Cosa fare dopo un colloquio (e cosa non fare)

Courtesy by Levi Meir Clancy

PC La percezione del tempo, ce lo dice anche la teoria della relatività, non è la stessa per tutti. Sicuramente non è la medesima tra chi attende una risposta dopo aver fatto un colloquio e chi la risposta la deve dare. Chi ha sostenuto il colloquio, anche inconsciamente, ritiene che decidere se assumerlo o meno dovrebbe essere per il suo capo una priorità: in fondo ha avviato lui o lei una ricerca di personale, e ha magari anche detto durante il colloquio che avrà bisogno che la persona scelta si riesca a liberare con la massima sollecitudine degli impegni con l’attuale datore del lavoro. Questo fatto non è minimamente una garanzia che lui o lei prenda con la stessa velocità che richiede una decisione. Perché la realtà è che l’assunzione di una persona non è praticamente mai la prima priorità del selezionatore (budget che cambiano, materie prime alle stelle, clienti esigenti sono inevitabilmente solo alcuni degli aspetti più impellenti con i quali deve convivere).Per questo, quando sono passati tre giorni dal colloquio, per chi lo ha sostenuto si è trattato un’eterna attesa di un telefono che non suona, che fa impallidire il ricordo dei bisticci tra innamorati, mentre per il possibile datore di lavoro, sono trascorse poche ore nelle quali non si è riusciti neppure a parlarne con il proprio capo che dovrà dare l’ok definitivo.

Cosa fare per attenuare l’ansia e aumentare le probabilità di essere presi, e soprattutto cosa non fare? Nella selezione di uno stagista che ho appena concluso ho ritrovato due comportamenti che esemplificano un atteggiamento positivo e costruttivo, e uno che pone dei dubbi sull’atteggiamento futuro del candidato.

Comportamento utile e positivo: la candidata, che poi ho preso, mi ha inviato una mail nella quale ribadiva il suo desiderio a lavorare nella nostra società e a svolgere il tipo di lavoro che le avevo descritto. Una lettera nella quale dava prova di aver capito perfettamente cosa avrebbe dovuto fare e come si sarebbe rivelata utile, di aver compreso i valori aziendali, e di avere una sincera e concreta intenzione a fare del suo meglio con quello che potevamo offrirle. Dopo questa lettera ben scritta, una silente e discreta attesa.

Comportamento assillante e poco qualitativo: un altro candidato si è limitato a scrivere per sapere se era già stata presa una decisione, e a farlo qualche volta più del necessario, sia con me che con il tutor del master, dimostrando così implicitamente di avere difficoltà a gestire lo stress, un elemento che non risulta mai vincente nel mondo del marketing e della comunicazione.

Nei miei cambi di lavoro ho imparato che purtroppo quella che per chi sta cambiando è una priorità impellente (avere delle certezze, fare previsioni sul futuro, anche solo pensare a quale percorso sarà più comodo per andare nel nuovo posto di lavoro) non corrisponde mai alla concezione di quanto tempo sta passando da parte del selezionatore. Rassegnatevi quindi, non diventate stalker, cercate se possibile dei modi utili e intelligenti per ricordare al vostro futuro capo che esistete e che potreste diventare una risorsa utile (se solo vi chiamasse per dirvi – finalmente – che il lavoro è vostro!)

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