La manutenzione: dai muscoli, passando per gli affetti, finendo nelle relazioni professionali

PB  Da qualche tempo in ufficio, abbiamo deciso che a pranzo si va in trattoria (il bar ci ha stufato) e soprattutto che ci si va a piedi. 20 minuti per andare. 20 minuti per tornare.

Esigenza partita dal desiderio di sgranchirsi le articolazioni stanche di troppa scrivania e di rientrare nella taglia di campionario dopo le intemperanze natalizie.

Gli effetti collaterali sono stati un approfondimento delle relazioni (40 minuti a piedi tutti i giorni ti fanno scoprire che la fidanzata dello stilista si occupa di food design, che la responsabile della comunicazione fa nordic walking, che il direttore amministrativo ha il sogno segreto di aprire un vivaio).

Così, tra ginnastica e conversazione, abbiamo fatto alcune riflessioni sul concetto di manutenzione.

Manutenzione degli oggetti (come lavare a mano il proprio pullover preferito o riparare in garage una Ducati Scrambler) o degli affetti (come avvisare se si arriva tardi, chiedere scusa se serve, fare una telefonata o un sorriso al di là dal superminimo a chi si ama).

Il principio è lo stesso per le proprie relazioni e le proprie competenze professionali

La manutenzione delle relazioni professionali

Non perdiamo di vista i professori che abbiamo stimato o i professionisti che ci hanno aiutato: teniamoli informati dei nostri progressi, teniamoci informati delle loro pubblicazioni e della loro carriera (per me il prof Bosisio dell’università, la Colavito di Manager Italia).

Teniamo d’occhio i colleghi o i collaboratori con i quali abbiamo costruito progetti, raggiunto risultati, che ci hanno insegnato un lavoro (per me la Marabini del commerciale di Armani, la Cicero dell’ufficio stile, la Carpaneto che è già comparsa sul Blog, l’infaticabile Simoni, la Robi Milan che mi ha iniziato alle pv…)

Sentiamo i capi che abbiamo stimato, che ci hanno stimato (per me la rossa  Ghisla in Chantelle, l’anglosassone Crespi in Dolce&Gabbana, il mitico Ing. Fantò in Armani)

Teniamo i contatti dei fornitori migliori, delle agenzie più interessanti, della aziende più vivaci con le quali siamo entrati in contatto.

La manutenzione delle competenze

Se abbiamo un talento o la sorte ci porta a dedicarci a un argomento che riteniamo di buon potenziale e che sentiamo nelle nostre corde, non accontentiamoci della sufficienza. Diventare un esperto, un punto di riferimento per un settore specifico, può diventare una carta preziosa da giocare per essere preferiti ad altri candidati nel momento del confronto. Quindi teniamoci aggiornati e allenati, facciamo manutenzione delle nostre competenze (linguistiche, tecniche o relazionali che siano).

Paola, la mia co blogger, sa bene che (per diventare esperti di bambini) si può cominciare come ricercatrice in università (il suo lavoro si trova ne  “Il dolce tuono” di Marco Lombardi), passare per una azienda di giocattoli, continuare facendo un bambino, poi la rappresentante di classe del bambino medesimo ed infine essere scelti da una agenzia che tra Arte e Comunicazione fa progetti per le scuole.

In ogni modo,  non multa sed multum (non molte cose, ma molto bene): tenete da conto e fate lavoro di manutenzione  solo per  gli argomenti (e le persone) più preziose. Come per gli affetti: la manutenzione non è per tutti quelli che conosciamo ma solo per gli amici del cuore.

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Profilo Linkedin: ecco cosa pensa un cacciatore di teste

PB  Ho recentemente incontrato un Head Hunter con cui avevo avuto a che fare diversi anni fa. Allora ero giovane, bionda (?!) e all’inizio della mia carriera.

Monica Boselli (questo il nome della “cacciatrice di teste”) mi aveva portato da un’Azienda di Lingerie a una Maison di Moda.

Come quando si parla di primo amore e di esperienze indimenticabili  (entravo grazie a lei nel luminoso mondo del fashion show) avevo conservato un ricordo affettuoso di MB Research (che nel frattempo ha cambiato il suo indirizzo ma non il suo stile elegante e riservato).

In coda alla nostra chiacchierata, le ho chiesto, per Trampolinodilancio, un parere da professionista a proposito della redazione del profilo di Linkedin.

Mi ha dato un paio di dritte molto preziose che vorrei girarvi.

  • L’obiettivo del profilo è di ottenere un colloquio.
  • Per ottenere un colloquio bisogna entrare nelle selezioni dei ricercatori (che siano Società dedicate alla ricerca del personale o l’Ufficio Risorse Umane di un’Azienda)
  • Per entrare nelle selezioni ed essere inseriti nella rosa dei candidati, bisogna inserire le parole chiave con cui supponiamo un ricercatore conduca la sua indagine (per esempio Marketing Apparel o Media Planner o Shoes Designer)

Insomma l’esperto ci dice che, sul profilo di Linkedin, è meglio scrivere “MODA” che fare un profilo di moda e scrivere “CREATIVO” piuttosto che essere creativi

Dobbiamo farci rintracciare facilmente in quello straordinario ma infinito database che è Linkedin.

Un profilo troppo lungo, troppo complesso, rischia di non essere letto: cerchiamo di essere facili e semplici per chi ci deve cercare (una giornata su Linkedin può essere di una noia mortale: rendiamo la vita facile a chi ci deve trovare e seminiamo espliciti indizi per la sua indagine).

Poi siamo unici, speciali e irrinunciabili durante il colloquio: è lì infatti che si faranno i giochi e dove dovrà emergere carattere, professionalità, competenza, creatività.

Grazie a Monica Boselli per i suoi consigli (uno di questi giorni vado nel mio profilo e faccio un paio di modifiche)

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Linkedin: (controverse) istruzioni per l’uso

PB  Caspita, il post di Paola a proposito dell’uso di Linkedin ha creato, intorno al blog, un vero vespaio.

Io e Paola abbiamo passato diverse mezz’ore al telefono, nei nostri viaggi da pendolari con auricolare, o su Skype per scambiarci sensazioni e pareri a proposito dei commenti al post.

Ne abbiamo avuti un paio piuttosto severi, molto critici nei confronti del profilo di Catalina che Trampolino ha giudicato fresco e diretto e che  Matteo e Fabio (due contatti di Paola che lavorano nel Marketing) hanno trovato poco professionale e poco orientato al business.

La critica a mio parere non è del tutto fuori luogo: il profilo di Linkedin è un curriculum vitae, non il palcoscenico per un provino.

Ma è pur vero che per valutare un candidato non tutti i mezzi sono uguali: per uno stilista io guardo il book dei disegni, per una modella il composit, per un Marketing Manager le aziende dove si è formato e i prodotti di cui si è occupato.

Per chi ha un curriculum molto snello alle spalle, cioè per i ragazzi che iniziano a lavorare, è difficile descrivere una carriera (a parte quella scolastica) che sostanzialmente non esiste. Molto meglio allora, tentare di trasmettere in modo efficace la propria personalità.

Il profilo di Catalina, che ama i gatti con il naso rosa, non avrà più senso tra cinque anni, quando potrà mettere nel suo profilo il suo curriculum professionale. La sua creatività e la sua unicità non saranno più solo intuibili dal suo stile, ma dai progetti di comunicazione ai quali avrà lavorato.

Per essere più chiari: è irrilevante che le piaccia il calcio (se avesse amato il tennis non sarebbe stato molto diverso) o i gatti. Si capisce qualche cosa di lei da come lo ha scritto.

Ha parlato direttamente a chi leggeva di lei ( If you are here, that means you want to know about me…so let me sum it up”), creando immediatamente una relazione senza intermediari. E’ stata elegante e musicale nella scelta degli argomenti. Ha trasmesso la sua internazionalità (“I was born in Colombia and lived in Bogotá, Miami, New Jersey, Milan and now Lisbon. I’m 24 years old”) , è stata seduttiva.

Insomma, una buona comunicatrice, non una buona cuoca (nonostante dica di amare il cibo speziato): per una che vuole lavorare nella comunicazione non mi pare male.

Alla fine, quello che salverei della vicenda per rendere più efficace il vostro profilo Linkedin è:

–          siate  sinceri (se in realtà Catalina avesse paura di viaggiare e fosse una introversa che si è fatta scrivere il profilo da un copy, sarebbe un guaio)

–          siate  originali, ma non fate “gli originali” (nessuno ha voglia di stravaganza gratuita, né della stonata sensazione che il vostro stile non sia farina del vostro sacco)

–          ponete l’accento sulla vostra personalità solo fino a che non potrete ancora porre l’accento sui vostri trascorsi professionali: questo profilo sarebbe inadeguato  per un professionista di 35 anni

–          pensate sempre empaticamente a chi volete sedurre professionalmente: uno spiccato senso della comunicazione piacerà a un Direttore Creativo più che a un Primario di Chirurgia: se volete fare la ferrista in sala operatoria puntate su sangue freddo e manualità dato che l’oggetto del vostro lavoro nella maggior parte dei casi starà dormendo e non sarà interessato alla vostra conversazione.

Grazie a Matteo e Fabio per i loro commenti, severi e costruttivi. Approfondiremo l’argomento e verificheremo le nostre opinioni con un paio di addetti ai lavori a cui abbiamo chiesto un parere. Ma voi che ne pensate?

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Da Mani Tese un appello a firmare per una buona causa e utili consigli per chi vuole lavorare nel no profit

PC Ci arriva da Mani Tese, la storica ong impegnata a combattere gli squilibri tra nord e sud del mondo, con la quale collaboro, un appello ad aiutarli nel rush finale della raccolta firme per la promozione della Dichiarazione Europea per la Sovranità Alimentare. Una dichiarazione che è il frutto del primo forum continentale sul tema svoltosi a Krems, in Austria, nell’agosto del 2011 (400 delegati da 34 paesi) e che contiene 6 richieste forti di cambiamento rispetto a tutte le politiche europee che regolano la produzione, la vendita e il consumo di cibo. (Firmare è facilissimo e velocissimo, basta andare a questo link: http://www.change.org/it/petizioni/sovranit%C3%A0-alimentare-in-europa-ora, fatelo tutti subito!)

Giosuè de Salvo capo area advocacy Mani Tese

Giosuè de Salvo capo area advocacy Mani Tese

Approfittiamo per porre a Giosuè De Salvo, capo area advocacy Mani Tese, alcune domande inerenti alle possibilità di lavoro nell’ambito del mondo no profit.

Quali prospettive si aprono per i giovani nell’ambito del no profit in questi anni di crisi?

Giosuè De Salvo: Guardandola in positivo, la crisi apre delle enormi prospettive per i giovani. Essendo una crisi di sistema, travolge larga parte delle convinzioni su cui si sono fondati i percorsi di carriera negli ultimi trent’anni e consente loro di essere più creativi che mai. Detto in altre parole, il fallimento del dogma “libera impresa in libero mercato = prosperità e benessere” fa sì che i giovani possano approcciare in modo innovativo i mestieri tradizionali e addirittura inventarsi nuovi mestieri basati su valori e visioni capaci di rimettere la dignità umana e la sostenibilità ambientale – i due grandi perdenti del così detto Finanzcapitalismo – al centro della loro esperienza di vita e di lavoro. Ebbene, questi valori e queste visioni sono la sostanza dell’impegno nel no profit.

Un giovane di talento che voglia lavorare nel no profit deve avere delle caratteristiche particolari? Quali?

Giosuè De Salvo: C’è no profit e no profit ovviamente. Per come la vedo io, dall’osservatorio Mani Tese, occorre essere dei professionisti appassionati. Professionisti della progettazione, della logistica, dell’amministrazione, della comunicazione. Appassionati del genere umano e di madre Terra. Non bisogna mai stancarsi di “camminare domandandosi” quali sono le cause più profonde dell’ingiustizia e come fare per porvi rimedio. E’ un lavoro che ti mette in discussione ogni giorno come persona e come specialista, che sfida la tua coerenza, che ti fa litigare in famiglia e con gli amici, che ti rende inviso agli indifferenti, che molto spesso è fonte di grandi rinunce materiali ma che proprio per questo ti rende vivo. Ecco, forse la dote più grande richiesta è una grande e inguaribile voglia di vivere!

Tornando al tema della Sovranità alimentare, ci spiega Giosuè che “ad oggi, siamo a quota 5.000 firme cartacee e quasi 2.000 on line. Se riusciremo a completare l’impresa entro il 31 dicembre 2012, porteremo la voce di 10.000 cittadini europei (una cifra non trascurabile!), tra gli altri, al sindaco Giuliano Pisapia e al futuro presidente della Regione Lombardia perché Milano e la Lombardia ospiteranno l’Esposizione Universale del 2015 che ha come temi portanti il diritto al cibo e la sostenibilità, ai Parlamentari Europei che stanno svolgendo il ruolo di relatori sulla riforma della PAC, la politica agricola comunitaria e ad altre figure chiave in ambito Unione Europea, fra chi si occupa di politiche del cibo. Ciò che ci muove è la ferma convinzione che “un cambiamento del nostro sistema alimentare sia un primo passo verso un cambiamento più ampio della nostra società!”.”

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Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

PC Conosco Alessandra Selmi da quando si è laureata a pieni voti  in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano. Alessandra ha subito deciso di provare la difficile strada della scrittura e ha esordito come redattore per le testate Vogue Sposa, Vogue Bambini, Matrimonio Perfetto e Kid’s Sport (in sostanza scriveva sul matrimonio e i suoi frutti).

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Tra le sue diverse attività  la più divertente è sicuramente la collaborazione con il settimanale “Confidenze” per cui scrive storie vere, dietro pseudonimo.

Ma il suo contributo a trampolinodilancio nasce dal lavoro come editor freelance per  diverse case editrici, per cui si occupa di revisione dei testi e selezione dei manoscritti per la pubblicazione. Da fedele lettrice di trampolinodilancio ci ha infatti proposto un post sugli errori che più frequentemente si compiono quando si scrive in italiano, perché se è vero che è fondamentale sapere l’inglese bisogna innanzitutto scrivere in un irreprensibile italiano.  Ecco quindi i suoi consigli:

Alessandra Selmi: L’insegnamento della grammatica inizia sin da quando siamo bambini e prosegue lungo tutto l’iter formativo, fino a insinuarsi – come una maledizione, direbbero alcuni – nei corsi di studio che apparentemente nulla hanno a che spartire con “lo bello stile”, dalle scuole alberghiere agli istituti tecnici.

In alcuni, disperati casi, tanti anni di studio non sono sufficienti e spesso mi capita di imbattermi in scrittori, affermati o in erba, che disseminano i loro manoscritti di abominevoli errori. Sono tristemente numerosi anche gli aspiranti correttori che infarciscono i curricula di sviste più o meno gravi e, per contro, troppo pochi coloro che superano il test preliminare di grammatica.

E tuttavia la lingua italiana non è uno strumento d’uso obbligatorio solo per giornalisti, scrittori, editor e professori. Se non tutti sono nati romanzieri, chiunque è tenuto a padroneggiare le basi della grammatica, perché tutti, prima o poi, ci troviamo nella (spiacevole?) incombenza di scrivere qualcosa.

E quel che scriviamo, come lo scriviamo, ci qualifica per quello che siamo.

Inviare un’email punteggiata di refusi è come presentarsi a un colloquio con le unghie sporche: inquadra il candidato come una persona trasandata, disattenta, inaffidabile. Chi metterebbe il proprio reparto nelle mani di un professionista che non si prende nemmeno la briga di rileggere due righe prima di cliccare invio? E cosa pensereste del capo che prende uno stipendio tre volte superiore al vostro, ma verrebbe bocciato in quinta elementare?

Il medesimo discorso vale per tutte le occasioni in cui siete tenuti a scrivere qualcosa (salva, forse, la lista della spesa): che si tratti degli auguri di Natale per i vostri clienti, o del planning trimestrale, così come la presentazione in Power Point della tesi o la relazione per gli investitori, un errore grossolano può intaccare l’immagine professionale costruita in mesi di duro lavoro. E sappiate che vale anche per i social network, soprattutto se un cliente su cui volete fare colpo rientra tra i vostri contatti; nessuna scusante del tipo “Ero di fretta” o “Non se ne accorge nessuno”, né tanto meno “Su Facebook lo fanno tutti”. Iniziate a distinguervi per eleganza di stile nell’uso di accenti, apostrofi, troncamenti ed elisioni.

Il primo consiglio, dunque, è il seguente: rileggete, rileggete, rileggete.

Non fidatevi del correttore di Word, che è talvolta truffaldino. Fate affidamento, soprattutto, su un buon dizionario e su un vecchio, tradizionale testo di grammatica, in cui rifugiarvi ogni volta che un dubbio vi assale. Se non vi piace la carta, un sito attendibile è quello dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it), che offre anche un interessante e utile servizio di risposta ai quesiti.

E soprattutto dubitate, dubitate moltissimo. Perché spesso si è convinti di sapere e non si sa, e perché la nostra lingua è ricca, affascinante e piena di insidie.

Eccone alcune in cui cadono anche i più esperti:

“Qual è” e “Qual era” vanno sempre senza apostrofo.

“Qualcun altro”, maschile, non ha mai l’apostrofo.

“Egli dà” vuole sempre l’accento, per distinguersi da (appunto) “da” preposizione semplice e “da’” con l’apostrofo, che è elisione di “dai” (seconda persona singolare dell’imperativo presente attivo del verbo dare: “Da’ una mano in cucina!”).

“Dì” con l’accento è sinonimo di giorno: “Sono stato a spasso tutto il dì”. “Di” senza nulla è preposizione semplice. “Di’” con l’apostrofo è l’imperativo del verbo dire: “Di’ la verità!”.

“Un’” con l’apostrofo si mette solo davanti a nomi femminili. “Un’arancia, un’eccezione, un’idea, un’ossessione, un’usuraia” e “Un amico, un esempio, un idiota, un orso, un uomo”.

“Sé” (con l’accento acuto) indica il pronome. “Se” la congiunzione.

“Né” (sempre con l’accento acuto) indica la congiunzione: “Non voglio né latte né limone”. “Ne” il pronome: “Non ne posso più”.

“Sì” con l’accento è l’avverbio affermativo: “Sì, lo voglio!”. “Si” è pronome: “Si viaggia a rilento”.

“La” articolo determinativo (“La casa è grande”). “Là”, con l’accento, avverbio di luogo: “Vieni di là”.

“Qui, quo, qua” l’accento non va, come ci insegnava la maestra. Non hanno mai l’accento: “Io so”, “Egli sa”, “Egli va”, “Egli sta”.

“Perché, poiché, nonché, giacché, allorché, finché” hanno sempre l’accento acuto.

 

Grazie Alessandra, un bel ripasso fa sicuramente bene a tutti noi!

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Ronald e le maestre del Connecticut

PB   In questo periodo in cui si parla molto di lavoro (della sua ricerca, della sua mancanza, della sua retribuzione, della sua dignità) un paio di casi – tra loro davvero disgiunti – mi hanno colpito.

Il primo è quello di Ronald, oscuro autista dello scuola bus di Abbiategrasso. Ronald recupera mio nipotino Francesco (anni sette) tutte le mattine e lo riporta a casa tutti i pomeriggi, da quando aveva tre anni: prima all’asilo, poi alle elementari.

In questi  quattro anni ha spesso aspettato mia sorella che correva da lontano sempre all’ultimo minuto, trascinandosi lo scompigliato figliolo come fosse una bandiera;  ha verificato al ritorno che avesse la cartella prima di scendere , che ci fosse qualcuno ad aspettarlo , e che quel qualcuno fosse un viso noto e non un brutto ceffo.

Ha dato il suo cellulare a tutte le mamme ansiotiche del quartiere e ogni mattina si trova al distributore di benzina – molto presto – con gli altri autisti per bere il caffè e fare due chiacchiere.

Ora è stato trasferito ad un altro servizio e già tutti rimpiangono  la sua efficienza, la sua affidabilità, la qualità del suo lavoro.

Il secondo è quello della maestra della scuola del Connecticut, dove qualche giorno fa un folle ha sparato.

Ho visto la foto della maestra che portava fuori, in piena sparatoria, i suoi alunni in fila indiana , con le mani l’uno sulle spalle dell’altro.

L’ordine in mezzo al disordine.

Il rispetto del ruolo, della forma, delle procedure di fronte alla follia.

La responsabilità e il coraggio di fronte alla violenza incontrollata.

Davvero il valore del lavoro è nel modo in cui lo si fa più che nel ruolo stampato sul biglietto da visita.

L’immagine di Ronald che verifica che tutto funzioni sul suo autobus e quella di quelle insegnanti che nell’insensatezza della tragedia trovavano il senso del loro lavoro mi riconcilia con il genere umano.

Forse mi commuovo perché è Natale, ma va la mia ammirazione (come agli orchestrali sul Titanic che hanno suonato fino alla fine) a tutti coloro che il proprio lavoro lo fanno bene, fino in fondo, nonostante tutto. Buon Natale

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IED E OGILVY & MATHER CERCANO NUOVI TALENTI BRAVI A RACCONTARE STORIE

PC Forse hai un talento e non lo sai…”. Esordiscono così i video virali pensati e realizzati da Ogilvy & Mather Advertising per reclutare studenti per il  corso di copywriting di Ied. Caricati su Youtube e subito condivisi da molti utenti, i tre video virali spiegano in modo divertente e coinvolgente che raccontare storie potrebbe diventare un lavoro.

Video virali per il corso Ied di copywriting

Video virali per il corso Ied di copywriting

Un progetto così innovativo ci ha incuriosito e abbiamo quindi chiesto a Ogilvy & Mather Advertising, dove hanno lavorato sul progetto i direttori creativi esecutivi Giuseppe Mastromatteo e Alessandro Sabini, con il contributo del copy Maurizio Rosazza Prin, e a Ied di raccontarci di più. Ci hanno risposto Alessandro Sabini per Ogilvy & Mather e Matteo Battiston, direttore Ied Comunicazione.

Com’è nata l’idea di presentare un nuovo corso attraverso uno strumento innovativo nell’ambito della formazione: la diffusione di video virali?

Alessandro Sabini: la scelta dei virali nasce per tanti buoni motivi: il primo, sicuramente di natura economica. Una scuola come IED, seppur una delle realtà più importanti a livello internazionale nella formazione di talenti creativi, non può certo permettersi una pianificazione televisiva per promuovere un solo corso. Ma soprattutto, per via del fatto che il target da raggiungere vive in rete: è lì che recupera tutti i contenuti e le informazioni più importanti per la propria vita. Dalla musica agli amici fino ad arrivare a tutto ciò che riguarda scuola, formazione e futuro.

In più, abbiamo usato un format che potesse valere sia come video virale, ma anche (e soprattutto) come activation sfruttando le reazioni vere, di ragazzi veri fermati per strada e messi nelle condizioni di dover fare appello alle proprie capacità creative e di storytelling. Proprio per dimostrare che la creatività è già dentro di noi. Basta saperla sfruttare.

Matteo Battiston: Trasformare la fine di una giornata nell’inizio di una nuova avventura. 

Questo è il concetto base da cui siamo partiti assieme ad Alessandro Sabini, Direttore Creativo di Ogilvy & Mather e coordinatore del corso. Molti ragazzi, magari già avviati alle loro professioni, nutrono passioni e curiosità o nascondono un talento che attende la giusta opportunità per essere messo in gioco. Dall’altro lato le agenzie di comunicazione – piccole, indipendenti, digitali oppure affermate e internazionali come quella diretta da Alessandro – sono alla continua ricerca di profili in grado di concepire e sviluppare messaggi e narrazioni adeguate a una frammentazione di pubblici e mezzi di comunicazione sempre più complessa.

In questo punto di incontro vive l’opportunità che vogliamo dare ai partecipanti del Boot Camp, un vero e proprio “campo di addestramento” dove teoria e pratica si accompagnano sempre. Un camp creativo che affronta tutti i temi e tutte le figure che ruotano attorno al mestiere di scrivere e pensare: advertising, web writing e concept thinking. Durante il Copywriting Boot camp si acquisiranno e si affileranno tutte le armi che servono al creativo: dalla comunicazione classica – tv, stampa, affissione e radio – alle nuove forme di comunicazione: web engaging, live activation, consumer experience.

I video virali che abbiamo sviluppato e si sono diffusi in rete sono un esempio di tutto questo, un vero teaser dei risultati che si potranno ottenere. 

L’idea è semplice: esiste un talento comunicativo che spesso teniamo nascosto o non sappiamo di avere, e quel talento ha un valore enorme. Cercavamo storie di tutti i giorni, dove ognuno di noi, in qualche modo si riconosce e immedesima. 

Poi, con Alessandro Sabini, il resto è venuto da sé: con guide così, le avventure sono più facili da intraprendere con coraggio. E anche più belle!

Quali prospettive si aprono per i giovani che seguiranno questo corso di copy writing, con una particolare enfasi sullo storytelling? 

Alessandro Sabini: Il corpo docenti è formato da una schiera di giovani docenti/professionisti. Alcuni tra i migliori nomi provenienti dall’advertising, il digital, il planning e anche clienti di brand internazionali. I temi trattati sono i più attuali e i profili che cercheremo di formare sono quelli che in futuro avranno più possibilità di entrare in questo difficile mercato del lavoro, quello della comunicazione. Ecco perché in classe non si parla di pubblicità, ma di storytelling, di creazione di contenuti, di integrazione e di futuro del digital. Poi, ovviamente, le prospettive di ciascuno studente dipenderà dalle capacità di ognuno di loro di sfruttare al meglio gli strumenti messi a disposizione. 

A questi link i video virali: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=b3ZBW8fHEZw

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