Timeo danaos et dona ferentes

PB  Recentemente sono stata a Londra per un breve periodo. Con colleghi provenienti da diverse zone d’Europa – tutti attivi in posizioni di responsabilità nelle aziende di provenienza – si commentava la dichiarazione di Branson (fondatore di Virgin) relativa alla libertà di vacanza per i suoi dipendenti. Parrebbe infatti che i fortunati collaboratori dell’esuberante imprenditore non debbano più chiedere le ferie o dipendere da un monte giorni pre-assegnato, ma semplicemente fare tutte le vacanze che vogliono, quando vogliono, a patto di garantire che i loro risultati o quelli dei colleghi siano tutelati e non messi a rischio. Insomma , basterebbe essere sereni di essersi organizzati bene, di lasciare il tavolo senza pending e si può infilare un costume da bagno nello zaino.

Tifo da stadio per il geniale patron. Seguito da commenti garruli sulla liberalità e modernità delle imprese che promuovono il lavoro da casa, che hanno un sistema di scrivanie spersonalizzate in cui, quando si arriva in ufficio ci si sistema dove c’è posto, che forniscono strumenti informatici tali da non richiedere la nostra presenza fisica, la nostra voce.

Al rientro a Milano leggo di alcune aziende leader nella nuove tecnologie (Facebook, Apple) che, sensibili alle tematiche del lavoro al femminile, regalano alle loro collaboratrici il – costoso – congelamento degli ovuli in modo da essere supportate economicamente nella pianificazione della propria carriera e potere, quando l’orologio biologico battesse il tempo con petulanza, avere la facoltà di partorire anche con tempi più adeguati ai propri progetti.

Come mai di fronte a tanta liberalità (un sacco di vacanze, basta ore nel traffico, fecondazione assistita per tutti) e a tanti sorrisi compiaciuti a me si arriccia il naso?

Cos’è questo strano retrogusto amaro, a me che adoro lavorare, che mi fa solidarizzare più con il Cipputi di Altan che con le mamme ultraquarantenni della Silicon Valley?

Ebbene, quando il nemico ti fa un regalo, diffida. Temo i greci anche quando portano doni diceva il sacerdote inascoltato a Troia quando vide entrare il cavallo.

Il capo che vi consente di lavorare da casa, grosso modo sta invadendo i vostri spazi, per un tempo molto dilatato rispetto alle convenzionali 8 ore. Pagate per lui l’affitto dell’ufficio che avete ricavato dal sottoscala infilandoci una scrivania dell’Ikea accanto alla scarpiera.

Quello che vi dice di fare pure le vacanze quando volete, purché il vostro lavoro sia finito, vi indurrà a non fare mai le vacanze (non mi ricordo una sola volta in tutta la mia carriera in cui sono partita per il mare con la coscienza pulita).

Quello che vi paga il congelamento degli ovuli vi sta incitando a differire il tempo della maternità, dell’amore, della natura, a favore non solo della vostra carriera, ma soprattutto dei suoi obiettivi di quarter.

Ricordate che le regole non servono per i capi, per gli arrivati, ma per proteggere i più deboli. Una organizzazione senza regole non è liberale, ma dà spazio all’arbitrio.

Bene quindi alle vacanze quando c’è il sole, ai bambini quando vengono, a un capo che non si aspetta che leggiate le e mail a mezzanotte solo perché vi ha dato uno smartphone.

Buon lavoro!

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4 thoughts on “Timeo danaos et dona ferentes

  1. Marco Lombardi ha detto:

    La parte triste é che la situazione economica é talmente degenerata che ad esempio Branson non fa più parlare di sè per le sue gesta atletiche e gradasse ma per boutade sul tema ben più ghiotto dei rapporti di lavoro. Anche qui gradasso e tronfio. Bugiardo: la sua concessione ha una condizione, il buon andamento aziendale. La parte triste é che prenderlo sul serio ( come in queste osservazioni) spinge nella direzione contro all’obbligatoria profonda revisione dei rapporti di lavoro in Italia. L’Opera di Roma e la odiosa posizione dei maestri di orchestra ne é una dimostrazione. E Muti non é Branson.

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    • trampolinodilancio ha detto:

      PB Grazie Marco per il tuo commento. Il mio post non ha la pretesa di entrare nella discussione attuale e urgente della riforma del lavoro in Italia.
      Solo sottolineo l’importanza della difesa del proprio spazio personale, privato, intimo, rispetto all’invasione impudica e truccata operata da molte aziende non solo anglosassoni.
      La nostra vita è piena e ricca di amore, amici, passione, missione, spiritualità, lavoro.
      La mia personalissima visione è che solo noi possiamo decidere come e quando questi elementi possono incrociarsi e mischiarsi.
      Io preferisco l’acqua e il vino all’acqua con il vino. E ho troppi esempi di vite grigie dove il lavoro ha snaturato il privato (e viceversa dove il nepotismo ha snaturato il lavoro) e dove si sono persi tutti i colori e i contrasti che fanno il bello del quadro della vita.

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      • Marco lombardi ha detto:

        CARA PB TI CAPISCO E FORSE HO FATTO ANCH’IO CONSIDERAZIONI SIMILI FINO A CHE NON HO PROVATO LA GESTIONE DELLE RISORSE UMANE SUL CAMPO E IN PERENNE CRISI. IL CONSULENTE ESTERNO RISCHIA ASTRAZIONI PIÙ SIMILI ALLA POESIA CHE ALLA REALE QUOTIDIANA BATTAGLIA PER FAR VIVERE UNA IMPRESA E QUINDI DARE LAVORO SENZA DEMAGOGICHE AFFERMAZIONI. HAI ANCHE TU UNA RESPONASBILITÀ. MI SPIACE MA NON PUOI CHIAMARTI FUORI . TROPPO FACILE.

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        • trampolinodilancio ha detto:

          PB Caro Marco non ho mai fatto il consulente e ho lavorato per la prima parte della mia vita in aziende ricche che assumevano (motivo per cui godo di immeritata buona reputazione: ho assunto molto), nella seconda in aziende povere che licenziavano (e qui i fans devono essere veramente motivati perché mi è toccato licenziare parecchio). Mani in pasta sempre, astrazioni pochissime. Ma romantica – purtroppo o per fortuna – finché avrò vita.
          Condivido con te allergia a ogni buonismo e demagogia. Allergia anche per i collaboratori avari, pigri e senza ambizione. Urge un giorno un caffè insieme: abbiamo in Paola un contatto in comune e a questo punto è necessario azzuffarci dal vivo.

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