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I speak Italian

PC Dopo che anche la diretta televisiva di Rai 1 sull’apertura evento più nazionalpopolare dell’anno -l’Expo2015 – è stata infarcita da inutili inglesismi (l’ho trovato inutile e sgradevole, pensando all’audience, ops, ai telespettatori della rete) ho chiesto di scrivere un pezzo sull’argomento a Alessandra Selmi, la nostra contributrice che è riuscita a trasformare l’amore per la lettura e il dono per la scrittura in un lavoro (è scrittrice oltre che editor, e se alla fine di questo articolo avrete voglia di leggere ancora la sua prosa ironica non perdetevi il suo giallo milanese).

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi: “Esistono parole intraducibili in italiano, è vero.

Secondo alcuni sono otto, secondo altri diciotto, per taluni venti; per altri ancora addirittura trenta.

È il caso del termine tedesco Fernweh, che indica la nostalgia per posti in cui non si è mai stati, o del giapponese Komorebi, che serve per descrivere l’effetto particolare della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi.

Passi, dunque, se attingete alle vostre conoscenze di giapponese per descrivere una cugina come Bakku-shan, cioè una ragazza bellissima fino a quando non la si guarda in faccia. O al maori delle isole Cook, se ci tenete proprio a far sapere che avete una gamba più lunga dell’altra, ma non avete tempo per i giri di parole (Papakata). Se vi capita di fare Mamihlapinatapei, il gioco di sguardi di due persone che si piacciono e vorrebbero fare il primo passo ma hanno paura, potete attingere al vocabolario indigeno della Terra del Fuoco. Ve lo concedo. Chi, del resto, non padroneggia una conoscenza elementare di yaghan?

I termini intraducibili in italiano, però, sono appena una trentina. Siamo abbondanti e ammettiamo che siano cento, via.

Per tutto il resto, abbiamo la fortuna di avere una meravigliosa e ricchissima lingua. Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, il patrimonio lessicale italiano annovera 260.000 lessemi.

Volete dirmi che in tanta abbondanza siete costretti a sgraffignare agli inglesi i termini dopobarba (aftershave), riunione (meeting), obiettivo (target), pubblico (audience), bilancio (budget), affari (business) e riscontro (feedback)?

Certo, è facile farsi condizionare dal contesto sociale in cui viviamo. Quando i giornali, la tv e la radio, per non parlare del Web, gli scrittori, i politici e talvolta anche gli insegnanti sono i primi ad attingere alla terminologia anglosassone, scimmiottare il trend (ops, scusate…), la tendenza del momento è quasi automatico. Parrebbe brutto non farlo, potreste sembrare out, démodé… insomma, fuori moda, vecchio stile. Sfigati non al passo coi tempi. Del resto, chi va volentieri a fare compere in uno stantio spaccio aziendale, quando può recarsi in un più moderno e accattivante outlet?

Ora, non vorrei che tornassimo al Ventennio fascista, quando film veniva italianizzato in filmo, a seguito del divieto di utilizzo dei termini di lingue straniere. Le persone evolvono, i linguaggi pure. Anche le parole seguono le mode, come l’abbigliamento e i gusti alimentari: quanti, oggi, dicono gaglioffo, turlupinare e prece? Sarebbe stupido non tenerne conto, tanto più che mi piace pensare che la mia lingua si stia espandendo.

Il punto, però, è tutto qui. Con l’adozione di nuovi termini la nostra lingua si sta arricchendo, o forse i vari news, mood, network, show stanno cannibalizzando le parole tanto care ai nostri nonni? Oggi, dopo che ci siamo divertiti con gli amici a un dinner party nel weekend, ci ricordiamo ancora dell’esistenza dei termini cena, festa e finesettimana? E per quanto tempo, a furia di scegliere certe espressioni invece di altre, ce ne ricorderemo? Lasceremo in eredità ai nostri figli parole come squadra, attrezzo, insegnante, benessere e persecuzione, o forse l’avanzare dei vari team, tool, tutor, wellness e stalking le cancellerà per sempre?

Non si tratta, dunque, di scegliere a tutti i costi una parola al posto di un’altra, in una specie di ostinato gioco di resistenza. Si tratta, piuttosto, di tenere in vita la nostra lingua, di impedire che altre culture – per quanto utili e utilizzate – la fagocitino. Si tratta di aggiungere, non di sostituire.

È, poi, tutta una questione di misura e di contesto. Entro un certo limite, una parola presa in prestito agli anglofoni non la si nota più neanche. Quando, però, un discorso è infarcito di slang, topic, gag, boom e cool, non diamo l’impressione di essere al passo coi tempi: siamo più simili ad analfabeti incapaci di padroneggiare la propria lingua, se non addirittura sbruffoni. Macchiette dell’Adriano Celentano che cantava Prisencolinensinainciusol, con la differenza che il Molleggiato era simpatico, ironico, innovativo; noi risulteremmo patetici.

E passi, se in una riunione ci scappa la parola feedback; ma se lo diciamo alla zia ottuagenaria durante il pranzo di Natale, non è modernità, bensì maleducazione. Se più della metà dei nostri amici su Facebook non è italiana, lo status in inglese è ammesso, forse dovuto; ma se ci seguono appena il panettiere dietro l’angolo e l’ex compagna di liceo, un italiano di base (possibilmente non sgrammaticato) è più che dignitoso. Anzi, più dignitoso.

E infine, se proprio non volete rinunciare a sembrare così up to date, attenzione agli errori. Anche mia nonna dice danlò per download, ma ha 85 anni e le ho perdonato di peggio. Se lo fate voi, che volete a tutti i costi passare per frequent flyers mentre fate la coda dal salumiere, assicuratevi almeno di non sbagliare la pronuncia.”

Ça va sans dire che gli ottimi consigli di Alessandra per quando si parla con la nonna ottuagenaria valgono anche per i pubblicitari che usano il loro abituale gergo anglofono parlando con il signor Rana.

(Se ti interessa questo argomento ti potrebbe piacere anche il post  Il gergo aziendale come segnale di appartenenza)

 

 

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5 ERRORI NELLO SCRIVERE LA LETTERA DI PRESENTAZIONE

PC Patrizia e io commentavamo che riceviamo abbastanza spesso dei curricula ben scritti, completi, dettagliati, ma raramente la mail o lettera di accompagnamento è altrettanto curata, e soprattutto non esprime quasi mai un reale interesse nell’azienda.

Sebbene sia comprensibile che chi sta mandando più di 1000 c.v. tenda a standardizzare, questo approccio rimane profondamente sbagliato e la mancanza di personalizzazione è particolarmente grave in un contesto dove persino l’Esselunga mi scrive usando il mio nome. In un articolo di Laura Smith-Proulx, su careerrocketeer.com, ho trovato un interessante riepilogo degli errori che spesso si compiono scrivendo la lettera d’accompagnamento e ho provato ad adattarla al contesto del marketing e della comunicazione.

1. La prima frase manca di mordente

Cercate di inserire già nella prima frase un gancio capace di catturare l’attenzione di chi vi legge, o perché sottolinea in modo impattante la vostra esperienza o perché fa capire che avete fatto una ricerca approfondita sull’azienda per la quale vi candidate. Ricordate il ragazzo di cui parla nella sua intervista Camillo Mazzola, direttore marketing di Lego? L’aver fatto delle esperienze estive a contatto con bambini e ragazzi aveva sicuramente costituito un punto di differenziazione rilevante in quel contesto.

2. Avete fatto un semplice elenco delle vostre competenze

Invece è fondamentale sottolineare innanzitutto le capacità che possono essere importanti per quella determinata azienda, in quel particolare momento. Dovete scavare nel passato dell’azienda, leggere i comunicati stampa, gli annual report, navigare nel sito aziendale, ma anche diventare fan della sua pagina facebook e scoprire sui siti di marketing e comunicazione (come pubblicitaitalia.it, youmark.it, ninjiamarketing.it e geekadvertising.wordpress.com) quali sono le sue campagne di comunicazione, in modo da capire il suo approccio nei confronti del consumatore.

3. Le vostre caratteristiche sono eccessive per il lavoro che cercate

Se vi state rassegnando a fare domanda per un lavoro che richiede una formazione meno completa di quella che avete conseguito, è inutile sottolineare che avete un master nella lettera di accompagnamento: chi vi deve assumere potrebbe preoccuparsi di prendere una persona che si sentirà da subito sottoimpiegata.

4. La vostra lettera inizia con “Gentili signori”

La lettera verrà letta da una persona in carne e ossa, il minimo che potete fare è individuare il suo nome e inserirlo nell’intestazione. A proposito: si scrive Gentile o gentilissimo dottor Caio Sempronio, senza abbreviare né il gentile né il dottore (o signore). Per trovare il nome della persona una delle strade più veloce è Linkedin.

5. La chiusura è troppo passiva o generica

Non limitatevi a ringraziare, cercate di personalizzare anche la chiusura facendo riferimento al lavoro per il quale state facendo domanda. Una persona che risponde a un’inserzione come  Community manager potrà chiudere dicendo ad esempio: “In occasione di un colloquio potremmo condividere le mie nuove idee su come potenziare la commutity on line”.

In sintesi è fondamentale che la vostra lettera indichi un genuino interesse nell’azienda e faccia capire, in poche righe, che siete la persona giusta sia in generale per la struttura (se vi candidate spontaneamente, senza sapere esattamente quale compito potreste svolgere), sia per quel posto particolare, se invece scrivete in risposta a uno specifico annuncio di lavoro. Avete altri suggerimenti? Condivideteli con noi!

L’articolo di Laura Smith-Proulx è su http://www.careerrocketeer.com/2012/05/5-cover-letter-blunders-that-kill-your-chances.html

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Annamaria Testa parla di scrittura, rilettura e cucina dei carciofi

PC Qualche anno fa ho avuto il privilegio di veder nascere un libro: Annamaria Testa, della quale ero assistente in Iulm, riuscì infatti a trasformare le bellissime lezioni che svolgeva in aula in capitoli di Farsi capire, edito da Rizzoli. Tra i diversi argomenti trattati, quello forse più utile nella vita lavorativa di tutti i giorni è il semplice – ma non banale – invito a rileggere quanto si scrive. Sicuramente indispensabile se state scrivendo la lettera d’accompagnamento a un curriculum, ma importante anche se state argomentando a un cliente una proposta di comunicazione  o un progetto innovativo al vostro superiore. Perché le frasi involute,  gli errori ortografici o grammaticali, e anche i semplici refusi saranno indice di scarsa attenzione a quello che fate (e se voi per primi siete poco interessati alla vostra lettera di presentazione, perché lo dovrebbe essere chi vi sta selezionando?).

Per questo vi invito a leggere il bellissimo post di Annamaria apparso ieri su http://www.nuovoeutile.it, il suo sito di teorie e pratiche della creatività.

QUESTIONI DI METODO – SCRITTURA, RILETTURA E CUCINA DEI CARCIOFI di Annamaria Testa

Capita spesso che ragazze e ragazzi mi facciano vedere i loro scritti. Perfino a quelli che vogliono fare pubblicità chiedo di mostrarmi almeno un testo lungo: da un titolo pubblicitario, per quanto brillante sia, è impossibile capire se uno maneggia le parole decentemente, e con grazia.
Così, in novantacinque casi su cento, dopo poco mi ritrovo a fare la medesima domanda: santa polenta, ma hai riletto quel che hai scritto?
Le risposte vanno da no, perché andavo di fretta (argh) a sì, certo (ehm).
… e quante volte hanno riletto, ‘ste anime sante? Una volta. Una. Una sola.
Beh, si scrive e poi si rilegge scorrendo le righe e morta lì, no?

Spiego che si rileggono una volta gli sms. Le mail, se sono non brevissime, qualche volta in corso di scrittura e poi alla fine, prima di cliccare send. Ma un testo per il pubblico va riletto mooolte volte. E, a ogni rilettura, qualcosa va aggiustato. Spesso, quando si modifica una frase, anche la punteggiatura va cambiata di conseguenza.
Il testo apparirà tanto più necessario e naturale quanto più sarà stato, con un paziente e invisibile lavoro di affinamento, reso adatto a dire esattamente quel che vuol dire. Né di più né di meno.
Mi guardano con gli occhioni spalancati, ‘sti pivelli.

Allora parte il teatrino. Prendo la penna e, mentre quelli fanno spallucce, comincio a segnare gli errori di ortografia: accenti, apostrofi. E orrendezze anche peggiori.
… poi segno le frasi storte, o perché i tempi verbali non concordano, o perché non concordano verbi e soggetti, collocati alle opposte periferie di periodi caotici. Oppure perché o il verbo o il soggetto è definitivamente missing. Poi segno gli anacoluti, che sembrano disinvolti ma sono solo bruttarelli: per esempio l’orologio, Pippo lo aveva rotto…
Segno le parole ripetute senza intenzione o necessità e a breve distanza (es: fino ad ora Pippo era in ritardo di mezz’ora). Già che ci sono, dove posso tolgo le d eufoniche. Segno i salti ingiustificati dal passato al presente o viceversa e, se sono ripetuti e ammucchiati in poche righe, gli andirivieni tra “noi”, “tu”, forme impersonali.
Segno le frasi di cui il testo può fare a meno senza perdere un milligrammo di senso. Intanto ho guardato la punteggiatura: di solito trovo virgole sparse dove capita, come petali di rosa sul percorso della processione. O come fiati presi a caso da un attore maldestro.
Ah: comincio a segnare anche le parole fuori tono. Per esempio quelle troppo colloquiali in un testo tutto in punta di penna, o viceversa.
E segno le formule goffe o antiquate: ci sono ventenni che usano egli, al fine di, allorquando e altri muffosi avanzi del tempo che fu.Poi vado a vedere se la scrittura ha ritmo. E se ci sono dei cortocircuiti di senso.
Uno degli esempi più divertenti mi è capitato di recente. È l’incipit di un testo di intenzione peraltro non disprezzabile:
Il braccio chiede consiglio alla mente e intanto è sulla porta del cuore ad origliare ogni suo sospiro.
Dico all’autore: e ora, anima santa, visualizza quel che hai scritto.
C’è un braccio (tranciato?) che chiede consiglio alla mente (come fa? Parla? Pensa? È telepatico?) e intanto (sempre lui, il braccio multitasking) è sulla porta del cuore (urca!) ad origliare (il braccio ha orecchie?) ogni suo sospiro (e come fa a sospirare, il cuore? Ha una bocca? E i polmoni, in questo campionario anatomico, che fanno? Battono?).
Spero di avervi dato un’idea di quel che si può trovare se ci si prende la briga di passare un testo al setaccio fine. E sì, certo, le metafore vanno bene, eccome: ma solo se non collassano l’una sull’altra in una poltiglia di incongruenze.

Naturalmente tutto questo lavoro di rilettura parte dal presupposto che il testo racconti qualcosa che val la pena di leggere, se no è meglio risparmiarsi anche la fatica di scrivere e dedicarsi a qualche hobby più divertente.
Ma se uno decide di scrivere, non c’è verso. Deve anche rileggere, se ha un minimo di rispetto per il proprio pensiero. E quandi dico “rileggere” intendo: con attenzione, e più di una volta. Quante volte? Tante: cinque, dieci, anche venti se il testo è lungo o complesso.

In sostanza, lavorare su un testo è come cucinare carciofi. PRIMA si puliscono e si tirano via le foglie dure e guaste. POI si taglia la punta: via tutte le spine. POI si dividono a metà, o in quarti, eliminando anche quelle barbette interne fetenti e traditrici che, se finiscono in bocca, allappano. POI bisogna lavarli bene bene.
Solo se è stata tirata via la roba sbagliata, brutta, inutile ci si può divertire coi profumi e i sapori. E si può mettere in pentola aggiungendo tutto quel che serve.
Mi diceva però l’ortolano che adesso la gente non vuol più rompersi l’anima, perdere tempo e pungersi per pulire i carciofi: molti preferiscono quelli già pronti, sfogliati, privati del gambo, decapitati. Anche se fanno tristezza, rinsecchiti e nerastri come sono.
Ma chi scrive deve rassegnarsi. E pulire bene i suoi carciofi.
http://www.nuovoeutile.it/ita_scrittura_rilettura_carciofi.html

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ALCUNI “TRUCCHI” PER SCRIVERE… EFFICACEMENTE

PC Il primo trucco è: evitate di scrivere come nel titolo di questo post. Le virgolette e i puntini di sospensione sono infatti un inutile appesantimento retorico di quanto volete esprimere. Annamaria Testa  – nel corso in Iulm dove collaboravo come sua assistente  – usava per spiegare questo errore un esempio molto efficace. Mettere le virgolette a una parola o usare i puntini  in una frase, diceva, è come fare l’occhiolino mentre si racconta una barzelletta. In entrambi i casi si enfatizza troppo quanto si dice, si creano aspettative eccessivamente elevate e si ottiene l’effetto opposto a quello desiderato.

Spesso ricorriamo alle virgolette quando non siamo sicuri se usare o meno una parola, e mettendola tra virgoletta ci sentiamo meno responsabili di quanto diciamo. I casi sono due: o decidiamo che la parola in questione non è effettivamente adatta al contesto, e quindi la sostituiamo, oppure la usiamo senza attenuanti (confesso che sono stata tentata di mettere attenuanti tra virgolette, il che dimostra che per cercare di scrivere in modo chiaro e diretto è necessario un elevato livello di attenzione).

Per quanto riguarda i puntini non possiamo che essere d’accordo con Beppe Severgnini quando li definisce irritanti, e si chiede: “Chi sono, i Puntinisti? Donne e uomini pigri, che non hanno la costanza e il coraggio di finire un ragionamento. Le loro frasi galleggiano nell’acqua come le ninfee di Monet (“Caro Severgnini…come dirlo? Mio marito Puccio la detesta…Lei ha troppi capelli! Ieri… non ci crederà… ha tirato un suo libro al nostro vicino, lamentandosi che non fosse… un’edizione rilegata…”). Raramente questa overdose di puntini esprime un pensiero compiuto. Accompagna invece mezze ammissioni, spunti, sospetti, accenni, piccole vigliaccherie (non ho il coraggio di dire qualcosa, e alludo).” Da “Io Donna”, femminile del Corriere della Sera. http://www.corriere.it/solferino/severgnini/06-04-29/01.spm

L’uso dei puntini di sospensione è poi particolarmente controproducente (e francamente brutto) nei titoli pubblicitari, ne parleremo in un prossimo post.

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