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Sei un Millennial? Alcuni suggerimenti su come affrontare con successo il mondo del lavoro.

PC Sei un Millennial? Se hai tra i 18 e 35 anni di età la risposta è sì, ed è probabile che il lavoro sia in questa fase una priorità importante nella tua vita. Ecco alcuni suggerimenti su come ottenere il successo nella sfera lavorativa, raccolti tra vari studiosi che hanno approfondito l’argomento.milennial-2

  1. Creati una reputazione, perché il titolo di studio non basta più. Per farlo ecco alcuni must:
    • Mantieniti costantemente aggiornato sui temi vicini al tuo lavoro (questo è particolarmente vero per chi non ha in quel momento un’occupazione e rischia che le sue competenze diventino velocemente obsolete)
    • Usa i social media, in particolare Linkedin, per costruirti una reputazione, ad esempio condividendo riflessioni e scoperte sul tema del quale ti occupi (o vorresti occuparti)
    • se lavori non aver paura a chiedere e assumerti maggiori responsabilità sul posto di lavoro, ti farai la fama di un persona proattiva e potrai mettere in luce aspetti del tuo carattere e della tua preparazione che sarebbero rimasti nascosti
  2. Pensa che vivi in un ambiente liquido, all’insegna del cambiamento, dove nessun lavoro è “per sempre”. La ricerca di un nuovo lavoro dev’essere continua, la capacità di resilienza massima e la disponibilità a percorrere nuove strade sempre presente.
  3. Non rimanere senza fare niente: piuttosto che restare a casa pensa se c’è la possibilità di realizzare un’attività imprenditoriale, se ci può essere un lavoro non retribuito ma vicino alle tue aspirazioni (per lo meno contribuirà a costruire la tua reputazione). Fai del volontariato: in particolare se scelto in un ambito affine al lavoro dei tuoi sogni  questo aiuterà chi ti deve selezionare a capire che sei una persona energica e volenterosa, e ti permetterà di ottenere degli insight utili su quel settore.Millennials-infographic
  4. Non crearti l’alibi dello studio: non puoi inanellare tre o quattro diversi diplomi di master per tenerti occupato, anche se hai la fortuna di una famiglia che se lo può permettere
  5. Ricordati che è probabile che chi ti assume sia un baby boomer ex figlio dei fiori ma oggi molto attento alla forma: valuterà, sia in sede di colloquio che nei primi mesi di lavoro, come ti vesti, come ti esprimi, come e dove scrivi (meglio decisamente una mail a un messaggio su facebook)
  6. Considera il network un’altra priorità quotidiana. Mantieni i contatti senza risultare stalker, per esempio aiutando gli altri a trovare un impiego, dato che prima o poi verrà il tuo turno di essere aiutato da chi ti sarà grato per quello che hai fatto per lui (sono convinta che se fai del bene nel lavoro questo ti ritorna sempre).
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Gli scivoloni della reputazione on line

PC Procede la ricerca della mia tesista sull’utilità del web come strumento per trovare lavoro in Italia e stiamo scoprendo che c’è un prevedibile scarto generazionale tra gli appartenenti alla x generation, che usano ampliamente Linkedin e Facebook per valutare i futuri candidati, e i baby boomers, che si affidano maggiormente alle raccomandazioni personali che ottengono grazie a un’ampia ed efficace  rete di contatti costruita negli anni.abercrombie

Ne discutevo con Patrizia, che, malgrado scriva insieme a me di personal branding e reputazione on line,  appartiene sicuramente al gruppo di quelli che non pensano di controllare il comportamento sul web di un aspirante collaboratore, se questi è stato consigliato da qualcuno che lo conosce bene e ci ha già lavorato insieme.

Ma proprio Patrizia mi faceva notare che anche se si ha un capo over fifty (e ci tengo a dire che lei non lo è!) che ignora quanto postate su facebook, rimane comunque importantissima la reputazione nei confronti di colleghi, collaboratori, fornitori o peggio ancora clienti, che invece hanno la vostra stessa età e grandissima dimestichezza sui social network.

Per questo è davvero importante rendere visibili solo ai più intimi quelle foto o informazioni che non sareste felici di condividere davanti alla macchinetta del caffè il giorno dopo: per capirci va benissimo la foto che vi ritrae in viaggio a New York (magari meglio se a una mostra che abbracciate a un butta-dentro di Abercrombie), un po’ meno quella in cui cantate discinte e in evidente stato di ebbrezza. Perfetto il commento intelligente su  un blog di marketing, da evitare il post su quanto odiate il lavoro e il vostro capo.

Ce lo spiega in modo efficace e divertente questo video di Adecco.

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Prospettiva generazionale sul lavoro

7043c34ebcd4afc47ccfe1f77a86450bPC Trovo adorabile questa foto che gira su Facebook. Sono molto coinvolta in quanto grande fan di Kevin Bacon fin dai tempi di Footloose, visto con entusiasmo adolescenziale anche se dal punto di vista anagrafico non lo ero già più, e ritrovato recentemente nell’avvincente The Following. E la trovo purtroppo molto vera nella prima parte, perché la sensazione generale è proprio che manchi denaro, speranza e lavoro in ogni generazione, sia tra i miei coetanei baby boomer (esclusi solo i fortunati già in pensione, che però si ritrovano ad aiutare figli e nipoti), sia tra la generazione X, sia ovviamente tra i giovani della Generation Y.

Non credo però che non esistano più persone in grado di iniettare energia, idee, dinamismo nella società e nel mercato del lavoro come ha fatto Steve Jobs. Ed è più facile che queste persone siano proprio tra i giovanissimi Y. Per questo penso che sia indispensabile che almeno loro non perdano mai la speranza che Cash e Jobs arrivino meritatamente, in particolare a chi dimostra spirito di iniziativa e adattabilità.

 

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Incomprensioni con il capo? Forse e’ a causa del generation mix

Le diverse generazioni hanno modi differenti di concepire la leadership, per questo spesso si verificano degli scollamenti tra le attese dei dipendenti e quelle dei loro capi. È quanto ha confermato la ricerca Giovani e Lavoro:dall’inserimento alla gestione del Generation Mix realizzata dalla Fondazione Istud.

Lo studio ha posto le stesse domande alle tre generazioni nelle quali si divide l’attuale forza lavoro:

– “baby boomers” (nati dal 1946 al 1964)

– “generazione X” (nati dal 1965 al 1980)

– “generazione Y” (nati dopo il 1980)

Ne è emerso che i “Baby Boomers” pensano che un capo debba essere caratterizzato da competenza, esperienza, capacità di guida ed equità. Dato che il loro capo è generalmente anche lui un Baby Boomer sono quelli che riscontrano un minore scollamento tra aspettative e realtà.

I membri della “Generazione X” si aspettano invece che il loro capo sappia coinvolgerli attivamente, chiedono capacità di delega e di ascolto. Sono quindi più insofferenti agli atteggiamenti di accentramento e di non accettazione del confronto da parte dei propri responsabili.

Infine gli appartenenti alla “Generazione Y” – cresciuti sotto la supervisione di genitori “elicottero” sempre pronti a pattugliare e difendere i loro piccoli – si aspettano che i loro capi li proteggano dalle incursioni di altri attori organizzativi e che rappresentino un punto di riferimento sicuro.

Inoltre, vorrebbero che la leadership fosse “colorata e stimolante”, in modo da ritrovare, anche sul lavoro, la molteplicità di stimoli coinvolgenti ai quali sono abituati nella vita.

Queste differenze nei confronti della leadership non sono che un effetto dei diversi valori che animano le tre generazioni. In America si dice che i baby boomers sono cresciuti nell’ottica delle classiche famiglie “my three children” mentre le generazioni successive sono state allevate in famiglie stile “my two dads”.

Abbiamo chiesto a Luca Quaratino – co-autore della ricerca e Professional Training & Coaching Consultant – cosa può consigliare ai giovani talenti che entrano in un’organizzazione dove si confrontano con dei capi Baby Boomers (una ricerca ha recentemente provato che il management italiano è il più vecchio d’Europa) o appartenenti alla Generazione X.

Luca Quaratino: In primo luogo, essere consapevoli che le differenze nello stile di leadership sono spesso figlie dell’appartenenza generazionale e che quindi i comportamenti del proprio capo generalmente non vanno condotti a una sua cattiva disposizione nei nostri confronti (un pregiudizio personale), ma al differente modo di intendere il ruolo.

In secondo luogo, imparare a comunicare con efficacia la proprie aspettative (in quanto appartenenti a una differente generazione) nei confronti del proprio capo, chiarendo il tipo di supporto e di approccio di cui si necessita. Fare questo con efficacia diventa un modo per aiutare il proprio stesso capo a crescere e migliorare.

Infine, non dimenticarsi di queste differenze quando si diventerà responsabili di altre persone, che potrebbero fare parte di gruppi generazionali diversi. Per un giovane Y può essere davvero una sfida interessante gestire un gruppo di lavoro in cui siano operativi Baby Boomers o appartenenti alla Generazione X: sarà in grado di garantire quella poliedricità di stile di leadership che tanto sentiva necessaria quando era nelle vesti di neoassunto?

La ricerca completa è scaricabile dal sito http://www.istud.it

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