Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

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IDENTIKIT DELLO START UPPER ITALIANO.

PC Chi è lo start upper italiano? In prevalenza è un uomo, giovane – ma non quanto ci si aspetterebbe! – con elevato livello di istruzione e grande passione per l’innovazione. Lo si legge nell’ultima edizione dell’indagine “La voce delle startup” realizzata da Italia Startup, in collaborazione con GRS-Ricerca e Strategia.

L’età media degli start upper è scesa a 40 anni (in calo rispetto alla scorsa rilevazione) e la fascia che va dai 30 ai 39 anni ha registrato un incremento di più del 18%. Oltre il 56% dichiara di aver conseguito una laurea di secondo livello, un post laurea o un master-. Il profilo che emerge è quindi molto simile a quello di alcuni start upper di successo che abbiamo intervistato in questi anni:  Alessandro Giua, Fulvio AnielloTommaso Magnani, Matteo Sarzana, Matteo Achilli.

La voglia di innovare nel proprio settore è la principale motivazione per aprire una start up. Si tratta quindi molto spesso di persone che hanno già lavorato in un mercato e dall’interno capiscono come si potrebbe migliorare.

Una caratteristica che accomuna gli start upper è la voglia di rischiare, come prevedibile, vista la natura imprenditoriale dell’iniziativa. Questa voglia di mettersi in gioco risulta per metà degli intervistati uno dei punti di forza della propria startup.

Le start up sono in generale strutture piccole, composte da 3/9 impiegati nel 50% delle 300 realtà intervistate e da 1 a 3 dipendenti nel 32%. Operano prevalentemente nel B2B Business-to-Business (50,7%) e nel B2B2C Business-to-Business-to-Consumer (36,1%); solo l’11% dello startup è puramente B2C.

Se non ve la sentite di aprire una start up, cercate almeno di farne parte: per i dipendenti è prevista formazione interna con progetti per un periodo superiore alle 40 ore a dipendente in un terzo delle aziende.

Questo a riconferma che  una start up, al di fuori degli stereotipi a cui ci ha abituato il cinema, raramente nasce su iniziativa di un giovanissimo nerd, magari anche un po’ ribelle, ma richiede invece professionalità e attenzione continua alla formazione.

Mentre pubblichiamo Istat segnala finalmente un miglioramento nell’occupazione, anche giovanile. Nel loro piccolo anche le start up possono essere un trampolinodilancio o di rilancio per giovani e meno giovani dotati di spirito di iniziativa e voglia di mettersi in gioco.

Avremo modo di parlarne ancora, e presto scoprirete perché.

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Le regole dello sport applicate al business: suggerimenti semiseri per una carriera duratura e brillante

PBRisultati immagini per finale di wimbledon 1980

  • Si corre più veloci se si ha un avversario: inutile nasconderlo, avere qualcuno da battere ci fa andare più forte, ci fa essere più intelligenti e creativi.

 

Anche se sono sola nel mio ufficio penso sempre a chi voglio battere e su quale terreno. Voglio fare un prodotto migliore di quello di un competitor, un concept store più evocativo, una festa più glamour.

Il mio Business Plan nasconde un campo di Risiko scritto con l’inchiostro simpatico.

Quando intraprendete un’azione, inventatevi un avversario da battere (anche se lui non lo sa) e iniziate a gareggiare. Vi costringerà a misurarvi e a misurarlo. Vi darà energia per fare meglio, vi darà il gusto di piccole vittorie, anche se il vostro avversario non ha mai saputo di essere sceso in campo contro di voi.

Scovate il vostro benchmark e cercare di fare meglio di lui. Sarà più divertente oltre che più efficace.

  • Vincere è bello ma stravincere è cafone e pure sbagliato

Vi capiterà qualche volta di avere ragione, di essere nella manica del capo, di prendere il premio come migliore previsionista d’Europa, di avere avuto un discreto successo.

Bene, godetevela con discrezione.

Non con stucchevole falsa modestia, ma un minimo di understatement è di dovere.

Aggirarsi per l’ufficio tronfi della propria performance, rovesciare il cestino in testa al capufficio come nei sogni di Giandomenico Fracchia, gioire in modo sguaiato, non solo è fuori luogo ma non favorisce la carriera.

Quelli che oggi sono i vostri avversari, probabilmente domani saranno i vostri colleghi o alleati, o avversari ancora, ma vittoriosi in una nuova competizione.

Vi capiterà, se fate una buona carriera, di perdere qualche battaglia. Avrete in quel caso lo stesso rispetto che siete riusciti a elargire agli avversari nei momenti di successo.

  • Lasciare sempre all’avversario una via di uscita onorevole

Dato che il business è molto simile a un gioco, il fair play è necessario.

Nel tennis si stringe la mano all’avversario anche se si perde, e lo stesso si fa con il giudice di sedia anche se ha visto fuori una palla che per noi era dentro e vorremmo urlare “arbitro cornuto”.

Quando l’avversario è all’angolo, lasciare una via di uscita onorevole minimizzerà i danni che sono gli effetti collaterali di un confronto: chi non ha niente da perdere, anche sconfitto, può fare molti danni. Non solo è inutile infierire, ma è dannoso.

Salvare la faccia dell’avversario, lasciargli una via di uscita onorevole è spesso il modo migliore per godersi un successo senza strascichi penosi.

  • Se siete sicuri di perdere, non giocate

O meglio: cambiate gioco.

Io contro Federer non giocherei a tennis, ma magari lo sfiderei a chi mangia più anguria. Eviterò di perdere miseramente (a tennis) e potrò dire di avere vinto contro il divino Roger (a chi mangia più anguria, vabbè dettagli che trascurerò di sottolineare quando mi vanterò al bar, o durante una presentazione alla rete vendita…)

  • Se l’avversario è troppo pericoloso, fatevelo amico

Una volta la mia amica Carlotta attraversava da sola di sera Central Park (NY) e ha visto da lontano un gruppo di brutti ceffi. E’ andata loro incontro, chiedendo se la accompagnavano all’uscita del parco perché temeva che ci fossero in giro brutti ceffi. SIC.(Oggi Carlotta è viva).

Fate che il più bravo sia il vostro mentore, il vostro allenatore, non il vostro avversario

  • Il gioco è più divertente se ammirate il vostro avversario

McEnroe combatteva strenuamente, ma ammirava e stimava Borg. Hanno fatto insieme alcune sfide memorabili (ogni riferimento alla finale di Wimbledon 1980 è puramente casuale, 4 ore e 5 set che hanno fatto la storia del tennis).

Ho sentito una celebre coppia di stilisti, dietro le quinte, dire di volere essere imprenditori come Armani e eterni come Chanel, pur puntando a fare collezioni e vendite e sfilate di maggiore successo rispetto a Armani o Chanel.

Che noia è giocare con chi è troppo inferiore a noi! Che bello misurarsi con uno più bravo e darsi a mille per vincerlo!

Les jeux sont faits rien ne va plus

 

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CHI BEN INIZIA E’ A META’ DELL’OPERA

PC Questa estate abbiamo selezionato due stagiste. Per entrambe è il primo “vero” lavoro e sono eccitate e frastornate allo stesso tempo. Ho pensato quindi di dedicare a loro e a tutti quelli che in questi mesi trovano o cambiano lavoro alcuni consigli tratti dalla letteratura a riguardo e integrati con i miei personali suggerimenti.

 

Allenatevi prima di correre

Chiedetevi e chiedete al vostro responsabile cosa potete cominciare a fare ancor prima di iniziare a lavorare: c’è documentazione da leggere? Ci sono concorrenti da monitorare? È utile un giro nei punti vendita?

Studiate il percorso

Fate una personale ricognizione del posto di lavoro, controllate quanto ci mettete, individuate dove parcheggiare, immaginate dove prenderete il caffè prima di cominciare alla mattina. Vi servirà a ridurre l’ansia da primo giorno.

Tenetevi in contatto con chi vi ha assunto

Nei giorni che passano tra il colloquio e il primo giorno di lavoro trovate il modo per mantenere il contatto senza risultare invadenti: per esempio inviando una lettera di ringraziamento dopo il colloquio, chiedendo di linkarsi su Linkedin, inviando un articolo che pensate possa interessargli.

Fate un giro di ricognizione

Chiedete al vostro capo di riassumervi l’organigramma e di farvi vedere dove sono le persone con le quali fisicamente dovrete lavorare più spesso e, se possibile, di presentarvele.

Fidatevi del  vostro coach

Finché non avrete raggiunto una certa autonomia è fondamentale entrare in sintonia con il vostro capo, mostrarsi disponibili anche a fare più di quanto richiesto, ma non insistere troppo a chiedere altro lavoro. Il vostro manager conosce meglio di voi l’azienda e sa cosa può affidarvi.

Concordate un sistema di comunicazione

Assicuratevi di aver capito in che modo il vostro capo vuole che lo aggiorniate su quello che state facendo. Ogni capo infatti ha le sue preferenze: c’è chi vuole essere costantemente aggiornato, chi invece preferisce un incontro settimanale, chi ci tiene a vedervi di persona e chi gradisce una mail, chi chiede che fissiate un appuntamento sulla sua agenda e chi approfitterà del percorso fino alla macchina del caffè per domandarvi come procedono i compiti di cui vi state occupando (sono rimasti nella storia della Young & Rubicam i viaggi in taxi all’alba con l’amministratore delegato, perché il percorso fino all’aeroporto era l’unica possibilità di riuscire a parlargli).

Entrate nel team

Investite del tempo per conoscere le persone con le quali lavorerete, approfittate delle pause pranzo o caffè: non solo lavorare diventerà più piacevole, ma scoprirete molte utilissime regole non scritte sulla nuova azienda.

Buon lavoro!

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Sei anche tu una Pollyanna?

PC In questi anni abbiamo sottolineato l’importanza di fare personal branding ed è stato perciò molto piacevole vedere che una delle nostre più giovani lettrici, Giulia Gargaglione, convinta anche da un corso sull’argomento svolto in università, ha cominciato a pubblicare sul suo profilo linkedin dei post che danno concretezza al suo percorso di studi in ambito psicologico e alla sua ambizione di diventare una Well-being Specialist.

Uno di questi, sul cosiddetto Principio di Pollyanna, mi ha particolarmente colpito, forse perché Patrizia e io siamo cresciute con i romanzi Pollyanna e Pollyanna cresce (il meno conosciuto sequel, roba da fanatiche). Le ho quindi chiesto di far conoscere ai nostri lettori questa inclinazione a valutare tutto troppo positivamente, perché penso che si riveli particolarmente utile quando si sostiene un colloquio. Ecco i suggerimenti di Giulia:

Giulia Gargaglione: “Il “principio di Pollyanna”, studiato per la prima volta da Matlin e Gawron nel 1979, ci svela che esistono delle persone fortemente e costantemente felici e soddisfatte, con un umore positivo stabile nel tempo e nelle diverse circostanze. 
Secondo il “Principio di Pollyanna”, queste persone sarebbero caratterizzate da una spiccata tendenza a vedere il lato roseo della vita, da un’inclinazione a interpretare e ad affrontare gli eventi in modo positivo, a selezionare le situazioni più gratificanti.

Giulia Gargaglione Well-Being Specialist

In origine, Pollyanna era la protagonista di un romanzo per ragazzi, scritto nel 1913 da Eleanor H. Porter. Il personaggio è diventato paradigmatico della filosofia della gratitudine: nella storia, infatti, il padre le insegna a giocare al Glad Game (“Sono grata”). Il gioco consiste nel trovare sempre qualcosa per cui essere grati in ogni situazione.
Ma come si capisce chi ha una personalità da Pollyanna?
Le persone che presentano il cosiddetto bias dell’ottimismo tendono a valutare gli eventi in modi a loro vantaggiosi, a giudicarsi in maniera favorevole nella maggior parte delle situazioni e a ricordare un maggior numero di eventi positivi nelle loro vite.
Attenzione! 
La tendenza ad essere ottimisti in ogni circostanza non è qualcosa di sempre positivo: ricorda che stiamo parlando di un bias, cioè di una distorsione del pensiero che ci allontana dalla realtà. Secondo State of Mind, gli esseri umani sono più portati all’ottimismo rispetto al realismo: le persone sottostimano la possibilità di divorziare, di perdere il lavoro, di ammalarsi di cancro mentre sovrastimano la propria aspettativa di vita di oltre 20 anni. Curioso, non trovi?

Lascia che ti dia qualche dritta su come puoi evitare di cadere in questa trappola cognitiva:

1.      Quando ti trovi a dover valutare una situazione/evento/persona cerca di essere razionale e non alimentare attese irrealistiche: soppesa i pro e i contro di ogni aspetto della tua analisi (magari utilizza il vecchio metodo dell’elenco carta e penna, potrebbe aiutarti a fare chiarezza).

2.      Confrontati con gli altri: chiedere consiglio ad una persona di cui ti fidi potrebbe fornirti una prospettiva diversa e più realistica, il che aiuterebbe a riportare in equilibrio il tuo senso (sbilanciatissimo) di ottimismo!

3.      Ricorda di leggere la situazione da diversi punti di vista: fai lo sforzo di metterti nei panni di tutti gli attori della scena, in modo da capire le motivazioni alla base delle azioni di tutti i partecipanti.

4.      Pensa al passato per delineare il futuro: sforzati di immaginare a come le cose potrebbero andare nel futuro, il modo migliore per farlo è attingere alla tua esperienza passata; potresti pensare ad una situazione simile in cui ti sei già trovato e valutare i possibili esiti della tua decisione presente confrontandoli con quelli di un’ esperienza già vissuta.

5.      Esercitati a immaginare problemi e soluzioni: lo so, per te che sei ottimista non ci sono problemi… questo è il punto! Ogni decisione presenta ostacoli e opportunità, rassegnati, è un dato di fatto.  Facciamo un esempio: stai per affrontare un colloquio di lavoro. Quali potrebbero essere gli ostacoli che incontrerai? Chi e come si muoverà la concorrenza? E’ realistico pensare che ad una prima stretta di mano capiranno chi sei e ti stenderanno il tappeto rosso? Forse c’è ragione di pensare (sempre) ad un buon piano B, nell’eventualità che tutto non vada proprio come programmato.

Non è un lavoro facile, ma con un po’ di impegno si può imparare, buona fortuna!


Se vuoi approfondire, ti consiglio di dare un’occhiata a:

·         Matlin, M.W; Gawron, V.J (1979). “Individual Differences in Pollyannaism”. Journal of Personality Assessment. 43 (4): 411–412.

·         http://www.stateofmind.it/tag/optimism-bias/

E se volete altri suggerimenti dalla Giulia, la nostra psicologa in erba, aggiungetela su LinkedIn www.linkedin.com/in/giuliagargaglione/

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Si bussa anche nell’open space

PC Se durante la ritirata di Russia Mario Rigoni Stern, spinto dalla fame, non avesse bussato alla porta di un’isba sarebbe sicuramente morto. Non tanto di fame (probabilmente anche per quello) ma perché i soldati russi all’interno non avrebbero esitato a sparare a un intruso che spalancasse improvvisamente la porta. Questo bellissimo episodio, tratto da “Il sergente nella neve”, ci insegna molto sulla solidarietà che si crea in momenti drammatici (le donne che stanno dando da mangiare ai soldati russi ne danno anche a lui). E ci insegna quanto è importante continuare a comportarsi da uomini anche quando le circostanze ci porterebbero ad agire come animali, per esempio continuando a bussare alle porte. Lo racconta l’autore stesso in un’intervista: “Busso ed entro” Il fatto sta in quel “busso”, perché io ho chiesto di entrare come si fa in una casa di un vicino o di una persona comune: si bussa e si chiede il permesso. E dal momento che si chiede il permesso uno non entra per far del male o per far violenza.

Busy Light

Premesso che un open space è un luogo generalmente più tranquillo di un campo di battaglia, è comunque consigliabile comportarsi sempre con educazione e rispetto. Per evitare di sbagliare, l’ideale è muoversi come se ci fossero delle porte invisibili alle quali è necessario bussare.

Ci ho riflettuto recentemente quando ho chiesto a uno stagista di andare a fotografare un totem (niente a che vedere con gli indiani, si chiamano così quei grossi cartelloni pubblicitari nel punto vendita) che era dietro la scrivania della collega che ne aveva curato lo sviluppo. Ho dato per scontato che si presentasse, chiedesse il permesso di fotografarlo e spiegasse che lavorava con me. Sono certa che se la mia collega e il suo totem fossero stati chiusi in un ufficio tutto questo sarebbe automaticamente avvenuto, l’open space invece può far dimenticare alcune regole di buona educazione.

L’aneddoto si conclude, come quello di Rigoni Stern, senza spargimenti di sangue, ma se vi dovesse capitare di lavorare in un ambiente aperto questi sono alcuni consigli pratici per non risultare invadenti con la persona di cui avete bisogno:

  • provate a telefonare o inviare una mail per anticipare il motivo per cui avete bisogno di incontrarvi;
  • se possibile fissate un appuntamento (il calendar di outlook è ormai un must);
  • se vedete che sta telefonando o scrivendo, aspettate a debita distanza che finisca;
  • se è già con qualcuno tornate più tardi;
  • controllate il body language: anche se in Italia le BusyLight (vedi la foto e l’articolo della BBC che ne parla) non sono ancora diffuse, con un po’ di empatia è possibile capire se la persona con la quale dovete parlare è in modalità semaforo rosso o semaforo verde;
  • se è una persona che non conoscete presentatevi sempre. Con un bel sorriso (e su questo abbiamo già scritto molto)
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Trampolino di lancio o di rilancio? Il piano B di Valentina

PB  Pare che fra i nostri lettori non ci siano solo smarriti talenti in cerca d’autore ma anche seriose aziende di chisono_06consulenza che si occupano di placement e re placement.

Ebbene, proprio una di loro ci ha voluto dare un contributo, la storia di una riqualificazione professionale che parla di talento e ottimismo non solo in chiave di “lancio” ma di “rilancio.

La condividiamo volentieri con voi, perché è una storia golosa.

QUANDO IL “PIANO B” SI REALIZZA E REALIZZA CHI LO ATTUA.

In materia di riposizionamento della propria figura professionale, chi si occupa di consulenza alla carriera ha sicuramente di che raccontare.

Il candidato, che ha perso il lavoro o che desidera cambiarlo, si approccia al percorso di Career Management con stati d’animo, idee ed aspettative sempre differenti e quasi sempre destinati a mutarsi durante il percorso.

C’è chi si aspetta la bacchetta magica che realizzi ‘hinc et nunc’ il progetto che si è prefissato; c’è poi chi non ha idea di quale sia il suo progetto nè come fare per scoprirlo; c’è infine chi, saturo di etichette e ruoli standard, ambisce a qualcosa di nuovo, un ruolo/contesto/progetto che ridia stimolo e slancio alla professionalità.

È proprio dall’analisi delle esperienze, delle competenze, dei successi e di quelle cose riuscite meno bene, che scaturiscono questi obiettivi professionali alternativi e discostanti dal tradizionale prosieguo in ambito/settore di provenienza.

Nel corso della nostra attività di Consulenti alla Carriera spesso assistiamo candidati che decidono, ad esempio, di lasciare le aziende per intraprendere attività imprenditorialità che sono espressione di passione, ambizione e determinazione.

È il caso, ad esempio, di Valentina, 35 anni, milanese, dottoressa in scienze e tecnologie alimentari da sempre appassionata di bricolage e decorazione con paste modellabili: dopo aver ricoperto ruoli di responsabilità nel comparto Ricerca&Sviluppo di due note multinazionali alimentari, complice la partecipazione ad una fiera di settore, scopre che un connubio tra gli studi effettuati, il lavoro svolto e la passione di sempre era possibile e realizzabile nel Cake Design.

Ed ecco che, quando conosciamo Valentina in occasione della riorganizzazione che vede coinvolta la sua azienda, leggiamo in lei sin da subito convinzione nel portare avanti il suo progetto: realizzare un laboratorio di Cake Design!

Oggi Valentina è la proprietaria de “Il Profumo delle Fragole”, delizioso laboratorio di delizie, per gli occhi e per il palato www.ilprofumodellefragole.it ; organizza corsi e tutorial, e realizza, con creatività e attenzione ai dettagli, topper per torte, confetti, cup cakes e biscotti…personalizzati ed assolutamente unici.

Il bilancio delle competenze effettuato ha consentito a Valentina di acquisire ulteriore consapevolezza delle sue capacità e delle sue mille risorse emerse nel corso delle esperienze professionali, a delineare con ancora più chiarezza l’obiettivo professionale di auto-imprenditorialità e quali step formativi intraprendere.

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La regola della cipolla vale anche per presentare i progetti

credits@shoppingconunclick.blogspot.com

PC In questi giorni nel nuovo building di Sky dove ci siamo da poco trasferiti il sistema di areazione si scontra per la prima volta con le temperature primaverili. La situazione è altalenante: o subiamo ventate gelide sulla cervicale o sopportiamo un clima umido da giungla vietnamita. Non ci sono finestre ma enormi vetrate e di conseguenza ci siamo tutti attrezzati con il classico abbigliamento a cipolla, come consigliavano le vecchie zie.

Mi sono resa conto oggi che la regola della cipolla vale anche quando si prepara la presentazione di un progetto. Per condividere costi e tempi con un manager che valutava tutto per la prima volta abbiamo preparato: due scenari in excel con quindici colonne ciascuno per il calcolo di tutte le variabili coinvolte e il relativo budget; un timing dettagliato con la specifica di quando le venti diverse fasi sarebbero iniziate e terminate, comprensivo di attori coinvolti e punti focali di approvazione; un riassunto su ppt che metteva in evidenza lo scenario raccomandato con i suoi dati essenziali e aveva come back up anche un quadro di quello che succede in parallelo a questo progetto; un excel di sintesi con solo i dati più importanti; una simulazione visiva di come sarà il progetto una volta finito, perché un’immagine vale più di mille parole.

Alla fine abbiamo memorizzato (e scritto su un post it per prevenire un eventuale attacco di Alzheimer) solo quattro numeri. Insieme alla visualizzazione del progetto sono stati sufficienti a presentarlo (e farlo approvare) ma solo perché avevamo la tranquillità che deriva da avere, se necessario, anche tutti gli altri strati pronti da usare.

In sintesi, prevenire è sempre meglio che curare, che si tratti di un torcicollo o di una domanda di approfondimento.

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Tre doti per avere successo nel lavoro

PC In inglese suona meglio, perché l’iniziale è la stessa, ma lo spunto è comunque interessante: GROWTH (capacità di crescere), GRIT (grinta) e GIVING (capacità di dare) sono le tre doti che permettono di fare una carriera di successo. Lo dice Bruce Kasanoff, un esperto della materia, in un articolo su Forbes che sintetizza alcuni studi sulle caratteristiche di chi riesce ad affermarsi nel lavoro (ma non solo).growth-grit-giving

Growth è la capacità di evolversi, caratteristica diventata ancora più indispensabile in un ambiente sempre più liquido. Se pensate che le vostre abilità siano ormai acquisite, difficilmente riuscirete ad ottenere gli stessi risultati di chi pensa che – con un certo sforzo – potrà espandere le proprie capacità. Growth è quella forma mentis che permette a uno stagista di rendersi utile in ambiti diversi dalla sua formazione scolastica, facendosi così notare ed apprezzare. Ma è anche quella forma mentale che grazie alla quale a cinquant’anni imparate a suonare uno strumento, riprendete a nuotare dopo un’operazione alla spalla e diventate esperti in digital engagement, pur non essendo nativi digitali.

Grit è l’attitudine a non arrendersi facilmente, a stabilire obiettivi a lungo termine e impegnarsi per raggiungerli. È quella luce che brilla negli occhi di alcuni studenti che ti fa subito capire che avranno successo. È il motivo per cui nel lavoro paga di più la passione e la determinazione che il quoziente d’intelligenza, come spiegala psicologa Angela Duckworth in un TED talk che vi invito a vedere.

Giving è nell’articolo di Forbes la capacità di fare qualcosa che migliori il mondo. Più prosaicamente penso che sia molto importante per la carriera la capacità di dare agli altri in ambito professionale: condividere contatti e opportunità, dare consigli e cercare di favorire l’incontro tra persone che si stimano sono tutte attività che consolidano la propria rete di rapporti professionali e a lungo termine portano grandi vantaggi. Abbiamo già avuto modo di scriverne: l’esperienza mi dimostra che se fai del bene nel lavoro (ma non solo) questo ti ritorna sempre .

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Real time: i sopravvissuti di Ispo

PB Ieri sera tornando da Monaco mi è venuto un attacco di sorellanza con alcune Immagine correlatasconosciute.

Aereo pieno come un uovo. Cappelliere colme. Ognuno si deve mettere il trolley sotto i piedi, il cappotto in grembo, la borsetta sul trolley, il libro sopra il cappotto.

Siamo così sedute in tre. Sembriamo atlete del nuoto sincronizzato: valigia, borsetta, cappotto e sopra il libro. Stessa posizione per tutte, stessi volumi, stessi movimenti. Forse abbiamo la stessa taglia e abbiamo messo cose simili nel bagaglio.

Mentre come tre soldatini siamo composte senza darci noia, accendiamo la luce per leggere e sorridiamo. Anche se lo spazio è davvero tiranno e siamo alla sera di una lunga giornata di lavoro fuori sede.

Ripenso allo spettacolo variopinto, sudato e disordinato che mi è passato sotto gli occhi per quasi tutto il giorno.

  • Presso il guardaroba di ISPO, una fiera internazionale dello sport in cui arrivano visitatori da tutto il mondo – non la sagra del salame d’oca – tre uomini sguaiati e ridanciani si occupano di ritirare i bagagli degli avventori. Uno in particolare ha un pancione gigantesco ma indossa una camicia che pare essere stata rubata all’asilo. Il risultato sono tre bottoni aperti sopra la cintura, con la cravatta che penzola a coprire diversi centimetri di pancia al vivo.
  • Gli altri due colleghi vociano e scoppiano a ridere come in una birreria dell’Oktober fest. Una vera pena.
  • In aeroporto, a sera, si alternano italiani che paiono usciti da un servizio fotografico di Class, con cover dell’I Pad in pelle umana che costeranno come un divano (non di quelli in promozione continua da due anni. Un divano normale) e omaccioni in t-shirt molto sudata a cui è difficile stare vicino, che giacciono come balene spiaggiate sulle poltrone dell’area partenze.

La Fiera in sé (che sia MIDO, ISPO, BASEL, VINITALY, PITTI…) è una discreta tortura. Ci si deve andare attrezzati.

Non ci si veste come al consiglio di amministrazione (anche se si è italiani), ma neanche come una promoter del tapis roulant!

Basta avere un paio di scarpe comode e un pull over.

Non è necessario andarci con la canotta a compressione graduata termoincollata antistatica.

La stanchezza arriva per tutti ma non state attraversando il Mediterraneo al seguito di uno scafista. Presto sarete in una confortevole stanza d’albergo o addirittura nel vostro letto.

Cercate di imporvi un minimo di disciplina e decoro: siete in mezzo a tante altre persone, probabilmente stanche come voi e forse di più. Non molestatele con sonnellini rumorosi, piedi sulle sedie, corpi semidistesi.

Ci sono atleti che dopo cinque ore di tennis stanno seduti composti in sala stampa a rispondere alle domande dei giornalisti.

Mai visto nessuno così stropicciato come i reduci di Ispo.

A parte me e le due sconosciute dell’aereo: riesco persino a scrivere questo post sul quadernetto sopra al libro, sopra il cappotto, sopra la borsetta, sopra il trolley!

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