Incomprensioni con il capo? Forse e’ a causa del generation mix

Le diverse generazioni hanno modi differenti di concepire la leadership, per questo spesso si verificano degli scollamenti tra le attese dei dipendenti e quelle dei loro capi. È quanto ha confermato la ricerca Giovani e Lavoro:dall’inserimento alla gestione del Generation Mix realizzata dalla Fondazione Istud.

Lo studio ha posto le stesse domande alle tre generazioni nelle quali si divide l’attuale forza lavoro:

– “baby boomers” (nati dal 1946 al 1964)

– “generazione X” (nati dal 1965 al 1980)

– “generazione Y” (nati dopo il 1980)

Ne è emerso che i “Baby Boomers” pensano che un capo debba essere caratterizzato da competenza, esperienza, capacità di guida ed equità. Dato che il loro capo è generalmente anche lui un Baby Boomer sono quelli che riscontrano un minore scollamento tra aspettative e realtà.

I membri della “Generazione X” si aspettano invece che il loro capo sappia coinvolgerli attivamente, chiedono capacità di delega e di ascolto. Sono quindi più insofferenti agli atteggiamenti di accentramento e di non accettazione del confronto da parte dei propri responsabili.

Infine gli appartenenti alla “Generazione Y” – cresciuti sotto la supervisione di genitori “elicottero” sempre pronti a pattugliare e difendere i loro piccoli – si aspettano che i loro capi li proteggano dalle incursioni di altri attori organizzativi e che rappresentino un punto di riferimento sicuro.

Inoltre, vorrebbero che la leadership fosse “colorata e stimolante”, in modo da ritrovare, anche sul lavoro, la molteplicità di stimoli coinvolgenti ai quali sono abituati nella vita.

Queste differenze nei confronti della leadership non sono che un effetto dei diversi valori che animano le tre generazioni. In America si dice che i baby boomers sono cresciuti nell’ottica delle classiche famiglie “my three children” mentre le generazioni successive sono state allevate in famiglie stile “my two dads”.

Abbiamo chiesto a Luca Quaratino – co-autore della ricerca e Professional Training & Coaching Consultant – cosa può consigliare ai giovani talenti che entrano in un’organizzazione dove si confrontano con dei capi Baby Boomers (una ricerca ha recentemente provato che il management italiano è il più vecchio d’Europa) o appartenenti alla Generazione X.

Luca Quaratino: In primo luogo, essere consapevoli che le differenze nello stile di leadership sono spesso figlie dell’appartenenza generazionale e che quindi i comportamenti del proprio capo generalmente non vanno condotti a una sua cattiva disposizione nei nostri confronti (un pregiudizio personale), ma al differente modo di intendere il ruolo.

In secondo luogo, imparare a comunicare con efficacia la proprie aspettative (in quanto appartenenti a una differente generazione) nei confronti del proprio capo, chiarendo il tipo di supporto e di approccio di cui si necessita. Fare questo con efficacia diventa un modo per aiutare il proprio stesso capo a crescere e migliorare.

Infine, non dimenticarsi di queste differenze quando si diventerà responsabili di altre persone, che potrebbero fare parte di gruppi generazionali diversi. Per un giovane Y può essere davvero una sfida interessante gestire un gruppo di lavoro in cui siano operativi Baby Boomers o appartenenti alla Generazione X: sarà in grado di garantire quella poliedricità di stile di leadership che tanto sentiva necessaria quando era nelle vesti di neoassunto?

La ricerca completa è scaricabile dal sito http://www.istud.it

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Egomnia: il social network che trova lavoro ai giovani talenti

Egomnia è stata definita la più interessante start up italiana. Sicuramente si sta dimostrando la più utile per i giovani in cerca di lavoro. Si basa infatti su un algoritmo che classifica secondo un criterio universale i curricula degli utenti in modo da facilitare la selezione da parte delle aziende. Un social network che  –  a due mesi dal lancio – mette in contatto quasi 50 mila iscritti (laureandi e laureati) con 200 società.

Per entrare nella community è sufficiente compilare i campi relativi a titoli accademici, certificazioni, esperienze lavorative e di studio all’estero, tirocini/stage e informazioni nell’area delle soft skills. L’algoritmo dà maggior peso alle esperienze fatte all’estero, in linea con quelle che sono le esigenze di chi assume (come abbiamo già avuto modo di sottolineare più volte) e posiziona il candidato all’interno di vari ranking che semplificano la selezione da parte delle aziende iscritte..

È facile capire perché abbiamo ritenuto che Egomnia fosse un argomento interessante per  i nostri lettori, ma ciò che lo rende ancora più speciale è l’esser stata creato da un giovane di 20 anni, Matteo Achilli, ormai etichettato come lo Zuckerberg italiano.

Matteo ha gentilmente accettato di farsi intervistare nei prossimi giorni da trampolinodilancio, in modo da condividere con altri giovani talenti le sue esperienze e i suoi utili suggerimenti. Ne anticipiamo uno: quando non riceveva risposta a nessuna delle email che inviava alle aziende Matteo ha continuato a credere nel suo progetto ed è riuscito a svilupparlo facendo leva sugli studenti. Ora sono giornalisti e aziende che lo cercano.

Il consiglio di Matteo Achilli è quindi ” quello di non arrendersi mai e di credere in quello che si sta facendo. Le soddisfazioni arriveranno e, anche se il progetto dovesse fallire, avrete delle esperienze che vi faranno crescere come persona.”

http://www.corriereuniv.it/cms/2012/05/matteo-lo-zuckerberg-di-casa-nostra

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INTERVISTA A SIMONA BARONI, GROUP PR AND COMMUNICATION DIRECTOR IN DOLCE&GABBANA

PB  Simona Baroni è il classico caso di investimento professionale sul proprio talento.

Fin dal primo vagito credo si sia occupata di Pubbliche Relazioni. Cioè le sue feste di compleanno sono sempre state le più affollate, conosceva prima degli altri qual era il locale che aveva appena aperto a Milano e nel quale valesse la pena fare una comparsata, era in grado di fare un aperitivo, una cena di laurea e un pigiama party nella stessa serata.

Ha tenuto con costanza eroica le relazioni tra gli amici di scuola, quelli di danza, quelli del teatro cosicché tutti noi, analfabeti relazionali, godiamo del beneficio di non esserci mai persi di vista grazie a lei.

Non ho mai veramente capito se ci riesce perché è simpatica o perché non ha sonno. Io potrei uscire nel cuore della notte senza preavviso solo se un meteorite colpisse il mio isolato. Lei può fare la doccia e cambiarsi dopo avere cenato con i bambini e fatto il cambio armadi per andare a ballare ai Magazzini il venerdì sera.

Si ricorda il nome dei compagni di classe delle elementari, conosce i gusti di mezza stampa mondiale, riconosce dei ristoranti lo chef e il buttafuori, dei giornali il direttore e chi corregge le bozze.

Incompatibile con l’isolamento, non frequenta location con cui non si possa arrivare con i tacchi, ma sarebbe in grado di far diventare amici un tronista e Erri De Luca. Perché sorride come una velina, ma legge come una prof dell’800. By the way, non si lamenta mai, neanche per il mal di denti.

Ora è Group PR and Communication Director di Dolce & Gabbana e le abbiamo chiesto quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in una importante Maison di moda come quella in cui lavora:

Simona Baroni:  “La caratteristica imprescindibile è la passione per la moda. Poi curiosità, disponibilità e flessibilità. Ovviamente conoscenza della storia della moda e del panorama internazionale. Inglese parlato e scritto a livello più che buono.”

Trampolinodilancio: “C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?”

Simona Baroni: “Fortunatamente ci sono più persone che si sono rivelate speciali e di grande professionalità. In particolare alcune di loro hanno fatto un bellissimo percorso arrivando ad occupare posizioni importanti con esordi da stagisti o da assistenti.“

Trampolinodilancio: “In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?”

Simona Baroni: “Io mi occupo di comunicazione e nel nostro settore le prospettive di sviluppo ci sono in tutti gli ambiti: ma la crescita non avviene in modo automatico.”

Trampolinodilancio: “Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?”

Simona Baroni: “Di avere una forte cultura di base poiché anche se la percezione del mondo della moda è a volte un po’ “leggera”, in realtà il livello di conoscenza e competenza gioca un ruolo fondamentale. Essere appassionati, curiosi e informati.”

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Meglio informati o innamorati? Chiedilo a Vasco Rossi

Vasco Rossi - 01

Vasco Rossi – 01 (Photo credit: pomeso)

PB  Nella intervista a Simona Baroni che pubblicheremo prossimamente, uno spunto molto interessante sarà a mio parere quello relativo al concetto di Informazione.

Poiché se è ben chiaro che una solida base culturale è indispensabile per districarsi nel mondo dei segni e della comunicazione, non dobbiamo dimenticare che l’informazione è quella che ci fa surfare sulla cresta dell’onda e respirare l’air du temp.

Mentre lo scienziato pazzo e geniale, il grande scrittore misantropo, il chirurgo visionario, possono godere di un quasi opportuno e fascinoso isolamento, chi si occupa di comunicazione non può non sapere che cosa è successo oggi, quale mostra aprirà domani, quali sono i film appena usciti, con chi è fidanzata questa settimana Belen, cosa succede al festival di Cannes, chi ha vinto lo scudetto o quali celebrazioni si prevedono per il 20° anniversario della morte di Falcone e Borsellino.

Senza pregiudizi e senza troppo snobismo, si dà un’occhiata al blog di tendenza  e a Vanity Fair, al Corriere della Sera e ai risultati degli Internazionali di Roma.

Quindi anche se è più chic andare dal parrucchiere con Anna Karenina nella borsa, partite leggere e sfogliate i magazines di gossip mentre vi fanno la piastra. Andandoci, anziché guardare le punte dei vostri piedi, sbirciate i manifesti dei concerti, quelli della pubblicità, le vetrine dei negozi.

Chiaro che se invece di un posto di lavoro all’Ufficio Stampa o in Agenzia, state cercando un fidanzato, Anna Karenina a manetta e sguardo assorto. Vasco Rossi non avrebbe scritto Alba Chiara per una informatissima PR con i tacchi a spillo.

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Annamaria Testa parla di scrittura, rilettura e cucina dei carciofi

PC Qualche anno fa ho avuto il privilegio di veder nascere un libro: Annamaria Testa, della quale ero assistente in Iulm, riuscì infatti a trasformare le bellissime lezioni che svolgeva in aula in capitoli di Farsi capire, edito da Rizzoli. Tra i diversi argomenti trattati, quello forse più utile nella vita lavorativa di tutti i giorni è il semplice – ma non banale – invito a rileggere quanto si scrive. Sicuramente indispensabile se state scrivendo la lettera d’accompagnamento a un curriculum, ma importante anche se state argomentando a un cliente una proposta di comunicazione  o un progetto innovativo al vostro superiore. Perché le frasi involute,  gli errori ortografici o grammaticali, e anche i semplici refusi saranno indice di scarsa attenzione a quello che fate (e se voi per primi siete poco interessati alla vostra lettera di presentazione, perché lo dovrebbe essere chi vi sta selezionando?).

Per questo vi invito a leggere il bellissimo post di Annamaria apparso ieri su http://www.nuovoeutile.it, il suo sito di teorie e pratiche della creatività.

QUESTIONI DI METODO – SCRITTURA, RILETTURA E CUCINA DEI CARCIOFI di Annamaria Testa

Capita spesso che ragazze e ragazzi mi facciano vedere i loro scritti. Perfino a quelli che vogliono fare pubblicità chiedo di mostrarmi almeno un testo lungo: da un titolo pubblicitario, per quanto brillante sia, è impossibile capire se uno maneggia le parole decentemente, e con grazia.
Così, in novantacinque casi su cento, dopo poco mi ritrovo a fare la medesima domanda: santa polenta, ma hai riletto quel che hai scritto?
Le risposte vanno da no, perché andavo di fretta (argh) a sì, certo (ehm).
… e quante volte hanno riletto, ‘ste anime sante? Una volta. Una. Una sola.
Beh, si scrive e poi si rilegge scorrendo le righe e morta lì, no?

Spiego che si rileggono una volta gli sms. Le mail, se sono non brevissime, qualche volta in corso di scrittura e poi alla fine, prima di cliccare send. Ma un testo per il pubblico va riletto mooolte volte. E, a ogni rilettura, qualcosa va aggiustato. Spesso, quando si modifica una frase, anche la punteggiatura va cambiata di conseguenza.
Il testo apparirà tanto più necessario e naturale quanto più sarà stato, con un paziente e invisibile lavoro di affinamento, reso adatto a dire esattamente quel che vuol dire. Né di più né di meno.
Mi guardano con gli occhioni spalancati, ‘sti pivelli.

Allora parte il teatrino. Prendo la penna e, mentre quelli fanno spallucce, comincio a segnare gli errori di ortografia: accenti, apostrofi. E orrendezze anche peggiori.
… poi segno le frasi storte, o perché i tempi verbali non concordano, o perché non concordano verbi e soggetti, collocati alle opposte periferie di periodi caotici. Oppure perché o il verbo o il soggetto è definitivamente missing. Poi segno gli anacoluti, che sembrano disinvolti ma sono solo bruttarelli: per esempio l’orologio, Pippo lo aveva rotto…
Segno le parole ripetute senza intenzione o necessità e a breve distanza (es: fino ad ora Pippo era in ritardo di mezz’ora). Già che ci sono, dove posso tolgo le d eufoniche. Segno i salti ingiustificati dal passato al presente o viceversa e, se sono ripetuti e ammucchiati in poche righe, gli andirivieni tra “noi”, “tu”, forme impersonali.
Segno le frasi di cui il testo può fare a meno senza perdere un milligrammo di senso. Intanto ho guardato la punteggiatura: di solito trovo virgole sparse dove capita, come petali di rosa sul percorso della processione. O come fiati presi a caso da un attore maldestro.
Ah: comincio a segnare anche le parole fuori tono. Per esempio quelle troppo colloquiali in un testo tutto in punta di penna, o viceversa.
E segno le formule goffe o antiquate: ci sono ventenni che usano egli, al fine di, allorquando e altri muffosi avanzi del tempo che fu.Poi vado a vedere se la scrittura ha ritmo. E se ci sono dei cortocircuiti di senso.
Uno degli esempi più divertenti mi è capitato di recente. È l’incipit di un testo di intenzione peraltro non disprezzabile:
Il braccio chiede consiglio alla mente e intanto è sulla porta del cuore ad origliare ogni suo sospiro.
Dico all’autore: e ora, anima santa, visualizza quel che hai scritto.
C’è un braccio (tranciato?) che chiede consiglio alla mente (come fa? Parla? Pensa? È telepatico?) e intanto (sempre lui, il braccio multitasking) è sulla porta del cuore (urca!) ad origliare (il braccio ha orecchie?) ogni suo sospiro (e come fa a sospirare, il cuore? Ha una bocca? E i polmoni, in questo campionario anatomico, che fanno? Battono?).
Spero di avervi dato un’idea di quel che si può trovare se ci si prende la briga di passare un testo al setaccio fine. E sì, certo, le metafore vanno bene, eccome: ma solo se non collassano l’una sull’altra in una poltiglia di incongruenze.

Naturalmente tutto questo lavoro di rilettura parte dal presupposto che il testo racconti qualcosa che val la pena di leggere, se no è meglio risparmiarsi anche la fatica di scrivere e dedicarsi a qualche hobby più divertente.
Ma se uno decide di scrivere, non c’è verso. Deve anche rileggere, se ha un minimo di rispetto per il proprio pensiero. E quandi dico “rileggere” intendo: con attenzione, e più di una volta. Quante volte? Tante: cinque, dieci, anche venti se il testo è lungo o complesso.

In sostanza, lavorare su un testo è come cucinare carciofi. PRIMA si puliscono e si tirano via le foglie dure e guaste. POI si taglia la punta: via tutte le spine. POI si dividono a metà, o in quarti, eliminando anche quelle barbette interne fetenti e traditrici che, se finiscono in bocca, allappano. POI bisogna lavarli bene bene.
Solo se è stata tirata via la roba sbagliata, brutta, inutile ci si può divertire coi profumi e i sapori. E si può mettere in pentola aggiungendo tutto quel che serve.
Mi diceva però l’ortolano che adesso la gente non vuol più rompersi l’anima, perdere tempo e pungersi per pulire i carciofi: molti preferiscono quelli già pronti, sfogliati, privati del gambo, decapitati. Anche se fanno tristezza, rinsecchiti e nerastri come sono.
Ma chi scrive deve rassegnarsi. E pulire bene i suoi carciofi.
http://www.nuovoeutile.it/ita_scrittura_rilettura_carciofi.html

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Prepara le risposte a queste 3 domande e sei pronto per qualsiasi colloquio

Copper Peak Ski Jump, from the bottom of the j...

PC Forbes sostiene che in realtà sono solo tre le domande importanti che chi seleziona un candidato si sta ponendo e alle quali vorrà una risposta:

  1. Sei in grado di fare il lavoro?
  2. Ti piacerà questo lavoro?
  3. Possiamo tollerare di lavorare con te?

La prima domanda è relativa alle competenze tecniche, la seconda alla motivazione, la terza alle  soft skills.

Per quanto riguarda le competenze tecniche Filippo Romanini  (Direttore Barilla LAB for Knowledge Innovation) a un recente convegno Iulm raccontava che quando in Barilla reclutano un candidato si chiedono non solo se sa fare il lavoro per il quale è stato selezionato, ma se saprà arrivare al secondo posto in termini di promozione, quindi non al posto successivo, ma a quello ancora dopo.

È quindi importante far capire durante il colloquio le proprie competenze attuali ma anche le proprie potenzialità.

Le motivazioni sono un altro elemento fondamentale. Una recente ricerca internazionale dal titolo “Engagement Research: cosa fare per permettere alle persone di lavorare al meglio”, condotta dal CeRCA – dell’Università LIUC in partnership con la London Business School ha evidenziato che in Italia gli elementi motivanti sul lavoro sono sicurezza del posto di lavoro, bilanciamento tra vita privata e lavorativa e riconoscimento del proprio contributo. Credo però che i giovani talenti che vogliono cominciare una carriera nel marketing o nella comunicazione diano più rilevanza a quello che è  il terzo elemento  a livello generale. Concordo con Bill Guy – Cornerstone International Group CEO, citato nella ricerca di Forbes – che sottolinea che gli impiegati più giovani non desiderano essere pagati semplicemente perché lavorano sodo, ma lavoreranno sodo perché amano l’ambiente e le sfide associate con il loro lavoro.

Ne deriva che i capi che sanno creare un ambiente stimolante e sfidante sapranno attrarre e tenere gli impiegati migliori, come hanno sostenuto anche Dave e Wendy Ulrich, (professore della Ross Business School dell’Università del Michigan e psicologa, esperta di coaching), durante il convegno “Sense-driven company – Come i leader creano organizzazioni generatrici di senso e successo”, che si è tenuto il 9 maggio scorso a Milano (vedi per maggiori dettagli http://www.corriere.it/economia/trovolavoro/12_maggio_11/consigliere-arte-motivare-dipendenti-crisi_b4a0887c-9b4f-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml).

Infine le soft skill sono determinanti per convincere chi seleziona che saprete amalgamarvi perfettamente nell’organizzazione. Forbes lo definisce il “cultural fit” ed è valido sia per i manager, che devono essere in grado di comprendere e interpretare la cultura dell’azienda che sono chiamati a guidare, sia per i giovani, come abbiamo già avuto modo di segnalare: durante il colloquio sarà quindi fondamentale sottolineare quegli elementi della propria personalità e formazione che si ritiene siano più in linea con la società per la quale ci si candida.”Rehearse, rehearse, rehearse”, per tornare a citare gli insegnamenti di Marco Lombardi: la preparazione è fondamentale anche per fare un colloquio.

Per approfondimenti http://www.forbes.com/sites/georgebradt/2011/04/27/top-executive-recruiters-agree-there-are-only-three-key-job-interview-questions

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AssoComunicazione: un Master per giovani talenti digitali

PC AssoComunicazione lancia un master dedicato alla formazione di Digital Specialist per le agenzie di comunicazione. Il master, ideato con Almed/Università Cattolica di Milano e una partnership con Crebs.it,  aiuterà  i soci dell’associazione che riunisce le maggiori agenzie di comunicazione italiane a selezionare giovani talenti nell’ambito della creatività online. È una delle prime iniziative varate da Massimo Costa, presidente di AssoComunicazione, e Layla Pavone, Presidente della  Consulta Digitale di AssoComunicazione e Managing Director di Isobar Communications, alla quale abbiamo chiesto di spiegarci meglio il progetto.

Trampolinodilancio: “Come mai uno dei primi interventi della Consulta Digitale che presiede in AssoComunicazione è un programma rivolto ai giovani? Avete riscontrato carenze nei ragazzi che si propongono nelle agenzie AssoComunicazione?”

Layla Pavone: “Il problema della mancanza di competenze diffuse nell’ambito del marketing e della comunicazione digitale e’ molto sentito nella nostra industry. Le agenzie di pubblicità italiane scontano un forte ritardo rispetto a quelle oltreconfine che rischia di penalizzarne il loro futuro prossimo e le pone in una situazione di svantaggio competitivo che non favorisce l’intero sistema della comunicazione.

Per questo motivo, consapevoli invece che anche in Italia esiste un bacino molto rilevante di giovani talenti inespressi che devono essere aiutati, attraverso un progetto di formazione universitario, costruito “ad hoc”, ad entrare in questo mercato per creare valore, abbiamo deciso di progettare un master il cui piano di studi e’ creato a misura delle esigenze delle agenzie di pubblicità, che vorranno beneficiarne attraverso il reclutamento degli studenti, che avranno la possibilità -alla fine del percorso di studi- di fare uno stage in agenzia e di iniziare la loro carriera professionale.”

Trampolinodilancio: “Come verranno selezionati i partecipanti?”

Layla Pavone: “Abbiamo creato un gruppo di lavoro che si occuperà della valutazione e della selezione dei candidati insieme al gruppo dirigenziale di Università Cattolica Almed.  Il requisito fondamentale. oltre alla padronanza della lingua inglese che e’ più che mai fondamentale, sarà “quella luce negli occhi che si vede chiaramente brillare nelle persone che sono appassionate di Internet e delle sue potenzialità di business”. Se non c’e’ la fiamma della passione e’ difficile avere successo in questo mestiere molto impegnativo, ricco di ostacoli ma altrettanto gratificante perchè costantemente in avanguardia e per gli stimoli che fornisce.”

Trampolinodilancio:”Sono previsti altri interventi rivolti in futuro ai giovani talenti?”

Layla Pavone: “Stiamo creando inoltre in partnership con Crebs.it una sezione dedicata alla domanda ed alla offerta di giovani talenti creativi digitali che vivra’ nel sito di Assocomunicazione e sara’ destinata ai suoi soci per aiutarli nell’individuazione delle migliori risorse digitali da inserire nelle agenzie.”

Massimo Costa, che nella sua intervista ci aveva già ampliamente sottolineato importanza e potenzialità del digitale in Italia, ha confermato il suo pieno sostegno all’iniziativa di Layla Pavone, della quale si avvantaggeranno tutte le agenzie associate, e ha aggiunto che il prossimo congresso di AssoComunicazione non verterà sul digitale soltanto quale nuova frontiera della comunicazione, ma come strumento necessario ad accelerare il processo di education fondamentale per rendere il nostro paese moderno, globale, efficiente e rilevante.

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Le caratteristiche del collaboratore ideale per Marco Lombardi

PC Nell’intervista a Laura Biagini troviamo degli utili suggerimenti che il suo capo e mentore Marco Lombardi le ha trasferito  in questi anni. Aggiungo la massima “l’ottimo è nemico del meglio” che mi ha sempre ispirato e che ho a mia volta ripetuto spesso a collaboratori che aspettavano inutilmente che tutte le congiunture, anche astrali, fossero perfettamente allineate.

A questo punto ci incuriosiva conoscere il punto di vista di Marco Lombardi e capire dal suo punto di vista quali fossero le caratteristiche del collaboratore ideale. “Oltre alle ovvietà che tutti sappiamo con buon senso (le competenze hard e soft),” ci ha spiegato Lombardi “aggiungo il mio fattore: “il dimostrare di poter fare bene anche un altro lavoro, completamente diverso”. Sto parlando di carattere, di passioni non di hobby … Di ricchezze interiori: quale monotonia sterile sono lo zelo e la dedizione senza passione, anche contrastante con il comunicare per vendere (il mestiere mio). Cito tre casi, senza far nomi (se mi leggono, loro e pochi altri sanno).

Ho avuto la fortuna di avere tre collaboratori ora tutti e tre a capo del planning di tre agenzie diverse e grandi. Ovviamente bravi ma la differenza era che il primo poteva da qualsiasi sera fare lo chef di un gran ristorante; il secondo, avrebbe potuto entrare nella schiera di programmatori e autori di contenuti nello spettacolo; la terza, avrebbe sicura carriera nella danza, con fascino e classe.

La passione, la poliedricità….

Alla fine, rispondetemi: Con chi vorreste passare una vacanza? Con chi tiene l’agenda del viaggio o con chi riuscite ad avere saporita conversazione?

Volete fare comunicazione? Fate un altro mestiere!”

Aggiungo che solo una persona davvero in grado di ascoltare può capire quando le persone dalle quali è circondato hanno anche carattere e passione. Questo mi ha ricordato com’è scattata la scintilla tra Marco e me. Allora Marco era il temutissimo direttore generale di Young & Rubicam, e io ero riuscita a evitare ogni contatto diretto con lui fino a quando – avendo dato le dimissioni – mi ha convocato nel suo ufficio. Ero pronta a rifiutare aumenti e promozioni, che mi aveva già proposto il mio capo diretto, ma lui mi spiazzò non chiedendomi niente di inerente al lavoro, ma solo “cosa ti interessa di più nella vita”. Gli raccontai che durante il corso di marketing in Ied avevo capito che mi affascinavano sociologia e psicologia e che quindi alla sera studiavo per laurearmi in Scienze Politiche con indirizzo sociologico (ai tempi a Milano non c’erano né sociologia né psicologia). Mi disse allora che da sempre insegnava proprio quelle materie, e quindi mi propose un tema per la tesi allora davvero innovativo e sperimentale (l’uso della paura nella pubblicità sociale), mi diede del materiale di ricerca introvabile in Italia, mi fissò degli appuntamenti in tutta Europa con i responsabili governativi che si occupavano del tema e mi fece seguire in Young & Rubicam tutti i progetti di pubblicità sociale, come sua assistente, in modo da avere dei casi reali da aggiungere alla tesi: grazie a questa volontà di ascolto mi sono laureata con 110 e lode, ho fatto carriera nell’agenzia che amavo e ho trovato un amico.

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INTERVISTA A LAURA BIAGINI, STRATEGIC PLANNING DIRECTOR IN YOUNG & RUBICAM

PC  Se penso a quelli che ce l’hanno fatta mi viene in mente subito Laura Biagini, che ho conosciuto in Young & Rubicam quando era la giovanissima laureanda e stagista di Marco Lombardi, nel reparto planning e ricerche. E non solo perché ha fatto una bellissima carriera, che l’ha portata in pochi anni a dirigere quel reparto, ma perché ha sempre caparbiamente lottato per fare quello che le piaceva fare. Essendo bella e socievole, a più riprese le è stato proposto di lavorare nel reparto account, quasi che fosse sprecata a studiare marche e trend di mercato in una posizione che è più di back office. Laura ha sempre declinato con diplomazia e gentilezza, anche quando l’implicita minaccia era che così non avrebbe fatto carriera. Non è stato così e sono felice che sia riuscita a coniugare lavoro e passione.

Questa scelta le ha anche permesso di coniugare il lavoro in Young & Rubicam con lo  studio prima e la docenza poi in Iulm; una sinergia di interessi nata dall’incontro con Marco Lombardi, come ci ha raccontato  quando le abbiamo chiesto perché pensa di essere stata scelta al suo primo colloquio e che cosa ha fatto la differenza: “Quando mi sono presentata al mio primo colloquio di lavoro non pensavo che lo fosse. Mi spiego: ero andata a un ricevimento dal professore con cui stavo facendo un corso in università. Era un corso di pubblicità, tenuto da quello che ancora non avevo capito essere una delle maggiori autorità italiane sul planning strategico: la verità è che, nonostante il corso, non mi era proprio chiarissimo che cosa facesse un planner. In quell’occasione ricordo di averlo bombardato di domande. E con il senno di poi temo di averlo preso per sfinimento: a un certo punto credo che gli sia venuto in mente che era più semplice offrirmi uno stage. Di lì a qualche settimana sarebbe diventato, per molti anni a venire, il mio mentore in Young&Rubicam.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?”

Laura Biagini: “Il fatto di non avere paura di mostrare carattere, l’avere trovato il modo di dire la mia e di potere esprimere un parere anche di fronte a persone con molta più esperienza: soprattutto all’inizio credo che nessuno dall’altra parte si aspetti che una persona sappia trovare tutte le risposte giuste, bensì che sia propositivo nel provare quantomeno a cercarle, a volte addirittura anticipando le domande. Di certo è necessario che l’ambiente in cui ci si trova (quello che io ho sempre trovato in Y&R) favorisca questo atteggiamento. E se così non fosse beh, il mio invito è quello di cominciare subito a cercare altrove.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?”

Laura Biagini: “Tre cose:

1)“sbaglia solo chi fa” (riferito al fatto che fare errori è normale quando uno lavora e che trovare soluzioni agli errori fatti da noi o da altri fa parte del gioco)

2)”quando un aereo precipita l’unica persona che non va in panico è il pilota”(potrebbe essere un corollario di quello sopra: nella difficoltà l’importante è non rimanere passivi come farebbe un   “passeggero” bensì prendere il controllo di quello che sta accadendo, sforzandoci di gestire le cose anziché farsi travolgere)

3) “del maiale non si butta via niente” (riferito alla gran mole di lavoro che viene prodotta in un’agenzia pubblicitaria spesso apparentemente destinata ad essere cestinata, archiviata, inutilizzata ma che prima o poi, per qualche gara, per qualche cliente, per qualche richiesta urgente dell’internazionale o del tuo AD torna buona: ergo MAI svuotare completamente il cestino dei file cancellati!)”  

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?”

Laura Biagini: “Che in un mestiere dove quello che conta è l’immagine bisogna sforzarsi di non essere superficiali: può sembrare un paradosso ma un’intuizione è valida non tanto quando è spiazzante e originale bensì quanto più è fondata su dati oggettivi.”

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Volli, sempre volli, fortissimamente volli

Djokovic with the Australian open trophy

Djokovic with the Australian open trophy (Photo credit: Wikipedia)

PB  Dopo il mio post di ieri su Tennis, fallimenti e felicità, ho avuto un sacco di commenti. Alcuni sul blog, molti al telefono o via e mail, alcuni attraverso segnali di fumo.

Sono quindi a precisare (ascoltate bene pulcini in procinto di buttare il becco fuori dal nido) che il mio pezzo non voleva in alcun modo essere un alibi per la mancanza di ambizione, un sei politico per un lavoro fatto così così.

Per fare carriera bisogna essere i più bravi, i più veloci, i più brillanti. Solo bisogna farlo seguendo il proprio talento, cambiando, rinnovando o ibridando i modelli di successo codificati dal passato.

E poi, sentito il cuore, fare fatica, studiare, mettere la sveglia presto, viaggiare, lottare, creare nella direzione giusta, crearsi le vele migliori per prendere il vento quando sarà in poppa, ma anche per stringere la bolina e proseguire quando il vento sarà avverso.

Milano è piena di negozi che vanno male, che saranno soppiantati dallo shop on line o dalle catene a basso costo. Per realizzare un modello alternativo di successo non basta non aver finito l’università, siete d’accordo? Io parlo di eccellenza, differenziazione, carattere, voglia. Buon vento

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