Archivio mensile:ottobre 2013

Come fare carriera sulle ali della propria reputazione

PB Nel lavoro il modo di lasciarsi è spesso la premessa di come riprendersi.

Date per assodate le capacità tecniche (non c’è bisogno di leggere un blog di cucina per capire che, se si ha l’ambizione di fare lo chef, bisogna imparare a cucinare) il nostro comportamento durante i momenti salienti del lavoro in azienda (la prima settimana, le riunioni di lancio, le presentazioni e – sì, proprio così – gli ultimi giorni prima di cambiare lavoro) sono davvero indelebili nella memoria di chi poi, per tutta la vita, girerà mondo e aziende con una certa opinione di noi. E quella opinione divulgherà in modo più o meno consapevole, contribuendo alla nostra “reputazione”.

Ecco qualche esempio (vero) di buoni – relativamente alla reputazione professionale – e cattivi comportamenti.

1)      darsi malati. C’è una categoria di persone che per evitare una situazione di difficoltà (come i ragazzi che bigiano l’interrogazione) o per sottolineare la propria insoddisfazione (come quelli che non si presentano a una festa perché non condividono la lista degli invitati), quando c’è  un momento importante (riunione, presentazione, inaugurazione, cena di Natale, corso di formazione, viaggio all’estero…) si danno malati. Lasciando dietro di sé il triplice amaro sapore della menzogna (normalmente tutti sanno che la malattia è una scusa), della permalosità (non è venuta perché aveva il posto standing in sfilata anziché la poltrona in prima fila), della inaffidabilità (non ci si può contare, all’ultimo può dare forfait).

Un mio ex collega è stato a casa tre mesi in malattia per contrasti con l’azienda. L’azienda normalmente non si accorge di niente (è una entità astratta priva di sentimenti) , ma i colleghi lo hanno stramaledetto ogniqualvolta hanno dovuto fare il suo lavoro o si sono trovati nei pasticci perché nessuno aveva fatto, appunto, il suo lavoro. La sua reputazione è per me di totale inaffidabilità, indipendentemente dal fatto che le sue rivendicazioni fossero giuste.

Si sta a casa malati solo se si è veramente malati. E il giorno in cui si conta su di voi, ci si trascina anche sui gomiti.

Ricordo di una mia tragica presentazione: nuova collezione e nuova campagna pubblicitaria.  Forza vendite da tutto il mondo. E abominevole dissenteria. Ricordo di avere ingurgitato una scatola di Dissenten, di avere coperto il tragitto in automobile da casa all’ufficio con una salvietta da mare appoggiata sul sedile (ad evitare drammatiche complicazioni sull’auto aziendale), di avere mappato tutti i bar con bagno da via Lorenteggio a via  Borgonuovo. Chiaro che finito il mio speach mi sono precipitata a letto, con boule dell’acqua calda e piumotto. Al rinfresco nessuno ha notato la mia assenza, ma la presentazione è andata e io ho guadagnato gratitudine eterna dal mio capo.

2)      parlare la prima settimana . La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.

3)      Tacere l’ultima settimana. Bisogna comportarsi come quando si chiude casa al mare: come se dovessimo ritornare la prossima estate.

Tutto, per quanto possibile, deve essere in ordine, chiuso e il passaggio di consegne deve essere generoso.

Alla fine di un rapporto di lavoro siamo i più esperti della nostra materia. Una parola in più, una certa generosità nel passaggio delle informazioni, sarà molto apprezzata da chi ci sostituirà e da chi è stato il nostro capo fino ad ieri.

Io sto per essere “lasciata” da un collaboratore che stimo molto. Detto collaboratore sta gestendo le sue ultime settimane cercando di fare il meglio perché il team non sia in difficoltà per la sua dipartita, perché questa collezione sia trattata con le cure che si dedicano a un neonato, non con la superficialità di un oggetto di transizione. Questo atteggiamento generoso e responsabile perpetuerà l’affettuoso rimpianto di lui. E aumenterà la sua buona reputazione.

Ho conosciuto colleghi che hanno chiuso con l’azienda lasciando gli ultimi lavori sbrindellati, listini senza coerenza, contratti ammaccati, ore di chiacchiere alla macchinetta del caffè ricordando aneddoti più o meno divertenti delle loro gesta passate. E lasciandosi alle spalle una pessima reputazione.

L’ultima settimana si parla molto. Ma non di noi, del lavoro che lasciamo, a memoria del nostro operato e della nostra professionalità.

Ripercorrendo la mia carriera, mi rendo conto di avere beneficiato spesso della mia buona reputazione: almeno tre delle aziende per le quali ho lavorato mi hanno cercata perché qualche mio ex capo o ex collega ha parlato positivamente di me. Un ex dirigente degli orologi mi ha assunta per i reggiseni, una ex collega della moda mi ha raccomandata per Armani, un ex capo di Armani mi ha consigliata per il tennis. E altrettanto ho sempre fatto io con chi ha lavorato bene con me, con chi ha sorriso la prima settimana, ha parlato l’ultimo mese e si è ammalato solo quando girava una micidiale influenza.

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Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

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Come usare trovare lavoro grazie al web e in particolare a Twitter

PC Domani 22 ottobre farà tappa all’Università IULM il Monster University Tour, un ciclo di incontri rivolti agli studenti degli atenei italiani per imparare a sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla Rete nella ricerca di un’occupazione. L’appuntamento, organizzato dal sito specializzato negli annunci di lavoro e promosso dall’Ufficio Stage & Placement, è aperto a studenti, laureandi e laureati di tutte le Facoltà.

Twitter bio di Hillary Clinton

Twitter bio di Hillary Clinton

Gli esperti di Monster perleranno della ricerca di lavoro su Internet e dell’utilizzo dei siti di recruiting,  ma anche dalla valorizzazione del proprio profilo sui social network e del miglioramento della propria reputazione online.

A questo proposito il Corriere della Sera di sabato ha sottolineato che quasi nessuno sa scrivere correttamente la propria biografia su Twitter, uno dei social network che cominciano (anche da noi) ad essere usati per la ricerca del personale. Il profilo è ovviamente il primo strumento per dire agli altri (e in particolare a chi ci potrebbe selezionare per un colloquio) quello che vogliamo sappiano di noi. Il Corriere stila un vero e proprio decalogo con le indicazioni per rendere i 160 caratteri consentiti davvero efficaci. Ecco le più interessanti per chi cerca di trovare lavoro o di migliorare la propria posizione nel mondo della comunicazione o del marketing:

  • individuare il pubblico: un must comunque e sempre nella comunicazione
  • no inglese a tutti i costi. Scrivere una biografia in inglese, se non lo si usa per twittare, è “puro (e del tutto inutile) snobismo”. Ho controllato: la mia è in inglese, ho sbagliato tutto? dovrò scrivere un tweet in inglese ogni tanto per darmi un tono?
  • evitare le provocazioni, tipo “seguitemi solo se ci riuscite” o “riservato ai più intelligenti”
  • aggiungete guy o girl (ma non si doveva evitare l’inglese?) alla propria qualifica professionale, per risultare meno pomposi. Da evitare però sopra i 50 anni (ho qualche mese di tempo per descrivermi come communication girl…)
  • stilate una serie di parole e aggettivi che vi contradistinguono e abbinateli in modo creativo, consiglio tratto da un divertente articolo sul New York Times, nel quale vengono elencate le twitter bio più di successo, tra cui l’ormai celebre biografia di Hillary Clinton, che con grande autoironia si è definita, tra l’altro, come hair icon, “icona della messa in piega”.

Infine un consiglio del Corriere che non condivido. Il decalogo invita infatti a inserire il link al proprio sito aziendale (se si lavora) o a quello dell’università (se si studia ancora). Personalmente trovo più utile inserire quello al proprio profilo Linkedin o al proprio blog. Infatti se si cerca di cambiare lavoro è possibile che l’azienda dove si è impiegati non esprima esattamente le proprie ambizioni e possibilità.

Per iscriversi all’incontro, in programma dalle 9.30 alle ore 13 nell’Aula 143 (IULM 1, quarto piano), è sufficiente inviare una mail a selezione.stage@iulm.it con nome, cognome e corso di laurea e specificando nell’oggetto “Monster University Tour 2013”.

Trovate il divertente articolo di Marta Serafini apparso sul Corriere della Sera anche sul blog la 27°ora, ma non purtroppo il decalogo.

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PROFESSIONE COPY WRITER. CE NE PARLA MARCO CALAPRICE, SOCIO FONDATORE DI SUNNY MILANO

PC Incontro Marco Calaprice nell’incredibile villa viscontea  che ospita Sunny Milano, l’agenzia che ha aperto insieme ad Antonio Cirenza, con il quale ha creato molte campagne di successo ed è stato direttore creativo di Armando Testa.copy writer

Nel silenziosissimo cortile acciottolato della villa, Milano sembra davvero, come promette il nome dell’agenzia, un soleggiato posto dove lavorare piacevolmente tra un filare di kiwi e un loggiato quattrocentesco.

Sarà il contesto, o saranno gli anni passati da quando lavoravamo insieme su Mulino Bianco in Young & Rubicam (diciassette!) ma Marco, già bravo ad affrontare con flemmatica sopportazione i ritmi folli delle multinazionali, ora mi sembra aver davvero trovato la sua dimensione. Approfitto quindi per chiedergli dei saggi consigli da dare ai giovani talenti che vogliono capire se hanno le caratteristiche per fare il copy writer, mestiere che ha avuto modo di svolgere in molte agenzie, come Lintas, Tbwa, Young & Rubicam e Armando Testa.

Trampolinodilancio: quali caratteristiche deve avere un copy writer? Deve possedere un particolare talento o una specifica attitudine?

Marco Calaprice: Il lavoro di un copywriter si può riassume in due parole: pensiero e scrittura.

La fase del pensiero è strettamente legata alle attitudini e alla forma mentis del singolo.

Un copywriter deve essere, per indole, una persona propensa a stimolare atteggiamenti costruttivi, scambi comunicativi, avere un carattere incline a trovare soluzioni. Senza queste qualità è inutile affrontare questa professione.

Diverso è il discorso sulla scrittura. Al contrario del giornalista e dello scrittore, il copywriter non ha un pubblico, ne ha infiniti.

Può capitare di scrivere titoli indirizzati a giovani manager che cercano una nuova auto e depliant per nonne interessate a diete iposodiche, annunci per rockettari appassionati di strumenti musicali e bodycopy per bambini che amano collezionare le figurine degli animali.

Bisogna lavorare molto su stile e tono e affinare la propria ecletticità.

Cè una particolare formazione che viene considerata indispensabile in fase di selezione di un giovane copy writer?

E’ difficile rispondere a questa domanda perché ogni direttore creativo ha criteri di valutazione personale; c’è chi preferisce un laureato in lettere e chi uno studente che ha frequentato un corso specialistico.

Senza contare che le agenzie hanno esigenze molto differenti una dall’altra. Un conto è cercare un giovane copywriter che lavori su un cliente internazionale che si occupa di abbigliamento, un altro è trovarne uno che scriva i bugiardini dei medicinali. Comunque sia, è importante conoscere lingue straniere e avere un minimo di conoscenza delle tecniche di scrittura.

Quale aggiornamento culturale consigli a chi inizia questo mestiere?

Il digitale sta cambiando la scrittura e la fruizione di essa. Sarebbe un errore snobbare e non studiare i linguaggi che si utilizzano nei blog e nei social media.

C’è qualche suggerimento che vorresti dare a chi vuole intraprendere questa professione?

Fate tanta pratica. Entrare nel mondo del lavoro è difficilissimo quindi ogni occasione, ogni colloquio è una chance da affrontare preparati.

Inventate annunci, riformulate titoli di campagne uscite, scrivete soggetti radio per prodotti inventati o esistenti. Dimostrate ciò che sapete fare e, soprattutto, che davvero lo volete fare.

Cosa apprezzi di più in un colloquio a un futuro copy writer?

Originalità, amore per la scrittura, modestia, entusiasmo, e non necessariamente in quest’ordine.

Ringrazio Marco e prometto di tornare a primavera per una riunione all’aperto (ma magari anche prima, per la raccolta dei kiwi).

 

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UNA NUOVA RUBRICA SU TRAMPOLINODILANCIO

Nasce una rubrica dedicata alle singole professioni  che si possono svolgere nel mondo del marketing e della comunicazione. Una guida per chi vuole capire quale ruolo si addice meglio alle sue attitudini e capacità. Un modo per aiutare i giovani talenti a indirizzarsi su una delle tante professioni all’interno del settore.dax_megafono

Per avere delle indicazioni aggiornate e quindi davvero utili nell’attuale contesto abbiamo preferito non affidarci a testi esistenti, ma intervistare personaggi che svolgono quel ruolo con successo e che si sono trovati a selezionare giovani per quella posizione.

Inauguriamo domani la rubrica iniziando con la professione di copy writer di cui ci parlerà Marco Calaprice, che ha lavorato come tale per più di 20 anni in alcune tra le principali agenzie di pubblicità e ha avuto modo di formare futuri talenti in veste di direttore creativo di Armando Testa.

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