Consigli per giovani designer (a Milano): intervista a Gaetano Simeone

PB Io #Gaetano Simeone, lo ho conosciuto nel 2013 in Sergio Tacchini, quando ho dovuto assumere un Responsabile dello Stile, dopo che il carismatico #Alessandro Crosato aveva deciso di lasciare l’azienda per (in ordine) amore, prossimità a casa, ambizione professionale, passione green (con molti anni di anticipo rispetto al mainstream della sostenibilità).

Ricordo che ero a Tokio e con doppio WhatsApp a distanza ravvicinata ho ricevuto le dimissioni dello stilista (nooooo!!!!) e la notizia che Tommy Robredo, tennista appena messo sotto contratto, si era rotto un polso (voglio suicidarmi).

Sostituivo così un veneto ecologista vegano con un napoletano stiloso e consumatore di pastiera (per altro con quella pastiera ci ha conquistato: un originale manufatto della nonna che è valso più del curriculum).

Al colloquio (procacciato dal mitico collega e skateboarder #Cisco Ciniselli, che oggi disegna da Neil Barrett) si era presentato con un book gigantesco (modelli, shooting, progetti) indossando a pelle un improbabile maglione color tabacco.

Sembrava si fosse messo addosso la prima cosa trovata sulla sedia in fondo al letto. Imparando poi a conoscerlo, ho capito che per sembrare così” buttato lì per caso” avrà lavorato di styling mezza giornata.

E quel colore un po’ “da vecchio” (ma chi se lo mette quel color ocra con i pantaloni grigi?) era proprio il suo marchio di fabbrica (Gae è abbastanza da vecchio questo tessuto?  è una delle frasi ricorrenti al Prodotto) che ci ha fatto creare completi da tennis con binari gessati, polo in piquet con collo smoking, short con piega cucita, tute con zip e cintura rimessa, che hanno incantato i nostri atleti e i nostri clienti.

Oggi non lavoriamo più insieme, ma ci incrociamo di tanto in tanto in qualche week (design, fashion, green, wine…Milano green pass è tutta una week) e di fronte a un Martini con l’oliva (un aperitivo da vecchio, ça va sans dir) gli ho chiesto qualche consiglio per i nostri giovani lettori che vogliono diventare fashion designer.

Ecco come è andata:

Che formazione, che scuola, hai frequentato per diventare fashion designer?

Ho amato disegnare da sempre, ma la prima scuola, sul campo, è stata a Napoli nel negozio dei miei genitori, commercianti di abbigliamento, poi a Milano, nel ’99, alla Marangoni, per quattro anni impegnativi pieni di emozioni: il disegno, la storia dell’arte e del costume, la modellistica (mia grande passione) e poi gli eventi, lo studio dei moodboard.

La tesi finale, dove portavo una mia collezione, era una donna elegante, creata partendo dai classici del guardaroba uomo (i formali, gli smoking). Se non un’anticipazione del genderless, sicuramente un amore per la contaminazione che ho poi portato anche nel mio lavoro

Che cosa è per te il talento? come lo riconosci?

Bella domanda! Credo sia una dote innata che uno ha dentro e che si delinea anche in base a come e dove è cresciuto…il talento alla fine, se ce l’hai, prima o poi esplode. Comunque per me è quella cosa in più (sensibilità /sesto senso) che ti dà la possibilità di rendere “unico” un individuo. Forse è un talento anche saper riconoscere il talento…

Quando ti è capitato di selezionare giovani designer, come li hai scelti? cosa ti ha colpito?

Durante la mia collaborazione con ST mi è capitato di selezionare grafici e fashion designer per l’ufficio stile. Scegliere le persone giuste è un compito elaborato e complesso … un vero e proprio lavoro!

Devi capire come sono le persone (carattere /personalità /stile di vita) e immaginare che parte avranno all’ interno di un team.

Devi essere anche psicologo. Io facevo, oltre alle domande tecniche / professionali, quelle personali (intendiamoci non volevo sapere chi frequentavano o cosa mangiavano …): che musica ascolti? che libri leggi? che fai quando non lavori?

Di solito la mia scelta era molto variegata così da equilibrare l’ufficio stile che si componeva di personalità complementari e non omologhe.

Inoltre posso dire che non mi sono mai fatto condizionare dall’estetica…L’ABITO PER ME NON FA IL MONACO! Mi hanno sempre colpito i piccoli dettagli, gesti o racconti all’apparenza marginali ma che io coglievo come segnali di differenza.

Quando sei stato scelto, che domande ti hanno fatto? e quali avresti voluto ti facessero?

…Bha, mi hanno chiesto di tutto. So che compito delicato sia scegliere un collaboratore in Ufficio Stile. Io ho sempre cercato di “raccontarmi ” professionalmente e personalmente Fare un colloquio di lavoro credo sia un po’ come una seduta da uno psicologo. Ho sempre cercato di rendere il compito più facile a chi doveva scegliere. 

Che importanza ha il network?

Se per network intendiamo connessioni /link nel settore in cui si opera, secondo me ha tanta importanza. 

Cerco sempre di rimanere in contatto con i vecchi amici della Marangoni che oggi sono impegnati in diversi settori e con gli ex colleghi che mi hanno lasciato qualcosa durante la mia vita lavorativa. Prima o poi ci si ritrova.

Tra i lavori che hai fatto (collezioni, capi, collaborazioni, progetti) c’è qualcuno a cui sei particolarmente affezionato?

Sono affezionato un po’ a tutte le collezioni a cui ho lavorato perché hanno SEMPRE dentro un pezzo di me, sincero e spontaneo.

Però posso dire che le collezioni che ho sempre amato realizzare sono state quelle per il torneo di Montecarlo: una vetrina prestigiosa e internazionale. Vedere il risultato di un lungo lavoro su un palcoscenico così credo non abbia prezzo!

Quali consigli daresti a un giovane che volesse diventare fashion designer?

Prima di tutto studiare! che sta alla base di tutto. Dopodiché essere curioso e nutrirsi /alimentarsi sempre: arte /mostre/ musica /storia /gossip /vintage market.

Ma anche non perdere di vista la quotidianità (cena con amici /rapporti con la famiglia /amore).

E tu come alimenti la tua creatività?

Mi piace perdermi tra i mercatini di Milano: quello di Corsico dove si possono trovare le cose più strane e vintage, fuori dal tempo o anche in Bovisa un po’ più spartano ma molto interessante.

Io giro per le vie di Milano con la mia bici, il che mi permette di vedere la città che si trasforma e i suoi abitanti, di visitare le mostre fotografiche più interessanti (MUDEC/HANGAR BICOCCA/ADI DESIGN MUSEUM).

Durante il periodo di pandemia, mi sono dedicato alla cucina (ho aperto un nuovo profilo IG “cucino da sigle”) e ho ripreso il disegno a mano libera realizzando piccole miniature di soggetti /oggetti dalle misure ridotte (circa 7/8 cm) utilizzando diverse tecniche (pantoni /matite /trattopen).

Io consiglio di ritagliare un po’ di tempo  per lo sport. Il crossfit, a cui mi sono avvicinato da diversi anni mi fa stare bene non solo fisicamente ma anche mentalmente, mi aiuta a scaricare le tensioni e lo stress.

Milano propone molte eventi (serate /locali di tendenza) di cui è divertente approfittare in compagnia degli amici più cari. Milano la ho scelta tanti anni fa e continua a offrirmi davvero tante cose.

Dunque ragazzi, per diventare giovani, come diceva Picasso, ci vuole tempo. Il vecchio Gae (vedi una sua miniatura nella foto, con il maglione tabacco!) conferma. E Milano aiuta. Buona fortuna!

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