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Trampolinodilancio oggi compie tre anni: un Diario, un Manuale, una Psicoterapia per sopravvivere felici negli anni più difficili del lavoro giovanile.

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PB  Gli anniversari, si sa, sono una occasione per tirare le fila. Le date simboliche una scusa per fare un bilancio, una scadenza che ci impone di fermare un momento la macchina e leggere i dati sul cruscotto. Sono un punto convenzionale nel flusso del tempo che permette di dare forma alla realtà e immaginarne la sua evoluzione.

Nel lavoro le scadenze paiono spesso una terribile seccatura, ma sono una opportunità per raggiungere gli obiettivi parziali in vista di una grande riuscita, per segnare le tappe intermedie e concludere piccoli passi in vista di più ambiziosi risultati che sarebbero irraggiungibili in una unica falcata.

Io e Paola, amiche da sempre, ci siamo trovate in questa avventura grazie alle nostre diversità e alle nostre affinità.

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Nono compleanno di Paola

Paola è una programmatrice, una che pianifica il micro tempo, una che calcola il ROI (ritorno sull’investimento) inconsapevolmente anche quando deve decidere in quale sera andare a Teatro, una iperattiva.

Paola si muove portando con sé tutto il necessario, caso mai una guerra nucleare la bloccasse in tangenziale: acqua (se c’è la coda e le viene sete?), le barrette di cereali (se le viene un attacco di fame?), le scarpe di ricambio senza tacco per guidare, un trolley di documenti che pare la scrivania della campagna di Russia di Napoleone. Sarebbe il perfetto testimonial per la Samsonite.

Io normalmente esco di casa al mattino pensando evangelicamente che la provvidenza mi aiuterà. Io non pianifico il quotidiano, sogno l’eterno. Senza contanti, senza benzina, con i sandali se nevica (non avevo guardato dalla finestra, ma stavano benissimo con la gonna di lana), con i tacchi se devo fare store check (era oggi che facevamo store check?) , dimenticando il caricabatteria e l’indirizzo dell’Hotel di Parigi.

Paola pensa di potere fare tutto se qualcuno ha scritto un manuale: se qualcuno può insegnare, lei può imparare. E normalmente impara.

Io quasi partorisco in ascensore perché Paola mi ha prestato un manuale allucinante su come scodellare un figlio (roba anni ‘70 da figli dei fiori, avrei dovuto capirlo dalle foto) di cui sicuramente mi è sfuggito qualche capitolo fondamentale e sono arrivata in ospedale all’ultimo minuto. Ho bisogno di un valletto, di una badante.

Paola sceglie. Io mi faccio scegliere.

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In Jugoslavia (c’era ancora)

In vacanza da ragazze, in una spiaggia di nudisti eravamo entrambe in imbarazzo: io perché non avevo il reggiseno, lei perché aveva gli slip.

Entrambe abbiamo una patologica incapacità di ricordare visi e nomi (l’incontro con gli ex compagni del liceo è normalmente una tragedia delle pubbliche relazioni, à la limite de l’impolitesse ) e una vivace memoria delle sensazioni, una capacità di sentire e ricordare l’odore della felicità e quello del disagio (Mantova: bellissimo! Carnevale all’oratorio: oddio! Matematica alle medie: che paura! Sauna: che noia!  Sciare: che favola! Il Teatro: batticuore!).

Paola legge molto, ma normalmente trova molto noiosi i libri che io ho adorato (Oblomov –titolo- da ragazzine, Moehringer – autore – oggi)

Paola è multitasking e digitale, io amo la carta e faccio una cosa per volta.

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Tornando dalla Grecia l’aria salina ci regala un indimenticabile look

La vita di Paola è una cucina fushion, la mia procede per microecosistemi.

Paola gioca a tennis tra gli ingegneri internazionali dell’Euratom, io adoro che in Val di Fassa si parli Ladino.

Entrambe abbiamo un unico figlio maschio. Tutti e due questi adorati pargoli vivono in un cloud che hanno inventato molto prima che lo pensasse la Apple. Come ha fatto anche Luca (onirico figlio di Paola) a prendere da me? È uno spunto per lo studio della transazione misteriosa del genoma per via affettiva.

Per Trampolino, Paola ha deciso di farlo e mi ha inseguita. Paola programma di produrre almeno un post a settimana e quando io latito da troppo tempo, batte un colpo.

Io normalmente mi dimentico di pagare la mia quota su Word Press di cui lei salda regolarmente, e in tempo, anche la mia parte.

Paola ha fatto quasi tutte le interviste del blog (inseguendo manager impegnatissimi, facendo editing, sbobinando registrazioni), io non sono neanche riuscita a intervistare un mio PM (Bonfi, se sei tra i miei lettori, sto parlando di te).

Paola ha tra i suoi studenti o collaboratori alcuni tra i nostri più divertenti contributori (Landi, Selmi, sto parlando di voi), ma io ho tra gli ex colleghi la più attiva commentatrice (la caustica e intelligente Giulia, donna di produzione con talento per la parola) e le mie amiche (Lidia, Simona, Susi) sono state un allegro pretesto per disegnare archetipiche figure di eroi del terzo millennio.

Entrambe abbiamo a piene mano usato i consigli dei nostri mentori (Marco Lombardi, Stefano del Frate, la Ghisla, Bosisio, Crespi, Fantò,  Domenico Dolce, Giorgio Armani…)

Da quando siamo partite il blog ha avuto 150.000 visualizzazioni, abbiamo scritto 266 post, abbiamo (mmm, ha fatto…) fatto 20 interviste , abbiamo un pubblico internazionale (Italia, Stati Uniti, UK, Germania, Svizzera, Francia…), ci seguono oltre 150 blogger.

Abbiamo forse, in anni che rimarranno negli annali come i più difficili dal dopoguerra per l’occupazione giovanile, contribuito a dare consigli, sorrisi, fiducia a ragazzi che amano il marketing e la comunicazione. A tenere il diario di tre anni di resistenza.

A me e a Paola rimane la sorpresa di avere creato uno strumento che, nato in un momento difficile, è diventato un blog di successo. Almeno un successo per noi che abbiamo la scusa per telefonarci ogni mattina.

A Trampolino gli auguri per il suo terzo compleanno.

A tutti i lettori il nostro affetto e i nostri consigli per riuscire nella vita professionale, forti di felici contaminazioni tra amicizia, cultura, lavoro, amore, differenze, ricicli, novità, empatia e felicità:  la ricetta non esiste, ma cercare la ricetta spesso porta al successo.

 

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La parola allo stagista: come ho corteggiato la Bayer

PC Sono finalmente riuscita a far scrivere a Giovanna il racconto di come ha ottenuto lo stage in Bayer, che spiega meglio di tante teorie cosa vuol dire corteggiare un’azienda. “Per i lettori di Trampolinodilancio che ancora non mi conoscono, io sono una “vecchia” tesista della Dottoressa Paola Chiesa. Mi sono laureata in IULM in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa e da Febbraio 2014 sto frequentando un Master in Marketing e Comunicazione presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il Master prevedeva un periodo di stage che sarebbe dovuto partire da gennaio 2015, perciò qualche mese fa, anche per me si stava  avvicinando il fatidico momento dei colloqui di selezione…corteggiamento

Mamma Bocconi inserisce i nostri curricula all’interno di un database, il cosiddetto “CV Profile”, che poi viene mandato alle numerose aziende partner. Se le aziende trovano il tuo profilo interessante, allora ti contattano per un colloquio.

Io non sono mai stata una figlia troppo ubbidiente, ho sempre fatto un po’ di testa mia, perciò mi sono detta: “OK, mamma Bocconi mi aiuta, ma io lo stage me lo cerco da sola”.

Dopotutto ho scritto una tesi di 220 pagine sul Personal Branding e scrivo per un blog che dà consigli ai giovani talenti su come costruire una carriera nel marketing e nella comunicazione, vuoi che non ci riesca?

Pomeriggio di novembre, piove, siamo io e il mio Mac, devo mandare il cv alle aziende che per me sono TOP, non credo riuscirei mai a lavorare per qualcosa che non mi piace o che non sento mio. Mattel è la prima della lista, prima o poi la mia passione per le Barbie si trasformerà in un lavoro, me lo sento. Moschino è la seconda, da quando Jeremy Scott è subentrato alla Jardini come direttore creativo, mi sono innamorata (forse perché ha fatto una collezione ispirata alla Barbie?). La terza è….la terza è…mi guardo intorno, cerco qualcosa che uso spesso, sorrido, è il mio sacchetto delle medicine, la mia farmacia portatile che ho sempre in borsa, accanto ci sono le Supradyn della Bayer, sorrido ancora e penso a tutte le volte che i miei amici mi prendono in giro sul fatto che prima o poi mi daranno una Laurea Honoris Causa in Farmacia o che comunque lavorerò  per un’azienda farmaceutica perché ho sempre con me la soluzione per ogni malattia immaginaria che ho, soprattutto nei periodi degli esami.

Dopo un primo colloquio telefonico, giovedì 27 novembre è il giorno di quello face to face nella sede di Milano della Bayer.

È stato un colloquio individuale durante il quale mi sono confrontata con l’HR manager, con il Business & Marketing Communications manager e con la referente del progetto del quale mi sarei dovuta occupare (la mia tutor).
È andato tutto bene se non fosse che a un certo punto il ragazzo delle HR con riferimento al test psicoattitudinale che avevo precedentemente fatto dal Pc, mi dice: “È la prima volta che una persona, per giunta di 24 anni, che quindi è in cerca di uno stage e che quindi non dovrebbe comandare un bel niente, ottiene 9 su 10 di leadership e 8 in un item relativo al fatto di non riconoscere l’autorità del capo e non seguire le regole. Lo sai che qui dovrai lavorare in team e tu invece tendi a voler imporre la tua idea agli altri e che quella di fronte a te è il tuo tutor? Come la mettiamo?”
Ovviamente ho cercato di far capire che la mia leadership non sta tanto nel fatto che io imponga le mie idee quanto più nel fatto che spesso tendo a motivare il gruppo laddove si perda la voglia di lavorare e la concentrazione, proprio perché ci tengo tantissimo a raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata. E per la questione di non riconoscere l’autorità o non seguire le regole me la sono cavata dicendo che riconosco l’autorità ma non sono una che riceve passivamente gli ordini, sono curiosa, faccio domande e dico sempre la mia…e poi nel mondo della comunicazione le idee migliori sono sempre scaturite dalla “rottura” dei dogmi e delle regole (Lombardi docet).

A fine colloquio ci siamo salutati con un: “Ci sentiamo la settimana prossima e ti faremo sapere perché poi gli ultimi 2 finalisti della selezione avranno un altro colloquio con il “capo capo””.
La svolta, però, è avvenuta la notte tra la domenica e il lunedì . Nel weekend, infatti, ho avuto delle idee molto belle per il loro progetto. “Se solo mi fossero venute in mente prima…” ho pensato. In ogni caso ho deciso di realizzarle lo stesso, ho fatto qualche foto che poi ho modificato con Photoshop in modo da rendere l’idea di quello che volevo fare, e nella notte ho scritto un’email dettagliata con tutte le specifiche per implementare la mia proposta.

Ricordo che un amico che era con me mi dava della pazza dicendo che mi stavo “sbattendo” per un lavoro che non era il mio e che sembravo una cinese per quanta motivazione avessi.

 

Sono le 3 di notte, salvo l’email in bozze e vado a letto.

Lunedì 1 dicembre ore 7:00, piove, siamo di nuovo io e il mio Mac.

Ma che sto facendo? Ma quando mai si è detto che una che fa un colloquio poi manda un’email al futuro capo con delle idee? E poi perché nell’email parlo usando la prima persona plurale, perché dico la “nostra azienda”? Ma la nostra di chi?

Poi mi è venuto in mente che esattamente un anno prima, quando stavo scrivendo la tesi, la Professoressa Chiesa e il Professor Lombardi mi avevano “sgridato” dicendomi che se mi interessava davvero qualcosa dovevo “rompere le scatole” alle persone.

Ok, invio. Devo farlo in nome del Personal Branding e dell’essere proattivi.

Invio.

Nessuna risposta.

Magari non sarà stata una buona idea, ma almeno c’ho provato.

Nel pomeriggio, ore 16:00, chiamata in arrivo da un numero sconosciuto, è Bayer: “Sei la persona giusta per noi!”
Nessun ulteriore colloquio, nessun altro finalista, io.

 

Ecco come ho corteggiato l’azienda nella quale sono stata presa come stagista.

Ecco perché cercare lavoro è come un corteggiamento.

Magari sarei stata presa a prescindere da quell’email, ma io non potevo starmene passivamente ad aspettare che l’azienda dei miei sogni mi scegliesse. E alla fine ce l’ho fatta.” (Giovanna Landi)

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Cercare lavoro è come un corteggiamento

PC Giovanna Landi, la mia ex studentessa IULM che rimane appassionata di Personal Branding anche dopo averci dedicato la tesi di laurea, ci ha mandato un nuovo articolo che ben volentieri pubblichiamo. “Qualche mese fa ho partecipato al seminario “Effective Presentation” in Bocconi, tenuto da Simone Bandini Buti. Avevo già avuto l’onore di partecipare ad altri suoi seminari sul “Team Building” e sulla “Comunicazione Efficace” e devo ammettere che ogni volta rimango colpita da come riesca a coinvolgere i partecipanti mettendo in pratica il suo motto “imparare divertendosi”. Il seminario si è presto trasformato in una carrellata di consigli e aneddoti riguardo la stesura di cv e lettera di motivazione e sul colloquio, con molte metafore divertenti quanto efficaci sulla ricerca del lavoro come un corteggiamento amoroso. E proprio questa bizzarra analogia mi ha fatto tornare in mente tutte le volte che, studiando Marketing, finivo inevitabilmente per applicare i concetti alla vita amorosa, in modo da fissarli e ricordarli meglio (per esempio, diversificazione del rischio di portafoglio= provarci con tante persone diverse così anche se uno dice di no, rimangono gli altri). Sarà per questo che sono single? Forse sì, ma continuo a trovare queste similitudini tanto insolite quanto estremamente d’impatto.

Cercare lavoro è, per certi versi, esattamente come un corteggiamento: per esempio bisogna dimostrare interesse per la persona che si corteggia. Ci sogneremmo mai di approcciarci in questo modo con una persona che ci piace?

Vorrei uscire con te

No. E allora perché continuiamo a farlo nei confronti di chi valuta e seleziona il nostro profilo professionale?

DOMANDA DA PORCI

O ancora: se vogliamo conquistare l’attenzione di una persona è più efficace farle un complimento rivolto a una sua reale caratteristica, o è meglio un approccio standard come questo?

Hai degli occhi bellissimi

 

Ovviamente è più efficace un approccio personalizzato e allora perché continuiamo a mandare lettere di motivazione come questa?Letteramotivazione

(scusate la qualità delle vignette che ho fatto io con photoshop!)” Giovanna Landi

Penso che i nostri lettori sapranno apprezzare la qualità dei contenuti – senza fermarsi alla forma non perfetta – e la proattività dimostrata, grazie Giovanna! Quando hai un attimo devi raccontare come hai saputo proattivamente corteggiare l’azienda nella quale sei stata presa come stagista.

 

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Si stressi chi può, noi no.

stress interviewPC Continua la rassegna di consigli su come gestire un colloquio di lavoro di Giovanna Landi, la mia ex tesista appassionata di Personal Branding che questa volta ci racconta cosa può succedere durante una stress interview:

“Soffro lo stress…io soffro lo stress” è il famoso ritornello della canzone Boy Band dei Velvet. Se anche voi soffrite lo stress, iniziate a preoccuparvi perché l’ultima frontiera dei cacciatori di teste è proprio la Stress Interview. Affrontare un colloquio “normale”, non era già abbastanza stressante? Evidentemente no.

L’ultima tendenza per selezionare i candidati, infatti, vuole siano poste loro domande con un tono incalzante e aggressivo. Il tutto per non mettere a proprio agio l’interlocutore. Potrebbe capitarvi un selezionatore che si distrae appositamente fingendo di essere poco interessato o che fa lunghe pause di silenzio per testare la vostra capacità di gestire l’imbarazzo. Atteggiamenti che di primo acchito potrebbero sembrare scortesi, ma che in realtà sono parte di una strategia per testare il livello di resistenza allo stress e valutare come i candidati potrebbero reagire in situazioni particolarmente ostili sul luogo di lavoro. Queste domande “terribili” servono per mettere alla prova il vostro equilibrio, poiché fanno emergere il “vero io”. Sono fatte apposta per vedere come reagite sotto pressione scandagliando le profondità della fiducia che avete in voi stessi. Chi ricorre alla stress interview, dice un’indagine-test condotta dal Servizio Placement dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, è il 21% delle aziende, in alternativa o insieme alla classica prova individuale o di gruppo su un caso aziendale (32%), un test di personalità (26%), un test di logica (21%), o il colloquio in una lingua straniera (21%). In precedenza era una tecnica limitata alla selezione dei dirigenti, ma oggi è ormai diffusa in tutto il mondo professionale.

State già tremando? Non vi preoccupate, ho la soluzione. Cerchiamo di ridimensionare il fenomeno esorcizzandone insieme la paura.

Infatti, anche se avete il carattere di “Leone il cane fifone” e pensate che il vostro incubo peggiore possa concretizzarsi in una stress interview, una volta compreso che queste domande sono solo una versione amplificata di quelle molto più semplici e alle quali non avreste paura di rispondere, potete rimanere freddi e piuttosto calmi. In realtà, ogni interview è una stress interview, le domande negative e i trabocchetti dell’intervistatore, possono agire come catalizzatore della paura che già si ha. L’unico modo per combattere questa paura è essere preparati, sapere cosa il recruiter (chi conduce il colloquio e lo valuta) sta cercando di fare e anticipare le varie direzioni che prenderà la conversazione.

Ricordate: una stress interview è un colloquio normale ma con il volume al massimo, la musica è la stessa, solo più forte. La preparazione vi tranquillizzerà. Molte persone sprecano le loro chance reagendo a queste domande come se fossero insulti personali piuttosto che come sfide e opportunità di brillare. Sulla stress interview avrete sentito sicuramente storie dell’orrore, storie di colloqui impossibili, di domande insormontabili.

E allora, esorcizziamo di nuovo la paura, presentando un esempio di domande a catena:

  1. Sa lavorare sotto pressione?
  2. Bene, sarei interessato a saperne di più su un episodio in cui ha lavorato sotto pressione;
  3. Perché pensa che questa situazione si sia presentata?
  4. Quando è successo esattamente?
  5. Pensa che le altre persone coinvolte avrebbero potuto agire in maniera più responsabile?
  6. Chi aveva la responsabilità della situazione?
  7. In quale punto della catena dei passi da compiere, si potrebbe agire per evitare che situazioni del genere accadano di nuovo?

Abbiamo appena visto una batteria di sette domande. Immaginate di avere di fronte a voi un selezionatore che ve le pone a tutta velocità e iniziate a fare le prove.

Ecco altre domande. Esse non si riferiscono solo a colloqui posti a ragazzi giovani che muovono i primi passi nel mondo del lavoro, ma anche a professionisti con esperienza che hanno perso il lavoro o vogliono cambiarlo:

  • Qual è la sua maggiore debolezza?
  • Con il senno di poi, come avrebbe potuto migliorare i suoi progressi?
  • Per lei, quale tipo di decisione è più difficile da prendere?
  • Quale area di skill professionali vorrebbe migliorare in questo momento?
  • Ha mai avuto difficoltà finanziarie?
  • È disposto ad assumersi rischi calcolati, quando è strettamente necessario?
  • Qual è la cosa peggiore che ha sentito sull’azienda per la quale lavora?
  • Perché non si guadagna più alla sua età?
  • Vedo che ha lavorato per molto tempo presso un’azienda ma senza nessun aumento apprezzabile di salario e nessun avanzamento di carriera. Mi racconti di questo.
  • Come definirebbe la sua professione?
  • È mai stato licenziato? Perché?
  • Perché dovrei assumere un esterno come lei, quando potrei “riempire il posto” con qualcuno interno all’azienda?
  • Come mai è stato senza lavorare per così tanto tempo?
  • Perché cambia lavoro così spesso?
  • Perché vuole lasciare il suo attuale lavoro?
  • Perché ha lasciato il suo vecchio lavoro?
  • Cosa le interessa meno di questo lavoro?
  • Con che tipo di persone le piace lavorare?
  • Con che tipo di persone ha difficoltà a lavorare?
  • Ha mai lavorato bene e con successo con queste persone con le quali ha detto di avere difficoltà?
  • Come mi valuta come intervistatore?
  • Non sono sicuro che lei vada bene per questo lavoro;
  • Come si sentirebbe se le dicessi che la sua presentazione questo pomeriggio è stata pessima?

Tenete presente che una tecnica comune di stress interview è quella di iniziare con voi una piacevole conversazione, con una o una serie di domande apparentemente innocue. In questo modo vi faranno abbassare la guardia, per poi colpirvi alla sprovvista con una serie abbagliante di quesiti che vi lasceranno balbettanti.

Le domande della stress interview non vanno poi confuse con quelle che invece sono illegali ma che purtroppo vengono poste con sempre più frequenza: “Hai malattie ereditarie?”; “Quale religione pratichi?”; “Hai intenzione di avere dei bambini?”; “Qual è il tuo orientamento sessuale?”, “Qual è il tuo orientamento politico?”.

Bene, siamo arrivati alla fine di questa rassegna di domande ad alto tasso di stress. Quello che però bisogna avere chiaro è che non sono tanto le domande a mettere in difficoltà il candidato, quanto l’atteggiamento di disinteresse, indelicatezza e anaffettività mostrato dal recruiter.

Certo, un po’ di tensione ci vuole, altrimenti invece di “colloquio di lavoro” si chiamerebbe “chiacchierata al bar con gli amici” ma conoscere le mosse del “nemico” può essere già un buon inizio per vincere la battaglia e lo stress. E infatti, noi le mosse del nemico le conosciamo bene, visto che sappiamo le domande. Quello che non conosciamo per ora, sono le nostre mosse successive e dunque le risposte da dare. Le domande della stress interview e anche quelle illegali, possono essere infatti girate a proprio vantaggio o semplicemente evitate elegantemente.

Vi state agitando perché non sapete come rispondere? Non vi preoccupate, io ho la mia Bibbia personale e voglio condividerla con voi.

Si chiama “Great answer to tough interview questions”, è un libro di Martin John Yate ed è stato definito dal Financial Times come “The best book on job-hunting”. È in lingua inglese, ma non dovrebbe essere un problema visto che se invece lo fosse, i recruiter ci risparmierebbero anche lo stress del colloquio, perché non ci assumerebbero mai a prescindere.libro

Bene, adesso che abbiamo domande e risposte, si stressi chi può! Noi no.

Giovanna Landi

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Colloqui di lavoro: le domande più frequenti e quelle più bizzarre

PC Giovanna Landi, la mia ex tesista appassionata di personal branding, si sta preparando con l’usuale determinazione e scientificità ai colloqui di lavoro che presto dovrà sostenere. Ha gentilmente deciso di condividere con noi l’elenco delle domande che più spesso vengono rivolte all’intervistato durante un colloquio. Preparatevi le risposte!

“Per i lettori di Trampolinodilancio che ancora non mi conoscono, io sono una “vecchia” tesista della Dottoressa Paola Chiesa. Mi sono laureata in IULM in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa e da Febbraio sto frequentando un Master in Marketing e Comunicazione presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il Master prevede un periodo di stage a partire da gennaio 2015, perciò anche per me si sta avvicinando il fatidico momento dei colloqui di selezione.LANDI 1

Come segnala italentjob.com in un post sull’argomento, il colloquio è “il dramma di ogni neo laureato, il rito di passaggio tra ciò che hai studiato e ciò che dovrai dimostrare. Alcuni lo vedono come una sfida, altri come una condanna al patibolo. In ogni caso, tutti sentono addosso quell’ansia da prestazione”. Per stemperare la tensione, ho pensato di riportarvi le domande tipiche che i selezionatori pongono ai candidati durante i colloqui di selezione perché si sa che non c’è calmante migliore della preparazione.

Il colloquio, pensandoci bene, potrebbe essere associato a un esame universitario. Vi è mai capitato durante la preparazione a un esame, di esercitarvi dando delle ipotetiche risposte a domande uscite nelle prove degli anni o degli appelli precedenti?  Sicuramente sì, e il colloquio di lavoro, per certi versi, e con la dovuta cautela, senza voler banalizzare troppo, altro non è che un esame di cui conosciamo a priori le domande. E se conosciamo le domande tipiche, proprio perché sono tipiche e la probabilità che capitino anche a noi è alta, sarebbe da stupidi non iniziare a ragionarci fin da subito.

Ecco una lista:

  • Mi racconta qualcosa di lei? (È come quando a scuola, l’insegnante dice “parti da un argomento a piacere”, serve a metterci a nostro agio);
  • Mi può dire tre suoi pregi e tre difetti? (Oltre a citarli, bisogna fornire esempi di comportamenti e di situazioni che abbiamo vissuto e che dimostrano quello che stiamo dicendo. Tipo: “Sono molto ambiziosa, per esempio, durante un progetto all’Università…”);
  • Quali sono i suoi punti di forza? E quelli di debolezza?
  • Cosa direbbe di lei un suo amico e cosa un suo nemico?
  • Cosa si aspetta da questo lavoro? Quale competenza vorrebbe migliorare lavorando per noi?
  • Come si vede tra cinque anni?Quali sono i suoi piani per il futuro? (Nessuno assume persone che non sanno cosa vogliono fare “da grandi”, altrimenti ve lo dico subito cosa saremo tra 5 anni se non siamo in grado di rispondere a questa domanda: disoccupati);
  • Quale università ha frequentato e perché ha scelto proprio questa?
  • Potrebbe raccontarmi qualcosa che ha imparato all’università e che potrebbe essere utile in questo lavoro?
  • Le piace il lavoro routinario?
  • Cosa sa della nostra azienda? La conosce? (Ovvio che sì. Come minimo dovrete aver passato l’ultima settimana sul sito aziendale e saperne “vita, morte e miracoli”);
  • Ha qualche domanda da porci? (Non rispondere mai di no. Certo che abbiamo domande da porre, si tratta del lavoro dei nostri sogni e siamo motivati al massimo, o perlomeno questo dovrebbe essere il mood giusto. Durante il primo colloquio evitare domande come “Quanto si guadagna?” o “Chiudete ad agosto?”, sareste automaticamente fuori);
  • Perché pensa che potrebbe piacerle questo lavoro?
  • Pensa di essere adatto a questo ruolo?
  • Cosa pensa di dare alla nostra azienda?
  • Potrebbe definirsi un problem-solver? (Rispondere citando situazioni in cui emerge questa qualità);
  • Qual è il suo livello di energia? Descriva una giornata tipo. (Qui bisogna rispondere in modo che il selezionatore capisca che sappiamo usare il tempo a disposizione e pianificare gli impegni)
  • Perché vuole lavorare qui? Cosa le interessa di più di questo lavoro?
  • Sarebbe disponibile ad andare dove l’azienda decide di mandarla?
  • Perché dovrei assumerla?
  • Cosa può fare per noi che nessun altro può?
  • Come farebbe ad andare d’accordo con differenti tipi di persone? Quali difficoltà le è capitato di affrontare quando ha lavorato con persone con interessi e background differenti dai suoi?
  • Si dia un punteggio da 1 a 10;
  • Cosa la preoccupa maggiormente?
  • Qual è la situazione più difficile che ha dovuto affrontare?
  • Quali caratteristiche personali sono necessarie per avere successo nel suo campo?
  • Preferisce lavorare da solo o con gli altri?
  • Spieghi il suo ruolo come “team member”;
  • Si considera un “natural leader” o un “born follower”?
  • Ha un appuntamento dal medico a mezzogiorno per il quale ha aspettato due settimane. Un meeting urgente viene programmato all’ultimo momento. Cosa fa?

Durante la preparazione degli esami, dopo aver imparato i concetti e aver preparato eventuali risposte alle domande più probabili, si può dire che lo studio è finito. Beh, forse per la maggior parte degli studenti è così, non di certo per me. Io, infatti, durante la preparazione agli esami mi trasformo in una sorta di Marzullo che si pone le domande e si risponde da solo. Sono sempre stata (e continuo a essere) una di quelle che mentre studia tenta di rispondere a domande fortemente improbabili, quasi impossibili, domande che nessuno si sognerà mai di porre in quanto sfiorano la filosofia e la metafisica, quasi domande esistenziali. E, se è vero che il colloquio è come un esame universitario, e che come tale va preparato, adesso per me arriva la fase delle domande impossibili, la fase del “e se mi chiedesse…”. In realtà molte aziende sono anche più fantasiose di me.

Ho pensato di riportarvi le domande più bizzarre alle quali potreste essere sottoposti una volta varcata la soglia di quell’ufficio tanto temuto, più comunemente conosciuto come Risorse Umane:

Ecco a voi le più celebri stranezze provenienti da alcune famose aziende:

  • Qual è la filosofia delle arti marziali? (Capital One)
  • Quale supereroe sceglierebbe di impersonare? (AT&T)
  • Che soluzione troverebbe alla fame nel mondo? (Amazon)
  • Come metterebbe un elefante in un congelatore? (Horizon Groupm Properties)

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  • Cosa ne pensa dei nani da giardino? (Trader Joe’s)
  • Cosa farebbe se ereditasse una pizzeria da suo zio? (Volkswagen)
  • La vita la affascina? (Ernst&Young)
  • Se i tedeschi fossero il popolo più alto del mondo, come lo dimostrerebbe? (HP)
  • In quante differenti modalità può raccogliere l’acqua da un lago e portarla dai piedi di una montagna fino alla cima?(Disney)
  • Nel 2008 quanti soldi hanno speso gli abitanti di Dallas in benzina? (American Airlines)
  • Quante persone stanno usando Facebook a San Francisco alle 14.30 di venerdì? (Google)

Di queste altre domande non ho trovato l’azienda in questione ma sono state poste ultimamente ad alcuni “malcapitati”:

  • Mi racconti una storia;
  • Sta organizzando un party. Scelga dieci personaggi famosi da invitare e ci spieghi perché;
  • Si presenti con analogia a un animale;
  • Quanto vale il mercato degli spazzolini da denti?
  • Che cosa porterebbe con lei su un’isola deserta?
  • Mi venda questa penna. (Converrebbe rivedere il film “The Wolf of Wall Street”. Cliccando qui, potrete rivedere il video delle scene in questione).

Questi sono solo alcuni dei quesiti più particolari richiesti durante i colloqui di celebri multinazionali e non è fantascienza o un qualcosa che “capita solo in America”. Pochi giorni fa ho sentito telefonicamente un amico e mi ha raccontato che durante un colloquio gli hanno dato carta e penna ed è stato sottoposto a questa domanda: “Secondo lei quante palline da ping pong entrano in questa stanza?”. Domande come questa potrebbero provocare un senso d’ansia o di smarrimento, ma a tutto ciò c’è un perché. Chi pone queste domande desidera analizzare l’elasticità mentale dell’individuo, la sua capacità di problem solving anche in situazioni fuori dal comune e il suo modo di approcciarsi alle sfide. A queste domande non esiste risposta giusta, i selezionatori vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress (al riguardo a breve pubblicherò un articolo ad alta tensione riguardo un nuovo “sport estremo”: la stress interview). La finalità è dunque solo quella di verificare la modalità di ragionamento del candidato, testarne i valori e la determinazione, le capacità logiche e le tecniche di ragionamento. Inoltre, questa procedura è un modo per attuare un confronto tra le risposte degli altri candidati e valutarne la migliore. La cosa importante da tenere a mente è che queste domande, pur essendo una piccola parte di tutto il processo riguardante il colloquio di lavoro, possono rivelarsi utili a stimolare un vostro lato creativo che non sapevate di avere. Se questo articolo vi creato un po’ di tensione, pensate al colloquio di lavoro come se fosse un quiz a premi. E pensatevi come concorrenti particolarmente fortunati perché, oltre a conoscere le domande in anticipo, avete sempre a disposizione i tre famosi aiuti. Qui, però, piuttosto che “aiuto del pubblico”, “telefonata a casa” e “50:50”, ci sono la preparazione, la motivazione e un pizzico di fortuna che non guasta mai. Il premio del “Chi vuol essere assunto”, tuttavia, vale più del famoso milione, esso è un solido mattoncino per iniziare a costruire le basi del proprio futuro e per iniziare a farsi strada nel mondo del lavoro.”

Giovanna Landi

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“SIETE PROFESSIONISTI IN SVILUPPO, NON CERCATORI DI POSTO!”

PC Ricevo e pubblico come sempre molto volentieri da Giovanna Landi, la studentessa che si è laureata con me brillantemente con una tesi sul personal branding, un post che riprende una lezione del primo anno in Iulm che per lei, e spero anche per i nostri lettori, è stata illuminante. Vi ci ritroverete alcuni nostri cavalli di battaglia: il personal branding, l’inglese, il digitale, l’apertura e la curiosità. E un appello a non intendere l’università solo come un modo di trovare un posto di lavoro ma come un progressivo sviluppo della propria professionalità.immagine post landi 1

Giovanna Landi: Durante le vacanze estive, ho deciso di dedicare un pomeriggio alla pulizia dei file sparsi nelle varie cartelle presenti sul mio Mac.

Nella cartella “registrazioni IULM”, conservavo ancora le riproduzioni audio di qualche lezione durante la quale il Prof. andava troppo veloce anche per una mano rapida come la mia, e di alcune testimonianze aziendali. D’istinto le ho eliminate visto che mi sono già laureata e che comunque di molte di esse ne conservo le sbobinature. Altrettanto d’istinto, però, il mio sguardo è stato attirato da un file audio da me rinominato “lezione RP su requisiti per lavorare”, lo ascolto e cerco i relativi appunti sul mio vecchio quaderno. Scopro che si tratta di una lezione del mio primo anno di università tenuta dal docente di Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa, il Professor Emanuele Invernizzi. Risale all’1/03/2011, eppure, riascoltandola, mi sembra attuale più che mai e molto utile per chi, come me, vorrebbe intraprendere una carriera nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche. Proprio per questo, voglio condividerla con i lettori di Trampolinodilancio, soprattutto con chi è all’inizio del proprio percorso, come lo ero io quattro anni fa, ma non ha ancora avuto la fortuna di avere un tale stimolo da parte dei propri docenti. Durante l’incontro, oltre al Professor Invernizzi, sono intervenuti il Dottor Furio Garbagnati, CEO di Weber Shandwick Italia, che rappresenta dunque il mondo delle agenzie e il Dottor Daniele Rosa, direttore comunicazione di Bayer Italia, in rappresentanza del mondo impresa. Ciascuno di loro ha fornito il proprio punto di vista sul tema di questo incontro.

Eccone un estratto:

Professor Emanuele Invernizzi: “L’obiettivo di questo incontro è sostanzialmente quello di cercare di rispondere a una domanda che credo vi dovrebbe stare molto a cuore. Siete al primo anno, d’accordo, però guardate lontano, ed esattamente guardate al momento in cui entrerete nel mercato del lavoro. Allora, la domanda da porsi (e a nostro avviso da porsi subito) è: “Che cosa fare, a partire da subito, per predispormi e arrivare al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro, avendo sviluppato al massimo quello che i tecnici di questo argomento chiamano l’impiegabilità?” Il che non vuol dire la percentuale di probabilità di trovare un posto di lavoro. Tasso d’impiegabilità vuol dire la potenzialità che ciascuno ha di svolgere un lavoro con successo, un lavoro professionale. In termini generali, è la probabilità di essere richiesto dal mercato del lavoro. Bisogna quindi chiedersi: “Quando mi presento, ho delle caratteristiche per cui sono attraente? Come posso sviluppare questa capacità di esserlo? Non “Come faccio a trovare un posticino?”. Perché è solo così, è solo se si guarda lontano, se ci si pongono degli obiettivi ambiziosi, che si può ottenere qualcosa. Se si viaggia bassi, non si ottiene niente. Il che non vuol dire ovviamente essere presuntuosi. Il primo giorno che ci siamo incontrati, durante la prima lezione, siete stati tutti da me nominati “professionisti in sviluppo”, ma adesso che avete questa nomina, dovete riempirla di contenuti”.

Dott. Furio Garbagnati: “Faccio questo mestiere da tempo, eppure mi piace sempre e questo è già un buon viatico. È un mestiere che cambia, è un mestiere cui ci si appassiona ma che non ha nulla di routinario, sostanzialmente è qualche cosa che bisogna conquistare e vivere giorno dopo giorno.

In genere non mi piace dare consigli agli studenti perché penso che ognuno debba fare il proprio percorso, però ci sono alcune cose che ritengo indispensabili e pertanto voglio condividerle con voi. Al di là di quella che è la formazione, e voi tra l’altro avete la fortuna di essere in uno dei pochi centri formativi del nostro settore che io stimo, perché non ho un’altissima opinione delle varie scuole e master di comunicazione; al di là di quella che è la cultura generale di base, che nel nostro mestiere è estremamente importante; al di là anche di alcune technicality che sono quelle che poi si usano nel lavoro quotidiano; vi sono alcuni punti che secondo me sono molto importanti per chi dovrà affrontare il mercato del lavoro nei prossimi anni:

  1. Cercate di definire e farvi un’idea di che cosa in realtà volete fare. Anche il nostro mondo è diventato sempre più specializzato e specialistico. Noi comunicatori oggi dobbiamo essere in grado di parlare il linguaggio dei nostri stakeholders. Non basta più conoscere quelle che sono le tecniche, che erano alla base quando iniziai questa professione, molti anni fa, ma è necessario conoscere i linguaggi specifici. Questo significa che se dobbiamo assumere qualcuno che si occupi di comunicazione finanziaria, vogliamo che questa persona conosca il linguaggio della finanza. Se dobbiamo assumere un consumer PR, il requisito necessario sarà conoscere il linguaggio del marketing. E così via fino a specializzazioni più sottili, per esempio health, tech, public affairs. L’elemento specializzazione, quindi, diventa sempre più importante. Non possiamo pretendere che chi esce da un percorso formativo abbia già fatto le sue scelte in questo senso, però dovete avere la consapevolezza che sono scelte che vengono richieste;
  2. Altro elemento basic è la conoscenza dell’inglese. Finché non diventerà il cinese, l’inglese è ancora la lingua dominante. Non si fa questo mestiere se non si conosce l’inglese. Dal punto di vista delle agenzie, ma penso anche da quello delle imprese, questo è un punto di vista insormontabile. Noi non guardiamo un cv se non vi è scritto “inglese fluente”. Questo è un dato di fatto. Quando si dice sapere l’inglese si intende saper lavorare in inglese. Sapete qual è la prova del nove? Fare una telefonata di lavoro con una persona che sta negli USA o in Inghilterra. Siete capaci di farla?
  3. Il terzo punto riguarda una questione che sta emergendo sempre più in questi ultimi anni, e cioè il fatto che tutti voi dovete essere “digitalizzati”. Forse ultimamente si è abusato di parole come “social media”, “digital”, ve ne avranno parlato fino alla nausea, ma non vi è dubbio che il mondo della comunicazione da questo punto di vista, è molto cambiato. Sono cambiati gli stakeholders, che si sono segmentati in gruppi e community e bisogna essere in grado ancora una volta di parlare il loro stesso linguaggio. Il linguaggio digital è un linguaggio totalmente diverso da quello tradizionale. Oggi, nelle nostre strutture non abbiamo, se non in rari casi, comunicatori digitali. Abbiamo i cosiddetti “smanettatori”, cioè coloro che sanno andare su internet, sanno navigare, ma non conoscono gli strumenti oppure abbiamo comunicatori che non conoscono il linguaggio digitale. Altra cosa che chiediamo quindi a tutti quelli che vengono a lavorare da noi, è che siano in grado di utilizzare il mezzo senza essere per forza esperti, tenendo conto che non è un mezzo fine a se stesso ma è un ambiente di cui bisogna conoscere i paradigmi ed i linguaggi;
  4. Un altro consiglio più dal punto di vista personale che professionale, è che questo mestiere si fa solo se si ha curiosità verso il mondo. Non è un mestiere che si fa nel chiuso di una stanza. È un mestiere per cui bisogna avere antenne aperte, per cui bisogna muoversi, navigare su internet, aprirsi, andare a teatro, a vedere le mostre d’arte, nei bar, bisogna capire che cosa succede nel mondo e soprattutto avere la volontà di capirlo, perché se non si ha questa volontà, non si può crescere e non si possono interiorizzare i movimenti così veloci e dinamici che il mondo attuale presenta;
  5. L’ultimo aspetto è una riflessione su quelli che possono essere i modelli di carriera. Essi possono essere molteplici anche in un’agenzia, non solo in azienda:

– Esiste un modello di carriera manageriale che fa riferimento al ruolo di accounting, cioè la capacità di gestire il cliente, di relazionarsi, e di gestire nel tempo un numero sempre maggiore di clienti;

– Il modello professionale puro, che è il modello progettuale. Esistono delle persone che hanno delle attitudini progettuali che vanno coltivate;

– il modello relazionale che fa riferimento soprattutto a chi seguirà gli uffici stampa che, sebbene non più centrali come un tempo, ancora oggi costituiscono il 65-70% dell’attività di un’agenzia”.

Dottor Daniele Rosa: “Credo che Furio abbia tracciato un quadro assolutamente esaustivo di quella che è la professione, io, invece, vorrei fare delle riflessioni un po’ più di pancia.  Nel nostro paese c’è il 30% di disoccupazione tra i giovani (nel frattempo purtroppo il dato si è avvicinato al 40% ndr), però voi siete in un settore che è molto ricercato dalla società, perché essa ha sempre più bisogno di gente che crei immagine per qualcosa. Se faccio un passo indietro nella storia, si nota chiaramente che nel dopoguerra, c’era necessità di tutto, di fare qualunque cosa, per esempio trovare le macchine per fare le scarpe. Adesso l’imprenditore non ha più questa preoccupazione, il suo problema, ora, è riuscire a vendere le scarpe che produce. Per questo motivo, egli deve riuscire ad accendere la luce sul proprio prodotto che è solo uno fra i tanti altri che ci sono sul mercato. E chi gli fa fare questo salto di qualità? Sicuramente il comunicatore, che gli permette di creare una strategia per fare pubblicità e comunicazione. La nostra è una società dell’immagine. Se io vi chiedessi qual è l’azienda alimentare di tortellini che conoscete maggiormente, rispondereste tutti Rana. Probabilmente i suoi tortellini sono davvero i più buoni, ma non è questo, il punto è che ha fatto un’operazione di comunicazione fortissima che le ha permesso di avere visibilità. Allora, sempre più abbiamo bisogno di persone che sappiano dirigere l’orchestra della comunicazione e dell’immagine e ne abbiamo bisogno nelle agenzie ma anche nelle aziende. Però, vi è anche un però. La gente che esce dall’università, esce preparata, ma bisognerebbe fare un salto di qualità perché questo non è un lavoro che necessita solo di technicality, “tu sai bene l’inglese”, “tu hai un bel sorriso”, e finisce lì. C’è bisogno di qualcosa di più, ci vuole un sacro fuoco dentro. Bisogna in qualche modo correre dietro al lavoro, anzi, andare avanti e oltre al lavoro, perché questo non è un lavoro in cui entrate nell’azienda, vi mettete dietro la scrivania, vi danno la vostra targhetta e poi vi arriva il lavoro. La nostra professione non si pacchettizza, è una professione tailor-made, ognuno di noi a qualsiasi livello gerarchico, è sempre in prima linea. Quando si deve costruire qualcosa, è sempre qualcosa di specifico, che raramente, se non nelle pure technicality, trova riscontro in qualche cosa che è stato fatto prima.  Questa ansia positiva imprenditoriale è senza dubbio qualcosa di molto importante perché quello che si fa è il proprio prodotto che è diverso da quello del proprio vicino e può essere più o meno adatto a quello del cliente. Questo è un lavoro che in qualche modo dovete prendere, inventarvi, a qualsiasi livello. E qui vi devo dire che, vedendo spesso molti giovani che arrivano da noi a fare gli stagisti, ho costatato che, pur essendo preparati, sono timidi quando si tratta di rubare il lavoro a qualcuno, hanno veramente paura, e questo è un grosso limite. C’è anche un altro limite che però probabilmente è un po’ più legato al nostro essere italiani e quindi al nostro essere molto legati ai nostri confini. Questo mi è capitato diverse volte. Avevo delle stagiste e alla fine del periodo di stage mi hanno chiesto se fosse possibile poter rimanere visto che si erano appassionate a questo lavoro. Io risposi: “Qui non riusciamo a tenervi, ma posso parlare con qualche mio collega all’estero”. Allora faccio un giro di telefonate e dico a una di loro: “Senti, avrei due belle occasioni: dovresti andare un anno a Singapore e poi un anno in Argentina”. Mi guarda e dice: “Ci devo un attimo pensare”. Torna il giorno dopo, io me l’aspettavo già con la valigia in mano pronta per partire, invece mi dice: “No perché ho questo fidanzato che mi ha detto che non posso”. Adesso l’ho buttata un po’ sul ridere ma è la verità. Quello che è importante in questo lavoro, è che va bene, voi siete nel posto giusto, le technicality ve le danno, è il momento storico utile per chi fa immagine, però è anche vero che questo è un lavoro che ha il grande vantaggio di essere creativo, e che nessuno ti ruberà mai perché puoi portare veramente innovazione, puoi fare comunicazione innovativa stravolgendo le regole. Questa cosa è bellissima però bisogna veramente rimboccarsi le maniche e mordere tutto quello che c’è, avere voglia di fare e voglia di correre dietro a questo lavoro.

Ho ancora tre considerazioni da fare. Innanzitutto la prima cosa che dovete chiedervi se volete fare comunicazione e cambiare l’immagine di un’azienda o di un cliente, è se siete capaci voi di creare una vostra immagine. Quindi curate fortemente il vostro approccio nei confronti degli altri e quando entrate in un nuovo gruppo di amici, cominciate a chiedervi che tipo di immagine proponete agli altri. Questa è già una bella cartina di tornasole. La seconda considerazione riguarda le competenze tecniche di base acquisite all’università, perché bisogna comunque vedere come vi approcciate ad essa. Tutti voi fate due corsi di RP, ma come li fate? All’esame si può prendere 18 o 30, si possono frequentare le lezioni oppure no, fare o meno uno stage. L’ultimo aspetto riguarda il rapporto con l’azienda. Una volta era di tipo fiduciario, io entro e tu mi garantisci per la vita lo stipendio e non ti chiedo altro. Adesso non è più così, il rapporto non è più fiduciario e l’azienda molto facilmente cambia, si muove, è una società “liquida” e quindi il posto di lavoro non è per l’eternità. Quindi quello che dovete chiedere a un’azienda, non è tanto la sicurezza del posto di lavoro ma quanto questa azienda vi farà crescere, perché più vi farà crescere e più sarete vendibili all’esterno e diventerete molto più ricchi a prescindere dallo stipendio vero e proprio”.

Professor Emanuele Invernizzi: “Come abbiamo visto, vi sono delle caratteristiche che bisogna avere per essere presi in considerazione, senza le quali si è fuori, non si ha speranza, a meno che non sia vostro zio a darvi un lavoro.  La “condicio sine qua non”, per dirlo in latino. Per il resto, l’avete studiato in organizzazione del lavoro che non esiste la “one best way”. Ciascuno può avere un suo percorso che ha una logica, un senso, ed è attraente in se stesso, quindi non ci sono caratteristiche che definiscono un percorso ideale. Come mi dicono spesso i selezionatori del personale, quando valutano un Cv oltre a vedere i diplomi, i master, guardano in parallelo anche la vita dell’individuo. Se nel tuo Cv hai scritto che hai girato un po’ il mondo, anche a fare il trapper, dai l’impressione che hai un qualcosa in più di una persona che parla tante lingue ma è stato sempre nei confini di casa sua.

La chiave del successo è essere imprenditori di se stessi, non considerarsi dipendenti ma imprenditori. Il che significa che se uno è imprenditore, non gli capiterà mai di fare l’errore tragico che lo “sega” al colloquio di chiedere “Quante ferie ho?” ma imparerà a pensare a cosa potrà ottenere facendo quel lavoro, cosa riuscirà a imparare e a dare.

Dovete essere attivi e proattivi, sennò succede che quelli come voi non trovano lavoro ma quelli come noi non trovano persone giuste da assumere. Per me inviare il cv è come buttarlo nel cestino. Ho esagerato ma è per dire che non basta. Bisogna invece cercare di costruirsi delle occasioni e cercarle in giro, perché ci sono. Partecipare a eventi in cui ci si può relazionare con qualche professionista, e le fonti online al riguardo sono tante.

Dimenticatevi che il vostro obiettivo da qui a tre anni sia quello di prendervi il pezzo di carta e poi mandare il cv, perché questa è solo una dimensione. A questa ne dovete aggiungere molte altre, sennò il valore è zero. Il corso di laurea è uno strumento di base al quale bisogna aggiungere tutte le cose che abbiamo detto. Allora sì che lo si valorizza. Certo, nelle relazioni pubbliche l’aspetto relazionale e imprenditoriale è molto più apprezzato perché se dovete occuparvi di relazioni pubbliche e poi non lo sapete fare per voi stessi, non andrete lontano, ma è un discorso che vale per qualsiasi facoltà”.

Spero che riportando le parole dei relatori, sia riuscita a farvi partecipare anche se solo virtualmente, a uno degli incontri che mi hanno segnata maggiormente durante il mio percorso universitario. Dico questo perché quando si è al primo anno, di solito ci si sente un po’ smarriti, non si hanno le idee molto chiare, qualcuno inizia ad avere dubbi sulla scelta fatta e qualcun altro come me invece inizia a credere in quello che studia. E dico questo perché avere qualcuno come il Professor Invernizzi, che già dalla prima lezione, quasi come un papà severo, mette in chiaro che se siamo seduti lì non è perché vogliamo un 18 all’esame e un pezzo di carta alla fine dei tre anni, ma perché crediamo in quello che facciamo, sia lo stimolo migliore per iniziare a farsi strada partendo con il piede giusto. Siamo “Professionisti in sviluppo, non cercatori di posto”, questa è la prima cosa che ho imparato dal mio docente di Relazioni Pubbliche, il primo giorno di lezione, e questo è il mood giusto per affrontare il percorso universitario e formativo e la ricerca del lavoro.

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#SI SELFIE CHI PUÒ

PC Giovanna Landi, la mia studentessa appassionata di Personal Branding, dopo essersi laureata con il massimo dei voti, non ha perso interesse per la materia e ci ha inviato questo interessante pezzo sui rischi legati al profilo facebook. Lo pubblichiamo volentieri sicure che soprattutto i nostri più giovani lettori lo troveranno utile.image.related.articleLeadwide.620x349.19cj7

Dimentichiamo l’impaginazione del CV, la punteggiatura e la grammatica della lettera di presentazione, la gonna troppo corta e il tacco troppo alto al colloquio. Se anche fossimo impeccabili sotto tutti questi aspetti, non dobbiamo temere, possiamo ancora rovinarci. Avete presente quel party di cui non ricordate nulla? Forse no, ma qualche amico vi ha immortalato con in mano una bottiglia di Belvedere vodka mentre stavate fieramente indossando la testa di un cavallo. Capita a tutti, dopo una serata fra amici, e qualche bicchiere di troppo, ecco che ci svegliamo la mattina seguente con foto compromettenti pubblicate in ogni dove. Che cosa penserà il nostro capo guardandole a colazione? Forse si farà una risata. Forse. Sicuramente non saremo noi a farci una risata visto che abbiamo appena perso il lavoro o la possibilità di trovarne uno.

Anche WIRED Italia ne parla e il titolo dell’articolo pubblicato di recente “Non taggarmi, il mio capo mi segue su Facebook”, la dice lunga sull’espansione di tale fenomeno. Non solo selezione, ma anche controllo: per due aziende su cinque l’amletico “to hire or not to hire” si risolve con un’occhiata a Twitter e Facebook.

Secondo uno studio di CareerBuilder, la metà dei CEO intervistati ha dichiarato di aver escluso brillanti candidati proprio a causa di quanto emerso dai loro alter-ego virtuali: troppo individualismo, poca personalità, pessima capacità comunicativa. Un tragicomico excursus di strafalcioni che parte da “omicidi grammaticali” negli status per arrivare a orgogliose ammissioni di abuso d’alcol e droghe, passando per l’immancabile autoscatto del disagio.

Sono sempre più i casi di “hiring (e firing) over social networks”, seguiti non raramente da azioni legali da parte dei dipendenti, i quali millantano paradossali diritti alla privacy su qualcosa che loro stessi hanno voluto condividere senza sapere esattamente con chi. Purtroppo, non serve aver letto Orwell per avere coscienza che al distopico Big Brother, oramai, sia difficile sfuggire.

Durante il mio progetto di tesi ho passato quasi un anno a chiedermi se effettivamente headhunter e selezionatori del personale controllano il profilo del candidato su Facebook, innescando il dubbio in molti miei amici che prima non si erano minimamente posti il problema di poter essere stati scartati durante un colloquio per qualche contenuto presente sui loro profili social. Bene, ora il beneficio del dubbio non esisterà più. L’ultima frontiera della Job Interview gioca, infatti, sul diabolico effetto sorpresa. Non stupitevi se, una volta tirato il sospiro di sollievo, fermato lo spasmo alla caviglia e asciugato i vostri palmi drammaticamente umidi sul fianco della giacca, anziché “Perché dovrei assumerla?” vi sentiste chiedere “Diamo un’occhiata al suo profilo?”. A quel punto, o si ha la fedina virtuale immacolata, oppure “maleditevi” per non aver letto quest’articolo prima.

Purtroppo, non esiste una regola d’oro la cui osservanza garantisca immunità mediatica; anche perché, sul versante social, le aziende pare vedano bianco o nero. La soluzione piùselfie sensata è non esporsi sui social con qualcosa di cui potremmo pentirci e che non saremmo in grado di giustificare in modo rapido e convincente. Credo che il problema non sia tanto un datore di lavoro “curiosone” o i nostri amici “burloni”, bensì la nostra negligenza e nella maggior parte dei casi la poca conoscenza delle piattaforme online, perché basterebbe gestire meglio le impostazioni, che i social network ci consentono di modificare a nostro piacimento, e il problema non esisterebbe più. Non si tratta più di avere strette policy di privacy perché nel momento in cui il selezionatore ci chiede direttamente al colloquio di andare insieme a vedere il nostro profilo facebook, accedendo come proprietari, saranno visibili anche i post e le foto nascoste ai “non amici”.  Allora, iniziamo con il nascondere o eliminare dal nostro diario tutti i contenuti che non vorremmo mai che il nostro selezionatore vedesse. Va precisato che se ci limitiamo a nascondere invece che a eliminare il tag, rimarremo comunque taggati solo che non comparirà sul nostro profilo. Potrebbe comunque bastare, in quanto, così facendo, il nostro selezionatore non lo vedrà. Se invece vogliamo che non compaia da nessuna parte, dopo aver nascosto il tag, possiamo rimuoverlo.

Inoltre, proprio perché prevenire è meglio che curare,nella sezione “Diario e aggiunta dei tag” di Facebook, è possibile monitorare chi può aggiungere cose sul nostro diario:

  •  “Chi può scrivere sul tuo diario?” Impostare “Solo io” invece che  “Amici” in modo che nessuno potrà pubblicare contenuti sulla nostra bacheca. Potranno solo taggarci e in quel caso saremo noi ad approvarlo, come spiegato nel prossimo punto;
  •   “Vuoi controllare i post in cui ti taggano gli amici prima che vengano visualizzati sul tuo diario?”

Il controllo del diario ci consente di decidere se approvare manualmente i post in cui ci taggano gli altri prima che finiscano sul nostro diario. Quando abbiamo un post da controllare, basta cliccare su “Controllo del diario” a sinistra del “Registro attività”. Questa impostazione, però, consente di controllare solo quali contenuti sono consentiti sul nostro diario. I post in cui siamo taggati possono continuare a comparire nei risultati di ricerca, nella sezione Notizie e altrove su Facebook. Questo vuol dire che se fossero contenuti che non vogliamo che esistano online, non ci resta che segnalarli e farli rimuovere direttamente da Facebook.

Quindi forza: iniziate a nascondere i tag da tutte le foto in cui le bottiglie di Vodka sgorgano dalle vostre mani.

In bocca al lupo e si SELFIE chi può!

 

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Robin Good: le regole per rimettersi in gioco e costruire una reputazione 2.0

PC Robin Good è uno dei più citati casi di personal branding italiani e uno dei primi editori online italiani ad aver raggiunto la totale indipendenza economica solo scrivendo e condividendo sulla rete ciò che lo appassiona. Il progetto principale di Robin Good è MasterNewMedia (nato nel 1999), una rivista su Internet dedicata alle notizie, le competenze e le risorse utili necessarie per comunicare efficacemente con i nuovi media e le nuove tecnologie. Dal 2009, Robin ha anche avviato un suo personale progetto di università online, la Robin Good University, dedicata a coloro che vogliono imparare sul campo a costruire un business di successo online.

Il suo webinar che Giovanna Landi, la mia tesista che sta scrivendo una tesi proprio sul personal branding, ha seguito per noi era dedicato a Mamme info, il nuovo progetto online a carattere nazionale dell’Associazione non profit Mamme e Donne di Milano, che attraverso il web site e il social network consente alle mamme e donne di usufruire gratuitamente di un supporto per affrontare con consapevolezza e maggiore serenità il difficile riaccesso al lavoro a seguito della maternità.

Ecco nel racconto di Giovanna la strategia di Robin Good per costruire la propria reputazione on line e farla diventare una fonte di profitto, con le storie reali di alcuni che ce l’hanno fatta (se ve lo state chiedendo Patrizia e io non siamo tra queste, come dimostra l’assenza di pubblicità sul blog!)

Giovanna Landi: “La filosofia sulla quale si fonda il pensiero e la strategia di business che conduce Robin Good, non si chiama a caso formula di Sharewood. Robin Good è un nipote di Robin Hood ma la famosa foresta di Sherwood diventa Sharewood, da Share, condividere tutto quello che si fa anche con i concorrenti.  Se ci copiano vuol dire che facciamo le cose bene, la copia è un premio ed è un buon risparmio in costi di marketing perché chi ha l’occhio attento se ne accorge e comunque risale a noi che siamo gli ideatori. Le fasi della strategia sono illustrate nella grafica.

Schermata 2013-11-16 alle 22.06.42Il trucco sta nell’intercettare un problema e un’esigenza specifica. Se vogliamo essere trovati sul Web dobbiamo costruire il sito intorno a una nicchia specifica, in questo modo  anche se siamo presenti solo da un mese saremo già ben visibili senza usare scorciatoie con le SEO ma semplicemente occupandoci di un settore in cui non ci sono molti concorrenti. Chiedersi “c’è una frase di 5/6 parole che identifica chiaramente la nicchia in cui siamo posizionati e che se scritta su Google mi dà come risultato il mio problema? Paradossalmente più persone intercettiamo peggio è, perché non stiamo cercando traffico.

Il vecchio imprenditore avrebbe pensato “mi invento questa cosa, la sparo sul mercato e vediamo come va”, oggi non è più così, spontaneamente la gente dice cosa vuole , per questo “creare i prodotti” è il quinto step e non il primo.

In tutte le storie che passeremo in rassegna si può notare come ci sia un percorso virtuoso. Quando qualcuno sia nella vita reale che in quella online ci offre informazioni senza chiedere nulla in cambio, entra nei nostri preferiti, ci segniamo il nome e se ci chiedono se conosciamo qualcuno che si occupa di una determinata cosa, faremo il suo nome. Prima dobbiamo costruirci una reputazione e soltanto dopo, come conseguenza, possiamo avere persone che ci seguono, fanno domande e, leggendo i problemi che hanno, possiamo creare servizi e prodotti su misura. “…Guarda quante cose ci offre gratis prima di preoccuparsi di chiederci qualcosa!“: questo è l’approccio che porta a buoni risultati!

Come capire qual è il momento nel quale abbiamo reputazione sufficiente per iniziare a offrire servizi a pagamento? Il momento giusto è quando iniziano ad arrivare domande tipo “Ma come faccio a?”, “Chi vende questo?”, “Come si fa a costruire quest’altro?”. È il momento in cui tra quelle persone possiamo vedere le cose che possiamo offrire realmente.

Questa, secondo Good, è la strada giusta per realizzare progetti, nel futuro del pianeta condivisione e aiuto reciproco saranno al centro della nostra vita, smetteremo di delegare ad esperti la risoluzione dei nostri problemi ma ci informeremo e, soprattutto, faremo comunità.

Ecco una carrellata di esempi di chi ce l’ha fatta:

  • Valeria Toti con il suo sito http://www.ebookpro.it, fornisce un template (modello che facilita il lavoro in quanto la parte più difficile è già fatta) per creare una guida professionale in formato PDF. Lo scopo è quello di far vedere a chi visita la pagina, che lei non è qui per “fregare” qualcuno o vendergli subito qualcosa, ma per dimostrare che nel tempo ha sviluppato queste competenze, ha studiato decine e decine di e-book e ha cominciato a crearne anche per gli altri. La strategia è quella di sviluppare prima le proprie credenziali e farsi apprezzare dando valore agli utenti e, poi, ascoltando le loro richieste specifiche, di passare a creare servizi e prodotto su misura per loro.
  • Carlo Gatto e il suo http://www.vivereamalta.com. Carlo, grafico di Roma, insoddisfatto di come funzionano le cose in Italia, decide di trasferirsi a Malta e di creare un mini sito nel quale condividere informazioni che già aveva dovuto cercare per sé prima di trasferirsi: come si trova casa a Malta, aspetti legali e fiscali, come si può trovare lavoro lì, dove si può studiare l’inglese, ecc. Il sito è nato da meno di un mese ma è stato in gestazione per più di un anno perché Carlo ha creato una pagina Facebook ascoltando per 9 mesi le persone che come lui dovevano trasferirsi cercando di capire quali fossero i problemi e le domande più frequenti, li ha raccolti, e ha individuato categorie precise di contenuto. Contenuti che gli danno l’opportunità di costruirsi una reputazione e farsi apprezzare dalle persona prima di offrirgli qualcosa a un prezzo o in cambio di qualcosa.
  • Alberto Mattei con http://www.nomadidigitali.it. I Nomadi Digitali, nati nel POP Campus, sono quelli che inseguono il sogno di girare il mondo lavorando ovunque grazie a Internet. I Nomadi, nel sito, dicono chi sono, che sogni inseguono, e dopo questa identificazione offrono esempi di storie reali di persone che sono già riuscite a crearsi questo tipo di vita fornendo consigli su come organizzare vita e lavoro in viaggio. Nel sito vengono consigliati dei libri disponibili su Amazon e da questo Alberto riesce a guadagnare una piccola percentuale.
  • Laura Norese, piemontese, di Torino esperta d’informatica e appassionata sommelier. Decide di rendersi utile agli altri creando http://www.viniepercorsipiemontesi.com, imparando a fare guide serie e professionali e offrendole gratuitamente. Lo scopo è far sì che chi vuole promuovere la sua cantina si rivolga a lei. Vi è un’etica di condivisione di cose utili. Nel sito vi sono schede specifiche di ogni vino, contenuti di valore, non le solite cose che si trovano sul web, l’obiettivo è stato raggiunto: il sito si distingue dagli altri.
  • Patrizia Pappalardo vive a Milano, segue mille progetti, appassionata di comunicazione, web, turismo, ha esperienze e contatti nel mondo delle guide turistiche. Secondo lei questi ultimi “dormivano” e sottovalutavano le opportunità fornite da internet. I turisti stranieri, oggi, vogliono costruirsi una vacanza personalizzata e farsi guidare da qualcuno fidato, in gamba e simpatico, non si affidano più a pacchetti preconfezionati da qualcun altro dove tutto è una sorpresa. Allora decide di creare http://www.guidaturisticafreelance.it, rivolgendosi a tutte le guide, facendole “svegliare” sull’opportunità di avere clienti diretti senza intermediari, dando indicazioni a chi, avendo le caratteristiche di una guida indipendente, voglia imparare e capire come poterlo fare. Patrizia offre anche piccole consulenze private a chi volesse essere seguito e guidato nell’apprendimento.
  • Graziella Tortorelli, una donna che ha deciso di coltivare la sua passione di mamma creando naturalmentemamma.it, dove affronta i temi della fertilità, maternità e benessere secondo natura. Come mangiare in maniera naturale? Come vivere in un ambiente naturale? Tra le diverse sezioni del sito troviamo: approcci naturali alla gravidanza, Casa Bio, giochi costruiti con materiali adatti.
  • Fabio Ghibellini e la sua compagna Annalisa Tampellini, hanno un negozio di scarpe in provincia di Bologna e un negozio sul web TentazioneShop.it.Per la “politica della nicchia”, però, un conto è avere un negozio di scarpe online, un conto è avere un negozio di scarpe in una nicchia specifica cioè che si occupa solo di un certo tipo di scarpe per una certa tribù specifica, nel loro caso scarpe con il tacco decoltè (chetacco.it). Ciò che funziona, è ancora una volta indirizzarsi in un settore molto specifico rivolgendosi a una tribù e non ad un target come per i mass media. La tribù è fatta di persone che hanno interessi ed esigenze comuni, poco importa se hanno età e portafogli diversi, quello che ci deve interessare è intercettare il loro problema.
  • SiamoAlCompleto.it è il sito di Marcello Cosa. Insieme alla sua partner ha fatto un passo molto coraggioso perché nonostante avesse una laurea e un dottorato prestigioso, non voleva rimanere al sud dove non poteva esprimere le sue capacità e allora fa 2 mosse : si trasferisce in Nicaragua e realizza un servizio dedicato a tutti i proprietari di bed and breakfast su come avere più clienti utilizzando internet. Nella sezione “Chiedilo a Marcello”, raccoglie le domande più frequenti per poi pubblicare i relativi consigli direttamente sul sito.”

Grazie ancora a Giovanna per questi consigli che speriamo possano essere utili. Fateci sapere se l’argomento vi interessa.

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Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

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