Archivi tag: editor

Alessandra Selmi ci racconta i dolori di un giovane editor in un divertente libro

 PC Alessandra Selmi, la nostra corrispondente dal fronte editoriale, ha recentemente pubblicato un libro in cui racconta con la consueta verve umoristica la vita di un giovane editor, al quale tutti, ma proprio tutti, prima o poi cercano di far leggere il proprio manoscritto (è noto che gli italiani sono un popolo di scrittori molto più che di lettori).e-cosi-vuoi-lavorare-nelleditoria-206995

Una lettura piacevole e divertente che può anche essere utile a qualche giovane laureato in materie umanistiche (Alessandra si è laureata a pieni voti in Iulm, dove ci siamo conosciute) interessato a capire se la carriera nel mondo editoriale può fare per lui.

Il libro si intitola “E così vuoi lavorare nell’editoria. I dolori di un giovane editor “, Editrice Bibliografica (Milano). Si può acquistare in tutte le librerie e online a €9,90, ed esiste anche l’ebook a €4,99; ha avuto ottime recensioni ed è stato accolto con grande successo al Salone del libro di Torino, dove Alessandra si è trovata a firmare libri con la stessa grazia della Signora in giallo o di Richard Castle (sarà lì che ha deciso che il suo prossimo libro sarà un giallo. Ambientato a Milano, uscirà nel primo trimestre del 2015 per i tipi di Baldini & Castoldi.)

Le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa del libro e soprattutto di darci qualche indicazione utile per i giovani talenti che vogliano provare a imboccare questa professione.

Trampolinodilancio: Di cosa parla il tuo libro?

Alessandra Selmi: “Il libro parla della mia esperienza come editor, da quando, circa sette anni fa, lasciai un lavoro come impiegata per cimentarmi nel giornalismo, fino a oggi. È suddiviso in tre sezioni, che corrispondono grosso modo al ciclo di vita di un libro: da manoscritto in attesa di valutazione alla fase di promozione, passando attraverso le fasi di editing. Ho deciso di dare un taglio ironico e brillante alla narrazione, in parte perché corrisponde alla mia natura, in parte perché penso che il sorriso e l’entusiasmo siano la chiave per rendere migliore ogni professione.”

In cosa consiste il tuo lavoro?

“Mi occupo della selezione dei manoscritti per la pubblicazione. In parole povere, tra tutte le proposte editoriali che giungono in casa editrice, scelgo quelle che saranno pubblicate. Mi occupo poi della revisione dei testi, che può essere più o meno corposa, a seconda dei casi. Scrivo, inoltre, i testi di copertina e affianco gli autori durante tutto l’iter della pubblicazione, oltre a coordinare un piccolo gruppo di correttori di bozze, traduttori e curatori.”

Come si diventa editor?

“Esistono corsi e master per specializzarsi in editoria, ma non sono obbligatori. Io, per esempio, ho cominciato facendo la cosiddetta gavetta come didascalista in una testata di moda. Quel che è certo, comunque, è che per diventare editor bisogna fare esperienza prima come lettori e correttori di bozze: ci vogliono molto tempo, pratica, costanza e umiltà.

Quali sono le maggiori difficoltà del tuo lavoro? E quali le maggiori soddisfazioni?

La cosa più difficile del lavoro di un editor è relazionarsi con gli scrittori. La scrittura è un’attività molto coinvolgente dal punto di vista emotivo. Non è facile rifiutare un manoscritto senza ferire le persone e, durante le fasi di editing, possono crearsi conflitti o attriti se gli autori non accettano o non comprendono le modifiche proposte. Inoltre, stabilire cosa sia degno di pubblicazione e cosa no è una grossa responsabilità: sono molti i casi editoriali rifiutati e poi diventati best seller.

Quando però un testo in cui si è creduto fortemente viene pubblicato e riscuote successo la soddisfazione è grandissima e cancella il ricordo di tutte le difficoltà. È molto emozionante imbattersi in libreria in un libro a cui si è lavorato.

Credo comunque che l’aspetto migliore del mio lavoro sia l’opportunità di conoscere molte persone colte e intelligenti, con la conseguenza di poter crescere intellettualmente.”

Suggerimenti per chi vuole diventare editor?

“Il primo, importantissimo: leggere. Pochi giorni fa sono stata invitata a parlare al master in editoria dell’Università di Verona e, quando ho chiesto ai ragazzi quanti libri leggessero, ho constatato che la media era bassissima (circa uno al mese). Bisogna imparare a leggere molto e molto rapidamente, comprendendo a fondo il testo, perché l’80% del lavoro di un editor consiste nella lettura e i tempi sono spesso molto stretti.

Il secondo: imparare a usare con dimestichezza i programmi di videoscrittura, come Microsoft Word. Non limitarsi a saper digitare un testo, ma conoscere a fondo le varie funzioni del programma.

Il terzo: avere pazienza e umiltà, perché l’iter per diventare editor è lungo e difficile.

Sono tutte cose che si possono imparare prima di iniziare questo lavoro e anche al di fuori della scuola, e che però rivestono grande importanza.”

Alessandra Selmi al Salone di Torino

Alessandra Selmi al Salone di Torino

Alessandra Selmi lavora come libero professionista per diverse case editrici, tra cui Bietti Edizioni, Harlequin Mondadori, Garzanti Libri. Collabora con regolarità con il settimanale Confidenze, per cui scrive racconti e storie vere. E’ laureata in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano, con una tesi in Psicologia Sociale.

Se avete qualche domanda in più da sottoporre ad Alessandra (ma non un libro sul quale chiederle un parere!) non esitate a farlo attraverso trampolinodilancio.

 

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

AAA stagista con voglia di imparare cercasi

PC Alessandra Selmi, l’editor che ci ha gentilmente ricordato in un recente post le regole per scrivere in italiano corretto, cerca per la società Bietti, dove lavora, uno studente in materie umanistiche a cui proporre uno stage in redazione.devoto_oli

Il candidato può essere anche alla sua prima esperienza, ma i requisiti “minimi” sono un’ottima conoscenza della lingua italiana, in particolare la grammatica, e una buona conoscenza dell’uso di Word.

La risorsa verrà inserita in redazione e riporterà all’editor, Alessandra stessa. Le mansioni spaziano da piccoli lavori di segreteria, a cose più tecniche: lettura dei manoscritti in valutazione, redazione di schede di lettura, correzione di bozze. Lo stagista, dunque, avrà la possibilità di imparare davvero un po’ tutto l’iter di pubblicazione di un libro in una redazione piccola (con tutti i vantaggi che ne derivano).
Nel dirmi, infine, che lo stage, almeno allo stato attuale delle cose, non è retribuito, ma è previsto un rimborso spese, Alessandra mi sottolinea che garantisce però la sua massima disponibilità a insegnare tutto quello che sa di questo mestiere, durante il percorso di stage. Abbiamo quindi divagato commentando che questo purtroppo spesso non accade, e ne è nato il divertente racconto di una delle prime esperienze di Alessandra e un utile appello ai giovani candidati per la posizione di stage.

“Alcuni anni fa collaborai come redattore per una prestigiosa rivista di moda. La prima cosa che imparai fu che nessuno mi avrebbe insegnato nulla. Non con i metodi tradizionali, almeno. Appresi tutto (e non fu poco) col tryal and error.
Scovai la toilette – sì, nessuno si prese la briga di dirmi: «Se ti scappa la pipì, è la terza porta sulla sinistra» – entrando a caso in tutti gli uffici. Una pioggia di «Ops, mi scusi!» e «Ho sbagliato, cercavo il bagno!» e di occhiatacce malevole, fino alla stanza giusta, quella piastrellata per intenderci. E così trovai anche l’archivio, le matite e i post it (all’inizio me li portavo da casa), il reparto grafica, la macchinetta del caffè e i server, che fortunatamente convivevano in un unico loculo. Quando chiesi di assistere a un servizio fotografico, un’astuta collega mi disse che non c’era nulla da vedere, e infatti ancora oggi non so che aspetto abbia un vero set, e nemmeno un guardaroba, nonostante ci tenessi moltissimo.
Nessuno aveva tempo, e forse voglia, di spiegarmi a cosa servisse il lavoro che stavo svolgendo, che cosa c’era stato prima e cosa sarebbe venuto dopo, perché le cose si sbrigavano in un certo modo e quali erano i faux pas assolutamente da evitare. Se sbagliavo, il direttore mi omaggiava di una sonora lavata di capo – sonora, nel senso che l’avrebbero sentita anche quelli dei piani di sotto. Quando mi dissero di indossare un “abito da cocktail” a un evento fieristico, spesi la bellezza di 300 euro per un Valentino in viscosa viola, che nel mio guardaroba rappresenta ancora oggi il peggior investimento di sempre (del resto, avevo già delle Prada in tinta che sembravano fatte apposta…); è inutile che vi dica che a quell’evento le mie colleghe indossavano jeans e maglioncino, e che io mi sentii una contadinotta vestita a festa.
Con questo metodo selvaggio, imparai a scrivere una didascalia, e quindi un titolo e poi un articoletto e infine un servizio. Così imparai a districarmi nel mondo Apple/Macintosh, in cui tutti i pulsanti stanno dall’altra parte e il desktop si chiama scrivania, e appresi le basi del più importante programma di grafica editoriale. Imparai moltissime cose, non lo nego, tante delle quali rappresentano ancora oggi una marcia in più nel mio curriculum. E non solo.
Imparai, cosa ancora più importante dell’uso di un MacBook, l’importanza della reputazione e dell’immagine professionale. Imparai a proporre le mie idee senza balbettare, a non chiedere scusa ogni due parole, a non zerbinarmi con tutti. Imparai quant’è dura la vita lavorativa e come si sopravvive in un ambiente ostile e competitivo. Imparai a diventare una persona adulta.
Senza quella difficile esperienza oggi non sarei dove sono, cioè esattamente dove voglio essere.
Sono editor per Bietti, una piccola casa editrice che pubblica libri molto belli, e spesso ho a che fare con giovani stagisti, a cui affidiamo correzioni di bozze o trascrizioni e altri piccoli lavori di redazione. In ognuno di loro rivedo me stessa e la promessa che mi sono fatta uscendo (indenne) da quella famosa redazione: che se mi fossi trovata in una posizione di superiorità – presunta o reale – non avrei mai riservato ai miei collaboratori lo stesso trattamento. Per due motivi pratici e prosaici: perché chi impara bene un mestiere poi lavora bene, e perché non voglio trovarmi le gomme dell’auto squarciate.
Mi rivolgo dunque ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro. Abbiate l’umiltà di riconoscere che, nonostante i vostri titoli, non sapete fare sostanzialmente nulla; abbiate il coraggio di imparare e di chiedere; se non capite o non sapete, non millantate per darvi arie: ditelo. Se trovate qualcuno disposto a insegnarvi qualcosa, prestategli attenzione. Se vi fanno un’osservazione – e, spero per voi, garbatamente – prendetela come un’opportunità di miglioramento e non come una sterile reprimenda.
E mi rivolgo anche ai professionisti, molti dei quali potrei trovarmi davanti in futuro, in un colloquio in cui sono io la candidata. Non siate gelosi delle vostre conoscenze; non temete di trasmetterle a chi deve ancora crescere; non abbiate paura della rigogliosa, giovane concorrenza: se valete, nessuno vi porterà via il vostro posto per aver insegnato qualcosa; al massimo vi ameranno come si ama un mentore generoso e saggio. Onorate la vostra arte trasmettendola agli altri, con passione, tenacia e pazienza. E non sbraitate nei corridoi per far sapere a tutti che siete il capo.

P.S.: vendo abito viola in viscosa di Valentino, usato una sola volta, taglia 42. (Alessandra Selmi)”

Chi fosse interessato allo stage (o all’abito di Valentino) può lasciare l’indirizzo email a trampolinodilancio, così lo mettiamo in contatto direttamente con Alessandra Selmi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

PC Conosco Alessandra Selmi da quando si è laureata a pieni voti  in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano. Alessandra ha subito deciso di provare la difficile strada della scrittura e ha esordito come redattore per le testate Vogue Sposa, Vogue Bambini, Matrimonio Perfetto e Kid’s Sport (in sostanza scriveva sul matrimonio e i suoi frutti).

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Tra le sue diverse attività  la più divertente è sicuramente la collaborazione con il settimanale “Confidenze” per cui scrive storie vere, dietro pseudonimo.

Ma il suo contributo a trampolinodilancio nasce dal lavoro come editor freelance per  diverse case editrici, per cui si occupa di revisione dei testi e selezione dei manoscritti per la pubblicazione. Da fedele lettrice di trampolinodilancio ci ha infatti proposto un post sugli errori che più frequentemente si compiono quando si scrive in italiano, perché se è vero che è fondamentale sapere l’inglese bisogna innanzitutto scrivere in un irreprensibile italiano.  Ecco quindi i suoi consigli:

Alessandra Selmi: L’insegnamento della grammatica inizia sin da quando siamo bambini e prosegue lungo tutto l’iter formativo, fino a insinuarsi – come una maledizione, direbbero alcuni – nei corsi di studio che apparentemente nulla hanno a che spartire con “lo bello stile”, dalle scuole alberghiere agli istituti tecnici.

In alcuni, disperati casi, tanti anni di studio non sono sufficienti e spesso mi capita di imbattermi in scrittori, affermati o in erba, che disseminano i loro manoscritti di abominevoli errori. Sono tristemente numerosi anche gli aspiranti correttori che infarciscono i curricula di sviste più o meno gravi e, per contro, troppo pochi coloro che superano il test preliminare di grammatica.

E tuttavia la lingua italiana non è uno strumento d’uso obbligatorio solo per giornalisti, scrittori, editor e professori. Se non tutti sono nati romanzieri, chiunque è tenuto a padroneggiare le basi della grammatica, perché tutti, prima o poi, ci troviamo nella (spiacevole?) incombenza di scrivere qualcosa.

E quel che scriviamo, come lo scriviamo, ci qualifica per quello che siamo.

Inviare un’email punteggiata di refusi è come presentarsi a un colloquio con le unghie sporche: inquadra il candidato come una persona trasandata, disattenta, inaffidabile. Chi metterebbe il proprio reparto nelle mani di un professionista che non si prende nemmeno la briga di rileggere due righe prima di cliccare invio? E cosa pensereste del capo che prende uno stipendio tre volte superiore al vostro, ma verrebbe bocciato in quinta elementare?

Il medesimo discorso vale per tutte le occasioni in cui siete tenuti a scrivere qualcosa (salva, forse, la lista della spesa): che si tratti degli auguri di Natale per i vostri clienti, o del planning trimestrale, così come la presentazione in Power Point della tesi o la relazione per gli investitori, un errore grossolano può intaccare l’immagine professionale costruita in mesi di duro lavoro. E sappiate che vale anche per i social network, soprattutto se un cliente su cui volete fare colpo rientra tra i vostri contatti; nessuna scusante del tipo “Ero di fretta” o “Non se ne accorge nessuno”, né tanto meno “Su Facebook lo fanno tutti”. Iniziate a distinguervi per eleganza di stile nell’uso di accenti, apostrofi, troncamenti ed elisioni.

Il primo consiglio, dunque, è il seguente: rileggete, rileggete, rileggete.

Non fidatevi del correttore di Word, che è talvolta truffaldino. Fate affidamento, soprattutto, su un buon dizionario e su un vecchio, tradizionale testo di grammatica, in cui rifugiarvi ogni volta che un dubbio vi assale. Se non vi piace la carta, un sito attendibile è quello dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it), che offre anche un interessante e utile servizio di risposta ai quesiti.

E soprattutto dubitate, dubitate moltissimo. Perché spesso si è convinti di sapere e non si sa, e perché la nostra lingua è ricca, affascinante e piena di insidie.

Eccone alcune in cui cadono anche i più esperti:

“Qual è” e “Qual era” vanno sempre senza apostrofo.

“Qualcun altro”, maschile, non ha mai l’apostrofo.

“Egli dà” vuole sempre l’accento, per distinguersi da (appunto) “da” preposizione semplice e “da’” con l’apostrofo, che è elisione di “dai” (seconda persona singolare dell’imperativo presente attivo del verbo dare: “Da’ una mano in cucina!”).

“Dì” con l’accento è sinonimo di giorno: “Sono stato a spasso tutto il dì”. “Di” senza nulla è preposizione semplice. “Di’” con l’apostrofo è l’imperativo del verbo dire: “Di’ la verità!”.

“Un’” con l’apostrofo si mette solo davanti a nomi femminili. “Un’arancia, un’eccezione, un’idea, un’ossessione, un’usuraia” e “Un amico, un esempio, un idiota, un orso, un uomo”.

“Sé” (con l’accento acuto) indica il pronome. “Se” la congiunzione.

“Né” (sempre con l’accento acuto) indica la congiunzione: “Non voglio né latte né limone”. “Ne” il pronome: “Non ne posso più”.

“Sì” con l’accento è l’avverbio affermativo: “Sì, lo voglio!”. “Si” è pronome: “Si viaggia a rilento”.

“La” articolo determinativo (“La casa è grande”). “Là”, con l’accento, avverbio di luogo: “Vieni di là”.

“Qui, quo, qua” l’accento non va, come ci insegnava la maestra. Non hanno mai l’accento: “Io so”, “Egli sa”, “Egli va”, “Egli sta”.

“Perché, poiché, nonché, giacché, allorché, finché” hanno sempre l’accento acuto.

 

Grazie Alessandra, un bel ripasso fa sicuramente bene a tutti noi!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: