Ordine mentale vs ordine fisico: la versione di Giulia

PB   Ho incontrato Giulia Spada (nostra fedele lettrice oltre che acuta commentatrice) per la prima volta come collega in Dolce&Gabbana: lavorava al Customer Service e divenne celebre in azienda perché, assunta da poco, chiese mezza giornata di permesso alla vigilia delle sue nozze (erano tempi in cui ancora ci si sposava, inizio millennio, e si ambiva almeno alla ceretta il giorno del sì). Permesso non concesso dall’allora poco empatico capo.

Quindi me la ricordo piuttosto seccata.

Anni dopo l’ho ritrovata in Giorgio Armani, reparto Operations, con una espressione sostanzialmente invariata, anche se il capo era cambiato ed era più umano del precedente. Era ancora seccata.

Giulia è di Torino (si sente ancora da certe vocali), è sicuramente priva di melanina (la sua carnagione passa dal bianco al trasparente a seconda delle stagioni), è priva di adipe (maledizione), è dotata di acuta intelligenza, direttamente proporzionale al suo pessimismo cosmico.

I suoi amori (due che io sappia, uno con le mani infarinate, l’altro ancora cucciolo), la sua ironia e i libri, la salvano da una fottutissima ansia di vivere.

La sua scrivania è kafkiana. Ma anche per questo Giulia ha una spiegazione e una teoria. Eccola:

“Finalmente stavano per iniziare le ferie estive… In un impeto di autolesionismo, Risultati immagini per jengaquest’anno mi sono ripromessa di non andare in ferie se non prima di aver messo un po’ in ordine la scrivania.

Che poi, volendo vedere, la mia scrivania non è proprio così disordinata, come potrebbe sembrare a un osservatore distratto…

È molto più simile a un Jenga, con un sottofondo filosofico, con tutte le mie belle pratiche incrociate una sull’altra con perizia certosina e logica machiavellica (e la mia bravura sta proprio nello sfilarne una dal mucchio senza farle cadere tutte, come nel gioco).

Sono fermamente convinta che la teoria del caos (=stato di disordine) sia venuta in mente a un fisico o a un matematico con una scrivania simile alla mia.

Ho accumulato talmente tanta carta da avere le cuffie dei rotatori che gridano pietà, costretta come sono a digitare sulla tastiera con i gomiti a livello delle spalle… Il mio fisioterapista si è costruito una villa con piscina grazie alle sedute necessarie per curarmi cervicale & co., quindi forse mi prende in giro quando mi dice << non preoccuparti, l’ordine è una questione mentale>>.

(N.d.R.: Se per caso aveste dei sospetti, casa mia è esattamente nella stessa situazione…. Carta ovunque).

Ovviamente, come tutti i disordinati, vivo nella negazione e sono campionessa olimpica di creazione di alibi verosimili per non mettere in ordine:

  1. se adesso metto a posto, poi non trovo più niente;
  2. se inizio a mettere a posto, devo per forza finire, non posso lasciare a metà;
  3. non ho tempo, ho cose più importanti da fare (postulato del punto precedente);
  4. se butto via un carteggio che mi sembra inutile, domani sicuramente mi servirà cercare quell’argomento e perderò un sacco di tempo – tempo che non ho (revisione del postulato del punto precedente);
  5. so esattamente dove sono posizionate le pratiche importanti, in questo modo le ho sempre sotto mano (in ogni senso) quando le cerco con urgenza (dimostrazione del punto 4);

… ma soprattutto (e per questa mi auto-assegno la medaglia d’oro):

  1. quelli che hanno poco o nulla sulla scrivania è perché fanno solo finta di lavorare o, peggio, perché hanno pochissime cose da fare, prima o poi l’azienda li sposterà ad altra mansione.

Prima di andare in ferie ho circa una settimana e quindi vengo presa dal sacro fuoco del riordino: mi prende un raptus di archiviazione compulsiva; comincio a cestinare e a strappare le vecchie pratiche… più strappo e più mi sento libera, è meglio di una seduta di psicoterapia! Man mano che vedo ricomparire il piano della scrivania mi sento un po’ più leggera; mi aspetto che quando avrò terminato la pulizia, la sensazione sarà quella di essere l’omino Michelino gonfiato d’elio!

Malgrado tutto questo, ho un ordine mentale davvero invidiabile (vi assicuro che a detta di quelli che mi conoscono sono decisamente talebana in fatto di autocritica; quindi se dico che il mio ordine mentale è invidiabile, credeteci!).

Raramente dimentico una scadenza; il mio PC è organizzato in superstrutturate cartelle multilivello sia per la posta che per i documenti; ricordo la storia di quasi tutti gli argomenti che mi vengono sottoposti.

Qualcuno mi ha recentemente soprannominato “Wiki”, perché chi viene da me trova quasi sempre quello che cerca, che sia una risposta a un argomento astruso e sconosciuto o una vecchia pratica che nessuno ricorda più chi abbia iniziato a gestire (ma della quale sicuramente c’è traccia sulla mia scrivania…).

Si stupiscono sempre tutti quando si rendono conto che quello che c’è sulla mia scrivania e quanto c’è nella mia testa non sono organizzati allo stesso modo, eppure sono conviventi (anche se separati in casa) e entrambi profondamente parte di me.

Ovviamente c’è un “però”.

Se il disordine mi fa arrabbiare perché solitamente dà di me un’errata prima impressione, “però” il troppo ordine mi mette ansia. Ma un’ansia con la “A” maiuscola.

Un po’ come se raddrizzassero tutte le scale di Escher in modo che si capisca subito se salgono o scendono. O come se scoprissi che Patrizia mette in valigia a settembre un cappotto di cachemire al posto della pashmina e un cache-coeur fuxia al posto della camicia bianca d’ordinanza.

Brrrrr, roba da tenerti sveglia la notte…

Quindi, siccome secondo me la teoria del caos in realtà è una teoria nata per mettere ordine e che una cosa senza l’altra non può coesistere (pieno e vuoto, ricco e povero, felice e triste, ordine e disordine, cosa sarebbero senza la loro antitesi?), per mantenere il mio ordine mentale ho deciso che (anche) quest’anno sono autorizzata a lasciare la scrivania un po’ incasinata…

A questo punto mi raggiunge un senso di pace. Ma soprattutto la consapevolezza che (di nuovo) sono stata così brava da inventarmi l’alibi perfetto per evitare di mettere a posto la scrivania!

Buon rientro a tutti and take your time (…che per riordinare c’è sempre tempo)!

Giulia”

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Coraggio! Si ricomincia!

PC Devo confessare che, con scarso spirito aziendale, ho visto solo pochi giorni fa il film di Natale di Sky: Cenerentola. Un ritardo dovuto al fatto che divido la casa e la tv con adulti appartenenti al sesso maschile, ma soprattutto alla tendenza, fin da molto piccola, ad apprezzare maggiormente le avventure di intrepidi pirati e coraggiosi moschettieri, rispetto alla resilienza di una sfortunata orfana.aede862454d940898ab5aceeb5cae56a29d96c78-750x417

Malgrado queste premesse il film mi è piaciuto, e non solo perché la magia di Disney riesce sempre a rinnovare l’incanto della favola.

Mi ha colpito soprattutto la frase “Abbi coraggio e sii gentile”, che rappresenta in questa versione cinematografica il mantra della vituperata protagonista. Ho pensato che forse anche sul lavoro può fornirci alcuni suggerimenti su come comportarci per piacere a noi stessi, innanzitutto, ma anche per essere apprezzati dagli altri e risultare più efficaci nella propria carriera.

Cominciamo dal coraggio:

  • è utile perché vi permette di far conoscere le vostre opinioni e distinguervi (attenti a non esagerare e risultare sfrontati);
  • è importante quando dovete ammettere che le vostre opinioni possono essere sbagliate (a questo punto per compensare vi aiuterà molto avere un buon livello di autostima ) o quando dovete riconoscere che una buona idea non è venuta direttamente a voi;
  • è fondamentale quando vi trovate in un contesto dove tutti si schierano contro una persona e voi non siete d’accordo. A volte proprio quella persona fa rapidamente carriera e si ricorda di chi l’ha difesa (vabbé, questo forse succede più spesso nelle fiabe che nella realtà, ma non si sa mai);
  • è necessario per superare situazioni poco piacevoli in ambito lavorativo, quelle che prima o poi capitano a tutti;
  • a volte è indispensabile anche solo per ricominciare un nuovo “anno” lavorativo dopo le vacanze estive senza deprimersi troppo!

Arriviamo alla gentilezza:

  • di solito chi viene trattato gentilmente risponde allo stesso modo – anche se il mondo è pieno di sorellastre e matrigne, lo so – o per lo meno lo fa in vostra presenza! Renderà la giornata lavorativa più piacevole;
  • chi comunica con gentilezza viene capito più facilmente. Soprattutto se siete in una posizione nella quale gestite delle persone, avrete già verificato che quello che chiedete e spiegate con gentilezza viene generalmente eseguito prima e meglio;
  • essere gentile infine vi aiuta a star bene con voi stessi mentre la rabbia e l’aggressività consumano moltissime energie che potrete usare per qualcosa di più divertente!

Coraggio! Buon rientro!

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Impara l’arte e mettila da parte

PC Era l’estate scorsa quando ho incontrato, dopo anni che non ci vedevamo, Elda, che tra una fermata e l’altra del metrò mi ha raccontato di come sia riuscita ad uscire da un impasse lavorativo grazie alla sua passione per le lingue straniere e alla voglia di rimettersi in gioco, investendo tempo ed energie. Dato che si era subito dichiarata una fan di trampolinodilancio le ho chiesto di condividere con i nostri lettori come fosse riuscita a realizzare il suo piano B. Ecco il suo racconto: c’è voluto un anno per scriverlo ma in pochi minuti di lettura trasferisce, proprio come fa Elda di persona, una grande carica di ottimismo! Grazie Elda!

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Ragazza alla finestra di Salvador Dalì (1925)

Elda Alesani: “Conosco Paola e Patrizia da tempo quasi immemorabile, ma, come spesso accade, ci siamo un po’ perse di vista negli anni. Quando hanno aperto questo blog, sono rimasta entusiasta per il doppio vantaggio di riuscire a rimanere in contatto e di approfittare dei loro impagabili suggerimenti: le dritte sull’abbigliamento di Patrizia mi hanno salvato più di una volta, io non ho nessun talento in tal senso, il mio orizzonte stilistico finisce ai jeans e maglietta.

In ogni caso, Paola un anno fa mi chiese di raccontare come sono riuscita a cavarmela… ed eccomi qui.

Per capire il contesto, debbo raccontare qualcosa di me; non temete, sarò breve.

Ho fatto il liceo linguistico, perché ho cominciato a studiare lingue da piccola (ero un’eccezione, una volta non si usava) e non volevo perderle per strada. Ma durante il liceo mi sono accorta che non era proprio quello il mio campo d’interesse, quindi mi sono presa un anno sabbatico dopo la maturità per consolidare le lingue che mi interessavano lavorando all’estero e poi ho cambiato registro e mi sono laureata in matematica, per finire poi ad occuparmi di informatica una volta arrivata nel mondo del lavoro.

All’inizio ho avuto modo di utilizzare anche le lingue straniere, ma dopo un po’ il mio orizzonte lavorativo si è ristretto all’Italia e per più di 15 anni non ho avuto a che fare con l’estero. Perlomeno sul lavoro; però non ho mai smesso di usare le lingue che conoscevo tra libri, film ed amicizie.

Quando i miei figli erano piccoli ho avuto l’occasione di poter passare ad un contratto part-time a tempo indeterminato: ottima cosa sul fronte familiare, pessima su quello lavorativo. Sono finita in un angolino, a fare più o meno le stesse cose, per anni e anni, senza avere modo di uscire dall’oblio.

Il giro di boa è arrivato quando l’azienda ha cominciato a sponsorizzare corsi di lingue straniere per tutti i dipendenti: ho preso la palla al balzo, e sono riuscita a guadagnarmi una prima certificazione di tedesco, che non avevo avuto modo di fare quando lavoravo in Germania. E non vi sto a raccontare i numeri da circo per riuscire a frequentare i corsi intensivi di sabato mattina, soprattutto perché nel frattempo ero tornata a lavorare full time.

Un giorno, ormai quasi 2 anni fa, mi chiama la mia manager, e mi dice “ti vogliono subito per un colloquio”. Non faccio a tempo a ripigliarmi dalla sorpresa, che sto già parlando con il gran capo di un’altra azienda del gruppo, discutendo della mia disponibilità a partire per l’Austria dopo 2 giorni. Nel giro di mezz’ora ho cambiato azienda, ruolo e prospettive.

“Caspita, mamma, che fortuna!” ha detto mia figlia Eleonora quando ho raccontato ai miei ragazzi come e perché sarei partita. Beh, certo, la coincidenza fortuita che ha fatto in modo che il “capo nuovo” chiedesse, tra tutte le persone possibili, proprio al mio “capo vecchio” se aveva qualcuno che parlava il tedesco, sì, quella è stata fortuna. Ma non è stata fortuna che io fossi la persona giusta in quel momento. Ci sono voluti anni di impegno e di passione, per crearmi quelle competenze.

Negli anni, ho visto storie analoghe alla mia. Un ex collega ha sorpreso tutti, perché all’improvviso si è licenziato e si è costruito una nuova carriera come skipper: un ingegnere insospettabile, che aveva passato ogni momento libero degli ultimi anni a studiare e prendere patenti nautiche di vario genere e tipo. L’ultima volta che l’ho incontrato, era in partenza per la Nuova Zelanda.

Un altro amico, sempre informatico, si è ritrovato in mobilità più o meno da un giorno all’altro: la sua conoscenza delle arti marziali e di insegnamento dello sport hanno fatto una parte; l’altra parte l’ha costruita mettendosi a studiare shiatsu. Adesso ha uno studio in cui abbina la medicina cinese e l’insegnamento di ginnastiche specifiche a scopo terapeutico, con ottimi risultati.

Quindi… il piano B può arrivare da un sacco di punti diversi, spesso imprevisti. Coltivare le proprie passioni, seguire i propri interessi, può avere risultati sorprendenti.”

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QUESTIONE DI PORTAMENTO

PB

  1. Come gestire il tuo capo se è maleducato?
  2. Come non essere in imbarazzo entrando in una sala dove non conoscete nessuno?
  3. Come fare buona impressione a un colloquio di lavoro?
  4. Come non sprofondare dall’imbarazzo se arrivate vestiti a una festa come fosse il ballo debuttanti e tutti sono vestiti Decathlon?
  5. E se siete la più bassa della sala?
  6. E se il vostro inglese è così così?

NO

Mentre siete tentati – nell’ordine di:

  1. Fare gli offesi
  2. Sbarrare gli occhi disperatamente alla ricerca di un viso noto mentre aderite alla tappezzeria
  3. Inginocchiarvi supplicando disperatamente di essere assunti.
  4. Rimproverare al festeggiato di non avervi avvisato che tutti avrebbero poi dormito nel fienile.
  5. Scappare, ulteriormente ingobbite.
  6. Stare zitti tutta la sera.

SI

Dovrete invece:

  1. Fingere di non esservi accorti della sgarberia e sorridere. Se vi capita di arrivare sistematicamente prima (puntuali) al ristorante e di dovere aspettare da soli a tavola, ordinate un buon aperitivo e mettetelo in nota spese. Quando il capo arriva, sorridete. E pensate al cocktail della prossima occasione.
  2. Incedete nel mezzo della sala con nonchalance, come se aveste una meta. Stringete un po’ gli occhi (i miopi lo fanno meglio ed è anche piuttosto sexy) come se cercaste una persona in particolare e non un buon uomo qualsiasi che vi salvi dal nulla: chi vi ha invitato, o chi vi conosce, vi intercetterà più facilmente se non vi nascondete e il momento di orror vacui sarà più breve.
  3. Stringete la mano con decisione ma senza arroganza: voi stimate la compagnia per la quale state facendo il colloquio, ma siete consapevoli del vostro valore.
  4. Se vi fanno accomodare in una sala vuota, sedetevi spalle al muro e sguardo alla porta. Alzatevi per salutare con naturalezza sapendo che il piacere di incontrarvi non è solo il vostro, ma anche quello del vostro interlocutore.
  5. E’ sempre meglio essere ben vestiti che no. Chi vi ha invitato sarà contento che per la sua festa vi siate presi la briga di prepararvi come si deve, anziché essere arrivati direttamente dalla palestra. Fate la faccia democratica e amabile delle ambasciatrici dell’Unicef che indossano pratici sandalini capresi hand made da Don Ciccillo , quando visitano le favelas.
  6. Una forte personalità e una postura eretta possono supplire a parecchi centimetri. I tacchi faranno il resto. Ad un certo punto si va sempre a tavola e qui si pareggiano i conti. Kylie Minogue sarebbe a suo agio anche a una partita di basket.
  7. Non sottovalutate l’esotismo dell’accento italiano e il fascino di argomenti interessanti: sarete molto più seducenti che stando zitti. Lo sforzo di parlare una lingua che non è la vostra sarà apprezzato anche da pigri anglofoni madrelingua.

 

Insomma un poco di autostima (se non la avete fingete pure di averla) e spavalderia, un sorriso e un incedere elegante vi daranno una mano in tutte le occasioni. È una questione di portamento. Se vi comportate come se foste a proprio agio, sarete a vostro agio.

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COVER LETTER: I CINQUE MODI MIGLIORI PER NON FARSI CHIAMARE PER UN COLLOQUIO

PC Ho conosciuto Giovanni Zezza grazie a Marco Lombardi che lo teletrasportava dalla Young & Rubicam in Iulm perché spiegasse agli studenti come funziona veramente “là fuori”. Ha continuato a venire anche dopo essere passato in Deliveroo, una nuova realtà in espansione che comprensibilmente attira molte proposte di giovani, e non solo, candidati. In 12 anni di esperienza tra agenzie pubblicitarie e aziende digitali ha potuto così completare una conoscenza dei diversi approcci alla richiesta di lavoro, che ci ha gentilmente distillato. Gustateveli tutti di un sorso, come uno spritz estivo, ma poi – prima di scrivere una cover letter – riassaporateli con la concentrazione che merita un buon rhum.

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza: “Fare un colloquio è come ballare il tango: bisogna saper sedurre, muoversi in modo da lasciare un segno, usare tecnica e passione.

Ma per ballare un tango è necessario essere in due. E per fare un colloquio è necessario farsi chiamare dopo l’invio del cv.
La cover letter è l’inizio di questo processo di seduzione: un passaggio imprescindibile per avere l’opportunità di ballare il vostro tango.

Ecco dunque una classifica dei 5 modi migliori per NON essere richiamati dopo aver inviato un cv.
E tutti, drammaticamente, tratti da storie vere.

5° POSTO: “VORREI LAVORARE CON VOI”
Arriva una mail con allegato un cv con scritto “Vorrei tanto lavorare con voi” e nient’altro.
Ora in un’azienda ci sono ruoli e responsabilità diversi, tutti importanti ma con qualifiche differenti.
Vuoi fare il direttore marketing, lavorare nel commerciale o occuparti dei servizi di pulizia?
Sperare che il direttore delle risorse umane si metta a spulciare il vostro cv cercando di capire dove eventualmente potreste essere inseriti, alla luce della vostra incontenibile voglia di lavorare con l’azienda, è probabile quanto che le scie chimiche siano davvero dannose.

4° POSTO: NDO COJO COJO
Che per chi non è pratico di romano vuol dire: va bene un po’ tutto.
A cosa faccio riferimento? Mi spiego subito.
Se siete idonei per la stessa posizione in due aziende competitor, questa è una grande opportunità per voi: più occasioni per essere scelti per fare il lavoro che fa per voi.
Tuttavia mandare il cv contemporaneamente alle due aziende competitor nella stessa mail, non aumenterà le vostre possibilità di essere assunti: se non avete una preferenza tra le due, almeno fingete di averla.
Sarebbe come dire a Coca-Cola che di base bere la loro bevanda o una Pepsi non cambia nulla.
Se volete fare un test per vedere cosa succede, vi lascio il numero del brand manager.

3° POSTO: ALMENO HAI QUALCOSA DA LEGGERE
Leggere è così rilassante e ci sono titoli per tutti i gusti: dai libri di Fabio Volo a quelli di Tolstoj a Topolino quando si è impegnati in “situazioni private”.
Nonostante il fatto che un buon recruiter è sicuramente una persona di buona cultura e quindi legge spesso e volentieri, mandare un cv dicendo “così avete qualcosa da leggere” è un passo un po’ azzardato.
Chi di noi non ha voglia di leggere due pagine di cv per rilassarsi prima di dormire? Perché rubare Topolino al proprio figlio quando puoi leggerti un bel cv?
Del resto, quando sei annoiato o guardi un bel factual su Real Time o ti leggi un avvincente cv, no?

2° POSTO: MALATTIE INVALIDANTI
Qui si entra in zona calda della classifica. Se fossimo a Top of The Pops il pubblico sarebbe in delirio, e spero lo siate anche voi.
Parliamo di motivazione: è fondamentale scrivere perché si è interessati ad un posto di lavoro. Ma, ecco, esattamente come a un fidanzato non è strettamente necessario dire proprio tutto-tutto-tutto, lo stesso vale per un potenziale datore di lavoro.
Dire che hai delle malattie invalidanti di origine psicologica, ad esempio, oltre ad essere un’auto-rinuncia ad uno dei diritti dei lavoratori (l’azienda deve essere solo a conoscenza dell’idoneità del lavoratore a svolgere la sua mansione, non della sua intera cartella clinica), non è assolutamente un buon biglietto da visita: in primis perché fa pensare che il candidato non sarà in grado di portare a termine le sue mansioni e, secondo poi, perché un’azienda non è la Caritas.
Voi chiamereste per un colloquio qualcuno che vi ha già espresso il suo disagio psicologico?
Nessuno è “normale” ma lasciate che i vostri datori di lavoro lo scoprano dopo il periodo di prova, non nella cover letter.

1° POSTO: BUONA MORALITÀ
Rullo di tamburi, apriamo la busta, the winner is: quello che manda il cv sottolineando che è una persona di “buona moralità”.
Ora tenete presente che di quello che fate al di fuori dell’ufficio, teoricamente, al vostro datore di lavoro interessa poco. Figuriamoci della vostra moralità, che tra l’altro oggi è un concetto piuttosto soggettivo.
Se poi la “buona moralità” è pari alla “buona conoscenza dell’inglese” che leggo in tutti i cv di persone che non sanno manco dire “How are you?”, allora è un’informazione inutile anche per mandare il cv presso un convento o una parrocchia, visto che, nella migliore delle ipotesi, sarete un incrocio tra Gambadilegno e La Banda Bassotti, giusto per restare nella tematica Topolino tanto cara a chi scrive.

Quindi ragazzi e meno ragazzi (perché questi e/orrori arrivano anche da persone molto senior) la cover letter è fondamentale – e su questo blog trovate tutte le indicazioni, più serie di questo post, per prepararla bene – ma occhio a quello che scrivete.
Perché nella migliore delle ipotesi non venite richiamati, nella peggiore finite in una cartella “Perle” per essere riletti nei momenti bui dell’azienda dove avete fatto application.”

Giovanni Zezza
Head of Marketing, Deliveroo Italy.

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IL MONDO IN UNA VALIGIA – COME ESSERE PERFETTE ANCHE VOLANDO LOW COST

PB Durante certe primavere accade di tutto. Che tua mamma ti lasci, che una tua cara amica si ammali, che tu debba lavorare molto molto, che la tua famiglia abbia bisogno di te. E che si trascuri il blog!

Recupero al volo, non con consigli sulla gestione del dolore (per questo sono ancora absolute beginner) ma su come comporre un bagaglio perfetto pur avendo poco spazio. Ho fatto e disfatto così tante valigie negli ultimi due mesi che vi dedico un distillato per sopravvivere con classe al formato cabin baggage.

Qui si parla di viaggi di lavoro in cui si deve sembrare eleganti come Jacky Kennedy per una riunione di lavoro, agili come un maratoneta per spostarsi in metropolitana, frizzanti come BB per una cena, avere un pigiama se si condivide una stanza con una collega e viaggiare Easy Jet, per cui tutto deve stare nel bagaglio a mano, borsetta compresa.

COSA SI INDOSSA PER IL VIAGGIO

Si parte con le scarpe più comode (è la parte del viaggio quella più faticosa) e voluminose (se sprechiamo mezza valigia per le scarpe da tennis siamo già perdute) ma che dovranno essere adatte anche al nostro periodo di trasferta. Le scarpe sono da tennis solo se si va a Wimbledon, altrimenti scegliete un sandalo abbastanza comodo per viaggiare e macinare qualche kilometro tra una stazione e una show room ma sufficientemente grazioso per poter incontrare un cliente. Stivali solo se andate a fare la caccia grossa in Tanzania (il loro volume e i problemi in aeroporto li escludono dalla vita raminga).

Si indossa un reggiseno senza ferretto se si deve dormire in aereo.

Si indossa una sciarpa leggera, poco voluminosa, ma calda. La pashmina di cachemere bianca o nera (colori e fantasia solo per capi meno costosi) dovrebbe essere un must in ogni guardaroba: vi salverà la vita moltissime volte e non rimpiangerete la spesa.

Attenzione agli accessori in metallo per i controlli al metal detector che ormai suonano anche con il piercing: evitate le cinture oppure mettetele in tessuto (io ho un cordoncino bellissimo fatto per chiudere il Kimono che uso come cintura per i viaggi).

Evitate gli stivali, che per questioni di sicurezza vanno levati al controllo, oppure prevedete di indossare calzini presentabili: mi è capitato di vedere ragazze vestire come amazzoni in cuissard , mostrare con imbarazzo calzini di spugna macilenti e grigi lavatrice 90° che non era previsto facessero mai capolino in pubblico.

COSA SI METTE IN VALIGIA

Tutti i vestiti (quelli che indossate e quelli che mettete in valigia) dovranno avere colori che stanno bene insieme (la settimana scorsa a Wimbledon solo bianco con tocchi di rosa, per essere coerenti con le fragole con la panna del torneo londinese, oggi – scrivo dal metro di Parigi – nero, nero e nero ma con sciarpa e camicia bianche).

La sciarpa bianca per non ammalarsi in aereo diventerà la mia stola questa sera.

Un abito in jersey è l’ideale per la sera. Non occupa spazio, non si sciupa, basta un accessorio per renderlo prezioso. Per darvi una idea: avete in mente quegli abiti di maglina di Missoni? Con quelle lavorazioni geometriche in tricot? Se siete danarose compratene uno vero dalla ultima collezione, altrimenti cercatene uno vintage oppure cercatene uno simile. Io ne ho uno di Armani che ha visto più mondo del mio spazzolino da denti.

E la borsa? Quella che usate tutti i giorni (che ha dentro sostanzialmente la nostra vita) non entrerà mai nel trolley.

Per me l’ideale è un piccolo portadocumenti con bretella staccabile che con un po’ di creatività, può fungere da borsa a mano per la sera. È l’unico pezzo che batte l’abitino di Jersey in numero viaggi.

In valigia tengo piegata una borsa in tessuto (la mia è in nylon, ma quella di cotone della Feltrinelli va benissimo) che non occupa spazio ma consente di avere un contenitore per libri, sciarpa, ombrello una volta lasciata la valigia in albergo.

Il pigiama sarà una t-shirt di cotone (che in caso di emergenza può essere una t-shirt di ricambio) con un calzoncino di jersey.

La lingerie sarà la migliore del vostro cassetto. Come ci ha insegnato la mamma (in caso di malattia subitaneo/ricovero ospedaliero) o i troppi film romantici (in caso di colpo di fulmine con artista di strada).

Anche se è difficile quando si ha così poco spazio, cercare di non partire con la valigia che scoppia: lasciate sempre un piccolo spazio per infilare qualche acquisto che vi capiterà di fare anche se prevedete 48 ore senza un attimo per lo shopping: in questo viaggio parigino (aspettando a Malpensa una partenza super ritardata) ho comprato un bel quaderno giallo che non era previsto ma che ho sistemato tra il mio abitino di Jersey e le mie scarpe con il tacco.

Che ho portato ma non ho usato.

Come quasi sempre.

Nessuno è perfetto

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LE 9 COSE CHE UCCIDONO LA TUA CARRIERA

PC Ci sono persone volenterose, preparate, che lavorano tanto eppure non fanno carriera o addirittura perdono il lavoro. Perché? Se lo è chiesto Travis Bradberry, autore di Emotional Intelligence 2.0., che ha trovato almeno nove atteggiamenti che possono uccidere, a volte lentamente come l’arsenico delle vecchie ziette, la vostra carriera.

Conoscerli vi aiuterà a contrastarli prima che diventino un’abitudine consolidata.

  1. Accontentarsi della propria confort zone4d4011a1-adbb-4d04-a899-278a52c19f3c

Ricordatevi che in qualsiasi ambito lavorativo il cambiamento è ormai una costante! Cercate di essere pronti a cavalcare il cambiamento  o addirittura imparate a cercarlo proattivamente: mantenetevi aggiornati professionalmente, guardatevi in giro per eventuali altre proposte, aggiornate spesso il vostro curriculum vitae, fate networking, imparate qualcosa di nuovo.

  1. Aver paura del cambiamento

Ancora peggio dell’atteggiamento precedente, è l’aver paura del cambiamento e far qualsiasi cosa per evitarlo. Non essendo nativa digitale (ma va?) ricordo il terrore col quale molte persone hanno affrontato l’ingresso del computer nella loro vita lavorativa e non potrò mai dimenticare l’orrore con il quale un’amica mi annunciava che dal giorno dopo avrebbe dovuto usare il mouse. gatto-spaventato

Visto che il mondo e il lavoro cambiano con velocità  se non amate per carattere il cambiamento dovrete almeno  imparare a non opporgli resistenza.

  1. Fare (solo) politica

Ho rivisto recentemente un vecchio collega che mi ha fatto uno dei più bei complimenti della mia carriera. Mi ha detto che quando lavoravamo insieme in Young & Rubicam ero rispettata anche da chi non mi amava perché lavoravo tanto e con dedizione, mentre altri avevano fatto carriera legandosi al carro del vincitore.1-cat-obama-meet-1389760444537-copia

A distanza di tanti anni questo ex collega mi ha chiamato per realizzare insieme dei progetti perché sapeva di poter contare su competenza e entusiasmo, più che sulla capacità di fare politica (anche se qualche volta anche essere un po’ meno Cenerentola un po’ più Principe – di Macchiavelli – può aiutare).

  1. Perdere di vista la visione globale

Ecco un atteggiamento nel quale mi riconosco moltissimo e che definisco l’essere “pierini”: cioè il concentrarsi eccessivamente sullo svolgere nei minimi dettagli il proprio compito, con il rischio di perdere di vista la visione complessiva.

  1. Promettere troppo e fornire meno del previsto

In buona fede un gran lavoratore a volte tende a promettere più di quello che riuscirà effettivamente a realizzare. Ricordatevi che le percezioni contano più dei fatti: se avete promesso, senza che nessuno ve lo imponesse, di raggiungere una scadenza estremamente ravvicinata e arrivate anche solo un po’ in ritardo, rimarrete impressi come quelli che non mantengono le scadenze, non come quelli che hanno fatto un lavoro in tempi comunque molto rapidi. Imparate a non essere over-promising, siate realistici, e vi farete la fama di qualcuno di affidabile che conclude sempre i suoi progetti in tempo.

  1. Essere negativi 

Sottoscrivo pienamente le parole di Bradberry: se trasmettete negatività nel vostro reparto e vi lamentate costantemente del lavoro e dei colleghi rendete più pesante l’ambiente lavorativo e più complicato il lavoro del vostro capo, che dovrà gestire anche la vostra insoddisfazione. Se le persone preferiscono evitarvi che sentirsi ripetere l’ennesima lamentela, difficilmente la vostra carriera decollerà.

7. Avere scarso controllo delle proprie emozioniarrabbiato

Se vi si legge in faccia che un collega o un capo vi irrita, se per un niente scoppiate a piangere o avete un attacco di rabbia, se chiunque riesce a capire se siete insofferenti o annoiati solo guardandovi in faccia, se avete l’abitudine di rispondere male ai colleghi, se vi siete fatti la fama di essere persone difficili da gestire, è probabile che la vostra insoddisfazione aumenterà perché non avrete la promozione che sperate.

  1. Adulare il capo

L’adulazione non ha niente a che fare con un rapporto basato sul rispetto e la stima.  Una relazione di lavoro tra capo e sottoposto può funzionare a lungo solo se basata sull’autenticità e sul merito.

  1. Concentrarsi solo su come evitare il grande errore

Molti pensano, sbagliando, che la loro carriera possa essere rovinata solo da un grande “errore” (conosco donne che hanno aspettato anni ad avere un figlio perché temevano che la loro carriera si sarebbe bloccata perché “non era il momento giusto”) mentre le ricerche dimostrano che è più facile che una carriera non progredisca a causa del sommarsi di tanti, piccoli, atteggiamenti sbagliati come quelli che abbiamo appena visto, piuttosto che a causa di un singolo, macroevento.

Trovate l’articolo originale apparso su Huffpost a questo link.

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I consigli di un esperto di placement. Intervista a Maurizio Mesenzani.

PC Mi capita spesso che qualche studente mi chieda un parere personale su come orientarsi dopo la laurea, sapendo che il mio impegno in università è collaterale rispetto al mio lavoro principale come consulente di aziende e agenzie, è che questo mi porta quindi a conoscere dall’interno quegli stessi ambienti dove vorrebbero intraprendere una carriera.

Un mix analogo rende particolarmente interessanti i consigli che ci dà Maurizio Mesenzani, che oggi intervistiamo in veste di collaboratore esterno dell’ufficio placement dell’Università Bicocca, dov’è anche docente di master del dipartimento DISCO (informatica e comunicazione) e dove ha insegnato per tanti anni come docente a contratto nel dipartimento di Sociologia (Laurea Magistrale in Sociologia del Lavoro e dell’Organizzazione). Maurizio infatti conosce molto bene il mondo dell’impresa, perché da anni offre soluzioni manageriali e di CRM a grandi aziende come Fiat FGA Group, Vodafone, H3G, RCS.

Maurizio attualmente offre la sua competenza all’Università Bicocca come collaboratore su alcune iniziative specifiche, quali la preparazione degli studenti ed ex studenti al career day e altri seminari di placement. Gli chiediamo quindi di condividere con i nostri lettori alcuni preziosi consigli.

Trampolinodilancio: Come devono scegliere i giovani laureati a quali aziende indirizzarsi?

Maurizio Mesenzani: bisogna partire dalle proprie passioni. La scelta del tipo di azienda, settore, dimensione, collocazione geografica, stile, ecc ecc deve basarsi sulle proprie passioni, sul tipo di emozione e coinvolgimento che si prova ad immaginarsi dentro quel contesto. Bisogna conoscere tante realtà, leggere, documentarsi, guardare, domandare. La curiosità e la voglia di mettersi in gioco e di “sperimentare” sono lo strumento migliore per scegliere le aziende.

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell'Università Bicocca

Maurizio Mesenzani, Founder e Sales Director Chorally, consulente placement dell’Università Bicocca

Dove cercare le opportunità di lavoro? Che ruolo hanno i social media?

A parte le agenzie per il lavoro, gli strumenti pubblici di supporto al collocamento e gli uffici placement delle università, il social network più adatto alla ricerca di lavoro è Linkedin. Ciò è vero per molte professioni. Altro canale di contatto sono gli “eventi” (generalisti o di settore) che permettono di approfondire tematiche specifiche e di creare relazioni.

Ha quale consiglio utile da dare a chi deve affrontare un colloquio?

Passione e motivazione. Un colloquio non è un ostacolo da aggirare, è un momento fondamentale per farsi scegliere e per scegliere. La scelta è reciproca! Chi affronta un colloquio deve avere le idee chiare su di sé e su chi ha di fronte; i colloqui si preparano studiando, leggendo i giornali, leggendo il web. Bisogna sapere tutto dell’azienda da cui si va a colloquio. Non si mente, non si improvvisa e non bisogna fare “i fenomeni”: al colloquio bisogna essere se stessi, con i pregi e i difetti che si hanno. La domanda da farsi non è sul tipo di “posto” che l’azienda offrirà, ma piuttosto sul “valore” che si genererà da questa relazione professionale: che valore porto io all’azienda oggi e domani? che valore dà a me l’azienda oggi e domani?

Cv e lettera motivazionale: ha qualche aneddoto o accortezza da segnalare?

Si trova in rete ogni forma di consiglio, difficile dire qualcosa di originale. Come accortezza, eviterei frasi fatte, quelle banalità stereotipate che non hanno alcun senso e che non sono facilmente riconducibili alla vita reale, tipo: “persona solare, orientata a lavorare in gruppo…”, “persona affidabile concreta orientata al risultato”…frasi con questi toni, senza esempi concreti, fanno solo rumore e spesso danno fastidio a chi legge

Quanto è importante la rete di contatti?

Il network è fondamentale: i compagni di corso sono un gruppo professionale importantissimo nel percorso di crescita, così come i docenti, i colleghi negli uffici dei primi stage, i membri della stessa community professionale. Ecco perché è fondamentale leggere e andare a eventi, convegni, conferenze… Il network serve per aggiornarsi, per attivare relazioni, per identificare opportunità, per acquisire linguaggi specifici. 

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Come gestire gli imprevisti durante una riunione

PC Qualsiasi manager potrebbe raccontarvi decine di aneddoti su tutti gli imprevisti che possono succedere prima o durante una riunione: viene da chiedersi perché continuiamo a chiamarli imprevisti. E in effetti la vostra salute mentale e il successo della riunione dipenderà in gran parte dal fatto di prevedere gli imprevisti. Vediamo qualche suggerimento per diminuire il rischio (azzerarlo è impossibile) che qualcosa vada storto, in particolare quando la riunione è importante e coinvolge molte persone.

  1. Cercate di arrivare sempre con grande anticipo rispetto all’orario di inizio della riunione.96242

Se viaggiate in auto dovrete prevedere un incidente in tangenziale, se prendete il treno dovrete essere sicuri di riuscire a gestire eventuali scioperi o ritardi, se scegliete l’aereo dovrete essere in grado di arrivare puntuali malgrado eventuali cancellazioni del volo (in sostanza meglio partire la sera prima). Avendo scelto di vivere fuori Milano se ho una riunione importante in città al mattino, dormo sempre dai miei genitori “milanesi” e parto comunque con grandissimo anticipo, in modo da poter abbandonare l’auto con il motore fuso e prendere un taxi, se necessario (in realtà non mi è mai successo, per fortuna, fino ad ora…)

  1. Controllate di avere quello che vi servirà in riunione

Stilate la sera prima la lista di quello che dovrete avere in riunione, se possibile preparate già tutto in anticipo sulla scrivania e poi assicuratevi di portarlo con voi. Ho da poco rivisto un mio account che si ricordava di quando all’altezza di Lodi abbiamo realizzato che aveva lasciato in ufficio la borsa da layout con gli storyboard della nuova campagna Barilla che stavamo andando a presentare a Parma (siamo rimasti in buoni rapporti e lui appena ha potuto ha abbandonato i panni dell’account distratto per vestire quelli del creativo di successo). In questi casi non è importante stabilire di chi sia la responsabilità: meglio partire dal presupposto che tocchi a voi anche controllare che gli altri abbiano fatto la loro parte!

Per una risoluzione dell’imprevisto del punto 2 è quindi utile aver programmato il punto 1, in modo da avere il tempo di tornare indietro a prendere i layout, oppure avere messo in atto il punto 3 (vedi qui di seguito)

  1. Fate un back up di tutto

Mettete quello che dovete portare su molteplici e differenti supporti, che terrete in posti diversi: inutile avere la stessa presentazione in copia cartacea, su due chiavette usb e sul portatile, se poi mettete tutto nella borsa del portatile e la dimenticate all’autogrill (no, questo per fortuna non mi è successo!)

  1. Verificate di sapere utilizzare l’attrezzatura tecnica.

Se possibile fate un sopralluogo nella sala dove si terrà la riunione e provate ad usare pc, proiettore, accensione e spegnimento delle luci, telefono. Aprite le presentazioni e assicuratevi che funzionino, se dovete mostra un video provate sempre se parte (non date per scontato che il pc che userete abbia caricato il programma con cui l’avete salvato) e soprattutto se si sente l’audio. Se usate il vostro portatile assicuratevi di avere il cavo corretto per collegarvi al proiettore o alla televisione disponibile in sala. Questo soprattutto se usate un Mac!

Chiedete che sia con voi un tecnico che vi aiuti a familiarizzare con tutte le attrezzature.

Sappiate che questo non vi metterà comunque al riparo dall’imprevisto: recentemente sono arrivata un’ora e un quarto in anticipo su una riunione e ho verificato con il tecnico che funzionasse tutto, ma quando i partecipanti erano già arrivati tutti mi hanno comunicato che andava cambiata una chart, per cancellare un dato che solo in quel momento si era deciso di non condividere: peccato che il proiettore fosse già acceso e che quindi per fare la modifica avrei dovuto proiettare la chart incriminata su un’enorme schermo. Ça va sans dire che non avevo chiesto come spegnere e accendere il proiettore, pensando che fosse un’operazione che non avrei dovuto svolgere. Ovviamente avevo magnanimamente detto al tecnico di andarsene, visto che aveva promesso di essere facilmente raggiungibile al telefono. Ma naturalmente al telefono non ha risposto per alcuni minuti che mi sono sembrati i più lunghi della mia vita: con il senno di poi avrei dovuto avere con me anche il portatile, sul quale fare la modifica, ricaricare la presentazione su chiavetta e rimettere sul pc della sala. Tutto è finito bene, il tecnico è arrivato in tempo e nessuno si è accorto di nulla. Ma a quel punto gli ho chiesto di restare finché la riunione non è iniziata!

  1. Prevedete piccoli inconvenienti di percorso

Non mangiate gli spaghetti prima di una riunione importante: la macchia di sugo è praticamente assicurata e l’attenzione sarà su quella invece che su quanto che dite. Portate lo smalto per ritoccare l’unghia rovinata. Prevedete un paio di collant di riserva (ma non dimenticali in auto come ho fatto io prima della stessa riunione di cui ho parlato prima). E se come è successo a me nel collant nuovo di zecca parte una smagliatura ricordatevi che potete usare lo smalto previsto per l’imprevisto unghia rovinata per bloccarla.

  1. Siate pronti a fare il jolly

In generale siate pronti a svolgere tutti i compiti previsti in riunione. Nel solito meeting di cui parlavo, finita la parte preliminare di cui ero responsabile (mi ero ricordata il giusto ordine delle introduzioni, il video aveva funzionato con un audio né assordante né troppo basso, la presentazione – segretamente corretta -era già aperta alla prima pagina), proprio quando pensavo di rilassarmi, visto che lo speech lo faceva il mio capo, ho scoperto da un suo sguardo che avrei dovuto cambiare io con il telecomando le chart. Per fortuna, avendo preparato la presentazione insieme, sapevo quand’era il momento di passare alla chart successiva e avevo provato prima il funzionamento del telecomando remoto!

The Jolly Joker. Playing card on a white background

The Jolly Joker. Playing card on a white background

  1. Abbiate anche l’umore di un jolly

Mentre sperate che la smagliatura della calza resti bloccata dallo smalto in zone nascoste, scansate per un pelo la tazzina di caffè che stanno versandovi sulla camicia bianca,  modificate la presentazione all’ultimo minuto, scoprite che i meravigliosi layout stampati la sera prima sono rimasti in agenzia, sostituite il responsabile media che all’ultimo ha perso l’aereo spiegando voi dati di cui avete solo un’infarinatura e l’impianto tecnico fa, come sempre, le bizze, ricordatevi che quello che rimarrà impresso a tutti sarà non tanto l’imprevisto ma la vostra capacità di gestirlo con un sorriso, una battuta, una buona improvvisazione e soprattutto senza panico.

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Il fattore umano

PB La mia amica Lidia, intelligente, lucida, belloccia, rompiscatole, ex spietata  – è il nostro life-coach. Nostra, intendo, delle amiche, dei colleghi, dei colleghi delle amiche…

La settimana scorsa, mentre imbarcavo su un volo per Napoli, mi ha fatto compagnia al telefono, fino a che l’aereo ha sostanzialmente rollato. Appena un attimo prima di essere sgridata dalla hostess.

Un paio degli argomenti della nostra telefonata, avevano un minimo comun denominatore che credo sia interessante per i nostri lettori: quanto il fattore umano possa fare la differenza anche nella professione e non solo nella vita personale.

Argomento uno: L’autista della navetta per l’aeroporto (lo stesso che una volta mi ha salvato una boccia di profumo che avevo dimenticato in borsa e che se lui non mi avesse riposto nell’auto dopo avermi lasciato al terminal, non avrei potuto imbarcare), mi ha detto di sedermi davanti, perché si ricordava che io soffro l’automobile.

Questo signore nella sua vita è stato autista di camion. Quindi sul fatto che sappia guidare bene non si discute. Ma lui ha fatto la differenza ricordandosi specificamente di un suo passeggero. Che non si è sentito per niente qualsiasi, come quando vai al tuo bar e il tuo barista ti prepara il caffè (macchiato? lungo? corto? deca? d’orzo? in tazza grande? con latte freddo a parte?) prima ancora che tu apra bocca.  Mio driver preferito per sempre. Parcheggio confermato e intangibile, anche se quando piove si sprofonda nel fango. Ma che fa un poco di fango a Jane quando il suo Tarzan guida?

Argomento due: Lidia durante il fine settimana ha fatto una lezione di prova presso un nuovo centro Yoga di Milano. Ci è andata perché il nostro amico Oscar si è occupato in parte dell’arredamento.

Ma è stata conquistata dalla verve della signora americana che ha aperto il centro. Volitiva, appassionata, non travestita da santone indiano, ha capito le sciure milanesi creando uno spazio bello e da dove si esce più belle (si, ha capito le sciure milanesi).

Lidia ci va alle 7 del mattino, prima di andare in ufficio. Il centro è aperto per cittadine di pianura, pragmatiche, un poco calviniste, esigenti, discrete, di una certa sobrietà ma bisognose di fuoco e passione. La lezione è “Hot” perché si svolge a 37 gradi. Ma il nome promette in ogni modo qualcosa in più divertente che due guanciotte rosse.

Concordo con il mio life-coach: a parità di preparazione tecnica (e qui non si discute: bisogna imparare l’arte) la capacità di intuire le esigenze di chi ci sta intorno, l’empatia che si crea nello scambio di competenze, sono il fattore umano che rende speciale ciò che sarebbe solo sufficiente.

Crescere come uomini, oltre che come tecnici, vi renderà candidati migliori nella ricerca di una buona posizione e di una brillante carriera. Oltre che avvicinarvi, per quanto possibile, alla felicità.

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