La ricerca del personale e Facebook

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

PC Ieri ho partecipato all’interessante convegno JobMatching organizzato da Stefano Saladino, dove si è parlato molto di personal branding sui social media. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che anche il profilo personale su Facebook è ormai sempre più spesso visionato da chi fa ricerca del personale. In sostanza se sottoponete una candidatura per un posto di lavoro è probabile che chi deve selezionarvi controlli non solo, come è ovvio, il vostro profilo su LinkedIn ma anche quello su Facebook.

Le implicazioni sono molte: innanzitutto dovrete assicurarvi di inserire nel profilo di Facebook le opportune restrizioni di privacy, se temete che la foto in cui ballate su un tavolo in uno dei peggiori bar di Caracas non sia il miglior biglietto da visita per un impiego come affidabile pr in una grande multinazionale (anche se potrebbe dimostrare la vostra affinità con il prodotto, se volete entrare nel marketing di Ron Pampero). Inoltre potreste orientare la vostra presenza su Facebook per far emergere alcune vostre doti. E’ consigliabile per esempio che un aspirante copywriter posti spesso degli scritti che ne dimostrino le capacità, piuttosto che le foto del suo gatto, mentre un art director potrà sbizzarrirsi nel caricare foto con ambizioni artistiche. Ci sono poi delle competenze meno ufficiali di quelle che segnalereste su LinkedIn, che potrebbero rivelarsi interessanti per il vostro futuro datore di lavoro. Ricordo che proprio la passione per gli sport fu la caratteristica decisiva che fece scegliere un mio giovane amico e cliente in Armani, perchè Patrizia cercava una persona che oltre a conoscere il marketing e le lingue, fosse uno sportivo vero a cui affidare la linea EA 7 di Armani.

Ieri si è anche arrivati a consigliare di utilizzare sempre la stessa foto di profilo su tutte le piattaforme nelle quali si è presenti, per facilitare il proprio branding e la riconoscibilità. Su questo punto non sono personalmente molto d’accordo. Ritengo che su LinkedIn sia corretto inserire una foto più istituzionale (nella mia, che è stata fatta e opportunamente photoshoppata da un fotografo, io indosso ovviamente la canonica camicia bianca) mentre su Facebook è più spontaneo aggiornare spesso la propria foto, con immagini reali che diano un senso di contemporaneità e creino vicinanza con i propri contatti (si chiamano amici, non a caso).

Sean Moffitt e Mike Dover nel loro bellissimo Wikibrands, del quale è appena uscita l’edizione italiana a cura di Marco Lombardi, suggeriscono di mantenere due strategie di approccio ben differenti per le due più importanti piattaforme sociali. Giustamente consigliano di considerare LinkedIn come un completo di flanella grigio e Facebook come una camicia hawaiana: entrambe possono giocare un ruolo utile nel guardaroba di chiunque (purchè americano!), ma nessuno parteciperebbe a una riunione con una camicia hawaiana o andrebbe a un party indossando un completo grigio, a meno di non voler apparire come minimo arrogante.

Questa flessibilità nel proprio personal branding è in fondo esattamente quello che consigliamo anche alle brand vere e proprie, che si devono presentare in modi diversi a seconda dei contesti, mantenendo comunque la propria identità

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3 thoughts on “La ricerca del personale e Facebook

  1. Roberto Leonardi ha detto:

    A me il personal branding mette un po’ di tristezza, come l’incapacita’ di riconoscere una linea di demaracazione tra l’io pubblico e privato, tra lavoro e vita personale.
    Confermo il ricorso costantea Facebook quando devo esamniare un candidato (scontato LinkedIn). Ma quelli che prendono il punteggio piu’ alto (da me) sono quelli che considerano FaceBook uno spazio personale e lo rendono del tutto inaccessibile agli estranei.
    Questa regola non vale per gli under 25, che con la socialita’ di FaceBook ci sono piu’ o meno nati e usano parametri non convenizonali di distinzione tra pubblico (quasi tutto) e intimo (forse piu’ inviolabile di un tempo.

    Comunque prendono un punteggio alto (da me) anche quelli che su FaceBook mostrano un lato non mediato di loro stessi. Tra quelli iscritti al gruppo “Cultori del pensiero laterale con QI sopra 160 e che hanno un autografo di Kotler” e quelli col badge di Sindaco della piscina comunale preferisco di gran lunga i secondi. Sono snob? Un po’. Ma uno che e’ sindaco della piscina:
    a) fa sport, vive…
    b) sa cos’e’ 4square
    c) partecipa in qualche modo alla comunita’ locale

    L’altro e’ probabilmente uno di quei conformisti poco generosi, che passeranno l allor vita a inseguire carriera e stipendio, piuttosto che risultati.

    Son aperto a ogni ciritica, purche’ sterile e offensiva.

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    • trampolinodilancio ha detto:

      Un po’ snob sicuramente, ma sagace come mi aspettavo, il tuo commento mi aiuta a specificare meglio qual è la mia posizione sul tema, che non è molto lontana dalla tua.
      Ritengo che il personal branding sia utile come metodo per focalizzare i propri obiettivi e individuare le proprie caratteristiche vincenti. Ma sono altrettanto convinta che le caratteristiche vincenti per ottenere l’attenzione di chi seleziona non siano necessariamente legate al ruolo che si cerca di ottenere. Un ragazzo che parallelamente agli studi fa un lavoro (di qualsiasi tipo, escludendo magari escort e allibratore, che eviterei di segnalare) dimostra comunque forza di volontà e spirito d’iniziativa. Da sempre siamo attenti a questi segnali deboli, quando esaminiamo un candidato a un colloquio o leggiamo un cv. Con il mio post volevo solo segnalare che ormai anche Facebook, e tu ce lo confermi!, rientra nelle fonti che verranno attentamente analizzate. Credo che anche qui valga la regola che non si può (e non si deve) falsare la propria natura, ma un innesto ogni tanto e una piccola potatina qui e là possono aiutare la propria carriera a crescere meglio.

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  2. […] con in mano la bottiglia di Belvedere mentre siete in piedi sui divanetti in discoteca? [cfr post "La ricerca del personale e Facebook" e "I consigli di Vanessa Vallely per il personal branding"] Oppure: Hai mai pensato che il tuo nome […]

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