERE
Leggere è così rilassante e ci sono titoli per tutti i gusti: dai libri di Fabio Volo a quelli di Tolstoj a Topolino quando si è impegnati in “situazioni private”.
Nonostante il fatto che un buon recruiter è sicuramente una persona di buona cultura e quindi legge spesso e volentieri, mandare un cv dicendo “così avete qualcosa da leggere” è un passo un po’ azzardato.
Chi di noi non ha voglia di leggere due pagine di cv per rilassarsi prima di dormire? Perché rubare Topolino al proprio figlio quando puoi leggerti un bel cv?
Del resto, quando sei annoiato o guardi un bel factual su Real Time o ti leggi un avvincente cv, no?

2° POSTO: MALATTIE INVALIDANTI
Qui si entra in zona calda della classifica. Se fossimo a Top of The Pops il pubblico sarebbe in delirio, e spero lo siate anche voi.
Parliamo di motivazione: è fondamentale scrivere perché si è interessati ad un posto di lavoro. Ma, ecco, esattamente come a un fidanzato non è strettamente necessario dire proprio tutto-tutto-tutto, lo stesso vale per un potenziale datore di lavoro.
Dire che hai delle malattie invalidanti di origine psicologica, ad esempio, oltre ad essere un’auto-rinuncia ad uno dei diritti dei lavoratori (l’azienda deve essere solo a conoscenza dell’idoneità del lavoratore a svolgere la sua mansione, non della sua intera cartella clinica), non è assolutamente un buon biglietto da visita: in primis perché fa pensare che il candidato non sarà in grado di portare a termine le sue mansioni e, secondo poi, perché un’azienda non è la Caritas.
Voi chiamereste per un colloquio qualcuno che vi ha già espresso il suo disagio psicologico?
Nessuno è “normale” ma lasciate che i vostri datori di lavoro lo scoprano dopo il periodo di prova, non nella cover letter.

1° POSTO: BUONA MORALITÀ
Rullo di tamburi, apriamo la busta, the winner is: quello che manda il cv sottolineando che è una persona di “buona moralità”.
Ora tenete presente che di quello che fate al di fuori dell’ufficio, teoricamente, al vostro datore di lavoro interessa poco. Figuriamoci della vostra moralità, che tra l’altro oggi è un concetto piuttosto soggettivo.
Se poi la “buona moralità” è pari alla “buona conoscenza dell’inglese” che leggo in tutti i cv di persone che non sanno manco dire “How are you?”, allora è un’informazione inutile anche per mandare il cv presso un convento o una parrocchia, visto che, nella migliore delle ipotesi, sarete un incrocio tra Gambadilegno e La Banda Bassotti, giusto per restare nella tematica Topolino tanto cara a chi scrive.

Quindi ragazzi e meno ragazzi (perché questi e/orrori arrivano anche da persone molto senior) la cover letter è fondamentale – e su questo blog trovate tutte le indicazioni, più serie di questo post, per prepararla bene – ma occhio a quello che scrivete.
Perché nella migliore delle ipotesi non venite richiamati, nella peggiore finite in una cartella “Perle” per essere riletti nei momenti bui dell’azienda dove avete fatto application.”

Giovanni Zezza
Head of Marketing, Deliveroo Italy.

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I consigli di un esperto di placement. Intervista a Maurizio Mesenzani.

PC Mi capita spesso che qualche studente mi chieda un parere personale su come orientarsi dopo la laurea, sapendo che il mio impegno in università è collaterale rispetto al mio lavoro principale come consulente di aziende e agenzie, è che questo mi porta quindi a conoscere dall’interno quegli stessi ambienti dove vorrebbero intraprendere una carriera.

Un mix analogo rende particolarmente interessanti i consigli che ci dà Maurizio Mesenzani, che oggi intervistiamo in veste di collaboratore esterno dell’ufficio placement dell’Università Bicocca, dov’è anche docente di master del dipartimento DISCO (informatica e comunicazione) e dove ha insegnato per tanti anni come docente a contratto nel dipartimento di Sociologia (Laurea Magistrale in Sociologia del Lavoro e dell’Organizzazione). Maurizio infatti conosce molto bene il mondo dell’impresa, perché da anni offre soluzioni manageriali e di CRM a grandi aziende come Fiat FGA Group, Vodafone, H3G, RCS.

Maurizio attualmente offre la sua competenza all’Università Bicocca come collaboratore su alcune iniziative specifiche, quali la preparazione degli studenti ed ex studenti al career day e altri seminari di placement. Gli chiediamo quindi di condividere con i nostri lettori alcuni preziosi consigli.

Trampolinodilancio: Come devono scegliere i giovani laureati a quali aziende indirizzarsi?

Maurizio Mesenzani: bisogna partire dalle proprie passioni. La scelta del tipo di azienda, settore, dimensione, collocazione geografica, stile, ecc ecc deve basarsi sulle proprie passioni, sul tipo di emozione e coinvolgimento che si prova ad immaginarsi dentro quel contesto. Bisogna conoscere tante realtà, leggere, documentarsi, guardare, domandare. La curiosità e la voglia di mettersi in gioco e di “sperimentare” sono lo strumento migliore per scegliere le aziende.

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell'Università Bicocca

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell’Università Bicocca

Dove cercare le opportunità di lavoro? Che ruolo hanno i social media?

A parte le agenzie per il lavoro, gli strumenti pubblici di supporto al collocamento e gli uffici placement delle università, il social network più adatto alla ricerca di lavoro è Linkedin. Ciò è vero per molte professioni. Altro canale di contatto sono gli “eventi” (generalisti o di settore) che permettono di approfondire tematiche specifiche e di creare relazioni.

Ha quale consiglio utile da dare a chi deve affrontare un colloquio?

Passione e motivazione. Un colloquio non è un ostacolo da aggirare, è un momento fondamentale per farsi scegliere e per scegliere. La scelta è reciproca! Chi affronta un colloquio deve avere le idee chiare su di sé e su chi ha di fronte; i colloqui si preparano studiando, leggendo i giornali, leggendo il web. Bisogna sapere tutto dell’azienda da cui si va a colloquio. Non si mente, non si improvvisa e non bisogna fare “i fenomeni”: al colloquio bisogna essere se stessi, con i pregi e i difetti che si hanno. La domanda da farsi non è sul tipo di “posto” che l’azienda offrirà, ma piuttosto sul “valore” che si genererà da questa relazione professionale: che valore porto io all’azienda oggi e domani? che valore dà a me l’azienda oggi e domani?

Cv e lettera motivazionale: ha qualche aneddoto o accortezza da segnalare?

Si trova in rete ogni forma di consiglio, difficile dire qualcosa di originale. Come accortezza, eviterei frasi fatte, quelle banalità stereotipate che non hanno alcun senso e che non sono facilmente riconducibili alla vita reale, tipo: “persona solare, orientata a lavorare in gruppo…”, “persona affidabile concreta orientata al risultato”…frasi con questi toni, senza esempi concreti, fanno solo rumore e spesso danno fastidio a chi legge

Quanto è importante la rete di contatti?

Il network è fondamentale: i compagni di corso sono un gruppo professionale importantissimo nel percorso di crescita, così come i docenti, i colleghi negli uffici dei primi stage, i membri della stessa community professionale. Ecco perché è fondamentale leggere e andare a eventi, convegni, conferenze… Il network serve per aggiornarsi, per attivare relazioni, per identificare opportunità, per acquisire linguaggi specifici. 

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Il prezzo di un fottutissimo successo

PB Fedele alle mie promesse (vedi ultime righe del post “non è un blog per ricchi”) ho approfondito e scoperto , per i nostri lettori più ambiziosi, il segreto per diventare milionari.

Con metodo scientifico e acume femminile ho analizzato i casi di successo planetario (Kate Middelton, Madonna, Renzi, Victoria Beckam)  e quelli di un mondo più vicino al mio (chi non ha una ex collega che incontrava alla macchinetta del caffè e oggi è pappa e ciccia con Hillary Clinton? ) e ho scoperto cosa hanno in comune uno spermatozoo, Cenerentola e la Gregoraci.

Casi di straordinario successo raggiunto da persone (apparentemente) quasi normali dal talento medio.  Quindi non sto parlando di Maradona, di Einstein o di Pavarotti arrivati in vetta grazie a un piede, un cervello, un’ ugola unici al mondo.

Sto parlando di individui più o meno talentuosi  (non geni) che stanno sulle copertine di tutti i giornali, di ragazze bellocce (ma non miss Universo) che hanno impalmato mariti milionari, di Boy scout capoclasse (ma non statisti o filosofi) che stanno nella stanza dei bottoni, di cantanti intonati (ma non Farinelli) dalle qualità canore so- and- so che vendono milioni di dischi.

Insomma di persone che potremmo forse essere noi ma che hanno fatto una carriera molto più mirabolante della nostra. Persone che hanno avuto un fottutissimo successo.

Ed ecco i requisiti distillati dalle vitae di cotanti eroi. Date un’occhiata per vedere se avete qualche chance di farcela:

  1. Partire dal basso e da lì volersene andare. Per arrivare molto in alto di solito serve una lunga rincorsa da un posto dove non si vuole stare per niente (e qui, dai nostri eroi di successo, parte una lunga serie di umili origini, paeselli dove non succede niente e da cui si sogna l’altrove: Rignano d’Arno, Soverato, Reading nel Berkshire, Harlow nell’Essex, Bay City nel Michigan…).
  2. Essere se non bellissimi almeno belli. Di quell’aspetto che messi giù da gara si può fare un figurone, ma come se la bellezza fosse un di più a cui non si era fatto caso.
  3. Essere magri. Per natura o per dieta ma essere magri.
  4. Essere intelligenti, almeno quanto basta.
  5. Essere gatte morte. Far sembrare tutto naturale come le modelle “acqua e sapone” dopo 3 ore di trucco.
  6. Accoppiarsi con mogli o mariti ricchi e famosi (vedi i fondamentali punti 2, 3 e 5 necessari affinché i ricchi e famosi si innamorino di voi).
  7. Saper che il matrimonio non è la meta ma un mezzo per il proprio successo (Manager? Principi? Registi? Calciatori? Ma piuttosto che niente anche poeti o poliziotti, l’importante è sposarsi: la singlitudine non fa rima con carriera).
  8. Fare figli. A volte anche tanti. In ogni modo belli e da mostrare al pubblico quando serve. I primi mesi è difficile ma poi paga. In ogni modo sono gli unici con cui potrete abbassare la guardia e non vi tradiranno.
  9. Non essere romantici (ma sembrare romantici).
  10. Abbozzare senza colpi di testa se siete cornuti come un cestino di lumache (serve per rimanere sposati almeno fino a che non avrete raggiunto il fottutissimo successo, poi potete archiviare il fuco).
  11. Non essere pigri (riposarsi solo quando qualcuno vi vede, per sembrare rilassati. Appena fuori dai riflettori lavorare come cani, divertirsi – o fingere di farlo –  alle feste fino a tardi, alzarsi presto al mattino).
  12. Non essere ironici (l’ironia rischia mettere in crisi tanta determinazione).
  13. Non essere tristi (l’allegria mette buon umore e voglia di frequentarvi).
  14. Non lamentarsi mai (nelle profezie che si auto avverano se non ci si lamenta finisce che non ci siano cose di cui lamentarsi).
  15. Non vergognarsi di niente.
  16. Essere disposti a morire.

Nell’economia del corpo umano si può essere cellule epiteliali (che se va tutto bene finisci nel palmo della mano di un pittore, e se va male finisci sul gomito di uno sconosciuto) oppure spermatozoi che possono esaurirsi nel nulla dell’insignificanza (milioni di piccoli girini annegati in un gel che sa un po’ di cloro) o nel delirio creativo di fecondare e creare un nuovo essere umano (uno su un milione fa un botto incredibile).

Dunque per avere un successo pazzesco bisogna essere almeno un po’ talentuosi, bellocci, magri, sposati, con figli, disciplinati come soldati, leggeri come piume, cinici, ambiziosi, disposti a tutto, incuranti dei tradimenti,  resistenti come l’acciaio e con una buona botta di fortuna. Se avete tutto questo, avete una probabilità su un milione di farcela.

In questo blog si studia da cellule epiteliali. Troppo pigre, romantiche, ironiche, timide, stonate, contente  e secchione per sgambettare su un palcoscenico di fronte a 50.000 persone. So sorry.

 

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Quelli di cui ci si può fidare

PB  Quest’anno durante il festival della letteratura di Mantova, pieni di aspettative, siamo andati a sentire un autore importante che avrebbe dovuto dibattere con Covacich, autore molto bravo ma molto meno famoso.

Tutto il pubblico era assiepato per l’autore importante (che avrebbe dovuto difendere il “romanzo”) e ben disposto a sentire il minore Covacich (difensore del minore “racconto”).

Era tutto perfetto, solo che l’autore importante, per problemi che non ricordo, non è arrivato.

Il pubblico era pagante. L’atmosfera di palpabile delusione.

Il povero Covacich sulla pedana. Eppure non ha annullato l’incontro. E’ stato spiritoso, ha cercato e ottenuto la simpatia del pubblico. Ha difeso il racconto , ma ha preso anche un po’ le parti del romanzo.

Ha lasciato la platea soddisfatta dell’evento. Ha tolto le castagne dal fuoco all’organizzazione. Ha mantenuto l’impegno con l’editore. Ha guadagnato la gratitudine del moderatore (moderatrice, decisamente vicina a una crisi di panico prima di capire che nessuno avrebbe lanciato ortaggi in scena)

Ho pensato: io uno così lo assumerei.

Non solo uno così bravo a scrivere.

  • Uno che quando serve c’è.
  • Uno che non si tira indietro se in prima linea non ce ne sono altri.
  • Uno che non ti pianta in asso.
  • Uno che capisce che cosa fare durante un’emergenza.
  • Uno che rischia per tenere fede a un impegno
  • Uno su cui contare

E lui ha certo rischiato di essere ridicolo (un Davide pieno di aforismi senza un Golia contro cui scagliarli), ma ha saputo correggere il registro, far immaginare il gigante attraverso la sua ombra, sostenere un dibattito senza avversario correggendo il canovaccio.

Per essere un buon manager e fare carriera, è necessario essere affidabili, ma anche intuitivi, intelligenti e generosi.

Covacich non ha difeso il suo intervento, lo ha modificato per salvare un evento di cui lui era solo la spalla e di cui è trovato a essere pietra d’angolo. Ne è uscito come un Davide vittorioso.

Il pubblico applaude

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PERSONALIZZAZIONE: LA CHIAVE PER TROVARE UN LAVORO (E UN CLIENTE).

PC Ho appena letto la case history di come Nina Mufleh, una giovane medio-orientale che vive a San Francisco, dopo aver cercato di ottenere un colloquio in Airbnb per mesi con inutili tentativi standard, sia riuscita a farsi chiamare nel giro di poche ore (e abbia guadagnato fama mondiale).005614800_1431947934-Nina_resume_1 (1)

La chiave vincente è stata la personalizzazione: ha infatti inviato un cv che dimostrava sia nella grafica che nella sostanza quanto ci teneva ad avere un lavoro proprio in Airbnb. La grafica riprendeva esattamente il look&feel di una pagina di Airbnb e presentava Nina nello stesso modo con cui viene presentata una camera o un appartamento. La sostanza dimostrava un’approfondita conoscenza del mercato digitale dei viaggi e una serie di proposte su quello che Nina avrebbe potuto fare per migliorare il business dell’azienda.

Nel mese di settembre ho invece ricevuto molte mail di questo tipo:

Gentilissimi,

desidero sottoporre alla vostra attenzione, la mia candidatura sperando di avere le caratteristiche che corrispondano ad una Vs. eventuale ricerca di personale.

A tal fine allego alla presente il mio curriculum vitae rimanendo a disposizione per qualsiasi chiarimento ed un eventuale colloquio.

Non  voglio tornare sulle tecniche di base per evitare che una mail di presentazione venga immediatamente cestinata (per chi volesse ripassarle ecco il link).

Oggi mi preme piuttosto sottolineare il perché, a mio parere, la personalizzazione funziona. Anche senza scomodare i neuroni specchio è facile intuire che se ci comportiamo in modo simile al nostro interlocutore gli comunichiamo che vogliamo davvero entrare in relazione con lui.

Un’azienda o una marca hanno dei modi tipici di comunicare, e per essere notati e apprezzati può essere molto utile rendere il nostro messaggio il più possibile affine al loro. Questo non implica naturalmente una spersonalizzazione, ma denota:

  • capacità di capire profondamente il mondo della marca/azienda
  • desiderio di iniziare una relazione
  • disponibilità a dedicare del tempo per rendere efficace il proprio messaggio
  • affinità con il mondo dell’azienda e della marca

Quanto tempo è stato impiegato per scrivere la mail che ho riportato prima? Non più dei cinque secondi necessari per inserire il mittente e fare un copia incolla di un documento standard. Probabilmente chi l’ha fatto si sta lamentando che dopo aver inviato 1000 cv non ha ricevuto neppure una risposta, ma credo che in questo clima di concorrenza tra giovani talenti e di scarsità di offerte di lavoro sarebbe un miracolo se i responsabili delle assunzioni sentissero la curiosità di aprire l’allegato. Perché dovrebbero impiegare il loro tempo a leggere il vostro curriculum se voi non ne avete impiegato a cercare il nome della persona a cui indirizzare la mail, a capire di che cosa si occupa l’azienda e a cercare di mettere in risalto cosa potreste fare per migliorarne le performance?

Gli stessi principi valgono anche quando a un’azienda non si cerca di vendere se stessi, ma i servizi della propria azienda. È  facile cadere nella stessa trappola: aver inviato tante mail mette a posto la coscienza, così come l’aver spiegato in modo eccellente le caratteristiche del servizio che offriamo. Ma quello che ci rende davvero diversi e interessanti è far percepire al cliente che abbiamo una profonda conoscenza dei suoi valori e delle sue attività (anche questo ovviamente non ci garantisce che ci darà un lavoro, ma almeno sapremo di averci davvero provato con proattività).

Tra i modi più divertenti – anche se piacevolmente impegnativi! – di trovare un cliente ricordo una domenica mattina impiegata a fare una piccola costruzione in LEGO. A tutti i contatti stavo in quel periodo mandando, come direct marketing per presentare l’agenzia, uno di quei piccoli labirinti in legno nei quali bisogna riuscire a far arrivare la pallina di metallo fino alla fine del percorso.labirinto

Il concetto era che grazie al nostro supporto l’azienda avrebbe raggiunto gli obiettivi, evitando tutti gli ostacoli. Prima di mandarlo al nuovo direttore marketing della LEGO, Camillo Mazzola, che era stato mio cliente in un’altra azienda, mi venne l’idea di ricreare un labirinto uguale con i mattoncini. Trovai in soffitta il LEGO e costruii il labirinto, smontai uno di quelli standard per togliere la pallina e la plastica superiore, e lo resi il più funzionante possibile. Quando dopo una settimana riuscii ad avere un appuntamento con il cliente, il piccolo labirinto di LEGO era sulla sua scrivania!

 

 

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