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Bernini cerca un Digital Art Director per Bitmama e ci svela come deve essere.

Paulo Bernini, direttore creativo Bitmama

PC Che bello collegarsi a Linkedin e scoprire che un amico scrive: “I’m hiring”. Bello per più motivi: perché in questo periodo qualsiasi accenno di ripresa è confortante e perché sono sicura che chiunque avrà la possibilità di lavorare con Paulo Bernini ne uscirà arricchito, sia professionalmente che umanamente.

Paulo, direttore creativo di Bitmama insieme a Maurizio Sala (che abbiamo già avuto il piacere di intervistare), è infatti un concentrato di vitalità brasiliana e cultura italiana. E in più ama lavorare con i giovani talenti e trasferir loro la sua passione per la comunicazione digitale – non a caso insegna Digital Art Direction alla Scuola Politecnica di Design.

La persona che cerca è proprio un Digital Art Director, che dovrà lavorare nell’ambito fashion/luxury/ design e avere esperienza e spiccata capacità nella produzione grafica di interfacce per il mobile e il mondo web.

Il candidato lavorerà in  un team multidisciplinare, insieme a figure come graphic designers, copywriters, information designers, digital marketing strategists, e risponderà alla direzione creativa in progetti nell’area fashion/luxury/design, lavorando sia con brand italiani che internazionali. Dovrà conoscere le ultime tendenze nel mondo della grafica e delle nuove tecnologie, e ovviamente il mondo dei softwares della grafica: photoshop, illustrator, indesign.

Paulo stesso è un Digital Art Director, abbiamo quindi approfittato per fargli qualche domanda che ci permetta di capire meglio che caratteristiche deve avere questa figura professionale, oggi molto richiesta.

Puoi dirci quali tappe sono state fondamentali per la sua formazione di Digital Art Director?

Paulo Bernini: Soprattutto nel digitale, l’art ha bisogno di due front molto sviluppati, e ha bisogno di saper coniugarli molto bene:

– una è la conoscenza del contesto del canale – sia tecnica, dal punto di vista di quali sono le possibilità che il digitale, che vive in costante cambiamento, permette, e sia culturale, rispetto al ruolo del digitale nel contesto in cui si sta progettando – e il suo impatto nella vita delle persone.

– l’altra è la conoscenza del contesto culturale: indipendentemente dal digitale, sei un art! Devi saper coniugare le tue capacità creative con il contesto spesso complesso che è il canale, la tecnologia, il primo punto.

Da questa dialettica nasce la bravura.

Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato l’esperienza in Giappone?

Paulo Bernini: Dal punto di vista professionale: avere pazienza e saper gestire il contesto. Imparare a vivere le differenze (compreso il fatto che io sia stato esposto – involontariamente –  a un contesto lussuosissimo, per cui è stato una differenza in più da imparare!), e fare di queste differenze leve per cose nuove.

Dal punto di vista personale: imparare a stare da solo. Ho compiuto 30 anni da solo a Tokyo, in una giornata gelida di gennaio, e per 24 ore non ho detto nessuna parola: sono andato al tempio zen nei Giardini Imperiali e ho attaccato ai rami di un albero un desiderio scritto sul pezzettino di carta, come fanno i giapponesi. Può sembrare triste, ma per me è diventato un ricordo unico, speciale. 

Trampolinodilancio: Quale rapporto deve avere un Digital Art Director con l’arte e la cultura?

Paulo Bernini: Nel ruolo Digital Art Direction c’è la parola Art. C’è la parola Director. Direi che arte e cultura sono la materia prima di questo professionista.

Trampolinodilancio: Infine quali consigli potresti dare a un giovane che voglia iniziare questa carriera?

Paulo Bernini: Se vuole fare il digitale, deve capire che c’è tanto lavoro anche manuale, anche ripetitivo… per far funzionare automaticamente il digitale ci vuole dietro l’artigianato dei pixel.

Una volta digerito questo concetto, bisogna tornare alle idee, che nel digitale possono venire da chiunque… 

Bisogna anche capire che l’art direction digitale non ha nulla a che fare con l’idea di art direction tradizionale pubblicitaria, che esiste da più di 50 anni. Non ci sono ancora canoni stabiliti, è un campo nuovo, molto più fruibile, che richiede un approccio mentale diverso, più cooperativo: sul digitale non ha senso il ruolo dell’autore, ma sì dell’attore: sono tanti, insieme. Perciò bisogna rispettare la tecnologia, che ti permette di esprimerti.

Per ulteriori dettagli sulla ricerca di personale e per inviare il cv: http://www.linkedin.com/jobs?viewJob=&jobId=3183018

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Prepara le risposte a queste 3 domande e sei pronto per qualsiasi colloquio

Copper Peak Ski Jump, from the bottom of the j...

PC Forbes sostiene che in realtà sono solo tre le domande importanti che chi seleziona un candidato si sta ponendo e alle quali vorrà una risposta:

  1. Sei in grado di fare il lavoro?
  2. Ti piacerà questo lavoro?
  3. Possiamo tollerare di lavorare con te?

La prima domanda è relativa alle competenze tecniche, la seconda alla motivazione, la terza alle  soft skills.

Per quanto riguarda le competenze tecniche Filippo Romanini  (Direttore Barilla LAB for Knowledge Innovation) a un recente convegno Iulm raccontava che quando in Barilla reclutano un candidato si chiedono non solo se sa fare il lavoro per il quale è stato selezionato, ma se saprà arrivare al secondo posto in termini di promozione, quindi non al posto successivo, ma a quello ancora dopo.

È quindi importante far capire durante il colloquio le proprie competenze attuali ma anche le proprie potenzialità.

Le motivazioni sono un altro elemento fondamentale. Una recente ricerca internazionale dal titolo “Engagement Research: cosa fare per permettere alle persone di lavorare al meglio”, condotta dal CeRCA – dell’Università LIUC in partnership con la London Business School ha evidenziato che in Italia gli elementi motivanti sul lavoro sono sicurezza del posto di lavoro, bilanciamento tra vita privata e lavorativa e riconoscimento del proprio contributo. Credo però che i giovani talenti che vogliono cominciare una carriera nel marketing o nella comunicazione diano più rilevanza a quello che è  il terzo elemento  a livello generale. Concordo con Bill Guy – Cornerstone International Group CEO, citato nella ricerca di Forbes – che sottolinea che gli impiegati più giovani non desiderano essere pagati semplicemente perché lavorano sodo, ma lavoreranno sodo perché amano l’ambiente e le sfide associate con il loro lavoro.

Ne deriva che i capi che sanno creare un ambiente stimolante e sfidante sapranno attrarre e tenere gli impiegati migliori, come hanno sostenuto anche Dave e Wendy Ulrich, (professore della Ross Business School dell’Università del Michigan e psicologa, esperta di coaching), durante il convegno “Sense-driven company – Come i leader creano organizzazioni generatrici di senso e successo”, che si è tenuto il 9 maggio scorso a Milano (vedi per maggiori dettagli http://www.corriere.it/economia/trovolavoro/12_maggio_11/consigliere-arte-motivare-dipendenti-crisi_b4a0887c-9b4f-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml).

Infine le soft skill sono determinanti per convincere chi seleziona che saprete amalgamarvi perfettamente nell’organizzazione. Forbes lo definisce il “cultural fit” ed è valido sia per i manager, che devono essere in grado di comprendere e interpretare la cultura dell’azienda che sono chiamati a guidare, sia per i giovani, come abbiamo già avuto modo di segnalare: durante il colloquio sarà quindi fondamentale sottolineare quegli elementi della propria personalità e formazione che si ritiene siano più in linea con la società per la quale ci si candida.”Rehearse, rehearse, rehearse”, per tornare a citare gli insegnamenti di Marco Lombardi: la preparazione è fondamentale anche per fare un colloquio.

Per approfondimenti http://www.forbes.com/sites/georgebradt/2011/04/27/top-executive-recruiters-agree-there-are-only-three-key-job-interview-questions

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La ricerca del personale e Facebook

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

PC Ieri ho partecipato all’interessante convegno JobMatching organizzato da Stefano Saladino, dove si è parlato molto di personal branding sui social media. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che anche il profilo personale su Facebook è ormai sempre più spesso visionato da chi fa ricerca del personale. In sostanza se sottoponete una candidatura per un posto di lavoro è probabile che chi deve selezionarvi controlli non solo, come è ovvio, il vostro profilo su LinkedIn ma anche quello su Facebook.

Le implicazioni sono molte: innanzitutto dovrete assicurarvi di inserire nel profilo di Facebook le opportune restrizioni di privacy, se temete che la foto in cui ballate su un tavolo in uno dei peggiori bar di Caracas non sia il miglior biglietto da visita per un impiego come affidabile pr in una grande multinazionale (anche se potrebbe dimostrare la vostra affinità con il prodotto, se volete entrare nel marketing di Ron Pampero). Inoltre potreste orientare la vostra presenza su Facebook per far emergere alcune vostre doti. E’ consigliabile per esempio che un aspirante copywriter posti spesso degli scritti che ne dimostrino le capacità, piuttosto che le foto del suo gatto, mentre un art director potrà sbizzarrirsi nel caricare foto con ambizioni artistiche. Ci sono poi delle competenze meno ufficiali di quelle che segnalereste su LinkedIn, che potrebbero rivelarsi interessanti per il vostro futuro datore di lavoro. Ricordo che proprio la passione per gli sport fu la caratteristica decisiva che fece scegliere un mio giovane amico e cliente in Armani, perchè Patrizia cercava una persona che oltre a conoscere il marketing e le lingue, fosse uno sportivo vero a cui affidare la linea EA 7 di Armani.

Ieri si è anche arrivati a consigliare di utilizzare sempre la stessa foto di profilo su tutte le piattaforme nelle quali si è presenti, per facilitare il proprio branding e la riconoscibilità. Su questo punto non sono personalmente molto d’accordo. Ritengo che su LinkedIn sia corretto inserire una foto più istituzionale (nella mia, che è stata fatta e opportunamente photoshoppata da un fotografo, io indosso ovviamente la canonica camicia bianca) mentre su Facebook è più spontaneo aggiornare spesso la propria foto, con immagini reali che diano un senso di contemporaneità e creino vicinanza con i propri contatti (si chiamano amici, non a caso).

Sean Moffitt e Mike Dover nel loro bellissimo Wikibrands, del quale è appena uscita l’edizione italiana a cura di Marco Lombardi, suggeriscono di mantenere due strategie di approccio ben differenti per le due più importanti piattaforme sociali. Giustamente consigliano di considerare LinkedIn come un completo di flanella grigio e Facebook come una camicia hawaiana: entrambe possono giocare un ruolo utile nel guardaroba di chiunque (purchè americano!), ma nessuno parteciperebbe a una riunione con una camicia hawaiana o andrebbe a un party indossando un completo grigio, a meno di non voler apparire come minimo arrogante.

Questa flessibilità nel proprio personal branding è in fondo esattamente quello che consigliamo anche alle brand vere e proprie, che si devono presentare in modi diversi a seconda dei contesti, mantenendo comunque la propria identità

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