“COSA CERCO IN UNO STRATEGIC PLANNER”. INTERVISTA A MICHAEL ARPINI, CHIEF STRATEGIC OFFICER TBWA\GROUP.

PC Ieri Michael Arpini ha fatto un intervento sulla Disruption durante una mia lezione al Master del Poli.design in Brand Communication. La platea era costituita da trenta potenziali futuri comunicatori, tra i quali negli scorsi anni il gruppo TBWA ha scelto stagisti per il reparto strategic planning, che Michael coordina.

Michael Arpini – Chief Strategic & Digital Officer TBWA Group

Ho quindi approfittato per chiedergli quali sono i criteri che utilizza quando seleziona un giovane planner. Sono emerse delle indicazioni valide in generale per capire se avete l’attitudine giusta per lavorare in un’agenzia di comunicazione.

Trampolinodilancio: “Quali caratteristiche deve avere un planner?”

Michael Arpini: “Si tratta più di un’attitudine che di preparazione tecnica: la preparazione si può imparare, mentre l’attitudine ha a che fare con tratti della personalità che sono difficili da plasmare anche a 23 anni.

Io cerco persone curiose, che come un bambino piccolo studiano, smontano e rimontano il loro giocattolo per capire come funziona.

Questa curiosità va applicata nel day by day. Dopo un po’ di tempo un planner vede insight ovunque. Come un antropologo del mondo moderno studia il modo con cui gli amici, i colleghi, i familiari si comportano. Va al supermercato e guarda cosa fanno le persone quando comprano il prodotto, usa i tool di social listening riuscendo a trarre da tanti dati un insight.

Un buon planner è una persona analitica che ha la capacità razionale di costruire dei percorsi.

Il ruolo dei planner sta cambiando, si apre il mondo della data strategy. Saranno sempre più fondamentali figure di data analysist che sappiano però anche trovare nei big data degli insight.

Un consiglio che posso dare è quello di fare cose anche lontane dal marketing classico: ricercare la varietà di stimoli, la diversità culturale, leggere tanti libri. Tra l’altro un planner dev’essere bravo a scrivere in modo da trasferire insight e copy brief al team creativo in modo ingaggiante e stimolante.

Infine, ricordatevi di non aver paura di sbagliare. Negli Stati Uniti viene addirittura premiato il fallimento, perché dimostra il coraggio di provare tante nuove strade.”

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Amore sulla scrivania: di come il flirt faccia volare il business e il sesso lo affondi

PB Hai presente quando arriva il collega nuovo (figo) al Controllo di Gestione e anche 10 modi per fare l’amore in ufficio senza farsi sgamarela Peppina delle PR (che di solito sfora il budget per principio) mette anche il centro di costo sulle fatture?

Quando in riunione fai il brillante e dici cose intelligentissime (ma come ti è venuta quella genialata?) per fare colpo sulla nuova area manager della Francia?

Quando il tuo capo ti dice che hai una spiccata intelligenza emotiva, ma lo dice con l’occhio birichino, come se l’intelligenza emotiva avesse il pizzo? E allora tu spari una strategia che neanche Finzi+Doxa+Pambianco esaminando big data e fattori socioeconomici avrebbero prodotto?

O quando la più carina della classe è anche un cervello fino e tu studi per fare bella figura all’interrogazione di latino? Chiudi YouTube sulle demo di Assassin’s creed e attacchi con Rosa, rosae?

Bene: qui si tratta di flirt produttivo. Si mescola la lusinga, il divertimento, la seduzione, la battuta sagace. Si sparge quel frizzantino in riunione che fa essere tutti un po’ brillanti e competitivi, ma altruisti (chi si innamorerebbe di uno stronzo che vuole fare carriera a tutti i costi o vuol farti le scarpe?), si pensa – alla domenica sera – come ci si vestirà lunedì, si portano i marron glacé in ufficio quando iniziano le prime nebbie, si saluta sorridendo entrando in ufficio.

Ci si mostra coraggiosi di fronte al pericolo (essendo che nessuno si innamorerebbe di un paraculo o di un vile e che – per dirla con Platone –  non esiste uomo tanto codardo che l’amore non renda coraggioso e trasformi in un eroe), galanti al proiettore (lei finge di non trovare la connessione, lui si inchina a infilare la presa della corrente: le slide partono in tempo, la riunione è un successo) , oratori brevi e efficaci (fino a quando, brontoloni, abuserete della nostra pazienza?).

Insomma, il flirt in Ufficio aumenta il tasso di eleganza, il sorriso, il margine operativo, il buon umore.

Codesto flirt, mai e poi mai si trasformerà in amore, se non a costi pesantissimi per la vostra carriera e per il bilancio aziendale.

Andare a letto con il vostro capo/collega/collaboratore vi metterà sulla bocca di tutti i colleghi. Da quel momento nessun successo sarà per merito vostro: se anche inventate la ruota ormai siete considerate delle shampiste. Quando il tipo si stancherà di voi, o voi di lui, andare in ufficio sarà una pena. Non potrete neanche buttarvi nella carriera per superare le pene d’amore, perché entrambe le pene saranno nello stesso luogo.

L’unica cosa peggiore di fare sesso in ufficio è innamorarsi e sposarsi. Il tutone che fa tanto tenero sul divano di casa, lo porterete in ufficio, trasformando l’eccitante arena di caccia (momento flirt: capello in piega, idee geniali) in un rilassato tinello (capello con la coda, pensiero alle vacanze).

Produttività in discesa, uscita alle diciottozerozero in tandem con il vostro amore per ottimizzare l’uso di un’unica auto. Il vostro capo vi odierà perché prima vi spiava sui tacchi e adesso vi vede con le Birkenstock andare a bere il caffè al piano di sotto, in amministrazione (bleah).

Anche se prima uscivate alle 17 per andare dal parrucchiere o a giocare a squash, oggi sembrerà a tutti che lavoriate meno. I colleghi vi odiano perché volete fare le vacanze con quel Gino (ma non era figo prima di sposarvi?) del Controllo di Gestione e non si riesce mai a turnare le ferie democraticamente.

Il lunedì sarà uno schifo andare in ufficio: si stava così bene a casa a pomiciare. Il vostro capo sarà costretto a trattenersi dal parlare male del Controllo di Gestione (o del Commerciale, o dei Sistemi Informativi, a seconda di chi avrete avuto la malaugurata idea di sposare) e voi sarete passata da stratega emotiva a spia bolscevica.

E questo finché l’amore dura. Perché quando poi quel figo del controllo di gestione si rivelerà da vicino come tutti gli esseri umani (un po’ Gino, hanno ragione i colleghi…), allora sarete una spia bolscevica con i Birkenstock e pure di cattivo umore, mentre tutti intorno a voi stanno filtrando allegramente e fanno una carriera spaziale.

Unica possibilità di fare carriera se in ufficio credete di avere trovato l’Amore Vero: Vi licenziate un nanosecondo dopo essere finiti tra le sue lenzuola. Trovate un altro lavoro brillante (dove filtrare allegramente con i vostri nuovi colleghi) e vivete per sempre felici e contenti.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

QUANDO E’ MEGLIO FARE UNA TELEFONATA CHE SCRIVERE UNA MAIL

PC Ci sono alcune situazioni nelle quali è decisamente meglio fare una telefonata che inviare una mail, ma nella pratica vedo che molti giovani evitano spesso il telefono e preferiscono scrivere. Probabilmente si tratta di una caratteristica generazionale: chiunque abbia a che fare con un adolescente sa che, anche se ha lo smartphone in mano tutto il giorno, se lo chiamate non  vi risponderà  e non lo userà mai spontaneamente per telefonare a qualcuno.

Il linguaggio scritto consente in effetti una maggiore distanza e permette di dire cose poco gradevoli senza dover gestire in diretta le reazioni della persona alla quale si scrive. È il motivo per cui così tanti giovani lamentano di essere stati lasciati dal loro fidanzato o fidanzata con un messaggio, invece che con una telefonata, o meglio ancora un incontro. Ma se nei rapporti d’amore è poco probabile che si rincontri la persona con la quale sia è stati così tranchant, nell’ambito lavorativo è sempre meglio tener presente che le probabilità di ritrovare quella persona sul proprio cammino sono molte.

Ecco due recenti situazioni in cui sarebbe stato decisamente meglio telefonare che scrivere:

  1. Annullamento di un colloquio

Se avete inviato una candidatura spontanea e ottenuto un colloquio alle 9 di mattina, perché poi dovete andare in ufficio, non ha senso inviare una mail alle 8.50, fingendo che sia stata scritta la sera prima, per dire che non potete recarvi all’appuntamento a causa di un’emergenza di lavoro.

La persona che dovete incontrare, che si è organizzata per incastrare il vostro colloquio in un’agenda già molto piena, sarà sicuramente disturbata dal vostro annullamento, ma di sicuro preferirebbe una breve e sincera telefonata di scuse, nella quale potrete approfittare per fissare un nuovo appuntamento, che una fredda mail che arriva a ridosso dell’appuntamento, e che potrebbe anche non venire letta (ricordatevi  che un manager riceve centinaia di mail ogni giorno).

Se poi nella mail scrivete di voi usando il plurale maiestatis e avete 23 anni è probabile che la vostra richiesta di fissare un altro appuntamento non verrà esaudita. Poco male, direte, visto che è evidente che avete deciso che il colloquio non vi interessa più, ma ricordatevi che nel piccolo mondo del marketing e della comunicazione è molto probabile che incontrerete nuovamente quella persona. Sperate che, come me, abbia poca memoria per i nomi…

  1. Dimissioni

Se decidete durante il periodo di prova di dare le dimissioni e siete a ridosso di un grande evento per il quale anche il vostro contributo è fondamentale, abbiate il coraggio di chiamare il vostro capo e dirglielo di persona, non scrivetegli (è davvero successo) una mail alle undici di sera. Come Patrizia ha già avuto modo di sottolineare il comportamento nell’ultima settimana di lavoro è quasi più importante di quello durante la prima settimana in un nuovo posto (Come fare carriera sulle ali della propria reputazione).

Riassumendo telefonate invece che scrivere quando:

  • dovete informare qualcuno con urgenza: ricordatevi che non avete alcuna garanzia che la mail venga letta subito;
  • preferite non lasciare traccia scritta di quanto dovete dire: una mail – come un diamante – è per sempre e può essere mostrata agli altri,  e questo avviene spesso quando risulta particolarmente sgradevole, che è esattamente quanto mi è successo con le due mail delle quali ho raccontato.
Contrassegnato da tag , , , ,

Tra i buoni propositi, mettere la testa fuori dalla scatola.

PB Durante lo scorso anno (l’avevo detto, vero, che si è trattato di un anno un po’ Risultati immagini per la linea verticale serie tvcomplicato?) ho frequentato, mio malgrado, ospedali e tribunali. Mondi paralleli, complicati, giganteschi, che hanno fra loro qualche cosa in comune. Non ultima, la caratteristica di farti sentire in balìa di eventi che non riesci a guidare, ma a cui devi soggiacere.

Ho così osservato il mondo da una prospettiva diversa, sicuramente meno glamour del torneo di tennis di Montecarlo, meno elegante delle sfilate a Milano, meno efficiente di un lancio di collezione, meno razionale di un contratto di licenza.

In ospedale e in tribunale il tempo lo decidono gli altri. I ritmi sono sconosciuti (lenti in ogni modo, per te che attendi), i giochi in ballo sono potenti (la vita? la giustizia?), i compagni di attesa i più diversi. Di solito però un po’ più anziani di te (in ospedale), un po’ più stropicciati di te (in Tribunale).

Neanche un tacco, neanche una barba hipster. Neanche un piatto di ramen. Cavoli come può essere lontana Via Savona in alcuni momenti.

Eppure, che salutare questo bagno di umanità così varia e diversa.

L’attesa forzata e la trasferta obbligatoria (una testimonianza di 20 minuti con attesa di 5 ore e viaggio di 2) mi ha fatto chiacchierare con un poliziotto un po’ figaccione (di quelli di cui si innamora l’avvocatessa nei film), un ragazzino in gita con mamma e fratello, un’autista dell’autobus che mi ha indicato la fermata, un paio di signori distinti che mi hanno accompagnato al binario (non sono brava con i treni), una signora senegalese che sentendomi parlare francese al telefono ha sentito un suono familiare.

L’attesa in ospedale (un’ora e mezza per un colloquio con l’anestesista di pochi minuti) mi ha fatto chiacchierare con “operandi” anche messi piuttosto male, che riponevano molte speranze nell’intervento, figlie che accompagnavano mamme, mariti che sostenevano mogli, colleghi di sventura chirurgica che mi chiedevano: ma lei che cos’ha? con una curiosità che avrei in altri momenti trovato sconvenientissima e che lì mi ha fatto invece parlare delle mie ciancicate corde vocali senza il mio consueto pudore.

Guidavano o il giudice o il dottore. Io molle alla deriva. Chiacchierando con degli sconosciuti. E anziché sentirmi male, mi sono sentita bene. Trasportata da qualcun altro e avendo fiducia in lui.

Inoltre immergersi in un mondo inconsueto, fatto di persone tutte diverse da noi, ma così affini lì, in sala di attesa, mi ha fatto venire parecchie idee. Non solo per le collezioni o il budget.

Prossimi viaggi? la posta centrale, uno stadio, il cimitero monumentale, la questura, il comune, il verziere…

Paola preferisce frequentare ultimamente concessionari auto e gommisti.

Saper godere di uno sguardo obliquo e inconsueto? È uno dei buoni propositi del 2018.

Anche per voi cari lettori, buon viaggio fuori dalla scatola!

 

PS Un paio di endorsement colti ai miei buoni propositi:

  1. la serie TV “La linea verticale” di Mattia Torre che inizierà sulla Rai il 13 gennaio: io ho sentito leggere alcuni passaggi del libro da Mastrandrea, durante il Festivalletteratura di Mantova lo scorso settembre: fiction in corsia, ma con prospettiva “orizzontale” del letto del paziente. Da non perdere.
  2. Il discorso alla città di Milano (6 dicembre) del nuovo cardinale Delpini a proposito del buon vicinato e della prossimità. Lo ho ascoltato alla radio mentre ero imbottigliata nel traffico, ma, nonostante in quella vigilia di S. Ambrogio fossi furibonda e in ritardo, l’effetto “retard” mi ha lasciato qualche buona intenzione

 

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Ma che bell’anno è stato?

PB Siamo alla fine dell’anno.Risultati immagini per natale

Tempo di bilanci e di buoni propositi.

Per noi, le blogger e le loro amiche, non è stato un anno semplice. Direi anzi che è stato piuttosto rognoso.

Ma incredibilmente, dopo un sacco di mesi amari, l’autunno inverno (anche le nostre emozioni seguono le stagioni della moda, so sorry) ha riservato alcune dolcezze che hanno lenito le ferite e riaperto orizzonti di speranza e ottimismo.

Alcune di noi quasi si mollavano con il marito/fidanzato: lacrime, incomprensioni, solitudine (che in due è peggio che da soli, sentirsi soli) e amarezza.

Alcune hanno cambiato lavoro finendo dalla padella nella brace, sono incappate in tristi figuri che non ci si aspetterebbe alla nostra età, e si sono rotte di non guadagnare mai abbastanza.

Alcune sono finite all’ospedale.

Alcune hanno pensato che avere figli preadolescenti è peggio che avere la pellagra

Alcune si sono trovate a sopportare, dopo anni di suoceri antipatici e danarosi, suoceri antipatici ma in braghe di tela.

Ma la provvidenza, l’incoscienza, il magico gioco del destino, il fatalismo rilassante, l’ottimismo nonostante tutto, hanno fatto che:

Le tristi e amareggiate hanno fatto la pace. E sono pure dimagrite e tornate simpatiche

Quelle bruciacchiate dalla brace hanno fatto un balzo su una bella tovaglia, dove non si frigge e c’è pure il parcheggio. Non sono diventate ricche, ma insomma, troppo ricche è anche fuori moda.

Quelle operate siano guarite

Quelle con i figli che cambiano voce e numero di scarpe, alla fine li amano anche se hanno i brufoli e se ti tocca fare i compiti con loro il fine settimana

Quelle con i suoceri antipatici, se li tengono (vabbé non tutto può andare bene)

 

Buoni propositi per l’anno nuovo? Sull’onda dell’ottimismo e degli spazi riconquistati, non trascurare il blog. E le amiche (quelle mai) e il teatro e l’inglese e i classici russi e qualche bel viaggio e la piscina e il tennis e …e…e… BUON NATALE cari lettori, ma che bell’anno è stato?!

Contrassegnato da tag , , , , ,

Quello che non si può dire a voce é inutile farlo dire dalla matita

PC Molti leggono trampolinodilancio come trampolino di Rilancio. Alcuni di questi lettori più agé – come il nostro amico Daniele – ogni tanto ci raccontano l’inesauribile energia necessaria a trovare un lavoro dopo i 50 anni (anche se un piccolo incoraggiamento viene dai dati di questi giorni, che registrano una crescita degli occupati proprio in questa fascia di età).

Nel post che gli abbiamo chiesto di scriverci Daniele ci spiega perché è sempre importante capire quando è meglio fare una telefonata invece che mandare una ineccepibile lettera di accompagnamento insieme a un accurato cv che tiene conto  di quanto appreso in tanti anni di lavoro (e colloqui!) anche in America.

Essendo di natura timida e avendo un rapporto non spontaneamente facile con il telefono, mi riconosco moltissimo nell’errore in cui è incorso Daniele. Credo che il racconto di quanto gli è recentemente successo possa essere utile anche a molti nostri lettori e lo ringrazio per la consueta autoironia con cui ce lo riporta. Nel racconto c’è tra l’altro un ottimo ripasso su come impostare CV e lettera di accompagnamento.

“Quello che non si può dire a voce é inutile farlo dire dalla matita” (John Steinbeck)

“A volte le perle di saggezza, dalla letteratura, si incastonano nella vita molti anni dopo. Ho impiegato qualche decennio per comprendere a pieno questa frase dal The grapes of wrath, furbescamente tradotto in italiano in Furore.

Ricorrere alla matita é oggi mille volte più frequente che ai tempi di Steinbeck, non per questo la logica della riflessione viene meno.

Durante la ricerca di un nuovo posto di lavoro, mi sono accinto a scrivere un CV che riprendesse i migliori concetti che fanno presa sull’interlocutore. Le aziende desiderano estendere la loro capacità commerciale e vendere di più. Fondamentale pertanto introdurre nel CV le relazioni più importanti che si possono vantare e gli influencer che frequentano la nostra casa.

Se si aspira ad un ruolo di vendita, chiarire con quali clienti si é avuto a che fare. Evidenziare sempre i successi ottenuti e i risultati raggiunti nella propria esperienza lavorativa o nel sociale. Gli ottimi voti ottenuti in qualche esame fondamentale all’Università o il 100/100 del Liceo. Se non si é raggiunto il massimo, 98/100 va meno bene di 90/100. E’ questo uno sgobbone a cui manca lo scatto? Meglio un genietto che non ha dedicato tutto se stesso allo studio, ma si é anche divertito. Musica? Sport? Non c’é bisogno di scienziati, ma di passioni. Va bene citare il judo, evitare di farlo se all’inevitabile domanda sulla cintura si deve rispondere: gialla oppure “ho iniziato l’anno scorso”.

Evitare le affermazioni drastiche “non sono religioso” oppure “Non ho mai giocato a calcio”.

Affermare che si gioca a golf é controproducente senza un buon handicap. E’ brutto ritrovarsi di fronte qualcuno che ha giocato quasi a livelli professionistici ma si ritiene una schiappa perché non é arrivato. Un giorno ho orgogliosamente fatto notare di aver giocato a calcio a buon livello da ragazzo. Dalla parte opposta della scrivania, l’altro ha risposto che era stato centrocampista nella nazionale danese (ndr “all’epoca che aveva vinto l’europeo”).

E poi laddove si possa vantare qualche esperienza internazionale non dare troppo risalto, giacché esiste un altro lato della medaglia: una possibile lacuna nelle relazioni a livello locale.

Meglio dire che si parla fluentemente inglese, solo se siamo praticamente madrelingua.

Essere sintetici e badare al sodo.

Evitare le ripetizioni. Se due parole significano la stessa cosa, né serve una sola.

Quella che reputiamo essere la parte meno interessante del CV, ha pari dignità. Non é raro trovare qualcuno che insista a far domande su ciò che reputiamo poco significativo.

E poi la motivazione, perché si é scelto proprio quel ruolo o quell’azienda? La lettera motivazionale é ormai importante quanto il CV, forse anche di più. Inviare i CV in Broadcasting, a tutti, è controproducente. Inviarlo all’ HR può andar bene, ma se si vuole essere efficaci è necessario scegliere aziende specifiche e inviare il CV alla funzione più adeguata. In America mi hanno insegnato a non essere timorosi e indirizzarsi subito verso il CEO o il Presidente o qualche Executive decisore. Oggi esiste la mail. Alcuni di loro rispondono personalmente. Quando se ne colpisce uno con il messaggio che vuole sentire, il lavoro é nostro. Essere generici significa dover poi salire tutti i gradini della burocrazia aziendale.

Forte di questo bagaglio ho elaborato un CV di tutto rispetto, concreto, conciso, “to the Point”. Ho impiegato un paio d’ore a confezionare una mail di tre righe che individuasse l’obiettivo, il mio, e il ritorno immediato, per l’interlocutore.

Ho selezionato l’azienda, fra decine di altre, che avrebbe potuto maggiormente trarre beneficio da un mio impiego. Che razza di fortuna per loro essere prescelti.

Ho inviato CV e mail all’Amministratore Delegato, citando il nome di un amico comune che mi forniva ottima referenza.E ho ottenuto un risultato. Dal quale ho capito finalmente cosa intendesse Steinbeck. Se ritenevo non avesse senso affidare il messaggio alla voce – una telefonata ? – tanto valeva riporlo in un cassetto. Così come ho finalmente incastrato l’ermetismo, corrente che a scuola mi ha sempre lasciato insoddisfatto: la profondità nella sintesi. Perché? Allora Manzoni? E Tolstoy poverino? Invece ho imparato, per la miseria, che anche Ungaretti merita una sua collocazione precisa. Come volevasi dimostrare l’Amministratore Delegato ha risposto, dimostrando a pieno la validità della mia strategia. Con una mail. Dentro, una sola parola: “grazie”. Senza punti, punti e virgola esclamativi, saluti o altro. “Grazie”. Lo so sono un vile, di getto avrei dovuto rispondere “prego, del suo grazie me ne frego”. Meglio riderci. Non mi sono arrabbiato, il furore meglio destinarlo verso nuovi e più fruttuosi tentativi.”

 

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

Contrassegnato da tag , , ,

IDENTIKIT DELLO START UPPER ITALIANO.

PC Chi è lo start upper italiano? In prevalenza è un uomo, giovane – ma non quanto ci si aspetterebbe! – con elevato livello di istruzione e grande passione per l’innovazione. Lo si legge nell’ultima edizione dell’indagine “La voce delle startup” realizzata da Italia Startup, in collaborazione con GRS-Ricerca e Strategia.

L’età media degli start upper è scesa a 40 anni (in calo rispetto alla scorsa rilevazione) e la fascia che va dai 30 ai 39 anni ha registrato un incremento di più del 18%. Oltre il 56% dichiara di aver conseguito una laurea di secondo livello, un post laurea o un master-. Il profilo che emerge è quindi molto simile a quello di alcuni start upper di successo che abbiamo intervistato in questi anni:  Alessandro Giua, Fulvio AnielloTommaso Magnani, Matteo Sarzana, Matteo Achilli.

La voglia di innovare nel proprio settore è la principale motivazione per aprire una start up. Si tratta quindi molto spesso di persone che hanno già lavorato in un mercato e dall’interno capiscono come si potrebbe migliorare.

Una caratteristica che accomuna gli start upper è la voglia di rischiare, come prevedibile, vista la natura imprenditoriale dell’iniziativa. Questa voglia di mettersi in gioco risulta per metà degli intervistati uno dei punti di forza della propria startup.

Le start up sono in generale strutture piccole, composte da 3/9 impiegati nel 50% delle 300 realtà intervistate e da 1 a 3 dipendenti nel 32%. Operano prevalentemente nel B2B Business-to-Business (50,7%) e nel B2B2C Business-to-Business-to-Consumer (36,1%); solo l’11% dello startup è puramente B2C.

Se non ve la sentite di aprire una start up, cercate almeno di farne parte: per i dipendenti è prevista formazione interna con progetti per un periodo superiore alle 40 ore a dipendente in un terzo delle aziende.

Questo a riconferma che  una start up, al di fuori degli stereotipi a cui ci ha abituato il cinema, raramente nasce su iniziativa di un giovanissimo nerd, magari anche un po’ ribelle, ma richiede invece professionalità e attenzione continua alla formazione.

Mentre pubblichiamo Istat segnala finalmente un miglioramento nell’occupazione, anche giovanile. Nel loro piccolo anche le start up possono essere un trampolinodilancio o di rilancio per giovani e meno giovani dotati di spirito di iniziativa e voglia di mettersi in gioco.

Avremo modo di parlarne ancora, e presto scoprirete perché.

Contrassegnato da tag , , ,

Le regole dello sport applicate al business: suggerimenti semiseri per una carriera duratura e brillante

PBRisultati immagini per finale di wimbledon 1980

  • Si corre più veloci se si ha un avversario: inutile nasconderlo, avere qualcuno da battere ci fa andare più forte, ci fa essere più intelligenti e creativi.

 

Anche se sono sola nel mio ufficio penso sempre a chi voglio battere e su quale terreno. Voglio fare un prodotto migliore di quello di un competitor, un concept store più evocativo, una festa più glamour.

Il mio Business Plan nasconde un campo di Risiko scritto con l’inchiostro simpatico.

Quando intraprendete un’azione, inventatevi un avversario da battere (anche se lui non lo sa) e iniziate a gareggiare. Vi costringerà a misurarvi e a misurarlo. Vi darà energia per fare meglio, vi darà il gusto di piccole vittorie, anche se il vostro avversario non ha mai saputo di essere sceso in campo contro di voi.

Scovate il vostro benchmark e cercare di fare meglio di lui. Sarà più divertente oltre che più efficace.

  • Vincere è bello ma stravincere è cafone e pure sbagliato

Vi capiterà qualche volta di avere ragione, di essere nella manica del capo, di prendere il premio come migliore previsionista d’Europa, di avere avuto un discreto successo.

Bene, godetevela con discrezione.

Non con stucchevole falsa modestia, ma un minimo di understatement è di dovere.

Aggirarsi per l’ufficio tronfi della propria performance, rovesciare il cestino in testa al capufficio come nei sogni di Giandomenico Fracchia, gioire in modo sguaiato, non solo è fuori luogo ma non favorisce la carriera.

Quelli che oggi sono i vostri avversari, probabilmente domani saranno i vostri colleghi o alleati, o avversari ancora, ma vittoriosi in una nuova competizione.

Vi capiterà, se fate una buona carriera, di perdere qualche battaglia. Avrete in quel caso lo stesso rispetto che siete riusciti a elargire agli avversari nei momenti di successo.

  • Lasciare sempre all’avversario una via di uscita onorevole

Dato che il business è molto simile a un gioco, il fair play è necessario.

Nel tennis si stringe la mano all’avversario anche se si perde, e lo stesso si fa con il giudice di sedia anche se ha visto fuori una palla che per noi era dentro e vorremmo urlare “arbitro cornuto”.

Quando l’avversario è all’angolo, lasciare una via di uscita onorevole minimizzerà i danni che sono gli effetti collaterali di un confronto: chi non ha niente da perdere, anche sconfitto, può fare molti danni. Non solo è inutile infierire, ma è dannoso.

Salvare la faccia dell’avversario, lasciargli una via di uscita onorevole è spesso il modo migliore per godersi un successo senza strascichi penosi.

  • Se siete sicuri di perdere, non giocate

O meglio: cambiate gioco.

Io contro Federer non giocherei a tennis, ma magari lo sfiderei a chi mangia più anguria. Eviterò di perdere miseramente (a tennis) e potrò dire di avere vinto contro il divino Roger (a chi mangia più anguria, vabbè dettagli che trascurerò di sottolineare quando mi vanterò al bar, o durante una presentazione alla rete vendita…)

  • Se l’avversario è troppo pericoloso, fatevelo amico

Una volta la mia amica Carlotta attraversava da sola di sera Central Park (NY) e ha visto da lontano un gruppo di brutti ceffi. E’ andata loro incontro, chiedendo se la accompagnavano all’uscita del parco perché temeva che ci fossero in giro brutti ceffi. SIC.(Oggi Carlotta è viva).

Fate che il più bravo sia il vostro mentore, il vostro allenatore, non il vostro avversario

  • Il gioco è più divertente se ammirate il vostro avversario

McEnroe combatteva strenuamente, ma ammirava e stimava Borg. Hanno fatto insieme alcune sfide memorabili (ogni riferimento alla finale di Wimbledon 1980 è puramente casuale, 4 ore e 5 set che hanno fatto la storia del tennis).

Ho sentito una celebre coppia di stilisti, dietro le quinte, dire di volere essere imprenditori come Armani e eterni come Chanel, pur puntando a fare collezioni e vendite e sfilate di maggiore successo rispetto a Armani o Chanel.

Che noia è giocare con chi è troppo inferiore a noi! Che bello misurarsi con uno più bravo e darsi a mille per vincerlo!

Les jeux sont faits rien ne va plus

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: