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COVER LETTER: I CINQUE MODI MIGLIORI PER NON FARSI CHIAMARE PER UN COLLOQUIO

PC Ho conosciuto Giovanni Zezza grazie a Marco Lombardi che lo teletrasportava dalla Young & Rubicam in Iulm perché spiegasse agli studenti come funziona veramente “là fuori”. Ha continuato a venire anche dopo essere passato in Deliveroo, una nuova realtà in espansione che comprensibilmente attira molte proposte di giovani, e non solo, candidati. In 12 anni di esperienza tra agenzie pubblicitarie e aziende digitali ha potuto così completare una conoscenza dei diversi approcci alla richiesta di lavoro, che ci ha gentilmente distillato. Gustateveli tutti di un sorso, come uno spritz estivo, ma poi – prima di scrivere una cover letter – riassaporateli con la concentrazione che merita un buon rhum.

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza Head of Marketing Deliveroo

Giovanni Zezza: “Fare un colloquio è come ballare il tango: bisogna saper sedurre, muoversi in modo da lasciare un segno, usare tecnica e passione.

Ma per ballare un tango è necessario essere in due. E per fare un colloquio è necessario farsi chiamare dopo l’invio del cv.
La cover letter è l’inizio di questo processo di seduzione: un passaggio imprescindibile per avere l’opportunità di ballare il vostro tango.

Ecco dunque una classifica dei 5 modi migliori per NON essere richiamati dopo aver inviato un cv.
E tutti, drammaticamente, tratti da storie vere.

5° POSTO: “VORREI LAVORARE CON VOI”
Arriva una mail con allegato un cv con scritto “Vorrei tanto lavorare con voi” e nient’altro.
Ora in un’azienda ci sono ruoli e responsabilità diversi, tutti importanti ma con qualifiche differenti.
Vuoi fare il direttore marketing, lavorare nel commerciale o occuparti dei servizi di pulizia?
Sperare che il direttore delle risorse umane si metta a spulciare il vostro cv cercando di capire dove eventualmente potreste essere inseriti, alla luce della vostra incontenibile voglia di lavorare con l’azienda, è probabile quanto che le scie chimiche siano davvero dannose.

4° POSTO: NDO COJO COJO
Che per chi non è pratico di romano vuol dire: va bene un po’ tutto.
A cosa faccio riferimento? Mi spiego subito.
Se siete idonei per la stessa posizione in due aziende competitor, questa è una grande opportunità per voi: più occasioni per essere scelti per fare il lavoro che fa per voi.
Tuttavia mandare il cv contemporaneamente alle due aziende competitor nella stessa mail, non aumenterà le vostre possibilità di essere assunti: se non avete una preferenza tra le due, almeno fingete di averla.
Sarebbe come dire a Coca-Cola che di base bere la loro bevanda o una Pepsi non cambia nulla.
Se volete fare un test per vedere cosa succede, vi lascio il numero del brand manager.

3° POSTO: ALMENO HAI QUALCOSA DA LEGGERE
Leggere è così rilassante e ci sono titoli per tutti i gusti: dai libri di Fabio Volo a quelli di Tolstoj a Topolino quando si è impegnati in “situazioni private”.
Nonostante il fatto che un buon recruiter è sicuramente una persona di buona cultura e quindi legge spesso e volentieri, mandare un cv dicendo “così avete qualcosa da leggere” è un passo un po’ azzardato.
Chi di noi non ha voglia di leggere due pagine di cv per rilassarsi prima di dormire? Perché rubare Topolino al proprio figlio quando puoi leggerti un bel cv?
Del resto, quando sei annoiato o guardi un bel factual su Real Time o ti leggi un avvincente cv, no?

2° POSTO: MALATTIE INVALIDANTI
Qui si entra in zona calda della classifica. Se fossimo a Top of The Pops il pubblico sarebbe in delirio, e spero lo siate anche voi.
Parliamo di motivazione: è fondamentale scrivere perché si è interessati ad un posto di lavoro. Ma, ecco, esattamente come a un fidanzato non è strettamente necessario dire proprio tutto-tutto-tutto, lo stesso vale per un potenziale datore di lavoro.
Dire che hai delle malattie invalidanti di origine psicologica, ad esempio, oltre ad essere un’auto-rinuncia ad uno dei diritti dei lavoratori (l’azienda deve essere solo a conoscenza dell’idoneità del lavoratore a svolgere la sua mansione, non della sua intera cartella clinica), non è assolutamente un buon biglietto da visita: in primis perché fa pensare che il candidato non sarà in grado di portare a termine le sue mansioni e, secondo poi, perché un’azienda non è la Caritas.
Voi chiamereste per un colloquio qualcuno che vi ha già espresso il suo disagio psicologico?
Nessuno è “normale” ma lasciate che i vostri datori di lavoro lo scoprano dopo il periodo di prova, non nella cover letter.

1° POSTO: BUONA MORALITÀ
Rullo di tamburi, apriamo la busta, the winner is: quello che manda il cv sottolineando che è una persona di “buona moralità”.
Ora tenete presente che di quello che fate al di fuori dell’ufficio, teoricamente, al vostro datore di lavoro interessa poco. Figuriamoci della vostra moralità, che tra l’altro oggi è un concetto piuttosto soggettivo.
Se poi la “buona moralità” è pari alla “buona conoscenza dell’inglese” che leggo in tutti i cv di persone che non sanno manco dire “How are you?”, allora è un’informazione inutile anche per mandare il cv presso un convento o una parrocchia, visto che, nella migliore delle ipotesi, sarete un incrocio tra Gambadilegno e La Banda Bassotti, giusto per restare nella tematica Topolino tanto cara a chi scrive.

Quindi ragazzi e meno ragazzi (perché questi e/orrori arrivano anche da persone molto senior) la cover letter è fondamentale – e su questo blog trovate tutte le indicazioni, più serie di questo post, per prepararla bene – ma occhio a quello che scrivete.
Perché nella migliore delle ipotesi non venite richiamati, nella peggiore finite in una cartella “Perle” per essere riletti nei momenti bui dell’azienda dove avete fatto application.”

Giovanni Zezza
Head of Marketing, Deliveroo Italy.

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In medio stat virtus anche nei cv

PC La parola della settimana di Aldo Grasso, su Io Donna di ieri è: misura.bilancia “E’ la misura il meglio, dice Eschilo. – ci ricorda Grasso – La parola  deriva dal latino “mensura”, participio passato del verbo “metiri”, misurare. La misura è un valore numerico pari al rapporto tra una grandezza e un’altra a essa omogenea, assunta convenzionalmente come unità (unità di misura). Le misure sono tante: c’è quella da colmare e quella da prendere; c’è la giusta misura (il limite che per ogni cosa costituisce la sua relativa perfezione) e la mezza misura. Mai dimenticare il Vangelo: “Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.” Misura per Misura.”

Una delle domande alle quali mi capita più spesso di rispondere riguarda la misura in termini quantitativi del curriculum: quanto dev’essere lungo? deve davvero stare tutto in una pagina? La mia risposta ai giovani alla ricerca di un primo, vero lavoro dopo l’università o un master è che è spropositato occupare due pagine per elencare le molteplici esperienze come commesso, hostess, barista, raccoglitore di mele, accompagnatore di bambini a campus estivi, eccetera eccetera che avete fatto. Deve passare il concetto che siete proattivi, desiderosi di mettervi alla prova, al limite appassionati di un determinato settore (ricordo che in Illva Saronno era ovviamente stato apprezzato il cv di un ragazzo che aveva fatto il barman in varie discoteche), ma nessuno avrà voglia di leggere uno per uno i diversi tipi di occupazione nei quali vi siete dilettati dal liceo in poi. In questo purtroppo il curriculum europeo non aiuta, il mio consiglio è di forzarlo e raggruppare le diverse esperienze, o per anni o per tipo di attività.

Lo stesso criterio quantitativo si può applicare alla lettera di presentazione, che non dev’essere troppo lunga (nessuno troverà il tempo di leggerla) ma neppure troppo corta, perché significa che non è stata personalizzata inserendo una propria presentazione che fa capire che siete perfetti proprio per quel lavoro e non avete spiegato il motivo per cui quell’azienda vi interessa, o meglio ancora vi appassiona.

Più difficile è prendere la misura dal punto di vista qualitativo. Il mio consiglio, che deriva dal buon senso e dalle informazioni raccolte in questi anni di Trampolinodilancio, è di evitare gli eccessi (lo spocchioso “State cercando me” che ironicamente sostiene di aver usato Susi è consentito nel corso di un colloquio informale ma decisamente sopra le righe in una lettera di presentazione) ma anche l’eccessiva umiltà. Usate verbi attivi, che spiegano con immediatezza cosa potrete fare per chi vi assumerà ed evitate di spiegare inutilmente cosa di negativo non farete. E’ un concetto più semplice da dimostrare con un esempio. In un cv che mi è stato recentemente inviato un candidato ci tiene a precisare: “Non presento problemi a socializzare e non complico la crescita e sviluppo di un ambiente di lavoro.” Ci mancherebbe anche!, è la mia risposta istintiva,  Ma spiegami perché dovrei assumerti, non perché non dovrei evitarti come una mina vagante! Poi però mi ricordo le parole del Vangelo citate da Aldo Grasso e cerco di essere misurata anche nel mio giudizio, anche perché intuisco grande ingenuità dietro queste parole. Non tutti però saranno altrettanto evangelici nel valutarvi. Leggete e rileggete le poche frasi che sceglierete e pensate se sono le più efficaci a vendervi, sarà già la migliore dimostrazione che siete adatti ad avere un lavoro nel marketing.

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Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

PC Conosco Alessandra Selmi da quando si è laureata a pieni voti  in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano. Alessandra ha subito deciso di provare la difficile strada della scrittura e ha esordito come redattore per le testate Vogue Sposa, Vogue Bambini, Matrimonio Perfetto e Kid’s Sport (in sostanza scriveva sul matrimonio e i suoi frutti).

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Tra le sue diverse attività  la più divertente è sicuramente la collaborazione con il settimanale “Confidenze” per cui scrive storie vere, dietro pseudonimo.

Ma il suo contributo a trampolinodilancio nasce dal lavoro come editor freelance per  diverse case editrici, per cui si occupa di revisione dei testi e selezione dei manoscritti per la pubblicazione. Da fedele lettrice di trampolinodilancio ci ha infatti proposto un post sugli errori che più frequentemente si compiono quando si scrive in italiano, perché se è vero che è fondamentale sapere l’inglese bisogna innanzitutto scrivere in un irreprensibile italiano.  Ecco quindi i suoi consigli:

Alessandra Selmi: L’insegnamento della grammatica inizia sin da quando siamo bambini e prosegue lungo tutto l’iter formativo, fino a insinuarsi – come una maledizione, direbbero alcuni – nei corsi di studio che apparentemente nulla hanno a che spartire con “lo bello stile”, dalle scuole alberghiere agli istituti tecnici.

In alcuni, disperati casi, tanti anni di studio non sono sufficienti e spesso mi capita di imbattermi in scrittori, affermati o in erba, che disseminano i loro manoscritti di abominevoli errori. Sono tristemente numerosi anche gli aspiranti correttori che infarciscono i curricula di sviste più o meno gravi e, per contro, troppo pochi coloro che superano il test preliminare di grammatica.

E tuttavia la lingua italiana non è uno strumento d’uso obbligatorio solo per giornalisti, scrittori, editor e professori. Se non tutti sono nati romanzieri, chiunque è tenuto a padroneggiare le basi della grammatica, perché tutti, prima o poi, ci troviamo nella (spiacevole?) incombenza di scrivere qualcosa.

E quel che scriviamo, come lo scriviamo, ci qualifica per quello che siamo.

Inviare un’email punteggiata di refusi è come presentarsi a un colloquio con le unghie sporche: inquadra il candidato come una persona trasandata, disattenta, inaffidabile. Chi metterebbe il proprio reparto nelle mani di un professionista che non si prende nemmeno la briga di rileggere due righe prima di cliccare invio? E cosa pensereste del capo che prende uno stipendio tre volte superiore al vostro, ma verrebbe bocciato in quinta elementare?

Il medesimo discorso vale per tutte le occasioni in cui siete tenuti a scrivere qualcosa (salva, forse, la lista della spesa): che si tratti degli auguri di Natale per i vostri clienti, o del planning trimestrale, così come la presentazione in Power Point della tesi o la relazione per gli investitori, un errore grossolano può intaccare l’immagine professionale costruita in mesi di duro lavoro. E sappiate che vale anche per i social network, soprattutto se un cliente su cui volete fare colpo rientra tra i vostri contatti; nessuna scusante del tipo “Ero di fretta” o “Non se ne accorge nessuno”, né tanto meno “Su Facebook lo fanno tutti”. Iniziate a distinguervi per eleganza di stile nell’uso di accenti, apostrofi, troncamenti ed elisioni.

Il primo consiglio, dunque, è il seguente: rileggete, rileggete, rileggete.

Non fidatevi del correttore di Word, che è talvolta truffaldino. Fate affidamento, soprattutto, su un buon dizionario e su un vecchio, tradizionale testo di grammatica, in cui rifugiarvi ogni volta che un dubbio vi assale. Se non vi piace la carta, un sito attendibile è quello dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it), che offre anche un interessante e utile servizio di risposta ai quesiti.

E soprattutto dubitate, dubitate moltissimo. Perché spesso si è convinti di sapere e non si sa, e perché la nostra lingua è ricca, affascinante e piena di insidie.

Eccone alcune in cui cadono anche i più esperti:

“Qual è” e “Qual era” vanno sempre senza apostrofo.

“Qualcun altro”, maschile, non ha mai l’apostrofo.

“Egli dà” vuole sempre l’accento, per distinguersi da (appunto) “da” preposizione semplice e “da’” con l’apostrofo, che è elisione di “dai” (seconda persona singolare dell’imperativo presente attivo del verbo dare: “Da’ una mano in cucina!”).

“Dì” con l’accento è sinonimo di giorno: “Sono stato a spasso tutto il dì”. “Di” senza nulla è preposizione semplice. “Di’” con l’apostrofo è l’imperativo del verbo dire: “Di’ la verità!”.

“Un’” con l’apostrofo si mette solo davanti a nomi femminili. “Un’arancia, un’eccezione, un’idea, un’ossessione, un’usuraia” e “Un amico, un esempio, un idiota, un orso, un uomo”.

“Sé” (con l’accento acuto) indica il pronome. “Se” la congiunzione.

“Né” (sempre con l’accento acuto) indica la congiunzione: “Non voglio né latte né limone”. “Ne” il pronome: “Non ne posso più”.

“Sì” con l’accento è l’avverbio affermativo: “Sì, lo voglio!”. “Si” è pronome: “Si viaggia a rilento”.

“La” articolo determinativo (“La casa è grande”). “Là”, con l’accento, avverbio di luogo: “Vieni di là”.

“Qui, quo, qua” l’accento non va, come ci insegnava la maestra. Non hanno mai l’accento: “Io so”, “Egli sa”, “Egli va”, “Egli sta”.

“Perché, poiché, nonché, giacché, allorché, finché” hanno sempre l’accento acuto.

 

Grazie Alessandra, un bel ripasso fa sicuramente bene a tutti noi!

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