Lavoro: specialisti o generalisti? Nello scenario liquido differenziamo il rischio

PB Non so se avete notato che molte cose che erano opportune 5 settimane fa sono diventate disdicevoli.Kipling If (Doubleday 1910).jpg

Prendere i mezzi pubblici e usare il car sharing, da atto di moderna eco sostenibilità è diventata un’azione suicida.

Sorridere e stringersi la mano, roba da untori (oggi sorridono solo i sociopatici senza mascherina)

Viaggiare, incontrarsi, accalcarsi a un concerto erano ben meglio delle succedanee dirette su Instagram o degli aperitivi via zoom.

L’Atalanta da fenomeno esaltante è diventata la causa dei contagi nel bergamasco.

Gli autisti dei tir si sono trasformati da killer dell’asfalto a staffette per la salvezza alimentare.

Se fai jogging al mattino presto sei un irresponsabile: stare tappato in casa è più salubre di una bella passeggiata.

Medici e infermieri sono più popolari di calciatori e cantanti. Il virologo ha soppiantato la criminologa.

Al di là delle considerazioni sulla volatilità di gloria e sconfitta (qui i poeti ci vengono in aiuto: If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same
scriveva Kipling ) ,come possiamo programmare la nostra carriera, in uno scenario che può essere molto variabile e spesso imprevedibile?

Cosa devo studiare? Su cosa devo specializzarmi? Se gioco tutte le mie carte sulla comunicazione e gli editori della carta stampata sono in crisi? Se punto tutto sulle olimpiadi di Tokio e poi le rimandano? Se sistemo un agriturismo e poi dicono a tutti di restare a casa?

Nessun piano ha la garanzia di non essere cambiato (Certo Bill Gates aveva registrato un TED nel 2015 che oggi fa impressione, come Laocoonte aveva detto di non far entrare il cavallo a Troia, ma appunto, ciò dimostra che da sempre l’inatteso può cambiare i nostri piani, al netto dei profeti), ma allora che fare della nostra vita lavorativa? Come costruire la nostra carriera? Come avere un po’ di serenità guardando al futuro e non perdersi nell’angoscia della incertezza?

La mia esperienza di recrutata e recrutatrice (brutto neologismo. Insomma di una che è stata selezionata qualche volta dalle aziende e che ha selezionato parecchi collaboratori per le aziende medesime) mi suggerisce che una specializzazione in cui essere particolarmente bravi è vincente (una brava sarta, una modellista finita, un PR dall’agenda con i fiocchi, un analista che annusa dalle pieghe dei numeri il trend dei consumi, un cuoco colto e dai sensi raffinati sono risorse preziose per chi assume).

Quindi se iniziate un percorso (possibilmente nel campo in cui avete talento e che non sia troppo inflazionato) approfondite, diventate i più bravi dell’ufficio, dell’azienda, della regione, del mondo. Il miglior merchandiser, il più bravo a fare i casting, la migliore a piazzare i consumi, a ricamare le cifre, a scrivere un comunicato stampa, a raccontare una collezione, a vendere ai russi.

Ma se chiudono le produzioni, chiudono i negozi, chiudono le frontiere, chiudono le sartorie e lo scenario cambia repentinamente e quello in cui siamo diventati bravissimi pare, pro tempore per lo meno, inutile? La mono specializzazione sembra diventare un limite.

Dunque, che fare? Non essere pigri di alimentare, anche a basso voltaggio, una seconda passione o attività, che in caso di pandemia/meteoriti/terremoti/fallimenti, potrà diventare temporaneamente l’attività principale, e poi, chissà, una risorsa per il futuro.

Suonate uno strumento? La band degli amici non va abbandonata neanche all’apice della carriera.

Adorate scrivere? Un post ogni due mesi per il blog fondato con la vostra amica del cuore, è un imperativo categorico anche durante il lancio delle collezioni

Vi piace cucinare? Non stancatevi di farlo per i vostri amici e per voi stessi in serate speciali in cui sperimentare e annotare ricette inedite, curiosando le vostre tradizioni e l’opera dei grandi cuochi.

Avete il pollice verde? Trasformate il terrazzo in giardino babilonese e intrattenete una relazione avvincente con il vivaista

Amate il francese? Rileggete Camus in lingua originale e frequentate il Centre Culturel Francais.

Non sto parlando di chi si è scocciato del traffico e fa lo skipper nelle Antille francesi o sogna un chiringuito in riva al mare. Per la fuga dalla civiltà siamo sempre in tempo.

Parlo della curiosità che ti consente di avere attenzione speciale anche per gli impegni minori.

Oggi ho un’amica, Silvie, che ha riesumato una abilitazione all’insegnamento della danza che giaceva in fondo a un cassetto da millenni, la campionessa di pallanuoto Giulia Viacava ha rispolverato la sua laurea in scienze infermieristiche e gode di maggior popolarità oggi in corsia che l’anno scorso in piscina. Un mio vicino di casa con il pollice verde sistema il giardino condominiale, il prof del Conservatorio appassionato di tecnologia ha messo in grado tutti i colleghi analogici di fare lezione on line agli allievi connessi da casa, Lorenza, manager della moda ha aperto un salone favoloso di toilette per cani a Stresa, un direttore generale introverso e intelligente fa il trader dalla taverna, il mio prof dell’università fa il regista teatrale e l’attore in TV.

Tutti avevano una passione (l’opera, la danza, la fotografia, gli animali, la cucina, le statistiche) che hanno coltivato e perfezionato nel corso degli anni, a volte certo trascurato, ma tenuto in vita nonostante tutto. Magari sarebbe rimasta lì come un nutrimento dell’anima, come una sfaccettatura della personalità. Ma a volte i terremoti – oltre ai molti danni –  fanno emergere le vene d’oro.

Quindi proprio come chi faccia investimenti in borsa, mentre puntate molto su una lucrativa operazione, non metteteci il 100% delle vostre risorse ma conservate una piccola scorta di energia e differenziate il rischio su titoli diversi. Nel caso l’operazione A non andasse come ci siamo immaginati, avremo sottomano il piano B, che non si improvvisa e non si pianifica: ce lo troviamo tra le mani grazie alla curiosità, alla passione, al tempo e alla costanza che gli avremo dedicato.

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Quarantena: lacrime dal camper

PB. Ora siamo in casa da un mese. La prima settimana la abbiamo passata pulendo con Caravan con arredi multicoloreentusiasmo la cabina armadio, la seconda cucinando come una mamma napoletana alla vigilia di Natale e cantando sul balcone, la terza facendo ginnastica usando il barattolo del tonico al posto dei pesi e facendo aperitivi virtuali con le amiche, la quarta piangendo.

Escludendo i drammi veri, mi concentro su quello tutto relativo di chi ha visto la casa dolce casa trasformarsi in un mondo troppo piccolo e affollato.

La mia casa (è la dantesca legge del contrappasso) si è trasformata in un camper.

Il salotto è un open space in cui lavorano due esseri umani che fino a fine febbraio pensavano di essere compatibili (di come diversi lustri di matrimonio possano essere messi in discussione da 4 settimane di Smart Work). Quella bella voce profonda che ti faceva battere il cuore al telefono si è rivelata una frequenza baritonale incompatibile con le tue Skype call.

Le statistiche parlano chiaro: il virus non tratta allo stesso modo uomini e donne. Anche se non ti viene la febbre.

Lei, in smart, mantiene un minimo di dignità estetica e di ritmo circadiano (si lava al mattino, si trucca, si veste, si mette il rossetto e anche il profumo) anche perché i contatti con i colleghi e gli amici passano attraverso uno schermo e lei vorrebbe essere riconosciuta anche senza il nome sottopancia.

Lui, felice di essersi liberato di camicia e cravatta gira per casa in tuta e infradito (tanto al telefono non lo vedono), si nutre e si lava alla bisogna (doccia alle 3 pm, sacchetto dei pistacchi di fianco al PC all day long), porta giù la differenziata con garrula allegria (è una scusa per varcare la soglia del camper) e riserva al sacchetto dell’umido tenere espressioni (“ora andiamo a fare un giretto”, “dai che ti porto giù”) mentre annoda i manici compostabili e evade.

Due volte al giorno lo spazio lavoro si trasforma in sala da pranzo (o ristorante per il terzo esserino che divide l’unità di abitazione e che emerge dalla sua cameretta – trasformata in scuola on line – con fame primitiva): chiudi Pc, quaderni, astucci e parti in modalità cuoca. La tua scrivania si arricchisce di tovaglia e cibo. Ma tutto deve essere risistemato per le 14.15, quando riprende la modalità occhiali/computer.

Il pomeriggio, la scuola on line è finita, il tuo lavoro no. Tuo figlio, non abituato a sentire di giorno la tua voce, chiede consigli, abbracci, attenzione, che tu rimandi a sera (quando parte la seconda trasformazione del camper in palestra, sala giochi, lettino dello psicanalista). Lui intanto ti passa pizzini dal contenuto filosofico (mamma oggi fai la carbonara?).

La tata non viene da un mese. Tu instauri con la lavatrice una affettuosa relazione (forse anche le parli, come tuo marito chiacchiera con il sacchetto dell’umido) e spendi il sabato a ripassare bagni e pavimenti (prima, durante la vita normale, andavi in piscina e poi uscivi con le amiche), gestendo anche un inedito mal di schiena perché sicuramente sbagli i movimenti e avresti bisogno della tata on line, non del pilates su facebook.

In definitiva ci dobbiamo rassegnare, collettando i consigli di carcerati, astronauti, asceti per immaginare il camper come un luogo sopportabile.

Però, almeno, mettiamo a posto le parole: questo telelavoro non ha niente di smart. Non funziona neanche la stampante e lo sgabello della cucina è molto più scomodo della sedia ergonomica dell’ufficio. Quando vai a fare la spesa fai la coda come a Cuba e i ragazzi hanno nostalgia dei loro amici e persino della prof di matematica dal vivo.  La retorica del “che bello stare a casa” ci ha convinto per i primi tre giorni e poi è subito suonata chioccia soprattutto quando risuona dal salotto dei vip (stonati pure loro e talmente simili a noi, sul divano, che era meglio non vederli) e la convivenza forzata non ci rende tutti più buoni, ma qualche volta ci fa dare di matto.

Per fortuna ci sono i libri, che ti fanno volare lontanissimo e in spazi immensi, e la primavera che si vede dalla finestra con l’aria pulita e silenziosa. E si, dai, anche gli altri abitanti del micro mondo che con le infradito ti ricordano che il mare esiste ed è là ad aspettarci: se solo il camper potesse per magia mettersi in moto e andare…

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Milano ai tempi del coronavirus

PB E’come quando si rimane fermi in aeroporto, con il volo in ritardo, e Risultato immagini per Milanoimprovvisamente ti tocca aspettare, e fai conversazione con gli sconosciuti e scrivi un post e chiami la nonna e compri un rossetto facendo tutte le prove sul dorso della mano.

I primi venti minuti di ritardo ti innervosiscono da morire: volevo passare dall’Esselunga tra Malpensa e casa, volevo arrivare per cena, volevo fare lo shampoo.

Dopo la prima ora, ti prende un attacco filosofico da calamità naturale: quello che potevi fare lo hai fatto, ora ci pensa qualcun altro e tu aspetti.

Se non ti arrabbi, ti sei regalato tre ore di non pianificata riflessione che ti lasceranno almeno qualche buona idea.

Io, in questa Milano strana da Coronavirus, dopo aver rimandato pranzo con le ragazze conosciute a Villa D’este per il Retail Executive Summit di Cernobbio (Silvia, Eleonora, Lucia, Daniela, Bernadette: ci rifaremo il pranzo delle quote rosa a CODV 19 debellato!) e l’aperitivo con le amiche di sempre (forse la chiusura dei bar alle 18 è peggio della quarantena a Codogno) sto sperimentando pensieri progressivi:

  • Le aziende che già si erano dotate tecnologicamente per sostenere lo smart working,  avranno finalmente la dotazione culturale, la prova che funziona. Il capo che in fondo riteneva la collaboratrice in smart una sindacalista anni settanta intenta a far lavatrici anziché piani di budget, scoprirà che il lavoro non si è fermato, che i progetti sono stati finalizzati, che nel budget non ci sono errori di formula.
  • Le aziende che non se ne sono mai dotate, forse lo metteranno nei loro progetti: avere un piano B operativo, approfittare della tecnologia, evolvere il pensiero nel senso della fiducia e della flessibilità permetterà di affrontare il mutevole scenario con più armi e fiducia. A tutto beneficio del pianeta e della psicosi da traffico.
  • Prendere meno mezzi pubblici e camminare di più: se proprio ti tocca andare, almeno vacci a piedi. Dato che il tennis ti ha blindato i campi, Pilates ti ha dato buca, la piscina è chiusa (no! anche la piscina!) non vorremmo trovarci mollicce alla ripresa della normalità: come donne etiopi flessuose ed eleganti copriamo a piedi distanze inconsuete, scoprendo in questo trekking urbano angoli mai visti, negozi carini, bar con le piastrelle a scacchi e localini dove pranzare al di là del solito isolato.
  • Leggere un libro alla sera, tinteggiare il garage, sistemare l’album delle foto, cucinare l’osso buco con il risotto giallo: casalinghitudine normalmente al lumicino che riprende i suoi spazi comodosi.
  • Riscoprire un po’ di orgoglio meneghino. Ok, piccolo bagno di umiltà perché la città bauscia ha avuto una battuta di arresto tra fashion week finita in streaming, Mido e Salone del Mobile rimandati, scuole chiuse, gite annullate, Scala e Duomo con il lucchetto, Ospedali in attività straordinaria. Ma, sù de dòss, siamo a Milano: a teatro ci andremo ancora, Dio ci perdonerà di non essere andati a Messa, le collezioni Autunno Inverno 2020 erano comunque favolose e andranno a ruba quando, il prossimo inverno, dovremo coprirci dal freddo, i ragazzi non sono mai stati così affezionati a un virus che gli concede un carnevale lungo una settimana e di alzarsi con la luce.

 

I venti minuti di ritardo sono passati, non arriveremo per cena, non faremo lo shampoo. Ma avremo un rossetto nuovo che metteremo per tutto l’inverno.

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Piccoli comunicatori crescono

PC In questo periodo in cui molto spesso i giovani passano da una formazione universitaria prevalentemente teorica a una serie eterogenea di stage mal pagati, nel corso Creative Lab di Iulm- di cui è titolare Marco Lombardi – cerchiamo di aiutare  i nostri studenti a capire se hanno la passione e le skills necessarie per lavorare nella comunicazione, facendoli lavorare su un progetto reale.

Quest’anno nel mio laboratorio abbiamo avuto un cliente vero (Sky), un brief reale (grazie a Massimo Manenti di Sky per il supporto), dei creativi in carne e ossa a dare utili consigli e incoraggiamento (grazie a Manuel, Rossana e Elisa di Integer!) e moltissimo impegno da parte degli studenti. Tanto che il più grande complimento che mi è stato fatto dai ragazzi  è che non avevano mai lavorato così tanto in tre anni di Università.

Il progetto si è concluso la scorsa settimana. I cinquanta studenti del laboratorio Sky si sono cimentati nella definizione di un piano di comunicazione, dedicato interamente ad un pubblico di millennials, con l’obiettivo di pensare ad un’evoluzione della campagna di Sky Q, l’ecosistema che permette la migliore esperienza di visione di Sky.

Delle otto proposte presentate all’azienda, la direzione marketing di Sky, che ha sponsorizzato il progetto, ha selezionato la proposta “Con Sky Q decidi tu” del team composto da Ana Maria Chisilita, Claudia Cavazzi, Gian-Luca Hvam Campana, Fabio Pinna, Mattia Mauro, Michele Triolo. Gli studenti sono stati premiati nella sede di Sky a Milano da Francesco Calosso, Chief Marketing Officer di Sky Italia.

Il percorso, durato sei mesi, si è articolato in varie fasi: dopo il brief di Sky, seguito dalla prova di Sky Q e dalla visita agli studi di Milano Rogoredo, gli studenti hanno svolto una ricerca sul campo tra i loro coetanei e sviluppato varie proposte nell’ambito pubblicità, eventi, digital e retail.

I millennials sono alla ricerca di esperienze immersive e desiderano il pieno controllo di una visione completa e interattiva. Per questo il team vincente, dopo aver effettuato un’analisi situazionale di percezione del brand Sky da parte del pubblico, ha proposto un piano di comunicazione che prevede uno spot con i protagonisti di “Gomorra”, serie tv che ha riscosso grande successo tra i millennial, e la creazione di eventi sul territorio con un talent di X Factor. Fondamentale il supporto digital con i social network per generare engagement, rafforzando il flusso di comunicazione tra Sky Q e l’audience, incrementando l’awareness del pubblico e creando viralità attraverso i contenuti editoriali.

Il capo gruppo del team vincitore, Michele Triolo, è già in stage in Integer, e lavora con me nel gruppo contact che segue Sky.

 

 

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CERCO UN ACCOUNT EXECUTIVE

PC In Integer, gruppo TBWA, ricerchiamo una figura di account executive. Verra inserita/o all’interno di un team che lavorerà su clienti nazionali e internazionali per attività di retail/trade marketing e campagne integrate. Si richiedono buone conoscenze delle logiche di comunicazione, atteggiamento propositivo, capacità di lavorare in team e almeno un anno di esperienza. Chi fosse interessato può mandarmi il curriculum (per come scrivere il curriculum e la lettera di accompagnamento consiglio di consulatare i post precedenti!).

“COSA CERCO IN UNO STRATEGIC PLANNER”. INTERVISTA A MICHAEL ARPINI, CHIEF STRATEGIC OFFICER TBWA\GROUP.

PC Ieri Michael Arpini ha fatto un intervento sulla Disruption durante una mia lezione al Master del Poli.design in Brand Communication. La platea era costituita da trenta potenziali futuri comunicatori, tra i quali negli scorsi anni il gruppo TBWA ha scelto stagisti per il reparto strategic planning, che Michael coordina.

Michael Arpini – Chief Strategic & Digital Officer TBWA Group

Ho quindi approfittato per chiedergli quali sono i criteri che utilizza quando seleziona un giovane planner. Sono emerse delle indicazioni valide in generale per capire se avete l’attitudine giusta per lavorare in un’agenzia di comunicazione.

Trampolinodilancio: “Quali caratteristiche deve avere un planner?”

Michael Arpini: “Si tratta più di un’attitudine che di preparazione tecnica: la preparazione si può imparare, mentre l’attitudine ha a che fare con tratti della personalità che sono difficili da plasmare anche a 23 anni.

Io cerco persone curiose, che come un bambino piccolo studiano, smontano e rimontano il loro giocattolo per capire come funziona.

Questa curiosità va applicata nel day by day. Dopo un po’ di tempo un planner vede insight ovunque. Come un antropologo del mondo moderno studia il modo con cui gli amici, i colleghi, i familiari si comportano. Va al supermercato e guarda cosa fanno le persone quando comprano il prodotto, usa i tool di social listening riuscendo a trarre da tanti dati un insight.

Un buon planner è una persona analitica che ha la capacità razionale di costruire dei percorsi.

Il ruolo dei planner sta cambiando, si apre il mondo della data strategy. Saranno sempre più fondamentali figure di data analysist che sappiano però anche trovare nei big data degli insight.

Un consiglio che posso dare è quello di fare cose anche lontane dal marketing classico: ricercare la varietà di stimoli, la diversità culturale, leggere tanti libri. Tra l’altro un planner dev’essere bravo a scrivere in modo da trasferire insight e copy brief al team creativo in modo ingaggiante e stimolante.

Infine, ricordatevi di non aver paura di sbagliare. Negli Stati Uniti viene addirittura premiato il fallimento, perché dimostra il coraggio di provare tante nuove strade.”

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Amore sulla scrivania: di come il flirt faccia volare il business e il sesso lo affondi

PB Hai presente quando arriva il collega nuovo (figo) al Controllo di Gestione e anche 10 modi per fare l’amore in ufficio senza farsi sgamarela Peppina delle PR (che di solito sfora il budget per principio) mette anche il centro di costo sulle fatture?

Quando in riunione fai il brillante e dici cose intelligentissime (ma come ti è venuta quella genialata?) per fare colpo sulla nuova area manager della Francia?

Quando il tuo capo ti dice che hai una spiccata intelligenza emotiva, ma lo dice con l’occhio birichino, come se l’intelligenza emotiva avesse il pizzo? E allora tu spari una strategia che neanche Finzi+Doxa+Pambianco esaminando big data e fattori socioeconomici avrebbero prodotto?

O quando la più carina della classe è anche un cervello fino e tu studi per fare bella figura all’interrogazione di latino? Chiudi YouTube sulle demo di Assassin’s creed e attacchi con Rosa, rosae?

Bene: qui si tratta di flirt produttivo. Si mescola la lusinga, il divertimento, la seduzione, la battuta sagace. Si sparge quel frizzantino in riunione che fa essere tutti un po’ brillanti e competitivi, ma altruisti (chi si innamorerebbe di uno stronzo che vuole fare carriera a tutti i costi o vuol farti le scarpe?), si pensa – alla domenica sera – come ci si vestirà lunedì, si portano i marron glacé in ufficio quando iniziano le prime nebbie, si saluta sorridendo entrando in ufficio.

Ci si mostra coraggiosi di fronte al pericolo (essendo che nessuno si innamorerebbe di un paraculo o di un vile e che – per dirla con Platone –  non esiste uomo tanto codardo che l’amore non renda coraggioso e trasformi in un eroe), galanti al proiettore (lei finge di non trovare la connessione, lui si inchina a infilare la presa della corrente: le slide partono in tempo, la riunione è un successo) , oratori brevi e efficaci (fino a quando, brontoloni, abuserete della nostra pazienza?).

Insomma, il flirt in Ufficio aumenta il tasso di eleganza, il sorriso, il margine operativo, il buon umore.

Codesto flirt, mai e poi mai si trasformerà in amore, se non a costi pesantissimi per la vostra carriera e per il bilancio aziendale.

Andare a letto con il vostro capo/collega/collaboratore vi metterà sulla bocca di tutti i colleghi. Da quel momento nessun successo sarà per merito vostro: se anche inventate la ruota ormai siete considerate delle shampiste. Quando il tipo si stancherà di voi, o voi di lui, andare in ufficio sarà una pena. Non potrete neanche buttarvi nella carriera per superare le pene d’amore, perché entrambe le pene saranno nello stesso luogo.

L’unica cosa peggiore di fare sesso in ufficio è innamorarsi e sposarsi. Il tutone che fa tanto tenero sul divano di casa, lo porterete in ufficio, trasformando l’eccitante arena di caccia (momento flirt: capello in piega, idee geniali) in un rilassato tinello (capello con la coda, pensiero alle vacanze).

Produttività in discesa, uscita alle diciottozerozero in tandem con il vostro amore per ottimizzare l’uso di un’unica auto. Il vostro capo vi odierà perché prima vi spiava sui tacchi e adesso vi vede con le Birkenstock andare a bere il caffè al piano di sotto, in amministrazione (bleah).

Anche se prima uscivate alle 17 per andare dal parrucchiere o a giocare a squash, oggi sembrerà a tutti che lavoriate meno. I colleghi vi odiano perché volete fare le vacanze con quel Gino (ma non era figo prima di sposarvi?) del Controllo di Gestione e non si riesce mai a turnare le ferie democraticamente.

Il lunedì sarà uno schifo andare in ufficio: si stava così bene a casa a pomiciare. Il vostro capo sarà costretto a trattenersi dal parlare male del Controllo di Gestione (o del Commerciale, o dei Sistemi Informativi, a seconda di chi avrete avuto la malaugurata idea di sposare) e voi sarete passata da stratega emotiva a spia bolscevica.

E questo finché l’amore dura. Perché quando poi quel figo del controllo di gestione si rivelerà da vicino come tutti gli esseri umani (un po’ Gino, hanno ragione i colleghi…), allora sarete una spia bolscevica con i Birkenstock e pure di cattivo umore, mentre tutti intorno a voi stanno filtrando allegramente e fanno una carriera spaziale.

Unica possibilità di fare carriera se in ufficio credete di avere trovato l’Amore Vero: Vi licenziate un nanosecondo dopo essere finiti tra le sue lenzuola. Trovate un altro lavoro brillante (dove filtrare allegramente con i vostri nuovi colleghi) e vivete per sempre felici e contenti.

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QUANDO E’ MEGLIO FARE UNA TELEFONATA CHE SCRIVERE UNA MAIL

PC Ci sono alcune situazioni nelle quali è decisamente meglio fare una telefonata che inviare una mail, ma nella pratica vedo che molti giovani evitano spesso il telefono e preferiscono scrivere. Probabilmente si tratta di una caratteristica generazionale: chiunque abbia a che fare con un adolescente sa che, anche se ha lo smartphone in mano tutto il giorno, se lo chiamate non  vi risponderà  e non lo userà mai spontaneamente per telefonare a qualcuno.

Il linguaggio scritto consente in effetti una maggiore distanza e permette di dire cose poco gradevoli senza dover gestire in diretta le reazioni della persona alla quale si scrive. È il motivo per cui così tanti giovani lamentano di essere stati lasciati dal loro fidanzato o fidanzata con un messaggio, invece che con una telefonata, o meglio ancora un incontro. Ma se nei rapporti d’amore è poco probabile che si rincontri la persona con la quale sia è stati così tranchant, nell’ambito lavorativo è sempre meglio tener presente che le probabilità di ritrovare quella persona sul proprio cammino sono molte.

Ecco due recenti situazioni in cui sarebbe stato decisamente meglio telefonare che scrivere:

  1. Annullamento di un colloquio

Se avete inviato una candidatura spontanea e ottenuto un colloquio alle 9 di mattina, perché poi dovete andare in ufficio, non ha senso inviare una mail alle 8.50, fingendo che sia stata scritta la sera prima, per dire che non potete recarvi all’appuntamento a causa di un’emergenza di lavoro.

La persona che dovete incontrare, che si è organizzata per incastrare il vostro colloquio in un’agenda già molto piena, sarà sicuramente disturbata dal vostro annullamento, ma di sicuro preferirebbe una breve e sincera telefonata di scuse, nella quale potrete approfittare per fissare un nuovo appuntamento, che una fredda mail che arriva a ridosso dell’appuntamento, e che potrebbe anche non venire letta (ricordatevi  che un manager riceve centinaia di mail ogni giorno).

Se poi nella mail scrivete di voi usando il plurale maiestatis e avete 23 anni è probabile che la vostra richiesta di fissare un altro appuntamento non verrà esaudita. Poco male, direte, visto che è evidente che avete deciso che il colloquio non vi interessa più, ma ricordatevi che nel piccolo mondo del marketing e della comunicazione è molto probabile che incontrerete nuovamente quella persona. Sperate che, come me, abbia poca memoria per i nomi…

  1. Dimissioni

Se decidete durante il periodo di prova di dare le dimissioni e siete a ridosso di un grande evento per il quale anche il vostro contributo è fondamentale, abbiate il coraggio di chiamare il vostro capo e dirglielo di persona, non scrivetegli (è davvero successo) una mail alle undici di sera. Come Patrizia ha già avuto modo di sottolineare il comportamento nell’ultima settimana di lavoro è quasi più importante di quello durante la prima settimana in un nuovo posto (Come fare carriera sulle ali della propria reputazione).

Riassumendo telefonate invece che scrivere quando:

  • dovete informare qualcuno con urgenza: ricordatevi che non avete alcuna garanzia che la mail venga letta subito;
  • preferite non lasciare traccia scritta di quanto dovete dire: una mail – come un diamante – è per sempre e può essere mostrata agli altri,  e questo avviene spesso quando risulta particolarmente sgradevole, che è esattamente quanto mi è successo con le due mail delle quali ho raccontato.
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Tra i buoni propositi, mettere la testa fuori dalla scatola.

PB Durante lo scorso anno (l’avevo detto, vero, che si è trattato di un anno un po’ Risultati immagini per la linea verticale serie tvcomplicato?) ho frequentato, mio malgrado, ospedali e tribunali. Mondi paralleli, complicati, giganteschi, che hanno fra loro qualche cosa in comune. Non ultima, la caratteristica di farti sentire in balìa di eventi che non riesci a guidare, ma a cui devi soggiacere.

Ho così osservato il mondo da una prospettiva diversa, sicuramente meno glamour del torneo di tennis di Montecarlo, meno elegante delle sfilate a Milano, meno efficiente di un lancio di collezione, meno razionale di un contratto di licenza.

In ospedale e in tribunale il tempo lo decidono gli altri. I ritmi sono sconosciuti (lenti in ogni modo, per te che attendi), i giochi in ballo sono potenti (la vita? la giustizia?), i compagni di attesa i più diversi. Di solito però un po’ più anziani di te (in ospedale), un po’ più stropicciati di te (in Tribunale).

Neanche un tacco, neanche una barba hipster. Neanche un piatto di ramen. Cavoli come può essere lontana Via Savona in alcuni momenti.

Eppure, che salutare questo bagno di umanità così varia e diversa.

L’attesa forzata e la trasferta obbligatoria (una testimonianza di 20 minuti con attesa di 5 ore e viaggio di 2) mi ha fatto chiacchierare con un poliziotto un po’ figaccione (di quelli di cui si innamora l’avvocatessa nei film), un ragazzino in gita con mamma e fratello, un’autista dell’autobus che mi ha indicato la fermata, un paio di signori distinti che mi hanno accompagnato al binario (non sono brava con i treni), una signora senegalese che sentendomi parlare francese al telefono ha sentito un suono familiare.

L’attesa in ospedale (un’ora e mezza per un colloquio con l’anestesista di pochi minuti) mi ha fatto chiacchierare con “operandi” anche messi piuttosto male, che riponevano molte speranze nell’intervento, figlie che accompagnavano mamme, mariti che sostenevano mogli, colleghi di sventura chirurgica che mi chiedevano: ma lei che cos’ha? con una curiosità che avrei in altri momenti trovato sconvenientissima e che lì mi ha fatto invece parlare delle mie ciancicate corde vocali senza il mio consueto pudore.

Guidavano o il giudice o il dottore. Io molle alla deriva. Chiacchierando con degli sconosciuti. E anziché sentirmi male, mi sono sentita bene. Trasportata da qualcun altro e avendo fiducia in lui.

Inoltre immergersi in un mondo inconsueto, fatto di persone tutte diverse da noi, ma così affini lì, in sala di attesa, mi ha fatto venire parecchie idee. Non solo per le collezioni o il budget.

Prossimi viaggi? la posta centrale, uno stadio, il cimitero monumentale, la questura, il comune, il verziere…

Paola preferisce frequentare ultimamente concessionari auto e gommisti.

Saper godere di uno sguardo obliquo e inconsueto? È uno dei buoni propositi del 2018.

Anche per voi cari lettori, buon viaggio fuori dalla scatola!

 

PS Un paio di endorsement colti ai miei buoni propositi:

  1. la serie TV “La linea verticale” di Mattia Torre che inizierà sulla Rai il 13 gennaio: io ho sentito leggere alcuni passaggi del libro da Mastrandrea, durante il Festivalletteratura di Mantova lo scorso settembre: fiction in corsia, ma con prospettiva “orizzontale” del letto del paziente. Da non perdere.
  2. Il discorso alla città di Milano (6 dicembre) del nuovo cardinale Delpini a proposito del buon vicinato e della prossimità. Lo ho ascoltato alla radio mentre ero imbottigliata nel traffico, ma, nonostante in quella vigilia di S. Ambrogio fossi furibonda e in ritardo, l’effetto “retard” mi ha lasciato qualche buona intenzione

 

 

 

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