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Come scrivere un non-curriculum. I consigli di Alessandro Giua, creatore di Crebs

Alessandro Giua

Alessandro Giua, che abbiamo più volte intervistato, prima come creatore di Crebs, il sito di recruiting leader in Italia nell’ambito creativo e tecnologico, e qualche anno dopo per aver creato la prima guida in Italia agli stipendi nel settore creative & tech, è anche autore, nel magazine di Crebs – Blu – di molti, divertenti post, che da Londra, dove vive da qualche anno, stigmatizzano alcune cattive abitudini italiane.

Nell’ultimo, piacevolissimo post, spiega come un non-curriculum sia più efficace del classico curriculum. Siamo molto orgogliose del fatto che ci indichi come un’eccezione all’iper produzione, spesso inutile, di consigli, tavole rotonde, master, dispense, manuali su come scrivere un cv  e abbiamo trovato davvero illuminante la descrizione del non-curriculum più interessante nel quale Alessandro sia incappato. Ve la riporto e vi invito a leggere tutto il post , perché contiene tante riflessioni utili su come la vita faccia curriculum.

“Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.” (Alessandro Giua, estratto del post Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum)

Dell’ultima stagista che ho preso mi era rimasto impresso che era una ballerina e ha  infatti dimostrato di saper coniugare una forte disciplina con la grazia necessaria ad ottenere consenso in un ambiente complesso, e voi cosa potreste raccontare nel vostro curriculum, o meglio nel vostro non-curriculum, che colpisca il vostro selezionatore e faccia capire chi siete e cosa sapete fare, al di là delle competenze acquisite sui banchi di scuola?

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Il vostro cv ha in media 8,8 secondi per farsi notare o cestinare

PC Uno degli effetti collaterali della crisi è il fatto che per ogni richiesta di impiego ci siano, rispetto a un tempo, molte più persone che fanno domanda e probabilmente meno persone che si occupano della selezione (anche i selezionatori sono vittime di tagli e ristrutturazioni aziendali).cestino

Il National Citizen Service,  il programma britannico che offre formazione ai giovani in cerca di lavoro, ha intervistato 500 aziende e scoperto che il numero di cv che arrivano per ogni posizione è raddoppiato in due anni, obbligando i responsabili della selezione a decidere in 8.8 secondi quali tenere e quali cestinare.

Cosa cercano in questi pochi secondi i selezionatori? Innanzitutto quello che viene definito l’elevator pitch: una frase che vi descriva e riassuma le vostre capacità e competenze in modo originale, impattante, dimostrando forza di carattere, tenacia e resilienza.

Un suggerimento sempre valido è quello di evitare gli aggettivi  banali o il cui contrario sia evidentemente negativo (vale la pena di dire che siete motivati? Se non lo foste avreste mandato il cv? È utile aggiungere che siete dinamici? Se foste pigri come un bradipo lo direste?). Resto sempre colpita da alcune frasi di House of Cards, la serie tv che ha a mio parere i migliori sceneggiatori. In un recente episodio un esperto di politica internazionale afferma: “I’d say there are nine consultants in the country who truly know foreign policy. Me: I’m number one. Me in coma, I’m number two.” Memorabile vero? (Se non lo avete capito andate direttamente all’ultimo punto di questo post).

Inoltre, nei pochi secondi dedicati al vostro cv, verranno apprezzate le attività extra curriculari, le passioni e gli interessi, più che i voti ottenuti (in particolare ovviamente se affini all’impiego per il quale ci si candida).

Alcuni suggerimenti formali per assicurarvi di avere impatto anche in 8.8 secondi:

  • Non superate la pagina, soprattutto se siete alla ricerca del primo lavoro. Il format europeo che obbliga ad elencare stage e lavoretti estivi con date e specifiche fa arrivare a due pagine anche i cv di giovani laureandi di 22 anni. Cercate di sintetizzare le diverse esperienze in modo da dimostrare i vostri interessi, ad esempio raggruppandole per temi (attività di volontariato, stage con solo l’elenco veloce del lavoro svolto e dove). Il one page document è una regola aurea che vale anche in questo caso.
  • Aggiungete una foto che comunichi qualcosa di voi: un sorriso e uno sguardo vivace e comunicativo fanno spesso più di tante parole.
  • Usate un carattere facile da leggere, evitate gli eccessi di creatività. Non potete conoscere i gusti di chi lo selezionerà, per questo è meglio usare un approccio standard
  • Formattate in modo utile e piacevole gli argomenti, in modo che sia ad esempio immediato recuperare il vostro numero di telefono o facile controllare qual è il vostro più recente impiego
  • Usate il grassetto per evidenziare le caratteristiche che vi rendono particolarmente adatti al ruolo per il quale vi proponete: può essere l’attuale posizione, se state svolgendo un lavoro simile, oppure una particolare esperienza all’estero, o ancora la conoscenza di una lingua straniera utile per quell’azienda, ma anche un hobby che coltivate da anni (fabbricate mobili in garage? Ditelo se fate domanda al marketing di Leroy Merlin; avete un blog di cucina? Evidenziatelo se mandate il curriculum in un gruppo alimentare; avete realizzato dei video per la scuola? Sottolineatelo se volete farvi assumere in un’agenzia di pubblicità)

E infine alcuni errori che la ricerca indica come sufficienti per far cestinare il vostro cv, anche prima che siano passati i fatidici 8.8 secondi:

  • errori di battitura
  • errori di grammatica
  • tono troppo informale
  • uso di espressioni gergali
  • lista di tutti i voti conseguiti durante gli studi
  • passioni e interessi elencati senza specifiche (ad esempio: la lettura, la cucina)
  • mancanza di attività collegate allo sviluppo personale

Dato che la ricerca è stata svolta in Gran Bretagna manca un punto fondamentale che aggiungo a nome di tutti i reclutatori italiani nell’ambito del marketing e della comunicazione (e non solo):

  • inglese perfetto. Solo pochi giorni fa ho sconsigliato un brillante studente del mio corso di Brand Lab che vuole diventare account dal mandare il suo curriculum nelle agenzie di pubblicità dopo aver visto (forse in meno di 8.8 secondi) che dichiara una conoscenza dell’inglese solo buona. Il miglior consiglio che mi sono sentita di dargli è di andare almeno tre mesi in un paese di lingua inglese, anche a fare il cameriere, per impararlo perfettamente e poi cominciare a inviare cv.
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La parola allo stagista

PC Continuiamo le interviste agli stagisti facendoci raccontare da Tecla Lionello, una mia studentessa del corso di Brand Lab in Iulm, quali passi ha dovuto compiere per trovare uno stage, cosa significa essere stagisti e cosa bisogna fare per realizzare il sogno di lavorare per uno dei propri lovemark.

Trampolinodilancio: Quanto tempo ti è servito per trovare uno stage? 

Tecla Lionello: “Sono stata molto fortunata, una settimana dopo aver iniziato ad inviare i primi CV mi hanno subito contattato per dei colloqui conoscitivi. L’iter di selezione non è stato lungo, due colloqui in tutto, al contrario, le pratiche burocratiche hanno rallentato il mio inserimento. In pratica, è passato circa un mese e mezzo dal primo colloquio all’entrata in azienda”.

Che tipo di stage cercavi? “Il mio sogno sarebbe stato fare uno stage in marketing per uno dei miei lovemark, Club Med, per il quale ho lavorato diversi anni come animatrice bimbi durante il periodo estivo. In realtà, a marzo, non era disponibile nessuna posizione di stage e quindi ho iniziato ad inviare CV su LinkedIn, prima ad aziende multinazionali e multibrand (P&G, Unilever, L’Oréal, Calzedonia), poi a società più piccole che ho trovato sul portale stage IULM. Ho ricercato stage inerenti con il mio profilo di studi, in particolare, marketing, comunicazione interna ed esterna. Alla fine ho accettato uno stage curriculare di 150 ore in comunicazione interna per Bricocenter. Devo dire che è stata un’ottima esperienza, nonostante sia durato poco ho imparato tanto sull’azienda e sul suo modo di comunicare. Non ho mai abbandonato l’idea di voler entrare nell’ufficio marketing di Club Med ed ho continuato imperterrita a propormi alle risorse umane con il mio CV aggiornato. Una volta finito lo stage in Bricocenter, sono stata finalmente chiamata per un colloquio che ha avuto esito positivo! Devo dire che l’esperienza in una grossa azienda come Bricocenter ha fatto da ponte per quello che realmente volevo fare, mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà complessa e ad oggi mi sento più preparata per affrontare la prossima esperienza di stage   ”.

Quante aziende ti hanno risposto sul totale di richieste inviate? “Su un totale di 30 candidature inviate, quasi tutte hanno risposto sia per esito positivo che negativo, 4 mi hanno contattato per un colloquio”.

Come funziona la procedura per trovare e poi essere assunti in forma “stage”? ”Innanzitutto bisogna ricercare le offerte di stage, personalmente trovo molto utile LinkedIn però ci si può affidare ad altri motori di ricerca come Kijiji, Monster o candidarsi direttamente sul sito aziendale. Una volta passate le selezioni, bisogna rivolgersi all’ufficio stage che si occupa della pratiche per l’assicurazione e il progetto formativo”.

Cosa fare per un colloquio? “Presentarsi ordinati, cercare di mantenere la calma e sorridere. Ascoltare con attenzione le domande dei selezionatori e rispondere spontaneamente”.

Cosa significa essere stagisti? “Lo stage, o volgarmente apprendistato, è sempre esistito. Erano i garzoni nelle botteghe, i giovani che imparavano una professione. Come si può imparare un mestiere se nessuno ce lo mostra? Non da slide o libri, ma in concreto, con i ritmi aziendali che sono completamente diversi da quelli di un’aula universitaria. Essere affiancati da un tutor è un vantaggio, ecco perché valuto lo stage un’esperienza preziosa, che ci fa capire se è quello che vogliamo fare veramente, se siamo portati e se ci piace!  Perché se un lavoro ti piace, lo fai bene e se lo fai bene gli altri lo notano, ti senti apprezzato e così ti motivi a dare il meglio, è un circolo virtuoso. L’altra faccia della medaglia è che oggi la maggior parte aziende non prolungano la collaborazione con lo stagista ma, al contrario, sfruttano questo tipo di contratto per “tappare buchi”, passando da un contratto di stage all’altro, con un  notevole risparmio di costi. Non penso che sia un comportamento corretto, anche se del tutto comprensibile in questo periodo di crisi,, ma con un turnover elevato non si crea il circolo virtuoso che ho citato prima: le persone passando da uno stage all’altro si demotivano perché non hanno la possibilità di crescere, questo nuoce sia allo stagista che all’azienda. Quindi, ben venga uno stage formativo ma bisogna dare una scossa al mercato del lavoro.”

Come vieni considerata in azienda? ”In azienda mi sono sentita accolta ed apprezzata. Mi è stata data molta autonomia anche se ho avuto poco tempo per approfondire alcuni lavori ”.

Quanto conta da 1 a 10 lo stage come inizio del tuo percorso lavorativo? “Direi un 9 abbondante!”

Qual è l’elemento più importante su cui ti valuta un’azienda a primo impatto? ”Le relazioni sono alla base, saper accettare in maniera positiva i complimenti e le critiche è fondamentale per migliorarsi”.

Come si crea, secondo te, un buon cv che  abbia successo? ”Il CV deve essere il più mirato possibile, chiaro e ordinato. É inutile inviare un CV chilometrico se poi non contiene le caratteristiche ricercate dall’azienda. Consiglio di leggere bene l’annuncio e di spulciare nel sito corporate per capire quali sono i valori aziendali. Sicuramente l’onestà paga, aggiornare il curriculum con le reali competenze, ad esempio, io ho totalmente depennato il Tedesco, per quanto abbia passato (poco brillantemente) tutte le verifiche del liceo mentirei se lo aggiungessi tra le mie capacità.”

Condivido pienamente quest’ultima decisione. Io ho fatto il mio colloquio per essere presa in stage in Young & Rubicam con due manager: il primo (nostro lettore e commentatore Carlo D’Innella) mi ha fatto qualche domanda in inglese, ma il secondo, ahimé, era svizzero e quando è passato dal francese al tedesco ho dovuto ammettere che il tedesco scolastico del cv corrispondeva a una non conoscenza di fatto. Da allora anche io l’ho depennato.

 

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