Come sopravvivere con il fai da te quando le aziende latitano e il portafoglio è vuoto.

PB Sono andata, una decina di giorni fa, a vedere la mostra di Rodin a Palazzo Reale.

Ho visitato la mostra accompagnata da una guida. Rodin lo conoscevo già bene (lo ho molto amato a Parigi, come si amano le cose che si scoprono e affascinano durante la giovinezza) ma avere un critico dell’arte ( massimo.dantico@libero.it) che ti racconta delle figure che sgorgano dalla materia, della evoluzione dell’arte dello scultore dai lavori giovanili a quelli della maturità, è stato bellissimo.

Al di là del godimento (che bella l’arte! Che bella Milano quando attraversi la Piazza del Duomo con il buio e la madonnina è illuminata! Che buono il caffè al Camparino mentre si chiacchiera di tutto e di niente!) ne sono uscita che ne sapevo più di prima.

Il mio Rodin svelato mi ha dato il via per scrivere questo intervento sulla mancanza di capacità – e volontà – delle aziende italiane di formare i propri collaboratori.

La cultura corrente delle aziende italiane considera il tempo dedicato all’aggiornamento con sospetto, quasi si trattasse di gite clandestine. Il collega assente per formazione è accompagnato da sorrisetti come se fosse a Camogli a mangiare la focaccia.

A questo clima contribuiscono anche scelte discutibili e clientelari quando le aziende si affidano a docenti modestamente preparati che proiettano usurate slides su Power Point o a istrioni che replicano lo stesso show  indipendentemente dagli interlocutori, regolarmente impreparati perché credono di essere brillanti abbastanza per affascinare l’aula e tirare incolumi fino al coffee break.

Le aziende straniere (per mia esperienza personale posso citare quelle francesi e quelle svizzere, ma ho amiche che lavorano per americani e tedeschi e possono confermare) affrontano la formazione con più professionalità e metodo.

Siccome però dobbiamo accontentarci dei nostri indolenti e mediterranei capi (prendiamoci però l’impegno di diventare professionali quando sarà il nostro turno di essere capi)  e non accontentarci mai del nostro sapere, non trascuriamo le opportunità auto formative che offre, per lo meno nel campo dell’arte, il nostro paese.

In Italia, dopo le scuole superiori, i docenti smettono di sentirsi guide (si vede che reagiscono con acrimonia al sospetto di essere chiocce e si trasformano in Erinni) e lasciano orde di talenti a vagare senza Virgilio per i gironi più o meno infernali, dell’apprendimento.

Dobbiamo usare tutte le nostre energie per non perderci (o perlomeno non troppo) e approfittare, da autodidatti, delle incredibili risorse culturali del nostro paese.

Frequentate le accademie, le pinacoteche, le biblioteche della vostra città: lì normalmente troverete opere inestimabili, illuminate con luci inadeguate, con orari ridotti di apertura, curate da impiegati mal pagati ma spesso colti e appassionati. Normalmente dietro al neon e a una impalcatura occhieggiano Raffaello, Mantegna, Caravaggio.

Persino a Milano, che non è Roma o Firenze, per le mostre che hanno l’onore di essere pubblicizzate (bellissime per altro) c’è una coda spaventosa (e che spesso vale la pena di fare), ma a Brera o al Poldi Pezzoli ci sono capolavori da togliere il fiato che si possono ammirare in beata intimità.

PS La visita guidata a Rodin mi è costata 6 euro, oltre al costo di ingresso alla mostra. A volte una buona guida è dietro l’angolo. E il costo per godersi e capire un capolavoro inferiore a quello di un aperitivo.

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Ancora pochi giorni per partecipare a We Like Talents di Ied, la borsa di studio che copre il 50% del costo di un master

PC C’è ancora qualche giorno di tempo per fare domanda a  We Like Talents, l’iniziativa  dello Ied che ha l’obiettivo di far emergere e valorizzare la nuova generazione di talenti; incoraggiare creatività, innovazione, cultura; formare professionisti capaci e competitivi.we like talents

Alla sua 6° edizione mette a disposizione 23 Borse di Studio IED destinate a coprire il 50% della retta di frequenza per i Master e Corsi di Formazione Avanzata in partenza da Marzo 2014 a Milano, Roma, Torino, Venezia, Firenze, e Cagliari.

Ho recentemente fatto lezione al Master in Brand Management e ho approfittato per chiedere alla vincitrice della borsa di studio dello scorso anno, Diletta Morselli,  in cosa consiste la selezione e cosa l’ha portata a vincerla.

Diletta Morselli: bisogna superare sia un colloquio  individuale motivazionale che un colloquio di gruppo. In quest’ultimo uno degli esercizi consisteva nell’attribuire a un altro partecipante, appena conosciuto, una marca sulla base delle poche indicazioni che questa aveva dato di se stesso e spiegare i motivi della scelta alle tre persone dedicate alla selezione.

La scelta del vincitore della borsa di studio non avviene in base al reddito ma è sul merito.

Trampolinodilancio: Quale pensi sia stata la tua caratteristica vincente?

Diletta Morselli: Sicuramente la motivazione. Ho 28 anni ma fino a questo master non ero mai riuscita a fare quello che volevo. Vengo da una famiglia di imprenditori vecchio stampo che mi hanno indirizzato a studiare Giurisprudenza: piangevo tutti i giorni perché non sentivo nessuna affinità con la materia, ma mi sono ugualmente laureata in corso con 110. Dopo sei mesi di praticantato ho avuto la conferma che non era il mio mondo e mi sono trasferita a Berlino per migliorare la mia conoscenza del tedesco. Avrei voluto già allora frequentare un Master in Ied ma non avrei mai chiesto ai miei genitori i soldi necessari.

Sono dovuta tornata da Berlino perché si è liberato un posto come venditore all’interno dell’azienda di famiglia e mio padre, essendo io disoccupata, mi ha chiesto di fare la mia parte. Per due anni ho fatto questo lavoro, in un settore lontanissimo dalle mie aspirazioni, che non mi arricchiva e che non mi portava a contatto con persone con i miei stessi gusti e aspirazioni.

Dopo due anni ho capito che non potevo rassegnarmi a svegliarmi ogni mattina disperata e ho trovato la forza di dire a miei: adesso voglio far contenta me, non più solo voi. È stato molto doloroso.

Ho potuto fare il Master solo perché ho vinto la borsa di studio e con i risparmi di due anni di lavoro riesco a pagare l’altra metà della retta e mantenermi a Milano”

Ci auguriamo che anche l’edizione di quest’anno riesca a premiare qualcuno così motivato come Diletta a cambiare vita per seguire le proprie aspirazioni. In bocca al lupo a tutti quelli che fanno domanda e a Diletta perché trovi finalmente serenità e successo sulla sua strada.

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Creativo sì, animale da cavia NO!

PC In questi giorni si parla molto dell’ingiusta pratica che spesso riguarda i freelance creativi, ai quali sembra essere più facile (con la scusa di un’ipotetica visibilità) negare quel  giusto compenso  che nessuno si sognerebbe di non dare a un giardiniere, un antennista o un idraulico,. Molto efficaci i video che hanno generato in poco tempo una maggiore sensibilità al tema (Creativo sì, coglione NO!).brain-mostra-milano_1228353

Un problema molto simile lo vivono gli stagisti, che frequentemente non vengono pagati con la promessa di una full immersion formativa nel mondo del lavoro, che spesso si limita invece a mera manovalanza dalla quale, anche con le migliori intenzioni, è difficile trarre un reale beneficio.
Ciò nonostante il numero di stagisti per qualsiasi posizione all’interno di un’agenzia di comunicazione è sempre molto superiore alla domanda. Per questo si affinano le modalità di selezione del personale, che diventano addirittura un modo di ottenere visibilità mediatica per l’agenzia.
Mi ha colpito il metodo usato da TBWA Istanbul, segnalato da Fabiana sul gruppo facebook creato dagli studenti di Communication Strategy e Media Planning dello Iulm. Si tratta dell’applicazione delle tecniche del neuromarketing alla selezione del personale: tutti i candidati sono stati sottoposti alla visione di alcuni spot iconici della storia della pubblicità mentre un apparecchio misurava la reazione delle diverse aree del loro cervello. I 5 (su 503!) Che hanno avuto la più elevata reazione di attrazione e amore per le pubblicità sono stati selezionati.
Dal punto di vista del selezionatore trovo che questa tecnica scientifica (molto di moda adesso anche nel testare le pubblicità) non sia da sola sufficiente a capire le vere attitudini creative di un giovane, e andrebbe integrata con un indispensabile colloquio vis à vis. Ma ho voluto sentire il parere di chi si trova dalla parte del candidato.
C’è chi è favorevole e lo ritiene un metodo comunque migliore che “ andare a guardare il voto di laurea o le risposte alle domande del colloquio, spesso calcolate e imparate come una filastrocca, solo per fare bella figura! “ (Fabiana)
Chi vorrebbe essere selezionato  in questo modo “perché trovo che spesso il curriculum venga pompato da esperienze che solo alcuni possono permettersi, come ad esempio esperienze all’estero di stage, lavoro o per apprendere una lingua. Temo che in questo modo vadano avanti soprattutto le persone che hanno buone disponibilità economiche. Il tipo di selezione “strambo” proposto da queste aziende/agenzie è basato sulle inclinazioni naturali della persona e sulle sue passioni. “ (Marissa). Chi è intrigato dalla novità dell’approccio, ma dubita della sua reale scientificità (Francesco).
Altri invece sono contrari all’approccio e ritengono che sia più che altro un’azione mediatica. “Mi sembra difficile pensare come possano valutare dei candidati sulla base di quali parti del cervello si accendono in seguito ad uno stimolo. Non è ancora una scienza esatta e come si sa, i risultati sono frutto di vaghe interpretazioni. Figuriamoci fare un confronto fra più candidati sulla base di informazioni che ancora gli scienziati non sono del tutto capaci di interpretare. Comunque, se mi proponessero una cosa del genere domani credo che dubiterei molto sull’intenzione dell’azienda di assumermi.” (Matteo) “Trovo umiliante la supervisione delle tue connessioni cerebrali conseguenti a certi stimoli perché è fuori dal controllo dell’individuo e credo sia perciò sia mortificante fidarsi più di automatismi che del contributo attivo di una persona, mentre per i test logici se non sei portato puoi allenarti, dimostrando oltretutto determinazione, propensione al duro lavoro e orientamento al risultato.” (Lysbeth).
Sono d’accordo che in qualunque situazione vada apprezzata la volontà di migliorarsi tanto quanto il talento innato, ma uno degli assunti sul quale poggia questo tipo di selezione è che il cervello di un creativo funzioni in modo differente rispetto agli altri, come illustra, attraverso una serie di metafore, questo efficace video (segnalato da Sara) intitolato “Process”.

Su questo argomento ha scritto molto e bene Annamaria Testa nel suo blog nuovoeutile.it. Voi cosa ne pensate?

p.s. per la redazione di questo post non avevo budget, ma ho taggato gli studenti che hanno contribuito.

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Per fare un manager ci vuole un cactus

PB Ho ascoltato recentemente una intervista – su Radio Capital – a Niccolò Branca, autore del libro Per fare un manager ci vuole un fiore.

Precisando che non ho ancora letto il libro (è uscito per Mondadori a fine 2013 e affronta il tema della meditazione e della autoconsapevolezza nella gestione manageriale), che non conosco l’autore (è proprio il presidente delle distillerie Branca, quelle del Fernet), che forse mi sarebbe anche simpatico dato che dice di avere come ideale di manager una persona con la luce negli occhi e che tiene un blog (proprio come me e Paola con Trampolinodilancio), mi preme sottolineare che, spesso, per fare un manager ci vuole un cactus. O una clava, vedete voi.

E per non usare la metafora guerresca (si sente dal tono che ho iniziato il 2014 in trincea? Con un coltello tra i denti? ) che forse è troppo dura, troppo maschile, troppo fuori moda (ma che a volte ci azzecca eccome!) quella dello sport è forse l’area che ancora vedo più vicina alle dinamiche dell’impresa e della managerialità.

Se pensiamo a come si prepara un atleta, molti sono gli elementi che si possono mutuare per gestire la nostra carriera manageriale:

la cura della preparazione: “la preparazione è la metà del successo”  diceva un mio capo. Un tantino esigente, ma aveva ragione: gli imprevisti possono sempre presentarsi, ma non sottovalutiamo le situazioni che dobbiamo affrontare pensando che la nostra capacità di improvvisazione possa sempre farci uscire vincenti. Recentemente mi è capitato che un brillante avvocato abbia compromesso la relazione con un cliente perché, parlando sopra la voce di collaboratori forse meno carismatici ma più preparati, ha dato l’impressione al cliente che lo studio legale non si fosse occupato con la dovuta attenzione del caso in discussione.

la fatica dell’allenamento:  con lo studio, gli esercizi, le prove, la gavetta: d’altra parte se fosse solo divertimento perché dovrebbero pagarci per lavorare? E quale buon lavoro avete in mente (dalle Piramidi, alla Pastiera napoletana) che non sia il frutto di duro lavoro?

l’eccitazione della gara: quando è il tuo momento e le endorfine cancellano tutta la fatica e non fa più male e si dà il meglio di sé. Quando si scende nell’arena si vuole vincere, alla faccia di de Coubertin.

la competizione per il primato: la tensione verso il risultato, la capacità di misurarci e superarci. Il punteggio, la quota di mercato, il fatturato, la notorietà del marchio: i numeri non sono dei nemici, ma i nostri alleati per darci la posizione dei blocchi di partenza e per disegnare l’orizzonte del nostro obiettivo.

la lealtà verso l’avversario: in epoca in cui i bluff sono scoperti, le bolle sono scoppiate, che bello vedersi forti ma leali e trattare i nostri avversari come vorremmo essere noi trattati nella sconfitta. Perché è ben giusto anche partecipare. Alla faccia di de Coubertin

il gusto per la vittoria: e sì, diciamolo, che bello vincere! Non esiste un motivatore migliore del successo per essere spronati a fare sempre meglio! compresa la festa, le foto e i regali. Che professionalmente parlando sono una migliore visibilità, un migliore stipendio, una migliore posizione. Senza arroganza. Ma anche senza falsa modestia.

(nel frattempo ho sbirciato il sito  http://www.branca.it: ci sono un sacco di cose che mi piacciono, dal fatto che esista un museo visitabile al pubblico, al formidabile logo con l’aquila e il mondo: forse non leggo il libro, ma un bicchierino di PUNT E MES  – solo per come si racconta della sua nascita – me lo farei: che aiuti l’autoconsapevolezza? al limite mi solleverà l’umore).

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Generosi e curiosi. Quasi magici

Duomo di Ostuni

Duomo di Ostuni (Photo credit: Wikipedia)

PB Ho fatto qualche giorno di vacanza di fine anno in Salento. Che bello!

Al di là di quel paio di rotolini di ciccia che mi sono rimasti attaccati , causa pasticciotti e orecchiette, e degli occhi pieni di Barocco Leccese, mi rimane una riflessione per voi, cari lettori di Trampolino.

Il 31 dicembre siamo andati a Ostuni. Purtroppo per i turisti (e bene per i sereni pugliesi) nel tacco d’Italia, tra le 13 e le 16,30 nulla è aperto. Chiudono le chiese, i musei, i negozi.

Noi siamo arrivati davanti alla Concattedrale alle 13,01. Ne usciva, chiavi in mano, una ragazza che, deposto secchio e straccio, aveva appena finito di lavare il pavimento della chiesa, nell’unica giornata piovosa della nostra vacanza.

Abbiamo, con aria un poco supplice, chiesto se poteva almeno farci sbirciare dalla porta la navata centrale.

La ragazza ha esitato un attimo, poi ha sospirato, poi ha riaperto la porta, poi ha detto “vabbé ripasserò lo straccio”, infine ci ha fatti entrare.

I bambini hanno tolto il cappello ma, aimè, le scarpe erano piuttosto infangate. Si sono accorti che la navata centrale era storta.

Così la fanciulla, che ci guardava un po’ discosta e preoccupata per il suo pavimento non più pulito, ha cominciato a raccontare: l’abside fu ricostruita in un secondo tempo e purtroppo la roccia sottostante non aveva consentito di fare le cose per bene e di mantenere tutto in simmetria.

La leggenda attribuisce però la strana forma alla scelta dell’architetto che aveva voluto riprodurre, nella pianta del tempio, il capo reclinato di Cristo sulla croce.

Ci siamo così ritrovati, fuori tempo massimo, in una chiesa tutta nostra, con una guida gentile che con lo spazzolone in mano ci raccontava di stucchi che sembrano marmi, di rifacimenti settecenteschi, di errori che diventavano leggenda.

La nostra gita ritardataria si è trasformata in poesia.

La signorina che lavava i pavimenti in una generosa padrona di casa.

Ogni situazione può trasformarsi, per l’occhio che trasfigura.

Non si tratta di essere illusi o ingenui o stupidi.

Si tratta di dotarsi di uno sguardo capace di vedere al di là, di intelligere armonie invisibili alla sguardo banale, che non prevede deviazioni.

Siate generosi e appassionati del vostro lavoro, qualunque esso sia. Non siate avari e risparmiosi. Potrete trasformare imperfezioni in poesia, uno spazzolone per lavare i pavimenti in una bacchetta magica.

Vi auguro per il 2014 un occhio capace di trasfigurare, un cuore capace di sbagliare (in eccesso) la misura.

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Ronald un anno dopo

PB  Ecco una commovente storia di Natale: Alessandra B, la mamma del mio nipotino Francesco, ha trovato ieri nella casella della posta una lettera scritta a mano (esistono ancora persone che scrivono lettere a mano!). Si tratta di un messaggio bellissimo (che trascrivo pari pari) che riguarda noi (infatti fa riferimento a un post di Trampolinodilancio dello scorso anno: vi ricordate? Si parlava di Ronald, l’autista dello scuolabus di Abbiategrasso)  ma soprattutto riguarda la passione per il proprio lavoro, la generosità, la professione.

E se un giorno mai diventerete i capi di qualcuno, non dimenticate mai di ringraziare i vostri collaboratori per un lavoro ben fatto. La gratificazione, il feed back è uno dei motori più potenti per dare vigore al proprio lavoro.

Grazie Ronald. Buon Natale. E Auguri a tutti i lettori di Trampolino

Abbiategrasso 18 dicembre 2013
Alla Signora Zia di Francesco

Le invio questa mia lettera per ringraziarla del pensiero che ha avuto nei miei confronti.
Mi spiego.
Circa un mese fa un amico mi ha informato che in internet una Signora aveva scritto un qual cosa che mi riguardava,non dicendomi cosa.Ho cercato con Google e sono rimasto positivamente sorpreso di quello che Lei aveva scritto di me e del mio modo di lavorare.
Non le nego che qualche lacrima è scesa leggendo quelle parole, perché non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe avuto la sensibilità e la cortesia di scrivere quello che io facevo sul mio scuolabus per “i miei bambini”.Sì proprio come li considero ancora oggi i bimbi che usufruivano del trasporto scolastico con cui ho instaurato un rapporto bellissimo, quasi da fratellone con cui si poteva ridere scherzare e passare un bel momento durante il tragitto casa/scuola e viceversa.
Ricordo sempre con molto piacere e un po’ di nostalgia i moltissimi episodi  vissuti con i bimbi e le cose che ci siamo detti, cose che non si dicono alla mamma e nemmeno alla maestra, ma al Ronald sì. Era quello che mi faceva lavorare in quel modo, la fiducia che avevamo l’uno dell’altro, di quei bimbi che si affacciavano alla vita al di fuori della famiglia e che avevano bisogno di un appoggio sicuro,qualcuno su cui contare, a cui chiedere. Lei si è accorta di questo stupendo ambiente che  c’era sullo scuolabus in un attimo, perché solo alla fermata poteva vedere ciò che per noi era normalmente stupendo e con parole belle e semplici ha descritto la passione che mettevo nel fare il mio lavoro.
La ringrazio molto per quello che ha scritto, perché una sincera pacca sulla spalla con qualcuno che ti dice bravo ti fa continuare a lavorare bene nonostante tutte le  difficoltà, ti gratifica di un qualcosa che tu hai fatto senza chiedere nulla in cambio e il pensiero che Lei ha avuto nei miei confronti è una spinta a continuare a lavorare così.

Grazie ancora e auguri di buone feste alla sua e alla famiglia di Francesco


 

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Quando il perfezionismo ci rende imperfetti

PB Da qualche tempo volevo scrivere dei pericoli del perfezionismo.

Un paio di letture di Dicembre e diverse esperienze vissute mi confermano dell’urgenza: devo mettervi in guardia, sul lavoro e nella vita, dal pericoloso “perfezionismo”.

Sto leggendo OPEN, l’autobiografia (scritta a quattro mani con un premio Pulitzer e si vede) di André Agassi, stravagante tennista, campione fuori dai canoni, tamarro come un calciatore, malinconico come un poeta, capace di vittorie e sconfitte come un cavaliere romantico.

Lui ha iniziato a vincere quando il suo coach gli ha imposto di smettere con la ricerca del colpo perfetto. Non doveva desiderare di essere perfetto, solo desiderare di vincere. E’ stato il consiglio che lo ha portato a divenire il n° 1 nel mondo.

Ho letto – e condiviso –  poi sul Corriere della Sera di sabato 7 Dicembre  che il perfezionismo sarebbe nemico della felicità (del perfezionista medesimo e soprattutto di chi lo frequenta):

–           procrastina i progetti perché non sono mai perfetti

–           frustra i propri collaboratori , esigente fino alla noia non solo con se stesso

–           perde il senso dell’insieme, naufragando in un mare di dettagli trascurabili

Fra le eccezioni di perfezionisti di grande successo il Corriere cita, tra gli altri, Giorgio Armani. Come a dire che esistono casi in cui il perfezionismo è fonte di successo. E qui dissento: ho lavorato con Re Giorgio e posso dire che il suo talento è tale che ha fatto da antidoto al suo perfezionismo. Lui è grande nonostante il suo perfezionismo.

Quindi, dato che non tutti sono dotati di talento da buttare via, vi esorto a non perdere mai il senso dell’insieme, la capacità di sintesi, la visione di un progetto.

Non procrastinate decisioni importanti solo perché non tutto è perfetto.

Ecco qualche esempio pratico in cui l’infelicità passa dal desiderio della perfezione:

– Quelli che passano quattro mesi , da marzo a giugno, a fare preventivi e itinerari per la vacanza perfetta (un paradiso a due lire). E alla fine stanno a casa.

– Quelli che al ristorante, no perché è troppo rumoroso, no perché le luci sono troppo basse, no perché c’è odore di fritto, no perché i camerieri sono villani, no perché anche se prenoti non ti danno il tavolo migliore. E alla fine stanno a casa.

– Quelli che servono le foto dello shooting per la riunione di vendita, ma siccome non sono tutte fotoshoppate, e perché i tagli non sono finalizzati, le tengono segrete fino alla fine della campagna vendite. Quando sono bellissime ma non servono più a vendere.

– Quelli che non dicono la loro perché sanno male l’inglese. E alla fine soffrono perché avevano una idea bellissima che non sarà realizzata.

Una sola cosa, sul lavoro e nella vita, è peggiore del perfezionismo: la sciatteria. Non correggere le slides prima di andare in presentazione (ho assistito recentemente a una riunione in cui, nell’agenda proiettata , marketing era scritto marketting con due t: hargh!!!) , non essere in ordine per un meeting importante (ricordo un meeting in Omega in cui un relatore indossava un Rolex…) , sono atteggiamenti imperdonabili. Avete visto la regia di Traviata per la prima della Scala? Con i gesti che non corrispondevano alle parole e ai sentimenti? E i costumi di Violetta? Che una donna innamorata non indosserebbe neanche per fare un trasloco? Ecco lì un po’ di perfezionismo e meno sciatteria avrebbero dato una mano.

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Professione Strategic Planner. Ce ne parla Giovanni Lanzarotti Head of planning in Ogilvy & Mather Advertising

PC Per descrivere Giovanni Lanzarotti prenderò a prestito le parole con le quali Marco Lombardi, nel suo libro La creatività in pubblicità, introduce il pezzo che Giovanni ha scritto: ne traspare la stima di Marco per lui e si intuisce che persona intelligente e poliedrica è Giovanni, proprio come io penso debba essere uno strategic planner. “Lanzarotti è uno scrittore mancato di romanzi gialli, che ha iniziato in grande quantità durante gli anni delle scuole elementari, cucina ed è chiamato “chef” dalle sue figlie che lo aiutano ai fornelli, fa il portiere perché gli altri sono più bravi di lui con i piedi e hanno paura delle pallonate in faccia, pedala, amando insolitamente le salite, che non sono adatte alle sue caratteristiche, ma quello che vedi quando scollini vale centinaia di chilometri di pianura e quando riesce scrive e gira cortometraggi.” Di giorno è Head of planning in Ogilvy & Mather Advertising.colline-siena-1

Aggiungo che è una delle persone più simpatiche, autoironiche e divertenti che io conosca, ed è con piacere che gli chiedo un consiglio per chi vuole capire se ha le capacità e le attitudini per diventare strategic planner, perché sono sicura che non ci racconterà delle banalità.

Quali caratteristiche deve avere uno strategic planner?

Credo che la prima dote necessaria sia la capacità di ascoltare. Questo mestiere consiste nel fare incontrare le esigenze e le proposte di un’azienda/marca con i bisogni e le sensibilità delle persone. Se non si sta in ascolto, è impossibile avvicinare le due parti. Bisogna imparare a conoscere la storia e la cultura di una marca, bisogna capire come pensa e si comporta la gente. Ascoltando, senza pregiudizi e con la massima apertura possibile. E’ tutto qui, in fondo. Ascoltare e creare un dialogo tra realtà differenti. E ciò si applica anche al “fronte interno” in termini di processo: qui sono gli obiettivi di marketing che devono idealmente incontrare l’immaginazione creativa.

Un’altra caratteristica fondamentale, penso, è la flessibilità e la capacità di adattamento. Chi fa il planner facilmente si trova a lavorare per multinazionali sempre più strutturate dal punto di vista della dotazione di strumenti strategici formalizzati, che è necessario imparare a padroneggiare e applicare e contemporaneamente per piccole realtà, magari a forte impronta imprenditoriale, in cui la cultura di marketing e comunicazione è spesso poco sviluppata, se non addirittura mal vista (e l’aggettivo “pubblicitario” ha invariabilmente un’accezione negativa).

Terzo, la sintesi, intesa come capacità di riunire in un punto di vista semplice ma allo stesso tempo ricco e illuminante realtà multidimensionali e complesse.

Quarto, la disponibilità a cambiare idea. Anzi no.

C’è una particolare formazione che viene considerata indispensabile in fase di selezione di un giovane strategic planner?

L’esperienza mi dice qualsiasi. Oggi esistono molti corsi universitari che formano figure professionali orientate alla comunicazione: possono essere un buon punto di partenza per una formazione tecnica di base; per motivi biografici (io ho una laurea in Lettere Moderne) tendo a pensare che un orientamento umanistico possa costituire un piccolo vantaggio se non altro in termini di approccio generale allo studio e all’apprendimento a valle del percorso universitario, ma il poco che so l’ho imparato da un economista, quindi…

Quale aggiornamento culturale consigli a chi inizia questo mestiere?

Credo che oggi stiamo vivendo un momento di forte cambiamento in questo settore professionale. Il digitale è sempre più diffuso, ma mi pare che allo sviluppo delle tecnologie e delle tecniche di comunicazione non sia corrisposto un parallelo sviluppo dei modelli interpretativi sul funzionamento di questi nuovi mezzi. In altre parole, la TV perde di importanza come mezzo, ma il suo modello di influenza ancora non è stato sostituito da un “modello digitale”. Come faccio a vendere più detersivo con facebook? Mi pare che in verità non lo sappia nessuno, per via del fatto che i cambiamenti sono frenetici e la casistica limitata, per ovvi motivi. Trionfa l’empirismo, ancora. Dunque studiare e approfondire le conoscenze in questo campo può produrre un vantaggio nel medio periodo.

Accanto e connesso a questo tema, vi è quello dell’analisi: sempre più importante diverrà la capacità di padroneggiare ed estrarre valore dalla immane mole di dati che vengono prodotti quotidianamente.

C’è qualche suggerimento che vorresti dare a chi vuole intraprendere questa professione?

Leggi, cucina, viaggia, vai in bici più che puoi, nuota o corri, o gioca a calcio, studia, vai al cinema, fai delle foto ma non usare Instagram, impara a fare almeno tre cose nuove ogni anno, ascolta la musica, non ti stancare mai di scoprire cose nuove. Non scherzo. Dovrebbe distoglierti da questa insana tendenza. Se proprio non passa, manda un CV. Nel frattempo avrai fatto cose molto utili.

Cosa apprezzi di più in un colloquio a un futuro strategic planner?

Mi piace una ricca e variegata lista di hobby e interessi, oltre che di lingue conosciute. Questo è un mestiere in cui essere curiosi e appassionati è fondamentale.

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