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Creativo sì, animale da cavia NO!

PC In questi giorni si parla molto dell’ingiusta pratica che spesso riguarda i freelance creativi, ai quali sembra essere più facile (con la scusa di un’ipotetica visibilità) negare quel  giusto compenso  che nessuno si sognerebbe di non dare a un giardiniere, un antennista o un idraulico,. Molto efficaci i video che hanno generato in poco tempo una maggiore sensibilità al tema (Creativo sì, coglione NO!).brain-mostra-milano_1228353

Un problema molto simile lo vivono gli stagisti, che frequentemente non vengono pagati con la promessa di una full immersion formativa nel mondo del lavoro, che spesso si limita invece a mera manovalanza dalla quale, anche con le migliori intenzioni, è difficile trarre un reale beneficio.
Ciò nonostante il numero di stagisti per qualsiasi posizione all’interno di un’agenzia di comunicazione è sempre molto superiore alla domanda. Per questo si affinano le modalità di selezione del personale, che diventano addirittura un modo di ottenere visibilità mediatica per l’agenzia.
Mi ha colpito il metodo usato da TBWA Istanbul, segnalato da Fabiana sul gruppo facebook creato dagli studenti di Communication Strategy e Media Planning dello Iulm. Si tratta dell’applicazione delle tecniche del neuromarketing alla selezione del personale: tutti i candidati sono stati sottoposti alla visione di alcuni spot iconici della storia della pubblicità mentre un apparecchio misurava la reazione delle diverse aree del loro cervello. I 5 (su 503!) Che hanno avuto la più elevata reazione di attrazione e amore per le pubblicità sono stati selezionati.
Dal punto di vista del selezionatore trovo che questa tecnica scientifica (molto di moda adesso anche nel testare le pubblicità) non sia da sola sufficiente a capire le vere attitudini creative di un giovane, e andrebbe integrata con un indispensabile colloquio vis à vis. Ma ho voluto sentire il parere di chi si trova dalla parte del candidato.
C’è chi è favorevole e lo ritiene un metodo comunque migliore che “ andare a guardare il voto di laurea o le risposte alle domande del colloquio, spesso calcolate e imparate come una filastrocca, solo per fare bella figura! “ (Fabiana)
Chi vorrebbe essere selezionato  in questo modo “perché trovo che spesso il curriculum venga pompato da esperienze che solo alcuni possono permettersi, come ad esempio esperienze all’estero di stage, lavoro o per apprendere una lingua. Temo che in questo modo vadano avanti soprattutto le persone che hanno buone disponibilità economiche. Il tipo di selezione “strambo” proposto da queste aziende/agenzie è basato sulle inclinazioni naturali della persona e sulle sue passioni. “ (Marissa). Chi è intrigato dalla novità dell’approccio, ma dubita della sua reale scientificità (Francesco).
Altri invece sono contrari all’approccio e ritengono che sia più che altro un’azione mediatica. “Mi sembra difficile pensare come possano valutare dei candidati sulla base di quali parti del cervello si accendono in seguito ad uno stimolo. Non è ancora una scienza esatta e come si sa, i risultati sono frutto di vaghe interpretazioni. Figuriamoci fare un confronto fra più candidati sulla base di informazioni che ancora gli scienziati non sono del tutto capaci di interpretare. Comunque, se mi proponessero una cosa del genere domani credo che dubiterei molto sull’intenzione dell’azienda di assumermi.” (Matteo) “Trovo umiliante la supervisione delle tue connessioni cerebrali conseguenti a certi stimoli perché è fuori dal controllo dell’individuo e credo sia perciò sia mortificante fidarsi più di automatismi che del contributo attivo di una persona, mentre per i test logici se non sei portato puoi allenarti, dimostrando oltretutto determinazione, propensione al duro lavoro e orientamento al risultato.” (Lysbeth).
Sono d’accordo che in qualunque situazione vada apprezzata la volontà di migliorarsi tanto quanto il talento innato, ma uno degli assunti sul quale poggia questo tipo di selezione è che il cervello di un creativo funzioni in modo differente rispetto agli altri, come illustra, attraverso una serie di metafore, questo efficace video (segnalato da Sara) intitolato “Process”.

Su questo argomento ha scritto molto e bene Annamaria Testa nel suo blog nuovoeutile.it. Voi cosa ne pensate?

p.s. per la redazione di questo post non avevo budget, ma ho taggato gli studenti che hanno contribuito.

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Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

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Quando dei giovani per lavorare si fanno aiutare da de vecchi

PC Per entrare nel mondo del lavoro serve esperienza pregressa: i due ragazzi di cui vi parlo oggi hanno deciso di crearsela da soli costruendo attorno a Felice De Vecchi –  un patriota milanese dell’800 – e a un suo manoscritto che racconta di un viaggio in oriente, una mostra, una campagna sui social e un sito web, che possano accreditare le loro capacità con un esempio concreto.

Felice De Vecchi

Felice De Vecchi

 

Alice Bitto segue l’evento culturale occupandosi di investimenti, location, reperti, interventi e ovviamente di tutta la trascrizione, studio e ricostruzione del manoscritto ottocentesco, mentre Andrea Fontana, che conosco perché ci dà un aiuto in Iulm, si occupa di tutto quanto è digital.

L’idea davvero originale è quella, nella fase di lancio della mostra, di fingere che Felice De Vecchi avesse a disposizione Facebook e Google + come diario di viaggio, ripercorrendo in chiave moderna le tappe della sua avventura in una forma di story telling sociale.

Trovate il racconto del viaggio di Felice De Vecchi su www.facebook.com/felicedevecchi, oppure su  https://plus.google.com/101900631945839493561/posts

Durante l’avvio della mostra gli sforzi verranno invece concentrati su twitter: verrà attivato un live tweet dove gli utenti dentro e fuori la mostra avranno modo di chiedere informazioni sull’esposizione tweettando nell’hashtag  #giornaledicarovana.

A volte la crisi, come già visto nel post precedente, costringe a individuare delle soluzioni originali per farsi notare, questa mi sembra unisca cultura e innovazione in modo inedito.

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“MAX WEBER ERA TEDESCO, MACCHIAVELLI ERA ITALIANO: L´ATTITUDINE TEDESCA AL LAVORO” Intervista a Elisa Pugliese Senior Brand Strategist, Dusseldorf

PC Ho conosciuto Elisa quando, per la sua tesi in Iulm, girava la Cina per capire come le grandi multinazionali stessero adattando le loro strategie di comunicazione a un mercato così diverso. Fra i sui primissimi lavori (forse lei neppure lo ricorda) c’è un documento sulla cultura cinese in rapporto ai consumi che le ho commissionato quando facevo new business in Cina. Mi aveva colpito la sua estrema precisione e determinatezza – che l’hanno portata, dopo uno stage nel reparto ricerche di Young & Rubicam, a lavorare con successo nell’ambito della consulenza prima in Added Value e poi in JWTAdvertising, e ricordavo la sua reale disponibilità a viaggiare.

Elisa Pugliese, Brand Strategist Dusseldorf

Elisa Pugliese, Brand Strategist Dusseldorf

Per questo non mi ha stupito scoprire, grazie al contatto mantenuto con Linkedin, che lavora in Germania e che sta per diventare  “Senior Brand Strategist” in un importante centro media a Dusseldorf, del quale non può ancora rilevarci il nome.

Come ci racconta, dopo aver cambiato due città, cinque case, un fidanzato, due datori di lavoro e esser diventata mamma, è sempre convinta di aver fatto la scelta giusta scommettendo su una crescita professionale oltreconfine.

Recentemente ha scatenato un’interessante discussione sull’Erasmus, sul quale ha un punto di vista piuttosto provocatorio (giovani che pensano solo a sbronzarsi e non si integrano minimamente nel tessuto sociale della nazione che li ospita). Le chiedo quindi di spiegarci perché è così negativa sull’argomento e cosa suggerirebbe come alternativa.

Elisa Pugliese: Alcune premesse utili per contestualizzare le mie opinioni su studio e lavoro.

1)      vivo in Germania dal 2007, dove son stata trasferita dalla multinazionale per cui lavoravo a Milano. In precedenza ho vissuto alcuni anni in Asia e ho girato il mondo in modo decisamente autentico per necessità familiari, di studio o umanitarie;

2)      considero la possibilità di studiare un privilegio assai prezioso e non un obbligo o un´ovvietà;

3)      alla fine di un corso di specializzazione post laurea in Social Management nel 2010 ho trascorso 2 mesi occupandomi del livellamento

dei titoli di studio europei nell´ambito della riforma Bologna dell´istruzione superiore (il cosidetto “3+2”)

Ho recentemente letto che come speranza di soluzione alla crisi giovanile il budget allocato al Progetto Erasmus verrà esteso a 14,5 miliardi di Euro nei prossimi cinque anni (fonte Unione Europea, European Youth – ilfattoquoditiano.it) per consentire a più giovani di trascorrere soggiorni formativi nei vari campus universitari.

I giovani partecipanti al progetto Erasmus che ho conosciuto io negli ultimi anni non mi sembravano affatto propensi a valorizzare le valenze formative di tale progetto bensì a vivere mesi di letterale sballo e promiscuità. Non ricordo nessuno dei miei conoscenti in Erasmus che fosse interessato a capire la cultura locale, a visitare i luoghi significativi, a immergersi nella quotidianità della popolazione. E ovunque la lingua comune era l´inglese, che il programma fosse svolto in Svezia, Germania o altrove. Gli scopi didattici erano considerati secondari rispetto al divertimento.

Secondo me ampliare il numero dei giovani destinatari dei fondi Erasmus non è la soluzione per offrire un percorso formativo di qualità e le risulta

nti opportunità di soluzione della crisi giovanile. Io propenderei per concentrare le risorse sugli studenti più meritevoli e motivati, che abbiano un progetto concreto in cui impegnarsi e di cui render conto al termine del soggiorno (es. un approfondimento tematico, una ricerca scientifica a seconda delle materie), con un docente o un tutor di riferimento in loco e una commissione nell´università di partenza che accerti la validità del percorso formativo.

Il mio trasferimento in Germania nel Novembre del 2007 è nato come esigenza aziendale di knowledge sharing in seguito alla fusione di alcune sedi europee di una multinazionale delle ricerche di mercato e della consulenza. Inizialmente ho mantenuto il contratto di lavoro italiano e ho avuto una trasferta di un anno, poi prolungata a due.

Alla fine del 2009 io sarei tornata in Italia, se la crisi finanziaria e manageriale non avesse compromesso la possibilità di reintegrarmi nella sede milanese. Altisonanti parole come “knowledge sharing”, “talent retention” e “team building” lasciavano il vuoto tra le scrivanie e gli uffici spopolati di mese in mese dai licenziamenti più o meno volontari dei colleghi.

Di fronte allo scenario di un´imminente disoccupazione, ho preferito scommettere sul mio futuro in Germania.

Attualmente – dopo aver cambiato due città, cinque case, un fidanzato, due datori di lavoro e esser diventata mamma – sono davvero convinta di aver fatto la scelta giusta quel freddo e buio dicembre del 2009.

Quali sono i vantaggi di lavorare all’estero rispetto all’Italia?

Il primo vantaggio percepibile del lavorare in Germania – a qualsiasi livello di carriera, sia come capi che come sottoposti – è  l´ottemperanza dei diritti e dei doveri del lavoratore.

Le manifestazioni di questo principio si riscontrano nei comportamenti quotidiani: puntualità e affidabilità nello svolgimento dei compiti, chiarezza nelle aspettative e nel conseguente feedback delle performance da parte dei capi, nella pianificazione della formazione interna (giorni di formazione stabiliti per contratto), nella trasparenza delle note spese, nell´inalienabilità del diritto alle ferie, nella prevedibilità degli orari di lavoro (rarissimamente oltre le 17,30), nella puntualità dei pagamenti ai fornitori (15 giorni), nell´onestà nell´utilizzo delle risorse aziendali (es. non si fanno telefonate private dal telefono aziendale, non si portano a casa penne e gadget, non si caricano file personali sul pc aziendale); non è ovvio che i sottoposti siano incondizionatamente a disposizione del capo e che quest´ultimo si permetta di urlare e inveire contro di loro, come ero solita sentire imbarazzata negli uffici milanesi.

Per me tale attitudine al lavoro ha rappresentato un shock e all´arrivo l´azienda tedesca mi ha fatto frequentare un corso sulla gestione del personale nella realtà locale: ero talmente abituata a essere alla mercé dei miei capi e a rinunciare alla mia vita privata per assecondare i clienti, che ero come paralizzata nell´esprimere le mie esigenze e nel gestire un team di junior così cosciente dei propri diritti da sembrarmi sfrontatamente arrogante.

A livello burocratico il sistema è complesso e applica il motto “tolleranza zero”: nessun lavoro è in nero, ovviamente il lavoro viene retribuito fin da subito (niente stage gratuiti), tutto è registrato, certificato, codificato e archiviato, le leggi non si interpretano bensì si applicano senza eccezioni (nemmeno le eccezioni dettate dal buon senso, purtroppo), la formazione permanente è una realtà promossa sia dalle aziende che dalle istituzioni (camere di commercio, università per adulti, ecc.).

L´equilibrio tra dare-e-avere è garantito a chi si districa nella miriade di moduli, uffici, timbri.

In sintesi: Max Weber era tedesco, Macchiavelli era italiano… e questo si riscontra tuttora 😉

E ora le domande classiche che trampolinodilancio rivolge ai giovani che ce l’hanno fatta. Perché pensi di essere stato scelta al tuo primo colloquio, cosa ha fatto la differenza?

Sinceramente non ricordo il primo colloquio – ne ho fatti troppi per ricordare esattamente il primo.

Credo comunque che a fare la differenza nel caso dei miei primi colloqui di lavoro andati a buon fine siano state:

–      l´intraprendenza, cioè l´aver dimostrato di prendere l´iniziativa nel concretizzare le mie ambizioni, la capacità concreta di ingegnarmi e districarmi in realtà complesse e sconosciute;

–      la capacità di apprendimento in modo fluido e non strutturato, capacità apprezzata in Italia e molto meno in Germania, dove il sapere acquisito ma non certificato è considerato con scetticismo;

–      la disponibilità a dar priorità al lavoro a discapito della mia vita privata e delle mie esigenze personali;

–      l´eccellenza dei risultati ottenuti in ambito scolastico e accademico, nonché la padronanza di quattro lingue e altrettante culture.

Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?

La versatilità delle conoscenze (economia, statistica, semiotica, sociologia, organizzazione acquisite alla IULM) mi ha consentito di partecipare alla vita aziendale in più ambiti e di confrontarmi con esperti in varie tematiche.

Grazie a questo eclettismo ho acquisito una dimestichezza interdisciplinare ben rivendibile nel settore della consulenza strategica.

Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?

La mia prima capa in Y&R mi ha impresso come refrain nel cervello:

–      “Al mondo c´è posto per tutti”, che è una frase a cui stentavo a credere in certi momenti di buia incertezza;

–      “Controlla i dati!” procedura noiosa che io tendevo a sottovalutare, dando per scontato che l´elaborazione automatica dei dati avvenisse senza errori;

–      “Fai una cosa alla volta” mentre io in parallelo ascoltavo il suo briefing, controllavo la mail e magari prendevo appunti guardando un reel.

La mia prima capa era l´”anima buona” dell´agenzia, una pseudo-mamma per gli stagisti di turno, e ora si gode la benemerita pensione.

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

Il capo che considero il mio mentore è Luca Vercelloni, un uomo di un´intelligenza, una versatilità e una capacità di astrazione straordinarie, che mai più ho ritrovato né in Italia né all´estero. Un genio capace di intercettare dinamiche e strutture allo stato nascente, e di esprimerle con un linguaggio acuto, preciso e poetico: mi ha insegnato tutto questo, o almeno mi ha dato questa impronta (non ho la presunzione di esser altrettanto brava ed esperta).

Oltre alla superiorità nei metodi di ricerca e nei contenuti strategici, questa persona aveva instaurato con me un rapporto schietto di confidenza, molto trasparente nel bene (avevo accesso a informazioni riservate) e nel male (parlavamo di lavoro anche di notte, nel weekend e in ferie).

Mi ha anche insegnato l´integerrima correttezza verso i clienti e l´onestà intellettuale, doti decisamente rare.

Mi aveva messo in guardia verso le dinamiche italiche di crescita professionale. Pur apprezzando moltissimo il mio lavoro e presentandolo ai clienti, mi avvertiva metaforicamente “Fino a che non si ha la pancia e i capelli bianchi, non si sembra autorevoli”: sui capelli bianchi potevo soprassedere, sulla pancia assolutamente no… Sono troppo sportiva ed esteta per accettare i rotolini, io sulla pancia ho la tartaruga! (Anche Luca mi conferma di avere a tutt´oggi la pancia piatta – ndr)

Negli anni trascorsi con Luca ho imparato a conoscere i miei limiti di sopportazione, purtroppo a spese della mia salute e della mia vita privata: mentre lui dorme pochissimo, io ho risentito di questi ritmi stravaganti di lavoro e dopo quasi sette anni avevo compromesso il mio equilibrio fisico ed emotivo. Ho imparato molto da lui e ne ho una stima professionale altissima, purtroppo lo stile di vita che mi offriva non sarebbe stato sostenibile come scelta di vita.

Cosa vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

Avrei voluto studiare di meno… studiavo molto più del necessario, collezionavo esami a ritmi serrati, con una passione per il dettaglio e l´approfondimento che mi riempiva di gioia e soddisfazione.

Per anni non mi sono concessa una settimana bianca né weekend veri e propri, le cosiddette feste studentesche della night life milanese non erano nella mia agenda. Finivo gli esami a luglio e non ne avevo più da dare nella sessione di settembre. Quindi dedicavo l´estate a stage o a esperienze formative e viaggi all´estero.

Mi sono accorta troppo tardi che servono altre doti rispetto alle conoscenze per districarsi nella professione, specialmente in Italia. Bisogna esser simpatici, dedicare tempo a curare le relazioni giuste, plasmare i propri gusti pur di assecondare alcuni interlocutori decisivi. Diciamo che io ero troppo teorica e disciplinata per sfondare, ho dovuto sviluppare a posteriori certe soft skills (e non sono ancora bravissima a risultare simpatica a tutti).

Inoltre, mi trasferirei in Germania già durante l´università perché qui è in molte regioni gratuita (e in alcune si pagano solo 200-500 Euro all´anno): pur avendo beneficiato in IULM di alcune borse di studio, i costi complessivi della vita studentesca in Germania sono limitati, sia per gli alloggi che per il materiale didattico e i trasporti (gratuiti). Vabbeh… col senno di poi siamo tutti più saggi: spero che almeno mia figlia, di nazionalità italo – tedesca, apprezzi il DNA interculturale che il destino le ha offerto.

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LA PROPOSITIVITA’ CHE FA LA DIFFERENZA.

PC Bucare lo schermo, passare sotto il radar che ognuno di noi è abituato a usare per filtrare i troppi stimoli esterni, riuscire a farsi notare e ricordare: sono alcune delle regole fondamentali che il comunicatore moderno deve seguire per far distinguere il suo brand in un contesto di prodotti analoghi.under the radar

Lo stesso principio vale anche quando si comunica se stessi e si vuole emergere dalla massa, tutto sommato omogenea, composta dagli altri candidati a un posto di lavoro.

Ci sono sicuramente riuscite, sia nei miei confronti, che nei confronti di un loro possibile datore di lavoro, Alessia Porro e Susanna Bossi, studentesse del master IULM in Food and Wine communication dove ho insegnato qualche mese fa. Vi riporto, per loro gentile concessione, la lettera che mi hanno inviato (usando Linkedin!). Mi scrive Alessia: ” Mi faceva piacere condividere con Lei qualche aggiornamento. Susanna Bossi  e io avevamo inventato il prodotto e creato la campagna di lancio per il prodotto Lindor ice cream.
Dopo la sua valutazione e il suo commento noi ci abbiamo creduto davvero!! Così abbiamo preparato un video, preparato materialmente il prodotto per il tasting e chiamato Lindt: ieri siamo andate a presentare il nostro progetto. E’ stato decisamente emozionante e una sfida, ora non sappiamo bene che cosa ci attenda ma volevo ringraziarla per la sua fondamentale iniezione di fiducia.”

Questa mail è stata un’iniezione di fiducia anche per me, che mi ha confermato che è giusto stimolare i giovani a dare di più e che sono tanti quelli che sapranno stupirci con la loro propositività.

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“I VALORI DELLO SPORT AIUTANO ANCHE NEL LAVORO.” INTERVISTA A PIETRO ALLIEVI, BUSINESS DEVELOPMENT IN ADIDAS

PC Una chiacchierata con Pietro Allievi è un rifornimento di energia che ricarica per tutto il giorno. Mi faccio raccontare tutte le esperienze che ha fatto prima di entrare nel team

Pietro Allievi Business Development in Adidas

Pietro Allievi Business Development in Adidas

Business Development South Europe in Adidas e faccio fatica a prendere nota: durante i tre anni della laurea di primo livello in Iulm fa uno stage come strategic planner in Young & Rubicam, uno stage in Unicredit,  lavora come assistente al corso IT dello Iulm stesso e fonda la squadra di golf universitaria. Poi decide di non fare il biennio di specializzazione, e per un paio di anni si occupa di marketing e vendite presso un tour operator. Lì capisce che gli manca una formazione più allargata e si iscrive al Master  in “Imprenditorialità e Strategia” della Sda Bocconi, alla fine del quale non è sicuramente difficile ottenere dei colloqui, duranti i quali è però fondamentale dimostrare al meglio le proprie doti.

Trampolinodilancio: Cosa pensi sia stato più utile durante il colloquio che ti ha portato in Adidas?

Pietro Allievi: In quel colloquio, come in quelli che ho fatto parallelamente in L’Oréal e Unilever, davano per scontate – venendo da un Master ritenuto solido – le competenze tecniche. Hanno invece valutato le competenze attitudinali. Sono alla ricerca di una “materia grezza” da poter far crescere in base alle esigenze dell’azienda. Quello che interessa infatti è la forma mentis, soprattutto quando si è alle prime esperienze lavorative, e non serve fingersi diversi da come si è. Tra l’altro se si è se stessi si è a proprio agio durante tutto il colloquio. Capiscono subito se stai recitando una parte. Nel mio caso penso sia stata apprezzata la curiosità e la proattività che ho dimostrato facendo molte domande sull’azienda e sul settore di riferimento. Un’altra cosa che penso sia fondamentale è raccogliere molte informazioni su fatturato, trend, mercato prima del colloquio. Arrivare preparati è anche importante per capire meglio cosa ti dicono e capire com’è realmente l’ambiente. Ricordiamoci che le aziende ci scelgono, ma anche noi dobbiamo avere la consapevolezza se quell’azienda/posizione è quella dove possiamo esprimerci al meglio. Il colloquio è un buon momento per trovare risposta alle proprie domande.

Raccontaci meglio in cosa consiste il tuo lavoro attuale in Adidas

Il team in cui lavoro riporta direttamente all’Amministratore Delegato, siamo come dei consulenti interni su vari aspetti: dalle vendite, al marketing, dallo sviluppo di piani globali a livello locale alla gestione di processi chiave aziendali, primo tra tutti quello del “Go To Market”. Un’opportunità magnifica per imparare a leggere i dati di tutta l’azienda e sapere come interpretare le diverse situazioni, un bagaglio che mi porterò dietro, davvero utile anche in futuro.

Interessante anche il fatto che lavoriamo in ottica di lungo periodo: infatti il progetto principale di cui sono responsabile è il processo di formazione e di implementazione del piano strategico a cinque anni per tutti i 12 mercati che fanno parte dell’area South Europe.

Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?

Il mio primo capo è l’attuale brand manager di Adidas, Alessio Crivelli con il quale ho condiviso fisicamente la scrivania per alcuni mesi e che mi ha insegnato ad approcciare il lavoro come lo sport. Alessio è infatti uno sportivo, ex campione di pallanuoto, che mi ha trasmesso l’onestà, la precisione, la puntualità e la capacità di affrontare con serenità quello che avviene sul lavoro, tutte caratteristiche che uno sportivo deve possedere.

In più ho sempre apprezzato in lui la capacità di premiare chi porta nuove idee (a prescindere se percorribili o meno) e chi ci mette del proprio. Come nella pallanuoto non bisogna stare in disparte, bisogna avere il coraggio di prendere la palla e poi giocare per la squadra, che è un altro insegnamento fondamentale che mi ha trasferito.

Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?

Ci sono molte persone che mi hanno fatto crescere e dalle quali ho imparato cose diverse, ma tutte molto utili: da Massimo Carnelli la tranquillità di ragionamento e la capacità di approfondire; da Simone Santini (mio attuale responsabile) la proattività che ti porta a “fare le cose” e non a lasciare le idee su una bella presentazione.

Da Jean Michel Granier, amministratore Delegato di Adidas South Europe e mio mentore durante il training programme quando sono entrato in Adidas, come avere una visione a 360° di tutta l’azienda e anche dei mondi che si collegano all’azienda, senza perdere però l’attenzione al dettaglio. È come quando in una partita di biliardo devi sempre avere in mente il colpo successivo. Quindi devi fare il colpo e farlo bene, con efficacia e precisione, ma senza perdere d’occhio l’intera partita.

In più mi ha insegnato il valore dell’umiltà, che è fondamentale per muoversi all’interno di un’organizzazione.

C’è infine qualcosa che vorresti aver studiato in più o di più nel tuo percorso scolastico?

Soprattutto nella laurea triennale mancano dei corsi sulle soft skill, che spieghino quali sono gli atteggiamenti più corretti nelle diverse situazioni, a partire dalle cose più semplici. Ci sono ragazzi che non sanno come rivolgersi alle persone, che hanno paura di esporsi.

In più ai giovanissimi consiglio di cercare di restare in contatto con le persone che ti possono insegnare qualcosa, come ho fatto a partire da Marco Lombardi, mio professore in Iulm e capo in Young & Rubicam. Un consiglio o un confronto con persone di cui si ha stima, come ho di Marco, ti apre la mente e risulta sempre utile tanto nella vita quanto nelle decisioni importanti che bisogna prendere. Capire e farsi aiutare dall’esperienza delle altre persone da un valore aggiunto impagabile.

Contatto LinkedIn: it.linkedin.com/in/pietroallievi

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La dura selezione per entrare in Heineken in un divertente video

Guy ora fa parte del team Heineken

Guy ora fa parte del team Heineken

PC Indubbiamente il lavoro, o meglio la sua assenza e l’incessante ricerca di averne uno, è un argomento che interessa da vicino i giovani. Che sono anche il target elettivo della birra. Da queste considerazioni nasce un video molto divertente che racconta il percorso lungo e pieno di insidie per emergere tra più di 1700 candidati che deve compiere il vincitore, Guy.Heineken, Sponsor ufficiale della Champions League, in occasione degli ottavi di finale, ha trovato insieme a Publicis Italia  in modo di far sentire la vicinanza del marchio agli interessi dei giovani, che uniscono alla passione per il calcio il desiderio di lavorare in un’azienda che ammirano e sentono vicina. Un filmato divertente ma che sa anche emozionare (se fossimo al corso di Tecniche della Comunicazione Pubblicitaria in Iulm direi che unisce sapientemente l’utilizzo dello humor a quello dei sentimenti nobili).

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INTERVISTA A STEFANO DEL FRATE, GENERAL MANAGER ASSOCOM

PC Stefano Del Frate è la persona dalla quale, nella grande bottega di Young &Rubicam, ho imparato il mestiere dell’account. Negli anni siamo riusciti, complice anche una forte empatia, a fare una buona manutenzione della nostra amicizia (vedi post di Patrizia) e del nostro rapporto professionale. Dall’ultima volta che l’ho intervistato è cambiato il suo punto d’osservazione sul mondo dei giovani e del lavoro: Stefano è ora infatti direttore generale dell’Assocom, l’associazione che riunisce i principali attori nell’ambito della comunicazione. Inoltre mantiene un costante rapporto con le nuove generazioni, dato che è docente al Politecnico e in Iulm.

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Gli ho quindi chiesto di dirci, dal suo osservatorio privilegiato, quali sono le prospettive per i giovani nel settore della comunicazione, e se ha senso entrare in un comparto che, com’è stato recentemente affermato, rischia nei prossimi 5 anni di perdere il 30% della propria forza lavoro.

Stefano Del Frate: Quello della comunicazione è, per definizione, un settore giovane. Uno dei problemi che sta creando grossi problemi al comparto è la gestione dei costi fissi. La comunicazione è radicalmente cambiata e stanno cambiando le professionalità che la compongono. Gli strategic planners devono diventare degli intercettatori di punti di contatto con gli individui, on top della loro capacità di generare dei validi brand concepts. Che poi questa figura venga più facilmente dall’ambito creativo o da quello media, è ancora tutto da vedere.

I creativi non spariscono di certo, ma devono significativamente cambiare i loro modelli di sviluppo per riuscire ad allargare il loro campo d’azione ad un settore digitale che viaggia più veloce della nostra capacità di aggiornamento.

Ho voluto fare due esempi per far capire che se le persone che sono attualmente nelle agenzie non si adeguano al cambiamento, sono destinate ad uscire e a trovare grandi difficoltà di ricollocamento.

La popolazione media delle agenzie è invecchiata con il modello condiviso della pubblicità tradizionale. Questo crea per le agenzie un eccesso di costi e una non adeguatezza rispetto alle esigenze dei clienti, che si aspettano consulenza vera dalle agenzie. Questa situazione probabilmente è alla base delle affermazioni catastrofiche di riduzione di impieghi nel settore. Io rimango convinto che il settore è strategicamente sempre più necessario per le aziende e che le persone che escono saranno sostituite da persone nuove, più giovani, più motivate, più preparate sulle nuove tecnologie, a costi inferiori.

Quali caratteristiche deve per forza possedere un giovane per entrare nel mondo della comunicazione?

SDF Dico sempre ai miei studenti che saranno tanto più interessanti per il mondo delle agenzie, quanto più saranno in grado di diventare portatori di innovazione, creatività ed entusiasmo.

Paradossalmente i giovani sono già abbastanza conservatori nelle loro scelte: tutti sono in Facebook. Ma pochissimi sono in Twitter e non sanno neanche cosa siano LinkedIn e Pinterest. Se il futuro ruoterà interno ai social networks e al mobile, chi meglio di loro potrebbe innovare in questo settore?

Se i modelli più avanzati sono all’estero devono andare a trovarseli e studiarli. Se no li dovranno inventare loro.

Quali qualità o competenze danno una marcia in più in un settore così competitivo?

SDF Il digitale, per sua natura, offre la possibilità di misurare le attività con calcoli precisi sui ritorni degli investimenti. Devono quindi smetterla di avere paura della matematica. Se prima si parlava in Power Point, oggi coi clienti si parla in Excel.

Il mercato è ormai globale e se non si padroneggia bene almeno una lingua, preferibilmente l’inglese – almeno fino a quando il cinese non monopolizzerà il commercio internazionale – non si potrà gestire neanche un bar.

Il talento individuale deve essere messo al servizio della squadra. Ci sarà sempre meno spazio per talenti egotici e solitari. Alla fine la gestione delle relazioni e della leadership diventeranno skills sempre più importanti e richiesti.

La curiosità è la porta da cui passa l’innovazione. Sono perplesso quando incontro dei giovani che mi dichiarano la loro passione per la comunicazione e non sanno rispondermi quando gli chiedo che cosa fanno per nutrire questa loro passione.

Cosa fa e farà Assocom per aiutare i giovani talenti?

SDF Assocom, nel bene e nel male, rappresenta tutto il comparto. Cerchiamo quindi di fornire gli strumenti di aggiornamento per impedire l’uscita del 30% che paventavamo prima. Abbiamo quindi iniziato un serio programma di formazione e aggiornamento, che vede nella digitalizzazione del mercato i suoi ambiti più importanti.

I giovani hanno la possibilità di specializzarsi, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, nei nostri master di secondo livello, quello in Brand Communication con il Politecnico di Milano e il primo Master per la Formazione di Digital Specialist, con Alma, dell’Università Cattolica. Questi giovani dovrebbero trovare opportunità di stage e di lavoro presso le nostre agenzie associate.

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Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

PC Conosco Alessandra Selmi da quando si è laureata a pieni voti  in Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo alla IULM di Milano. Alessandra ha subito deciso di provare la difficile strada della scrittura e ha esordito come redattore per le testate Vogue Sposa, Vogue Bambini, Matrimonio Perfetto e Kid’s Sport (in sostanza scriveva sul matrimonio e i suoi frutti).

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Alessandra Selmi. Fotografia di Stefano Molaschi

Tra le sue diverse attività  la più divertente è sicuramente la collaborazione con il settimanale “Confidenze” per cui scrive storie vere, dietro pseudonimo.

Ma il suo contributo a trampolinodilancio nasce dal lavoro come editor freelance per  diverse case editrici, per cui si occupa di revisione dei testi e selezione dei manoscritti per la pubblicazione. Da fedele lettrice di trampolinodilancio ci ha infatti proposto un post sugli errori che più frequentemente si compiono quando si scrive in italiano, perché se è vero che è fondamentale sapere l’inglese bisogna innanzitutto scrivere in un irreprensibile italiano.  Ecco quindi i suoi consigli:

Alessandra Selmi: L’insegnamento della grammatica inizia sin da quando siamo bambini e prosegue lungo tutto l’iter formativo, fino a insinuarsi – come una maledizione, direbbero alcuni – nei corsi di studio che apparentemente nulla hanno a che spartire con “lo bello stile”, dalle scuole alberghiere agli istituti tecnici.

In alcuni, disperati casi, tanti anni di studio non sono sufficienti e spesso mi capita di imbattermi in scrittori, affermati o in erba, che disseminano i loro manoscritti di abominevoli errori. Sono tristemente numerosi anche gli aspiranti correttori che infarciscono i curricula di sviste più o meno gravi e, per contro, troppo pochi coloro che superano il test preliminare di grammatica.

E tuttavia la lingua italiana non è uno strumento d’uso obbligatorio solo per giornalisti, scrittori, editor e professori. Se non tutti sono nati romanzieri, chiunque è tenuto a padroneggiare le basi della grammatica, perché tutti, prima o poi, ci troviamo nella (spiacevole?) incombenza di scrivere qualcosa.

E quel che scriviamo, come lo scriviamo, ci qualifica per quello che siamo.

Inviare un’email punteggiata di refusi è come presentarsi a un colloquio con le unghie sporche: inquadra il candidato come una persona trasandata, disattenta, inaffidabile. Chi metterebbe il proprio reparto nelle mani di un professionista che non si prende nemmeno la briga di rileggere due righe prima di cliccare invio? E cosa pensereste del capo che prende uno stipendio tre volte superiore al vostro, ma verrebbe bocciato in quinta elementare?

Il medesimo discorso vale per tutte le occasioni in cui siete tenuti a scrivere qualcosa (salva, forse, la lista della spesa): che si tratti degli auguri di Natale per i vostri clienti, o del planning trimestrale, così come la presentazione in Power Point della tesi o la relazione per gli investitori, un errore grossolano può intaccare l’immagine professionale costruita in mesi di duro lavoro. E sappiate che vale anche per i social network, soprattutto se un cliente su cui volete fare colpo rientra tra i vostri contatti; nessuna scusante del tipo “Ero di fretta” o “Non se ne accorge nessuno”, né tanto meno “Su Facebook lo fanno tutti”. Iniziate a distinguervi per eleganza di stile nell’uso di accenti, apostrofi, troncamenti ed elisioni.

Il primo consiglio, dunque, è il seguente: rileggete, rileggete, rileggete.

Non fidatevi del correttore di Word, che è talvolta truffaldino. Fate affidamento, soprattutto, su un buon dizionario e su un vecchio, tradizionale testo di grammatica, in cui rifugiarvi ogni volta che un dubbio vi assale. Se non vi piace la carta, un sito attendibile è quello dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it), che offre anche un interessante e utile servizio di risposta ai quesiti.

E soprattutto dubitate, dubitate moltissimo. Perché spesso si è convinti di sapere e non si sa, e perché la nostra lingua è ricca, affascinante e piena di insidie.

Eccone alcune in cui cadono anche i più esperti:

“Qual è” e “Qual era” vanno sempre senza apostrofo.

“Qualcun altro”, maschile, non ha mai l’apostrofo.

“Egli dà” vuole sempre l’accento, per distinguersi da (appunto) “da” preposizione semplice e “da’” con l’apostrofo, che è elisione di “dai” (seconda persona singolare dell’imperativo presente attivo del verbo dare: “Da’ una mano in cucina!”).

“Dì” con l’accento è sinonimo di giorno: “Sono stato a spasso tutto il dì”. “Di” senza nulla è preposizione semplice. “Di’” con l’apostrofo è l’imperativo del verbo dire: “Di’ la verità!”.

“Un’” con l’apostrofo si mette solo davanti a nomi femminili. “Un’arancia, un’eccezione, un’idea, un’ossessione, un’usuraia” e “Un amico, un esempio, un idiota, un orso, un uomo”.

“Sé” (con l’accento acuto) indica il pronome. “Se” la congiunzione.

“Né” (sempre con l’accento acuto) indica la congiunzione: “Non voglio né latte né limone”. “Ne” il pronome: “Non ne posso più”.

“Sì” con l’accento è l’avverbio affermativo: “Sì, lo voglio!”. “Si” è pronome: “Si viaggia a rilento”.

“La” articolo determinativo (“La casa è grande”). “Là”, con l’accento, avverbio di luogo: “Vieni di là”.

“Qui, quo, qua” l’accento non va, come ci insegnava la maestra. Non hanno mai l’accento: “Io so”, “Egli sa”, “Egli va”, “Egli sta”.

“Perché, poiché, nonché, giacché, allorché, finché” hanno sempre l’accento acuto.

 

Grazie Alessandra, un bel ripasso fa sicuramente bene a tutti noi!

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Lombardi ci spiega come nasce Advertere2: l’evento Iulm dedicato alle migliori campagne off e on line

PC Visto il successo della scorsa edizione, che ha riempito l’aula magna di studenti – non solo della Iulm – curiosi di apprendere quali sono le tendenze nella comunicazione mondiale, Marco Lombardi, presidente Young & Rubicam e docente in Iulm, ripropone il 29 ottobre dalle 17 alle 19.00 Advertere2: un evento che cerca di individuare nelle migliori campagne di

Advertere2 alla Iulm

comunicazione a livello mondiale quel salto creativo ormai indispensabile per riuscire a dialogare con i consumatori nel contesto dei nuovi media. Gli chiediamo qualche anticipazione.

Da quale fonti avete tratto gli esempi che mostrerete?  

Prendere da Cannes sarebbe banale: e’ possibile accedere facilmente all’archivio nel loro sito. Le fonti che abbiamo utilizzato sono meno note e altrettanto qualificate. Due premi alle campagne che abbiano dimostrato la loro efficacia: IPA inglese e EFFIE americano. Un premio alla creatività interattiva di Austin, SXSW: la fiera più  importante al mondo nel digitale. E infine il Superbowl americano, l’ultima spiaggia della tv con un audience enorme (120 mio) e costi di on air folli (3mio usd): chi lo compra sceglie lo spot più valido e bello che ha.

Vedremo esempi di comunicazione integrata?

Sì.  Anni fa quando facevo queste rassegne era una sequenza di spot tv che si spiegavano da soli, come tante fotografie. Oggi la realta’ multimediale ci costringe a riassumere per ogni brand una specie di film fatto di tanti fotogrammi interconnessi, media, eventi, promozioni, prodotto, …. Più complesso e lungo: l’interesse di Advertere2 e’ di riassumere queste complessità che cambiano nello spazio e nel tempo.

Si possono individuare dei temi trasversali?

Mi pare di individuare un filone che cura molto la responsabilità sociale di un brand o della sua corporate; l’interattività multimedia è poi un must. Ovvio che non ci occupiamo del triste e depresso comunicare da crisi (prodotto e funzioni al prezzo più conveniente).

Chi parteciperà?

Mi affiancheranno Massimo Costa, Presidente Assocomunicazione e Country Manager WPP Italia, Vicky Gitto, Direttore Creativo Esecutivo del gruppo Y&R e Matteo Sarzana, Direttore VML

L’evento si svolge nell’Aula Magna della Iulm, il 29 ottobre dalle h.17.00 alle h.19.00 ed è aperto al pubblico. Da non mancare.

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