I 15 modi per avere successo, senza usare il Fattore S

PC Il settimanale Sette di questa settimana commenta in copertina il preoccupante aumento di chi usa il Fattore S per avere successo, dove S sta per l’iniziale dell’epiteto che ben descrive chi ottiene dei risultati ignorando le esigenze altrui. In sintesi uno “S” – sostiene Aaron James nel suo trattato Stronzi, edito da Rizzoli – è qualcuno che come riassume D’Orrico: ” 1) si arroga sistematicamente privilegi che non gli competono; 2) agisce sulla base di un radicato senso di superiorità; 3) tale senso di superiorità lo rende del tutto immune alle lamentele.”stronzi

Per quanto io desideri il successo con la mia nuova vita professionale, questa strada per l’affermazione personale è troppo lontana dai miei principi e dalla mia indole. Ma avendo comunque deciso di impegnarmi a raggiungerlo ho cercato una guida alternativa. Ho trovato utile quest’articolo di Ilya Pozin, editorialista per Linkedin e Forbes, apparso in questi giorni su Linkedin Today e che vi sintetizzo.

Interessante (e consolante) il punto di vista di Pozin, che ritiene che il successo non possa che nascere dall’avere superato degli ostacoli e dall’essere quindi avezzi all’insuccesso. Infatti al primo posto tra i quindici comportamenti tipici di chi ha successo il primo è proprio:

1. Fallire. Può succedere, l’importante è non ignorare il fallimento, ma imparare dagli errori in modo da non compierli la volta successiva (sembra una banalità ma se ripenso ai principali errori della mia vita mi rendo conto che sono seriali, e voi?)

2. Stabilire degli obiettivi. Piccoli obiettivi tangibili che si possano raggiungere ogni giorno. Ad esempio riallacciare i rapporti con persone che potrebbero aiutarvi a trovare un lavoro, migliorare la conoscenza di una lingua che potrebbe esservi utile, …

3. Non affidarsi alla fortuna. Certo a volte succede di essere al posto giusto nel momento giusto, ma sono più le volte che dovete con tenacia, fatica e impegno guadagnarvi quello che meritate.

4. Controllare i vostri progressi. Monitorate l’efficacia dei comportamenti, strategie e tattiche, e poi decidete se c’è qualcosa che dovete modificare.

5. Agire.  Non restate mai in posizione di stallo, le persone di successo non restano ferme dopo un insuccesso, ma sono già impegnate a raggiungere un nuovo obiettivo.

6. Guardare al disegno nel suo insieme. E’ tipico di chi ha successo avere una visione ampia e saper inserire anche i piccoli dettagli in un insieme più ampio.

7. Mostrare un realistico ottimismo. Chi ha successo è il primo a credere nelle proprie abilità. Fate una lista delle vostre capacità, cercate se possibile di migliorarle, e cercate di capire quali risultati potete ottenere grazie alle vostre qualità.

8. Migliorarsi continuamente. Imparate dagli insuccessi, imparate a conoscere le vostre debolezze e cercate dei modi per fare meglio la volta successiva: in particolare migliorate la vostra capacità di fare rete.

9. Impegnarsi. Il successo arriva solo come risultato di impegno e duro lavoro.

10. Essere attenti. Se non siete aperti a cogliere anche i segnali deboli che vengono dall’ambiente difficilmente potrete cogliere le migliori opportunità: siate sempre al corrente di quanto si dice all’interno dell’azienda dove siete, tenete conto dei feedback dei clienti, tenetevi aggiornati sulle evoluzioni del settore nel quale volete inserirvi. Quanti giovani che vogliono lavorare nell’ambito della comunicazione o del marketing si abbonano alle newsletter gratuite che riassumono cosa succede nel mercato?

11. Perseverare. Le persone di successo non mollano mai

12. Comunicare con fiducia. Chi ha successo ha facilità nel convincere gli altri. Illuminante a riguardo il film sul Giovane Hitler che ho appena visto: ovviamente Hitler è anche un rappresentante della categoria “S”, della quale detiene sicuramente il primato, ma è spaventoso vedere cosa si può ottenere con una buona capacità oratoria. Ovviamente se non volete rientrare nella categoria “S” userete la comunicazione per convincere, e non per manipolare.

13. Mostrare umiltà. Le persone di successo riconoscono le loro responsabilità quando commettono un errore.

14. Essere flessibili. I piani possono cambiare, le persone di successo invece che essere frustrate dal cambiamento sanno assecondarlo.

15. Creare una rete. Chi ha successo riconosce che  i propri risultati derivano anche dall’aiuto degli altri. Non potete ottenere il successo da soli. Investite nella creazione di una rete di connessioni lavorative che vi saranno sicuramente utili.

Se con tutte queste indicazioni riusciamo a ottenere quello che desideriamo senza per questo calpestare gli altri penso che avremo già ottenuto un grande successo.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Enzo Jannacci, Milano e noi

PB  La morte di Jannacci ha colpito tutti i miei amici.

Nelle e mail di questi giorni, nelle conversazioni, nell’attenzione ai suoi funerali in S Ambrogio, in tanti hanno deglutito con dolore per un lutto che ci ha toccato intimamente, anche se nessuno di noi lo aveva conosciuto al di là delle sue canzoni.

A  proposito di milanesità, dignità, operosità, attenzione agli ultimi e poesia Jannacci ha avuto parecchio da dire. Un giullare che era anche medico. Un artista che amava i marciapiedi più della ribalta.

Io compro spesso la rivista “Scarp del tenis” (i redattori sono proprio i barbun che vivono per strada: la avete mai letta?) che mi fa ritornare con i piedi per terra ogniqualvolta penso che la vita sia intollerabile perché non ho il telepass e mi tocca infilare il bancomat alla barriera dell’autostrada.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Dalla filosofia alle pr, passando per Città del Capo. Intervista ad Alice Corinaldi, Account MSL Italia (Publicis Groupe)

PC I genitori di ragazzi un po’ più grandi del mio mi chiedono spesso se sia necessario un percorso scolastico molto mirato per poter poi lavorare nella comunicazione. La risposta è che non credo sia indispensabile, a patto che si sia poi abbastanza umili e ricettivi da imparare presto il lavoro che ci si ritrova a svolgere.

Alice Corinaldi Msl Group

Alice Corinaldi Account Msl Group

Io stessa sono stata in parte condizionata dai miei a non fare lettere all’università, mentre Patrizia è la dimostrazione che era possibile, anche frequentando questa facoltà, approdare con successo al marketing. Alice Corinaldi, che oggi intervistiamo, conferma lo stesso principio. Dopo una laurea con lode in Filosofia, la troviamo oggi infatti in un’agenzia di pr, la MSL del gruppo Publicis. Nel mezzo ci sono però molte esperienze, tra cui  alcune particolarmente formative all’estero durante gli studi, indirizzate già al mondo della comunicazione.

Perché pensi di essere stata scelta al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

La prima esperienza lavorativa l’ho fatta durante l’università, in Sud Africa: stage in comunicazione e advocacy. Credo che la cosa che abbia fatto la differenza sia stato il modo in cui mi sono proposta: letteralmente presentandomi alla persona con cui volevo lavorare con un curriculum in mano! E poi sicuramente la voglia di fare e la flessibilità.

Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

Sicuramente flessibilità, entusiasmo, umiltà e un pochino di coraggio sono doti fondamentali per iniziare – anche perché ti permettono di imparare molto e velocemente.  Essendo io laureata in Filosofia e non in una laurea specializzata in comunicazione, all’inizio non avevo competenze specifiche. La mia voglia di fare, di mettermi in gioco e di apprendere, insieme ad un forte senso di responsabilità, mi hanno aiutato a iniziare a lavorare da subito su progetti interessanti e stimolanti.

Cosa ti ha insegnato di più il tuo primo capo?

Tantissime cose, ma prima di tutto a non tirarmi indietro, dandomi molta fiducia.

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri il tuo mentore?

Credo non ce ne sia uno in particolare, ma diversi, anzi diverse. Le persone da cui ho imparato di più sono state soprattutto donne. Donne che sono riuscite a trovare un equilibrio tra la loro carriera e la famiglia. Che mi hanno insegnato che con passione, costanza e curiosità si possono raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi; e che la precisione, organizzazione ed ironia sono doti fondamentali.

Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

Mi piacerebbe molto sapere il francese e aver fatto un master, ma non è mai troppo tardi, no?!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

La dispensa è vuota: tutti a tavola!

PB Qualche giorno fa un amico-collega mi ha scritto aggiornandomi sul suo lavoro e chiedendomi del mio. Brevi commenti sulle poche risorse da investire, sui piani di ristrutturazione, sui salti mortali per tenere la barca a galla.

Io gli ho scritto che tignosamente lavoravo per far sopravvivere un mezzo sul quale galleggiare. Giuseppe (è lui l’amico-collega) mi ha fatto un commento sulla grevità della mia espressione e sulla, purtroppo, sua attualità, in momenti in cui non è più tempo per lavorare di fioretto.

Eppure lo scambio di e mail mi suscita una riflessione costruttiva. Che mette in relazione il talento con le risorse limitate.

Oggi ci misuriamo con stage in aziende mediocri, posizioni non ben retribuite, location non sempre ideali (in zona C se abitiamo in campagna, in campagna se abitiamo in zona C), colleghi problematici (se va bene sono depressi, se va male sono sleali o pigri) capi che non ci gratificano.

Dunque non si naviga con il vento in poppa. Ma se si deve andare di bolina, bisogna adattare la nostra tecnica di navigazione. Con il vento in poppa va avanti anche chi fa il morto.

Qui devono subentrare anziché la delusione e la frustrazione (dopo tanto studio, dopo tanto tempo, dopo tante aspettative) il talento e la volontà. Il desiderio e l’ambizione con la tignosa intenzione di avanzare passo dopo passo.
E’ incredibile quanto una sana tensione finanziaria possa aguzzare l’ingegno, far scaturire idee originali, trovare vie inedite alla risoluzione dei problemi.

La cucina italiana produce prove tangibili della suddetta teoria, con piatti straordinari nati dalla povertà dei mezzi e dalla ingegnosità di chi è stato in grado di gestirla e domarla.
Alla mancanza di pane fresco, si può decidere di mangiare pane raffermo (scelta triste per tristi) o di inventare la Ribollita, magnifica zuppa fiorentina che nasce dal recupero di pane vecchio e di verdure cotte avanzate dai pasti della settimana e “ribollite” il venerdì.
Lo stesso vale per i Mondeghili (polpette milanesi che i milanesi non chiamano polpette) fatti con gli avanzi di pane, carne, salame, legati con l’uovo e fritti nel burro. Mortali per il dietologo, divini per il goloso.

Quando le risorse sono limitate, la resistenza alla fatica, l’ostinato attaccamento alle proprie posizioni , l’intelligenza e la fantasia (non siamo con il vento in poppa, siamo di bolina!) sono forse l’unico modo per ottenere un buon risultato. O perlomeno per non retrocedere. Che è un buon risultato se si ha il vento contro. In attesa che viri la barca o che giri il vento.

Non è momento di spreco . Quello che abbiamo dobbiamo trattarlo con grande cura. Conservarlo, rigenerarlo, renderlo utile e proficuo.

Pensate alla scena di Via col vento, quando Rossella O’Hara si confeziona un sontuoso abito di velluto con le tende verdi della madre.

O alla bigiotteria americana nata dopo la Depressione del ’29, quando di materiali preziosi non c’era traccia, che ha ornato tutte le dive di Hollywood e diverse first lady, creando, senza regine e corone nel suo pedigree, collezioni false e preziose oggi conservate nei musei europei.

Il vostro lavoro (provvisorio, malpagato, un po’ scomodo) dovete trasformarlo nella vostra risorsa. I vostri colleghi nei vostri alleati. Il vostro capo nel vostro mentore.
Non c’è posto per lo scoraggiamento, né per buttare via quello che si ha. Che impastato con il vostro talento si trasformerà nel trampolino di lancio per un posto migliore.
Pronti alla vira?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

IL LAVORO E’ COME UNA DISCESA IN KAYAK, intervista a Roberto Corbellini Associate Marketing Manager alle sede di Billund della LEGO

roberto

Roberto Corbellini Associate Marketing Manager in LEGO

PC Uno dei modi più belli per arricchire la carriera di esperienze è passare un periodo all’estero, dove ci si potrà confrontare con mentalità e modi di lavorare diversi, anche all’interno della stessa multinazionale. Negli ultimi mesi per molti questa opportunità nasce più come un’imposizione, dovuta al fatto che le sedi italiane di alcune multinazionale (è il caso di Lever) stanno chiudendo per ottenere i benefici che derivano dalla centralizzazione dello sviluppo strategico in pochi headquarter.

Non è il caso di Roberto Corbellini, con il quale ho avuto il piacere di lavorare quando ha iniziato giovanissimo in LEGO, dopo uno stage in Nestlè. La richiesta di fare un’esperienza all’estero, infatti, è nata da una sua proposta, all’interno del progetto di crescita interna che LEGO predispone, come ci spiega lui stesso:

“Ogni anno ogni dipendente LEGO deve preparare, insieme al diretto superiore, un piano di sviluppo personale sulla base del quale verrà poi valutato. Nell’ambito di questo processo vengono definite delle concrete opportunità di crescita e nel 2012 io vedevo 3 possibili sviluppi della mia carriera: esperienza di sviluppo prodotto, esperienza all’estero e gestione di un team di persone.

Nella tarda primavera dello scorso anno questo processo di crescita subì una brusca accelerata, infatti mi venne offerta la possibilità di intraprendere una di quelle 3 strade al di fuori di LEGO: l’offerta era molto interessante e lusinghiera, ma pensare di distaccarsi da LEGO si rivelò altrettanto difficile. Grazie alla volontà di reciproca di far sì che potessi realizzare i miei sogni professionali in LEGO e al rapporto di fiducia e trasparenza che si era instaurato, nel giro di poche settimane si è concretizzata l’opportunità di spostarsi laddove i mattoncini prendono forma, dapprima come idee su carta fino a diventare le scatole che si trovano nei negozi.”

Era l’opportunità che stavi aspettando!

“Infatti! È cosi che dal novembre scorso mi trovo a Billund (sede della LEGO ndr) a lavorare nel team di sviluppo prodotto dei giochi di società LEGO: un’avventura stimolante nell’ambito del progetto a me più caro da quando lavoro per LEGO. Chiaramente non posso scendere nei dettagli del mio lavoro, ma mi sto ora occupando della pianificazione strategica e dello sviluppo degli asset di marketing a livello globale per la linea di giochi di società LEGO, ovvero definire ciò che fino a pochi mesi prima ricevevo come “dato di fatto” dall’alto. Sto vivendo una grande esperienza in un ambiente internazionale e interculturale ed estremamente egalitario nel dare a tutti la possibilità di fare la differenza.“

Perché pensi di essere stato scelto al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

“Senza dubbio la motivazione personale. Non ero neppure ancora laureato quando ho affrontato il primo colloquio di lavoro, stavo infatti cercando lo stage richiesto dal piano di studi. Ricordo nitidamente di essere stato fermo e deciso come poche volte prima, immaginate un quasi laureato con una voglia matta di chiudere un capitolo della sua vita per aprire finalmente quello nuovo della vita “adulta”: non mi importava che la posizione offerta non fosse “così nobile o potenzialmente gratificante”, vedevo in quell’opportunità una tappa obbligata per avanzare nel mio percorso di vita. Chiusa quella parentesi, “mi sono permesso” di dar fiato e spazio alla mia ambizione e desiderio di trovare la giusta e meritata ricompensa dopo anni di studio. E, guardando alla mia condizione attuale, anche queste doti hanno fatto la differenza e mi hanno portato a conseguire i miei obiettivi.”

Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

“Considerando LEGO, l’azienda alla quale sono approdato stabilmente dopo l’università, credo che le spinte più importanti siano arrivate dalla mia motivazione, dalla pragmaticità e dall’approccio metodologico acquisito negli anni. Per quanto si possa aver studiato, sono convinto che le vere competenze si consolidano solo lavorando, all’università si studiano i libri e magari si sperimenta anche qualche frammento di realtà, ma ci si trova pur sempre in un ambiente protetto dove si applica la teoria in casi da laboratorio (verosimili ma senza le complicazioni della vita reale). Nella vita lavorativa, specie all’inizio, si deve sudare per imparare, non scoraggiarsi quando le cose non vanno come previsto e perseverare nel cercare la via giusta ma senza impazzire. È importante sapersi districare tra imprevisti, razionalizzare e decidere in tempi rapidi, non si potranno mai conoscere le risposte a tutte le domande, l’importante è sapere come affrontarle e come cercare una risposta.”

Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?

“Alcune delle cose più importanti che mi sono portato dietro dal primo capo sono la capacità di essere sempre pronto (che non significa necessariamente avere sempre la risposta pronta, ma saper cosa fare) e la diplomazia (a volte è meglio non essere “trasparenti” e mandare giù bocconi amari, ma con arguzia, astuzia e nel limite imposto dalla propria personalità e orgoglio).”

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

“Moltissime cose! Il capo che considero il mio mentore, non è solo stato il mio superiore ma una persona capace di accogliermi e supportarmi ogni volta che ne avessi bisogno in un modo che solitamente si trova in un padre. È difficile scegliere da dove iniziare, proprio come gli allenatori che hanno a disposizione tutta la rosa e non sanno chi mettere in campo! Scherzi a parte, l’insegnamento più importante è l’aspetto umano della vita lavorativa: fiducia, umiltà, apertura e duro lavoro sono parole chiave in tal senso e vengono prima di qualsiasi strategia o piano marketing. Sul piano più strettamente professionale, porterò sempre con me un’immagine che descrive il comportamento ideale sul lavoro: il lavoro è come una discesa di kayak in un corso d’acqua pieno di rapide e insidie, per essere i più veloci non serve cercare la traiettoria perfetta, ma saper anticipare quello che ci aspetta e andare nella direzione giusta.”

Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

“Da sempre mi affascina anche il campo della psicologia, l’interpretazione dei comportamenti umani e le sue cause scatenanti, il dualismo cuore/ragione e la decodifica della gestualità. Sono sempre stato attratto da questi studi, che talvolta hanno il sapore del mistico e del misterioso, ma sono assolutamente attuali e presenti nella vita di tutti giorni, da quando si è innamorati e si cerca di capire se siamo corrisposti a quando si cerca l’approvazione del proprio capo passando per tutte quelle volte in cui si vorrebbe influenzare o capire gli altri. Chissà magari in futuro mi dedicherò anche ad approfondire questa passione che vedrei come un arricchimento sia a livello personale sia professionale.”

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Assegnato il Premio di laurea Talent Almanack di RobilantAssociati

tocco2[1]Qualche mese fa Maurizio di Robilant, Presidente della Robilant Associati, ci spiegava il progetto Talent Almanack (una serie di incontri intorno al tema del talento) e ci raccontava del Premio di Laurea ad esso legato, che “sembrava lo strumento ideale attraverso il quale restituire il valore generato nei nostri incontri, incentivando i giovani universitari a immaginare (e progettare) un futuro verso quale si possa aver voglia di andare.”

I laureati delle Università di Milano sono stati invitati a cimentarsi con una tesi di laurea relativa al tema: “Creating Shared Value. Il possibile circolo virtuoso tra sviluppo del business e creazione di valore sociale”. Hanno vinto due studentesse laureate con lode in Psicologia delle organizzazioni e del marketing presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Stefania Ines Lotti e Federica Panzera, che si sono aggiudicate il Premio del valore di € 2.500. La tesi affronta il tema del benessere nelle organizzazioni in chiave antropologica e  contiene, oltre ad un caso di studio, un ampio e solido fondamento teorico.

Una Menzione Speciale del valore di €1000, inizialmente non prevista dal bando, è andata invece alla tesi “Commando Jugendstil – Cartolina di un mondo possibile” di Guglielmo Miccolupi, laureato in Design della Comunicazione presso il Politecnico di Milano, per l’eccezionalità del lavoro svolto, sia in termini espositivi che per l’originalità e la capacità di immaginare e strutturare un modello collaborativo di sviluppo economico e sociale.

In un contesto dove la laurea rischia di perdere valore, una tesi di qualità e originale è un valido modo per dimostrare il proprio valore e distinguersi nell’affollatissimo contesto competitivo costituito da tutti i laureati in cerca di lavoro: “un ottimo palcoscenico per mostrare capacità e talento” come spiega di Robilant.
Le tesi dei vincitori saranno pubblicate su EticaNews.it.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Cosa possiamo imparare dal discorso del nuovo Papa

PC In questo clima di disoccupazione fa piacere che ieri almeno una persona abbia trovato un nuovo lavoro (l’oroscopo di Vanity Fair lo prevedeva per tutti i Sagittario, spero che anche altri appartenenti al segno siano stati altrettanto fortunati) e come cattolica e italiana l’elezione del nuovo Papa mi ha donato un sentimento di grande serenità.papa-francesco1

Come comunicatrice invece,  per deviazione professionale, non ho potuto fare a meno di valutare il suo discorso dal punto di vista dell’efficacia comunicativa. Credo che ne emergano molti utili suggerimenti sia per chi viene promosso a una nuova posizione, sia per chi si insedia in un gruppo ben consolidato.

Innanzitutto la comunicazione non verbale: Papa Francesco si è presentato composto, per niente enfatico, pronto però ad aprirsi a un sorriso sincero, che coinvolgeva anche gli occhi. Poco dopo si è poi inchinato lui prima lui dei fedeli,  per ricevere la loro benedizione. Due gesti che hanno creato un’immediata empatia. Inoltre ha evitato i simboli esteriori di potere della Chiesa (la mantellina rossa, la croce d’oro) scegliendo la semplicità dell’abito bianco.

Dal punto di vista verbale il Papa ha accompagnato questo sorriso con un semplice “buonasera”, un saluto comune, che ha generato una forte sensazione di vicinanza anche tra i molti – in Piazza San Pietro e davanti alla tv- che all’annuncio della sua elezione erano rimasti un po’ spiazzati da un nome che non era mai emerso nella lista dei papabili. Ha poi proseguito con una battuta autoironica, sul fatto che viene dalla fine del mondo (anche se forse la scelta lessicale in italiano è meno felice che in spagnolo) che ha contribuito a creare simpatia e affetto, e ha concluso con un semplice Buona notte e buon riposo.

Nel suo discorso mi è molto piaciuta la sua capacità di coinvolgere attivamente chi lo ascoltava, prima quando ha chiesto di recitare due preghiere per il suo predecessore e poi quando ha aspettato in silenzio che tutti pregassero per lui, prima di impartire la benedizione Urbi et Orbi.

Gli unici ambiti di miglioramento in cui questo magnifico esempio di comunicazione sono a mio parere:

  • la poca padronanza nel recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria in italiano, che mi ha ricordato i miei tanti episodi di play back nelle scarse presenze alla Messa.
  • La ricorrenza della parola Vescovo, usata al posto di Papa, che ribadiva il desiderio di umiltà quando riferita a se stesso (il Vescovo di Roma, invece che il Papa), ma ha causato un certo sconcerto quando usata per parlare del Papa Emerito Benedetto XVI, da lui chiamato Vescovo Emerito (penso che in tanti, come me, abbiano temuto un declassamento).

Concludo aggiungendo che stamattina ho sentito in tv che per rientrare nella sua residenza ha rifiutato la limousine e preso il pullman con gli altri cardinali. Questo gesto, come nelle aziende, conta più di mille parole per creare un seguito sincero in chi si deve affidare a un nuovo leader.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

Buon Compleanno Trampolino!

PB E’ passato un anno da quando io e Paola abbiamo aperto Trampolinodilancio.

Era il marzo 2012 e Trampolino è stata una occasione per vederci di giorno (io e Paola viviamo lontane, lavoriamo come muletti, ci vediamo solo di sera con le amiche una volta al mese per cena e chiacchiere). Ci siamo viste con la luce del sole perché abbiamo dovuto fare una foto insieme per il blog: l’ultima, con solo noi due riconoscibili, era su una nave per la Grecia, circa 20 anni fa. Carina ma poco professionale. E la camicia bianca non sapevamo neanche cosa fosse.
E’ stata una scusa per sentirci quattro volte a settimana per le riunioni di redazione.
E’ stata una scusa per scrivere – mia passione da sempre – e per rinfrescare i nostri contatti professionali – impegno da sempre di Paola.

Gli effetti collaterali sono stati però di grande soddisfazione.

Eccone un piccolo resoconto:

In un anno abbiamo avuto 45.000 visite. Dall’Italia naturalmente, ma anche dal Regno Unito, dalla Svizzera, dagli Stati Uniti, dalla Francia. Figli dell’Erasmus che si preparano al rientro? Transfughi lavapiatti che perfezionano la lingua in attesa di un posto da General Manager in Italia?
Sui 46 che ci hanno cercato dall’India abbiamo una teoria che ha a che fare con la Dea Kalì (usata come illustrazione in un post sul presunto multitasking al femminile qualche mese fa).

Al di là di chi entra nel blog digitando il nome di Trampolinodilancio (e sono la maggior parte, a prova del fatto che cominciamo a godere di una certa notorietà), dobbiamo ringraziare i personaggi che abbiamo intervistato e che non sono parsi speciali solo a noi (Simona Baroni, Massimo Costa, Elio Fiorucci,  Stefano Battioni, Camillo Mazzola, Maurizio Sala, Marco Lombardi…) se tanti li ricercano su Google.
Ma soprattutto abbiamo catturato i tanti che cercano in rete consigli pratici su come cavarsela per trovare un lavoro: tra le frasi più ricercate nei motori di ricerca ci sono state “colloquio via Skype”, “meeting report”, “lettera di presentazione”, “intestazione lettera motivazionale”, “domande da fare”, “domande da non fare”.

Abbiamo pubblicato molti commenti (grazie a Giulia, Susi, Giuseppe, Filippo, Alessandra) e altri ci hanno chiesto approfondimenti e consigli in privato.
Siamo riuscite a scatenare dibattiti e discussioni con alcuni post caldi, come quello sul profilo linkedin o sull’approccio durante un colloquio.

Abbiamo cercato di essere concrete e leggere, serie e divertenti.

Ora compiamo un anno. Ai 45.000 che ci hanno letto, offriamo una virtuale coppa di Champagne.

Auguri a Trampolino e a tutti quelli che ci sono saliti, perché volino lontano.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Le contraddizioni di Linkedin

PC Uno dei consigli che più condivido per usare correttamente Linkedin è di inserire sempre un commento quando si chiede a qualcuno di entrare nella propria rete. Linkedin prevede un messaggio standard, che è però molto sintetico e sempre uguale. linkedin-today

Dato che il presupposto di Linkedin è che ci si colleghi a persone che si conoscono già professionalmente, con le quali si tiene a creare e mantenere un legame, è quindi opportuno ricordare in poche parole com’è nato il contatto nel mondo reale. Personalmente chiedo di linkarsi a chi ho da poco conosciuto in una riunione, oppure lo faccio subito prima dell’incontro, facendo riferimento al fatto che da lì a poco seguirà una conoscenza personale. Mi capita di cercare persone che ho conosciuto anni fa, e in quel caso ricordo brevemente le circostanze nelle quali abbiamo lavorato insieme.

Gli esperti su Linkedin Today, il magazine di Linkedin che raccoglie molti consigli utili per l’uso di questo social network, suggeriscono infatti di aggiungere nel messaggio un riferimento particolare che renda personale e unico il messaggio: può essere un richiamo a un progetto che si sta avviando insieme, un commento su una passione comune (in Italia il lunedì mattina un commento calcistico tra appassionati potrebbe essere perfetto), un richiamo al fatto che è passato molto tempo dall’ultima volta che ci si è incontrati, e così via.

Il paradosso è che proprio Linkedin prevede invece un sistema con il quale vengono mandate una serie di invitation senza alcuna personalizzazione. E’ quello che mi è successo qualche giorno fa, quando, per approfondire la conoscenza del mezzo, ho dato il consenso a Linkedin di utilizzare la mia lista di contatti email, in modo da verificare se tra di essi c’era qualcuno non ancora linkato da aggiungere ai miei contatti. Nella serie di passaggi da compiere sono arrivata ad aver selezionato alcuni di questi, poi è bastato cliccare un tasto e sono partiti gli inviti a tutti quelli selezionati, senza che io potessi aggiungere un messaggio personalizzato. Non escludo che ci fosse la possibilità di farlo e che mi sia sfuggita, visto che era la prima (e sicuramente l’ultima) volta che provavo a farlo, ma sicuramente non era chiaramente specificata e non costituiva un blocco, prima di procedere con la spedizione degli inviti.

Approfitto quindi per scusarmi di questo involontario spamming con persone con le quali ho scambiato magari solo un paio di mail 4 o 5 anni fa e ringrazio tutti quelli che hanno comunque accettato, probabilmente pensando tra sé e sé che avevo una bella faccia tosta.

Vi consiglio, se decidete di allargare la vostra rete su Linkedin (il che andrebbe comunque fatto con costanza) di stare particolarmente attenti nell’usare questa funzione di Linkedin, oppure di riguardare la lista dei contatti email e andare a cercarli uno per uno sul social network, per poter aggiungere un messaggio personale e mirato.

 

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

AAA stagista con voglia di imparare cercasi

PC Alessandra Selmi, l’editor che ci ha gentilmente ricordato in un recente post le regole per scrivere in italiano corretto, cerca per la società Bietti, dove lavora, uno studente in materie umanistiche a cui proporre uno stage in redazione.devoto_oli

Il candidato può essere anche alla sua prima esperienza, ma i requisiti “minimi” sono un’ottima conoscenza della lingua italiana, in particolare la grammatica, e una buona conoscenza dell’uso di Word.

La risorsa verrà inserita in redazione e riporterà all’editor, Alessandra stessa. Le mansioni spaziano da piccoli lavori di segreteria, a cose più tecniche: lettura dei manoscritti in valutazione, redazione di schede di lettura, correzione di bozze. Lo stagista, dunque, avrà la possibilità di imparare davvero un po’ tutto l’iter di pubblicazione di un libro in una redazione piccola (con tutti i vantaggi che ne derivano).
Nel dirmi, infine, che lo stage, almeno allo stato attuale delle cose, non è retribuito, ma è previsto un rimborso spese, Alessandra mi sottolinea che garantisce però la sua massima disponibilità a insegnare tutto quello che sa di questo mestiere, durante il percorso di stage. Abbiamo quindi divagato commentando che questo purtroppo spesso non accade, e ne è nato il divertente racconto di una delle prime esperienze di Alessandra e un utile appello ai giovani candidati per la posizione di stage.

“Alcuni anni fa collaborai come redattore per una prestigiosa rivista di moda. La prima cosa che imparai fu che nessuno mi avrebbe insegnato nulla. Non con i metodi tradizionali, almeno. Appresi tutto (e non fu poco) col tryal and error.
Scovai la toilette – sì, nessuno si prese la briga di dirmi: «Se ti scappa la pipì, è la terza porta sulla sinistra» – entrando a caso in tutti gli uffici. Una pioggia di «Ops, mi scusi!» e «Ho sbagliato, cercavo il bagno!» e di occhiatacce malevole, fino alla stanza giusta, quella piastrellata per intenderci. E così trovai anche l’archivio, le matite e i post it (all’inizio me li portavo da casa), il reparto grafica, la macchinetta del caffè e i server, che fortunatamente convivevano in un unico loculo. Quando chiesi di assistere a un servizio fotografico, un’astuta collega mi disse che non c’era nulla da vedere, e infatti ancora oggi non so che aspetto abbia un vero set, e nemmeno un guardaroba, nonostante ci tenessi moltissimo.
Nessuno aveva tempo, e forse voglia, di spiegarmi a cosa servisse il lavoro che stavo svolgendo, che cosa c’era stato prima e cosa sarebbe venuto dopo, perché le cose si sbrigavano in un certo modo e quali erano i faux pas assolutamente da evitare. Se sbagliavo, il direttore mi omaggiava di una sonora lavata di capo – sonora, nel senso che l’avrebbero sentita anche quelli dei piani di sotto. Quando mi dissero di indossare un “abito da cocktail” a un evento fieristico, spesi la bellezza di 300 euro per un Valentino in viscosa viola, che nel mio guardaroba rappresenta ancora oggi il peggior investimento di sempre (del resto, avevo già delle Prada in tinta che sembravano fatte apposta…); è inutile che vi dica che a quell’evento le mie colleghe indossavano jeans e maglioncino, e che io mi sentii una contadinotta vestita a festa.
Con questo metodo selvaggio, imparai a scrivere una didascalia, e quindi un titolo e poi un articoletto e infine un servizio. Così imparai a districarmi nel mondo Apple/Macintosh, in cui tutti i pulsanti stanno dall’altra parte e il desktop si chiama scrivania, e appresi le basi del più importante programma di grafica editoriale. Imparai moltissime cose, non lo nego, tante delle quali rappresentano ancora oggi una marcia in più nel mio curriculum. E non solo.
Imparai, cosa ancora più importante dell’uso di un MacBook, l’importanza della reputazione e dell’immagine professionale. Imparai a proporre le mie idee senza balbettare, a non chiedere scusa ogni due parole, a non zerbinarmi con tutti. Imparai quant’è dura la vita lavorativa e come si sopravvive in un ambiente ostile e competitivo. Imparai a diventare una persona adulta.
Senza quella difficile esperienza oggi non sarei dove sono, cioè esattamente dove voglio essere.
Sono editor per Bietti, una piccola casa editrice che pubblica libri molto belli, e spesso ho a che fare con giovani stagisti, a cui affidiamo correzioni di bozze o trascrizioni e altri piccoli lavori di redazione. In ognuno di loro rivedo me stessa e la promessa che mi sono fatta uscendo (indenne) da quella famosa redazione: che se mi fossi trovata in una posizione di superiorità – presunta o reale – non avrei mai riservato ai miei collaboratori lo stesso trattamento. Per due motivi pratici e prosaici: perché chi impara bene un mestiere poi lavora bene, e perché non voglio trovarmi le gomme dell’auto squarciate.
Mi rivolgo dunque ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro. Abbiate l’umiltà di riconoscere che, nonostante i vostri titoli, non sapete fare sostanzialmente nulla; abbiate il coraggio di imparare e di chiedere; se non capite o non sapete, non millantate per darvi arie: ditelo. Se trovate qualcuno disposto a insegnarvi qualcosa, prestategli attenzione. Se vi fanno un’osservazione – e, spero per voi, garbatamente – prendetela come un’opportunità di miglioramento e non come una sterile reprimenda.
E mi rivolgo anche ai professionisti, molti dei quali potrei trovarmi davanti in futuro, in un colloquio in cui sono io la candidata. Non siate gelosi delle vostre conoscenze; non temete di trasmetterle a chi deve ancora crescere; non abbiate paura della rigogliosa, giovane concorrenza: se valete, nessuno vi porterà via il vostro posto per aver insegnato qualcosa; al massimo vi ameranno come si ama un mentore generoso e saggio. Onorate la vostra arte trasmettendola agli altri, con passione, tenacia e pazienza. E non sbraitate nei corridoi per far sapere a tutti che siete il capo.

P.S.: vendo abito viola in viscosa di Valentino, usato una sola volta, taglia 42. (Alessandra Selmi)”

Chi fosse interessato allo stage (o all’abito di Valentino) può lasciare l’indirizzo email a trampolinodilancio, così lo mettiamo in contatto direttamente con Alessandra Selmi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,