Per fare un manager ci vuole un cactus

PB Ho ascoltato recentemente una intervista – su Radio Capital – a Niccolò Branca, autore del libro Per fare un manager ci vuole un fiore.

Precisando che non ho ancora letto il libro (è uscito per Mondadori a fine 2013 e affronta il tema della meditazione e della autoconsapevolezza nella gestione manageriale), che non conosco l’autore (è proprio il presidente delle distillerie Branca, quelle del Fernet), che forse mi sarebbe anche simpatico dato che dice di avere come ideale di manager una persona con la luce negli occhi e che tiene un blog (proprio come me e Paola con Trampolinodilancio), mi preme sottolineare che, spesso, per fare un manager ci vuole un cactus. O una clava, vedete voi.

E per non usare la metafora guerresca (si sente dal tono che ho iniziato il 2014 in trincea? Con un coltello tra i denti? ) che forse è troppo dura, troppo maschile, troppo fuori moda (ma che a volte ci azzecca eccome!) quella dello sport è forse l’area che ancora vedo più vicina alle dinamiche dell’impresa e della managerialità.

Se pensiamo a come si prepara un atleta, molti sono gli elementi che si possono mutuare per gestire la nostra carriera manageriale:

la cura della preparazione: “la preparazione è la metà del successo”  diceva un mio capo. Un tantino esigente, ma aveva ragione: gli imprevisti possono sempre presentarsi, ma non sottovalutiamo le situazioni che dobbiamo affrontare pensando che la nostra capacità di improvvisazione possa sempre farci uscire vincenti. Recentemente mi è capitato che un brillante avvocato abbia compromesso la relazione con un cliente perché, parlando sopra la voce di collaboratori forse meno carismatici ma più preparati, ha dato l’impressione al cliente che lo studio legale non si fosse occupato con la dovuta attenzione del caso in discussione.

la fatica dell’allenamento:  con lo studio, gli esercizi, le prove, la gavetta: d’altra parte se fosse solo divertimento perché dovrebbero pagarci per lavorare? E quale buon lavoro avete in mente (dalle Piramidi, alla Pastiera napoletana) che non sia il frutto di duro lavoro?

l’eccitazione della gara: quando è il tuo momento e le endorfine cancellano tutta la fatica e non fa più male e si dà il meglio di sé. Quando si scende nell’arena si vuole vincere, alla faccia di de Coubertin.

la competizione per il primato: la tensione verso il risultato, la capacità di misurarci e superarci. Il punteggio, la quota di mercato, il fatturato, la notorietà del marchio: i numeri non sono dei nemici, ma i nostri alleati per darci la posizione dei blocchi di partenza e per disegnare l’orizzonte del nostro obiettivo.

la lealtà verso l’avversario: in epoca in cui i bluff sono scoperti, le bolle sono scoppiate, che bello vedersi forti ma leali e trattare i nostri avversari come vorremmo essere noi trattati nella sconfitta. Perché è ben giusto anche partecipare. Alla faccia di de Coubertin

il gusto per la vittoria: e sì, diciamolo, che bello vincere! Non esiste un motivatore migliore del successo per essere spronati a fare sempre meglio! compresa la festa, le foto e i regali. Che professionalmente parlando sono una migliore visibilità, un migliore stipendio, una migliore posizione. Senza arroganza. Ma anche senza falsa modestia.

(nel frattempo ho sbirciato il sito  http://www.branca.it: ci sono un sacco di cose che mi piacciono, dal fatto che esista un museo visitabile al pubblico, al formidabile logo con l’aquila e il mondo: forse non leggo il libro, ma un bicchierino di PUNT E MES  – solo per come si racconta della sua nascita – me lo farei: che aiuti l’autoconsapevolezza? al limite mi solleverà l’umore).

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One thought on “Per fare un manager ci vuole un cactus

  1. Francesco ha detto:

    Che bell’articolo!!! 🙂
    Complimenti per la scelta. E’ davvero motivante!

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