Archivi categoria: come scrivere

QUANDO E’ MEGLIO FARE UNA TELEFONATA CHE SCRIVERE UNA MAIL

PC Ci sono alcune situazioni nelle quali è decisamente meglio fare una telefonata che inviare una mail, ma nella pratica vedo che molti giovani evitano spesso il telefono e preferiscono scrivere. Probabilmente si tratta di una caratteristica generazionale: chiunque abbia a che fare con un adolescente sa che, anche se ha lo smartphone in mano tutto il giorno, se lo chiamate non  vi risponderà  e non lo userà mai spontaneamente per telefonare a qualcuno.

Il linguaggio scritto consente in effetti una maggiore distanza e permette di dire cose poco gradevoli senza dover gestire in diretta le reazioni della persona alla quale si scrive. È il motivo per cui così tanti giovani lamentano di essere stati lasciati dal loro fidanzato o fidanzata con un messaggio, invece che con una telefonata, o meglio ancora un incontro. Ma se nei rapporti d’amore è poco probabile che si rincontri la persona con la quale sia è stati così tranchant, nell’ambito lavorativo è sempre meglio tener presente che le probabilità di ritrovare quella persona sul proprio cammino sono molte.

Ecco due recenti situazioni in cui sarebbe stato decisamente meglio telefonare che scrivere:

  1. Annullamento di un colloquio

Se avete inviato una candidatura spontanea e ottenuto un colloquio alle 9 di mattina, perché poi dovete andare in ufficio, non ha senso inviare una mail alle 8.50, fingendo che sia stata scritta la sera prima, per dire che non potete recarvi all’appuntamento a causa di un’emergenza di lavoro.

La persona che dovete incontrare, che si è organizzata per incastrare il vostro colloquio in un’agenda già molto piena, sarà sicuramente disturbata dal vostro annullamento, ma di sicuro preferirebbe una breve e sincera telefonata di scuse, nella quale potrete approfittare per fissare un nuovo appuntamento, che una fredda mail che arriva a ridosso dell’appuntamento, e che potrebbe anche non venire letta (ricordatevi  che un manager riceve centinaia di mail ogni giorno).

Se poi nella mail scrivete di voi usando il plurale maiestatis e avete 23 anni è probabile che la vostra richiesta di fissare un altro appuntamento non verrà esaudita. Poco male, direte, visto che è evidente che avete deciso che il colloquio non vi interessa più, ma ricordatevi che nel piccolo mondo del marketing e della comunicazione è molto probabile che incontrerete nuovamente quella persona. Sperate che, come me, abbia poca memoria per i nomi…

  1. Dimissioni

Se decidete durante il periodo di prova di dare le dimissioni e siete a ridosso di un grande evento per il quale anche il vostro contributo è fondamentale, abbiate il coraggio di chiamare il vostro capo e dirglielo di persona, non scrivetegli (è davvero successo) una mail alle undici di sera. Come Patrizia ha già avuto modo di sottolineare il comportamento nell’ultima settimana di lavoro è quasi più importante di quello durante la prima settimana in un nuovo posto (Come fare carriera sulle ali della propria reputazione).

Riassumendo telefonate invece che scrivere quando:

  • dovete informare qualcuno con urgenza: ricordatevi che non avete alcuna garanzia che la mail venga letta subito;
  • preferite non lasciare traccia scritta di quanto dovete dire: una mail – come un diamante – è per sempre e può essere mostrata agli altri,  e questo avviene spesso quando risulta particolarmente sgradevole, che è esattamente quanto mi è successo con le due mail delle quali ho raccontato.
Contrassegnato da tag , , , ,

I speak Italian

PC Dopo che anche la diretta televisiva di Rai 1 sull’apertura evento più nazionalpopolare dell’anno -l’Expo2015 – è stata infarcita da inutili inglesismi (l’ho trovato gratuito e sgradevole, pensando all’audience, ops, ai telespettatori della rete) ho chiesto di scrivere un pezzo sull’argomento a Alessandra Selmi, la nostra contributrice che è riuscita a trasformare l’amore per la lettura e il dono per la scrittura in un lavoro (è scrittrice oltre che editor, e se alla fine di questo articolo avrete voglia di leggere ancora la sua prosa ironica non perdetevi il suo giallo milanese).

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi al Salone del Libro di Torino

Alessandra Selmi: “Esistono parole intraducibili in italiano, è vero.

Secondo alcuni sono otto, secondo altri diciotto, per taluni venti; per altri ancora addirittura trenta.

È il caso del termine tedesco Fernweh, che indica la nostalgia per posti in cui non si è mai stati, o del giapponese Komorebi, che serve per descrivere l’effetto particolare della luce del sole quando filtra attraverso le foglie degli alberi.

Passi, dunque, se attingete alle vostre conoscenze di giapponese per descrivere una cugina come Bakku-shan, cioè una ragazza bellissima fino a quando non la si guarda in faccia. O al maori delle isole Cook, se ci tenete proprio a far sapere che avete una gamba più lunga dell’altra, ma non avete tempo per i giri di parole (Papakata). Se vi capita di fare Mamihlapinatapei, il gioco di sguardi di due persone che si piacciono e vorrebbero fare il primo passo ma hanno paura, potete attingere al vocabolario indigeno della Terra del Fuoco. Ve lo concedo. Chi, del resto, non padroneggia una conoscenza elementare di yaghan?

I termini intraducibili in italiano, però, sono appena una trentina. Siamo abbondanti e ammettiamo che siano cento, via.

Per tutto il resto, abbiamo la fortuna di avere una meravigliosa e ricchissima lingua. Secondo il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, il patrimonio lessicale italiano annovera 260.000 lessemi.

Volete dirmi che in tanta abbondanza siete costretti a sgraffignare agli inglesi i termini dopobarba (aftershave), riunione (meeting), obiettivo (target), pubblico (audience), bilancio (budget), affari (business) e riscontro (feedback)?

Certo, è facile farsi condizionare dal contesto sociale in cui viviamo. Quando i giornali, la tv e la radio, per non parlare del Web, gli scrittori, i politici e talvolta anche gli insegnanti sono i primi ad attingere alla terminologia anglosassone, scimmiottare il trend (ops, scusate…), la tendenza del momento è quasi automatico. Parrebbe brutto non farlo, potreste sembrare out, démodé… insomma, fuori moda, vecchio stile. Sfigati non al passo coi tempi. Del resto, chi va volentieri a fare compere in uno stantio spaccio aziendale, quando può recarsi in un più moderno e accattivante outlet?

Ora, non vorrei che tornassimo al Ventennio fascista, quando film veniva italianizzato in filmo, a seguito del divieto di utilizzo dei termini di lingue straniere. Le persone evolvono, i linguaggi pure. Anche le parole seguono le mode, come l’abbigliamento e i gusti alimentari: quanti, oggi, dicono gaglioffo, turlupinare e prece? Sarebbe stupido non tenerne conto, tanto più che mi piace pensare che la mia lingua si stia espandendo.

Il punto, però, è tutto qui. Con l’adozione di nuovi termini la nostra lingua si sta arricchendo, o forse i vari news, mood, network, show stanno cannibalizzando le parole tanto care ai nostri nonni? Oggi, dopo che ci siamo divertiti con gli amici a un dinner party nel weekend, ci ricordiamo ancora dell’esistenza dei termini cena, festa e finesettimana? E per quanto tempo, a furia di scegliere certe espressioni invece di altre, ce ne ricorderemo? Lasceremo in eredità ai nostri figli parole come squadra, attrezzo, insegnante, benessere e persecuzione, o forse l’avanzare dei vari team, tool, tutor, wellness e stalking le cancellerà per sempre?

Non si tratta, dunque, di scegliere a tutti i costi una parola al posto di un’altra, in una specie di ostinato gioco di resistenza. Si tratta, piuttosto, di tenere in vita la nostra lingua, di impedire che altre culture – per quanto utili e utilizzate – la fagocitino. Si tratta di aggiungere, non di sostituire.

È, poi, tutta una questione di misura e di contesto. Entro un certo limite, una parola presa in prestito agli anglofoni non la si nota più neanche. Quando, però, un discorso è infarcito di slang, topic, gag, boom e cool, non diamo l’impressione di essere al passo coi tempi: siamo più simili ad analfabeti incapaci di padroneggiare la propria lingua, se non addirittura sbruffoni. Macchiette dell’Adriano Celentano che cantava Prisencolinensinainciusol, con la differenza che il Molleggiato era simpatico, ironico, innovativo; noi risulteremmo patetici.

E passi, se in una riunione ci scappa la parola feedback; ma se lo diciamo alla zia ottuagenaria durante il pranzo di Natale, non è modernità, bensì maleducazione. Se più della metà dei nostri amici su Facebook non è italiana, lo status in inglese è ammesso, forse dovuto; ma se ci seguono appena il panettiere dietro l’angolo e l’ex compagna di liceo, un italiano di base (possibilmente non sgrammaticato) è più che dignitoso. Anzi, più dignitoso.

E infine, se proprio non volete rinunciare a sembrare così up to date, attenzione agli errori. Anche mia nonna dice danlò per download, ma ha 85 anni e le ho perdonato di peggio. Se lo fate voi, che volete a tutti i costi passare per frequent flyers mentre fate la coda dal salumiere, assicuratevi almeno di non sbagliare la pronuncia.”

Ça va sans dire che gli ottimi consigli di Alessandra per quando si parla con la nonna ottuagenaria valgono anche per i pubblicitari che usano il loro abituale gergo anglofono parlando con il signor Rana.

(Se ti interessa questo argomento ti potrebbe piacere anche il post  Il gergo aziendale come segnale di appartenenza)

 

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Cercare lavoro è come un corteggiamento

PC Giovanna Landi, la mia ex studentessa IULM che rimane appassionata di Personal Branding anche dopo averci dedicato la tesi di laurea, ci ha mandato un nuovo articolo che ben volentieri pubblichiamo. “Qualche mese fa ho partecipato al seminario “Effective Presentation” in Bocconi, tenuto da Simone Bandini Buti. Avevo già avuto l’onore di partecipare ad altri suoi seminari sul “Team Building” e sulla “Comunicazione Efficace” e devo ammettere che ogni volta rimango colpita da come riesca a coinvolgere i partecipanti mettendo in pratica il suo motto “imparare divertendosi”. Il seminario si è presto trasformato in una carrellata di consigli e aneddoti riguardo la stesura di cv e lettera di motivazione e sul colloquio, con molte metafore divertenti quanto efficaci sulla ricerca del lavoro come un corteggiamento amoroso. E proprio questa bizzarra analogia mi ha fatto tornare in mente tutte le volte che, studiando Marketing, finivo inevitabilmente per applicare i concetti alla vita amorosa, in modo da fissarli e ricordarli meglio (per esempio, diversificazione del rischio di portafoglio= provarci con tante persone diverse così anche se uno dice di no, rimangono gli altri). Sarà per questo che sono single? Forse sì, ma continuo a trovare queste similitudini tanto insolite quanto estremamente d’impatto.

Cercare lavoro è, per certi versi, esattamente come un corteggiamento: per esempio bisogna dimostrare interesse per la persona che si corteggia. Ci sogneremmo mai di approcciarci in questo modo con una persona che ci piace?

Vorrei uscire con te

No. E allora perché continuiamo a farlo nei confronti di chi valuta e seleziona il nostro profilo professionale?

DOMANDA DA PORCI

O ancora: se vogliamo conquistare l’attenzione di una persona è più efficace farle un complimento rivolto a una sua reale caratteristica, o è meglio un approccio standard come questo?

Hai degli occhi bellissimi

 

Ovviamente è più efficace un approccio personalizzato e allora perché continuiamo a mandare lettere di motivazione come questa?Letteramotivazione

(scusate la qualità delle vignette che ho fatto io con photoshop!)” Giovanna Landi

Penso che i nostri lettori sapranno apprezzare la qualità dei contenuti – senza fermarsi alla forma non perfetta – e la proattività dimostrata, grazie Giovanna! Quando hai un attimo devi raccontare come hai saputo proattivamente corteggiare l’azienda nella quale sei stata presa come stagista.

 

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Numeri, la grafica vi fa belli

PB  La mia amica Paola (nonché mia diletta co-blogger) è di quelle che prima di guardare le figure leggono la didascalia.


Di quelle che normalmente non urlano pestando i piedi, ma dicono ” sono arrabbiata”.


Una che , anche se non aveva mai cucinato in vita sua, si è lanciata- qualche anno fa –  in un risotto fragole e champagne, tanto aveva letto la ricetta, praticamente al primo appuntamento. L’allora fidanzato Carlo ancora ne ricorda la croccantezza. Il fatto che poi l’ abbia sposata, dopo tanta prova in cucina, rimane un mistero.

Insomma una che ha fiducia nelle parole, una che semantizza, che si fida delle letteratura.
Nonostante quindi un amore dichiarato per il congiuntivo, l’altro giorno, in una delle nostre consuete telefonate del mattino, mi parlava con un entusiasmo inedito dell’ infografica.

Stava rielaborando alcune tabelle per una lezione in università (Paola insegna in Iulm quando non cucina  risotti) con la nuova tecnica che consente di visualizzare le informazioni in modo veloce, efficace, gradevole. Una evoluzione della rappresentazione grafica, in un’ ottica anche estetica e non solo funzionale. Il design riesce a rendere belli, fruibili esteticamente anche le informazioni più complesse e numerose.

Un modo di gestire l’informazione che inverte il ruolo tra illustrazione e testo.

Anche la stampa, grazie all’infinita disponibilità di dati digitali, si misura nel confronto tra inchiesta giornalistica e ricerca scientifica: il 14 novembre, al Teatro dell’arte della Triennale di Milano la fondazione del Corriere della Sera ha organizzato un convegno per parlare del Data Journalism. Inserito all’ interno del programma di Bookcity ( a Milano dal 13 al 16 novembre) interviene anche Alberto Cairo docente alla School of communication dell ‘ University of Miami, che ha scritto  proprio un libro sull’infografica e la visualizzazione dell’informazione (L’arte funzionale -Pearson).

Chi di voi legge il Corriere ( soprattutto l’inserto La Lettura alla domenica) riconoscerà le bellissime tavole visive che dal 2011 vengono pubblicate a piena pagina sul quotidiano milanese, sofisticato esempio di infografica, che ora sono in mostra a Le mappe del sapere , sempre in Triennale, fino al 14 dicembre.

Un paio di giorni fa Ferruccio de Bortoli ha ritwittato da un blog americano l’immagine infografica degli Stati Uniti  colorati di marrone o azzurro a seconda della prevalenza di negozi di armi rispetto a musei.

Anche per chi ama le parole l’infografica ha fatto BOOM!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

Come NON scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum vitae

PB la settimana scorsa ho ricevuto per e mail un curriculum. Come era? Per quale posizione? Non lo so perché non ho aperto l’allegato (quindi se per caso la candidata si riconosce nell’imputata di questa e mail ci può riprovare perché non la riconoscerei).

Ecco, copiata pari pari, la lettera che ho ricevuto:

Buongiorno,

vi invio il mio cv sperando possa trovare il vostro interesse.

Sto cercando una società che mi permetta finalmente di poter esprimere appieno il mio potenziale, una società che apprezzi fino in fondo l’impegno e la dedizione che metto ogni giorno nel mio lavoro.

Spero siate voi.

Io sono pronta.

Ed ecco perché questa introduzione non va bene:

1)      Quando scrivete a una azienda dovete comunque (anche se non conoscete il nome di battesimo) indirizzarvi a una persona che ha in azienda una funzione (il Direttore Marketing, il Direttore del Personale, il Direttore Generale) e non lasciare il buongiorno a galleggiare nel vuoto. Per altro, con una telefonata al centralino dell’azienda, è di solito piuttosto semplice conoscere il nome di chi vorreste leggesse la vostra e mail.

2)      Per quanto sia apprezzabile la brevità dell’introduzione, cercate di far almeno intuire cosa siete capaci di fare (Marketing? Pubblicità? Stile?Contabilità? siete una esperta ricamatrice? Una modellista del bambino? Una laureata in scienze della comunicazione?)

3)      Nel corpo della lettera, la nostra esigentissima candidata pretende di trovare una società che le permetta di esprimere appieno il suo potenziale e anche che la apprezzi fino in fondo.  Sono dolente di informarvi che queste sono richieste che si possono fare al proprio analista o al proprio allenatore (tutta gente che va remunerata) o al massimo al proprio fidanzato, non a qualcuno che dovrebbe pagarvi uno stipendio e che vorrebbe che voi lavoraste perché il marchio, il business, il prodotto esprimano appieno il loro potenziale.

4)      Quella parolina “finalmente” infilata in mezzo alla frase (“…una società che mi permetta finalmente di poter esprimere…”) fa intuire che fino ad ora non siate stati adeguatamente apprezzati. E che vi lamentiate dell’azienda presso la quale avete lavorato fino ad ieri. La prima reazione di chi legge è una istintiva solidarietà con chi ha dovuto, povero lui, gestire fino a ieri le vostre esagerate aspettative. E il desiderio di fuggire e archiviare la e mail è fortissimo.

5)      La chiusa ad effetto: “Spero siate voi. Io sono pronta” acuisce l’ansia da prestazione: lei è pronta, io no.

Ecco, molto semplicemente, cosa avrebbe potuto scrivere la nostra candidata:

Gentile Dottoressa Bolzoni, [evitare abbreviazioni: non state scrivendo un telegramma né incidendo una tavoletta di cera, quindi perché risparmiare su un paio di letterine?]

le [evitare la maiuscola “Le”, che è ridondante e onestamente obsoleta]

invio il mio cv sperando che possa trovarlo di suo interesse.

Sono una giovane stilista particolarmente appassionata di sport [oppure qualcos’altro: dite quel che sapete fare]

e credo che potrei dare un buon contributo per il successo [qui l’accento è posto su quello che voi potete fare per l’azienda, non su quella che l’azienda può fare per voi]

di xxxx [mettere il nome dell’azienda eviterà di dare l’impressione che abbiate fatto spamming su tutte le società della città],

dato che sono volonterosa, attenta e costante [spiegare brevemente perché un selezionatore dovrebbe incontrarvi è sempre buona cosa].

Avendo un contratto presto in scadenza [anziché lo scenografico: “io sono pronta” fate comunque intuire la vostra disponibilità in tempi rapidi],

potrei da subito essere disponibile.

Mi piacerebbe poterla incontrare anche solo per un breve colloquio. [l’impegno che chiedete non è di farvi felici per sempre, ma solo di trovare una mezz’ora per scoprire cosa sapete fare]

Cordiali saluti e a presto

La lettera di accompagnamento deve essere breve, efficace, arrivare sul tavolo di chi vi dovrebbe assumere come il messaggero che porta in allegato la soluzione di un problema: voi e il vostro talento siete una opportunità, non una tassa per chi vi deve valutare, non spaventatelo!

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Meno mail, più qualità del lavoro

PC In questi giorni di Agosto sto lavorando, avendo fatto due settimane di ferie in luglio. La mia capacità di concentrazione, malgrado il caldo soffocante, mi sembra ferrariinsperabilmente alta. Credo che uno dei motivi sia che ricevo pochissime mail, perché la maggior parte dei colleghi e clienti è già in ferie, fisicamente o con lo spirito.

Non posso che condividere la scelta della Ferrari di porre un limite alle mail in ufficio. In particolare l’azienda di Maranello ha imposto di non avere mai più di tre destinatari per mail, una scelta dettata dal desiderio di evitare le mail mandate in CC solo per mettere a posto la coscienza con una prova dell’avvenuta comunicazione. In realtà molto spesso queste mail non vengono neppure lette da chi ne è letteralmente sommerso.

Un’altra abitudine negativa è quella di usare la mail per la pigrizia di alzarsi e andare a parlare con il destinatario che magari è nell’ufficio di fianco, oppure per evitare gli inevitabili convenevoli legati a una telefonata.

Anche skype spesso viene usato per evitare il rapporto umano, essendone un buon surrogato. Ieri parlavo con un’amica che si deve sobbarcare ogni giorno un lungo tragitto in auto per raggiungere il posto di lavoro: mi diceva che potrebbe benissimo lavorare in remoto da casa, visto che ha accesso dal suo pc al server aziendale e che la maggior parte delle comunicazioni con i colleghi avviene già adesso via skype, anche se sono tutti fisicamente nella stessa struttura!

Ovviamente si potrebbe, con un minimo di autocontrollo, evitare le  continue interruzioni per leggere le mail o comunicare via skype, ma se appartenete alla categoria
COMPULSIVO:chi legge le mail a tutte le ore del giorno e della notte, ovunque si trovi

e i vostri interlocutori appartengono in gran parte alle categorie

CORTESE: risponde a qualsiasi email, ingorgandovi la posta, con mail di risposta che contengono un semplice “grazie”, “grazie ancora”, “piacere mio”

RISPONDITORE: risponde immediatamente a qualsiasi mail e si aspetta che facciate lo stesso

Farete fatica a trovare la concentrazione di un agosto italiano nel resto dell’anno.

(per chi se lo fosse perso o lo volesse rileggere, trovate il post sui diversi modus operandi legati alle email a questo link).

 

Contrassegnato da tag , , ,

Diario di Viaggio tra sentimenti, retorica e tecnologia

PB Scrivo dal tavolino del TGV , diretta a Nantes.

Leggo un articolo (TGV Magazine, n°356 giugno 2013) sull’utilizzo dei Big Data per prevedere il futuro. A Santa Cruz (Stati Uniti), il crimine è diminuito del 23% (!) da quando la polizia si è dotata di un software che previene il crimine. Complicati algoritmi mettono insieme milioni di dati (mutuati da statistiche criminali, messaggi, e mail, smartphone, twitt, face book, flussi carte di credito) li incrociano con fattori ambientali  (meteo, date arrivo stipendio…) e producono una previsione talmente precisa del crimine che sta per essere commesso, che le forze dell’ordine arrivano sul luogo del misfatto prima che il misfatto sia stato commesso.

Io quindi prevedo un futuro in cui vi sconsiglio di darvi al crimine (vi beccano subito) ma vi consiglio di non trascurare questo “nuovo petrolio”: attrezzatevi culturalmente (Matematica? Statistica? Informatica?) e cercate di essere pronti per essere gli ingegneri creatori di questi algoritmi, i product manager che inventeranno prodotti interpretativi da vendere alle aziende, i sociologi che interpreteranno questi dati.

La sveglia questa mattina è stata alle 4,30 (harg)  dato che sono partita con il volo delle 6,30. A Parigi (8 gradi, sembrava una bella giornata di dicembre e io ero senza calze) ho atteso un’oretta all’aeroporto/stazione  (si, a Parigi la stazione del TGV è dentro l’aeroporto e si passa dal gate al binario senza soluzione di continuo) e ho scritto la traccia della mia presentazione (il mio speech è alle 14 e non sono riuscita a prepararmi in anticipo nonostante i consigli di Trampolino)

Così, benché io me la cavi piuttosto bene con il francese, mi mancava una parola che, retoricamente, sarebbe stata perfetta.

Potevo usare il google traslator (che palle però con il Black Barry dove lo schermo è miserabile) oppure farmi aiutare da qualcuno . Essendo femmina (un maschio piuttosto che chiedere un indirizzo fa tre volte il giro della circonvallazione: a me è successo a Magonza, di cui non ricordo nulla se non di averla circumnavigata , appunto, tre volte) ho chiesto a una ragazza che sedeva in fianco a me (in stazione ci sono i tavoli con la connessione internet, in modo da poter lavorare mentre si attende il treno). Mi sono ritrovata così a finalizzare il mio discorso con una sconosciuta fanciulla francese alle 8,30 del mattino in una gelida stazione.

In treno , di fianco a me, una coppia di anziani coniugi in viaggio per vacanza (indossano zainetto e scarpe da tennis) si sta godendo un film sul tablet. Lui ha le cuffiette audio e sta guardando un film d’azione. Lei sonnecchia e gioca con il suo I Pad.

Mmm, mi pare che in questo viaggio la tecnologia non vada per nulla a discapito delle relazioni. E oggi mi sembra (come mai? sarà questo sole gelido?) che il futuro sia pieno di opportunità. Nelle relazioni reali e in quelle digitali.

PS: il mio discorso – per vostra info – è andato molto bene (avevo rievocato per scriverlo, i consigli di Cicerone  per la captatio benevolentiae , quelli di Aldo Grasso ai grillini per l’uso di  immagini figurate , il discorso di Kennedy ai berlinesi per la empatia che è stato in grado di trasmettere e quelli di una ragazza in stazione a Parigi per una traduzione corretta).  Si trattava della presentazione della Primavera Estate 2014. Ed è stato alla fine una buona miscela di retorica, sentimenti e tecnologia.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Come non iniziare una mail di lavoro

PC Ho ricevuto ieri una mail da una studentessa che inizia con Spettabile Paola Chiesa.mail_MUJIMA20100504_0046_40

Mi viene quindi il dubbio che, prima ancora di approfondire le tecniche più sofisticate per scrivere una lettera chiara e persuasiva, sia necessario dare qualche suggerimento ai nostri giovani lettori su come non sembrare degli alieni rispetto al mondo del lavoro (dove plausibilmente sperano di entrare) già nell’intestazione.

Non ho competenze tecniche sull’argomento ma vi dico quanto con buon senso e esperienza ho imparato in questi anni. Ecco alcuni modi per iniziare una mail:

  • Spettabile sicuramente si usa solo per società. A meno che la studentessa non abbia pensato che io fossi una spa con nome e cognome del proprietario, come la Sergio Tacchini o la Calvin Klein, va sicuramente escluso un inizio di questo genere. Il mio consiglio è di non usarlo mai, ma di individuare sempre all’interno di qualsiasi organizzazione nome e cognome di una persona alla quale inviare una mail più mirata.
  • Gentile o gentilissima è come si comincia una mail rivolta a una donna. In Italia siamo molto formali, quindi faccio generalmente precedere al cognome l’appellativo “dottoressa”, anche se non sono sicura che il mio interlocutore abbia effettivamente il titolo di laurea. Direi che se scrivete a un professore in Università potete presumerlo con un certo grado di sicurezza. È più elegante non abbreviare dott.ssa, e tanto meno gent.le . Quindi l’inizio di una mia mail potrà essere: Gentilissima dottoressa Cognome, o Gentile dottoressa Cognome. Mettere anche il nome è, a mio parere, ridondante.
  • Con gli uomini? Credo di non essere smentita se dico che nel marketing, anche scrivendo a persone che non si conoscono, egregio suona immotivatamente pomposo. Ho letto che gentile sarebbe solo per le donne, ma visto che sostengo che i valori femminili, come la gentilezza, sono utili anche ai manager uomini, io inizio anche le mail con riceventi maschi con questo aggettivo.
  • Buongiorno, buonasera: se avete avuto già una corrispondenza con una persona alla quale ancora non date del tu, al posto dell’intestazione formale preceduta da gentile, potete mettere Buongiorno dottor Tal dei Tali, o buonasera, a secondo dell’ora del giorno (credo che il galateo suggerisca il buonasera dopo le 16, chi mi conosce sa che a voce io saluto con buongiorno o buonasera con la più assoluta casualità rispetto all’effettiva ora del giorno. Per iscritto cerco di essere più attenta).
  • Ciao o caro/a. Quando entrate (o siete) in confidenza con una persona potete scegliere tra ciao o caro/a seguito ovviamente dal nome proprio. Di solito lascio che sia un cliente a cominciare con questo approccio più sciolto, e cerco per mimesi di utilizzarlo solo quando anche lui o lei lo fa.

Mi farebbe piacere sapere da colleghi manager aziendali se queste indicazioni valgono anche nelle loro strutture, per non scoprire di essere stata io l’aliena in tutti questi anni!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

AAA stagista con voglia di imparare cercasi

PC Alessandra Selmi, l’editor che ci ha gentilmente ricordato in un recente post le regole per scrivere in italiano corretto, cerca per la società Bietti, dove lavora, uno studente in materie umanistiche a cui proporre uno stage in redazione.devoto_oli

Il candidato può essere anche alla sua prima esperienza, ma i requisiti “minimi” sono un’ottima conoscenza della lingua italiana, in particolare la grammatica, e una buona conoscenza dell’uso di Word.

La risorsa verrà inserita in redazione e riporterà all’editor, Alessandra stessa. Le mansioni spaziano da piccoli lavori di segreteria, a cose più tecniche: lettura dei manoscritti in valutazione, redazione di schede di lettura, correzione di bozze. Lo stagista, dunque, avrà la possibilità di imparare davvero un po’ tutto l’iter di pubblicazione di un libro in una redazione piccola (con tutti i vantaggi che ne derivano).
Nel dirmi, infine, che lo stage, almeno allo stato attuale delle cose, non è retribuito, ma è previsto un rimborso spese, Alessandra mi sottolinea che garantisce però la sua massima disponibilità a insegnare tutto quello che sa di questo mestiere, durante il percorso di stage. Abbiamo quindi divagato commentando che questo purtroppo spesso non accade, e ne è nato il divertente racconto di una delle prime esperienze di Alessandra e un utile appello ai giovani candidati per la posizione di stage.

“Alcuni anni fa collaborai come redattore per una prestigiosa rivista di moda. La prima cosa che imparai fu che nessuno mi avrebbe insegnato nulla. Non con i metodi tradizionali, almeno. Appresi tutto (e non fu poco) col tryal and error.
Scovai la toilette – sì, nessuno si prese la briga di dirmi: «Se ti scappa la pipì, è la terza porta sulla sinistra» – entrando a caso in tutti gli uffici. Una pioggia di «Ops, mi scusi!» e «Ho sbagliato, cercavo il bagno!» e di occhiatacce malevole, fino alla stanza giusta, quella piastrellata per intenderci. E così trovai anche l’archivio, le matite e i post it (all’inizio me li portavo da casa), il reparto grafica, la macchinetta del caffè e i server, che fortunatamente convivevano in un unico loculo. Quando chiesi di assistere a un servizio fotografico, un’astuta collega mi disse che non c’era nulla da vedere, e infatti ancora oggi non so che aspetto abbia un vero set, e nemmeno un guardaroba, nonostante ci tenessi moltissimo.
Nessuno aveva tempo, e forse voglia, di spiegarmi a cosa servisse il lavoro che stavo svolgendo, che cosa c’era stato prima e cosa sarebbe venuto dopo, perché le cose si sbrigavano in un certo modo e quali erano i faux pas assolutamente da evitare. Se sbagliavo, il direttore mi omaggiava di una sonora lavata di capo – sonora, nel senso che l’avrebbero sentita anche quelli dei piani di sotto. Quando mi dissero di indossare un “abito da cocktail” a un evento fieristico, spesi la bellezza di 300 euro per un Valentino in viscosa viola, che nel mio guardaroba rappresenta ancora oggi il peggior investimento di sempre (del resto, avevo già delle Prada in tinta che sembravano fatte apposta…); è inutile che vi dica che a quell’evento le mie colleghe indossavano jeans e maglioncino, e che io mi sentii una contadinotta vestita a festa.
Con questo metodo selvaggio, imparai a scrivere una didascalia, e quindi un titolo e poi un articoletto e infine un servizio. Così imparai a districarmi nel mondo Apple/Macintosh, in cui tutti i pulsanti stanno dall’altra parte e il desktop si chiama scrivania, e appresi le basi del più importante programma di grafica editoriale. Imparai moltissime cose, non lo nego, tante delle quali rappresentano ancora oggi una marcia in più nel mio curriculum. E non solo.
Imparai, cosa ancora più importante dell’uso di un MacBook, l’importanza della reputazione e dell’immagine professionale. Imparai a proporre le mie idee senza balbettare, a non chiedere scusa ogni due parole, a non zerbinarmi con tutti. Imparai quant’è dura la vita lavorativa e come si sopravvive in un ambiente ostile e competitivo. Imparai a diventare una persona adulta.
Senza quella difficile esperienza oggi non sarei dove sono, cioè esattamente dove voglio essere.
Sono editor per Bietti, una piccola casa editrice che pubblica libri molto belli, e spesso ho a che fare con giovani stagisti, a cui affidiamo correzioni di bozze o trascrizioni e altri piccoli lavori di redazione. In ognuno di loro rivedo me stessa e la promessa che mi sono fatta uscendo (indenne) da quella famosa redazione: che se mi fossi trovata in una posizione di superiorità – presunta o reale – non avrei mai riservato ai miei collaboratori lo stesso trattamento. Per due motivi pratici e prosaici: perché chi impara bene un mestiere poi lavora bene, e perché non voglio trovarmi le gomme dell’auto squarciate.
Mi rivolgo dunque ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro. Abbiate l’umiltà di riconoscere che, nonostante i vostri titoli, non sapete fare sostanzialmente nulla; abbiate il coraggio di imparare e di chiedere; se non capite o non sapete, non millantate per darvi arie: ditelo. Se trovate qualcuno disposto a insegnarvi qualcosa, prestategli attenzione. Se vi fanno un’osservazione – e, spero per voi, garbatamente – prendetela come un’opportunità di miglioramento e non come una sterile reprimenda.
E mi rivolgo anche ai professionisti, molti dei quali potrei trovarmi davanti in futuro, in un colloquio in cui sono io la candidata. Non siate gelosi delle vostre conoscenze; non temete di trasmetterle a chi deve ancora crescere; non abbiate paura della rigogliosa, giovane concorrenza: se valete, nessuno vi porterà via il vostro posto per aver insegnato qualcosa; al massimo vi ameranno come si ama un mentore generoso e saggio. Onorate la vostra arte trasmettendola agli altri, con passione, tenacia e pazienza. E non sbraitate nei corridoi per far sapere a tutti che siete il capo.

P.S.: vendo abito viola in viscosa di Valentino, usato una sola volta, taglia 42. (Alessandra Selmi)”

Chi fosse interessato allo stage (o all’abito di Valentino) può lasciare l’indirizzo email a trampolinodilancio, così lo mettiamo in contatto direttamente con Alessandra Selmi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: