Si stressi chi può, noi no.

stress interviewPC Continua la rassegna di consigli su come gestire un colloquio di lavoro di Giovanna Landi, la mia ex tesista appassionata di Personal Branding che questa volta ci racconta cosa può succedere durante una stress interview:

“Soffro lo stress…io soffro lo stress” è il famoso ritornello della canzone Boy Band dei Velvet. Se anche voi soffrite lo stress, iniziate a preoccuparvi perché l’ultima frontiera dei cacciatori di teste è proprio la Stress Interview. Affrontare un colloquio “normale”, non era già abbastanza stressante? Evidentemente no.

L’ultima tendenza per selezionare i candidati, infatti, vuole siano poste loro domande con un tono incalzante e aggressivo. Il tutto per non mettere a proprio agio l’interlocutore. Potrebbe capitarvi un selezionatore che si distrae appositamente fingendo di essere poco interessato o che fa lunghe pause di silenzio per testare la vostra capacità di gestire l’imbarazzo. Atteggiamenti che di primo acchito potrebbero sembrare scortesi, ma che in realtà sono parte di una strategia per testare il livello di resistenza allo stress e valutare come i candidati potrebbero reagire in situazioni particolarmente ostili sul luogo di lavoro. Queste domande “terribili” servono per mettere alla prova il vostro equilibrio, poiché fanno emergere il “vero io”. Sono fatte apposta per vedere come reagite sotto pressione scandagliando le profondità della fiducia che avete in voi stessi. Chi ricorre alla stress interview, dice un’indagine-test condotta dal Servizio Placement dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, è il 21% delle aziende, in alternativa o insieme alla classica prova individuale o di gruppo su un caso aziendale (32%), un test di personalità (26%), un test di logica (21%), o il colloquio in una lingua straniera (21%). In precedenza era una tecnica limitata alla selezione dei dirigenti, ma oggi è ormai diffusa in tutto il mondo professionale.

State già tremando? Non vi preoccupate, ho la soluzione. Cerchiamo di ridimensionare il fenomeno esorcizzandone insieme la paura.

Infatti, anche se avete il carattere di “Leone il cane fifone” e pensate che il vostro incubo peggiore possa concretizzarsi in una stress interview, una volta compreso che queste domande sono solo una versione amplificata di quelle molto più semplici e alle quali non avreste paura di rispondere, potete rimanere freddi e piuttosto calmi. In realtà, ogni interview è una stress interview, le domande negative e i trabocchetti dell’intervistatore, possono agire come catalizzatore della paura che già si ha. L’unico modo per combattere questa paura è essere preparati, sapere cosa il recruiter (chi conduce il colloquio e lo valuta) sta cercando di fare e anticipare le varie direzioni che prenderà la conversazione.

Ricordate: una stress interview è un colloquio normale ma con il volume al massimo, la musica è la stessa, solo più forte. La preparazione vi tranquillizzerà. Molte persone sprecano le loro chance reagendo a queste domande come se fossero insulti personali piuttosto che come sfide e opportunità di brillare. Sulla stress interview avrete sentito sicuramente storie dell’orrore, storie di colloqui impossibili, di domande insormontabili.

E allora, esorcizziamo di nuovo la paura, presentando un esempio di domande a catena:

  1. Sa lavorare sotto pressione?
  2. Bene, sarei interessato a saperne di più su un episodio in cui ha lavorato sotto pressione;
  3. Perché pensa che questa situazione si sia presentata?
  4. Quando è successo esattamente?
  5. Pensa che le altre persone coinvolte avrebbero potuto agire in maniera più responsabile?
  6. Chi aveva la responsabilità della situazione?
  7. In quale punto della catena dei passi da compiere, si potrebbe agire per evitare che situazioni del genere accadano di nuovo?

Abbiamo appena visto una batteria di sette domande. Immaginate di avere di fronte a voi un selezionatore che ve le pone a tutta velocità e iniziate a fare le prove.

Ecco altre domande. Esse non si riferiscono solo a colloqui posti a ragazzi giovani che muovono i primi passi nel mondo del lavoro, ma anche a professionisti con esperienza che hanno perso il lavoro o vogliono cambiarlo:

  • Qual è la sua maggiore debolezza?
  • Con il senno di poi, come avrebbe potuto migliorare i suoi progressi?
  • Per lei, quale tipo di decisione è più difficile da prendere?
  • Quale area di skill professionali vorrebbe migliorare in questo momento?
  • Ha mai avuto difficoltà finanziarie?
  • È disposto ad assumersi rischi calcolati, quando è strettamente necessario?
  • Qual è la cosa peggiore che ha sentito sull’azienda per la quale lavora?
  • Perché non si guadagna più alla sua età?
  • Vedo che ha lavorato per molto tempo presso un’azienda ma senza nessun aumento apprezzabile di salario e nessun avanzamento di carriera. Mi racconti di questo.
  • Come definirebbe la sua professione?
  • È mai stato licenziato? Perché?
  • Perché dovrei assumere un esterno come lei, quando potrei “riempire il posto” con qualcuno interno all’azienda?
  • Come mai è stato senza lavorare per così tanto tempo?
  • Perché cambia lavoro così spesso?
  • Perché vuole lasciare il suo attuale lavoro?
  • Perché ha lasciato il suo vecchio lavoro?
  • Cosa le interessa meno di questo lavoro?
  • Con che tipo di persone le piace lavorare?
  • Con che tipo di persone ha difficoltà a lavorare?
  • Ha mai lavorato bene e con successo con queste persone con le quali ha detto di avere difficoltà?
  • Come mi valuta come intervistatore?
  • Non sono sicuro che lei vada bene per questo lavoro;
  • Come si sentirebbe se le dicessi che la sua presentazione questo pomeriggio è stata pessima?

Tenete presente che una tecnica comune di stress interview è quella di iniziare con voi una piacevole conversazione, con una o una serie di domande apparentemente innocue. In questo modo vi faranno abbassare la guardia, per poi colpirvi alla sprovvista con una serie abbagliante di quesiti che vi lasceranno balbettanti.

Le domande della stress interview non vanno poi confuse con quelle che invece sono illegali ma che purtroppo vengono poste con sempre più frequenza: “Hai malattie ereditarie?”; “Quale religione pratichi?”; “Hai intenzione di avere dei bambini?”; “Qual è il tuo orientamento sessuale?”, “Qual è il tuo orientamento politico?”.

Bene, siamo arrivati alla fine di questa rassegna di domande ad alto tasso di stress. Quello che però bisogna avere chiaro è che non sono tanto le domande a mettere in difficoltà il candidato, quanto l’atteggiamento di disinteresse, indelicatezza e anaffettività mostrato dal recruiter.

Certo, un po’ di tensione ci vuole, altrimenti invece di “colloquio di lavoro” si chiamerebbe “chiacchierata al bar con gli amici” ma conoscere le mosse del “nemico” può essere già un buon inizio per vincere la battaglia e lo stress. E infatti, noi le mosse del nemico le conosciamo bene, visto che sappiamo le domande. Quello che non conosciamo per ora, sono le nostre mosse successive e dunque le risposte da dare. Le domande della stress interview e anche quelle illegali, possono essere infatti girate a proprio vantaggio o semplicemente evitate elegantemente.

Vi state agitando perché non sapete come rispondere? Non vi preoccupate, io ho la mia Bibbia personale e voglio condividerla con voi.

Si chiama “Great answer to tough interview questions”, è un libro di Martin John Yate ed è stato definito dal Financial Times come “The best book on job-hunting”. È in lingua inglese, ma non dovrebbe essere un problema visto che se invece lo fosse, i recruiter ci risparmierebbero anche lo stress del colloquio, perché non ci assumerebbero mai a prescindere.libro

Bene, adesso che abbiamo domande e risposte, si stressi chi può! Noi no.

Giovanna Landi

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Due generazioni che si devono ascoltare

PC Giovedì sono iniziate le lezioni del corso di Brand Lab che tengo insieme a Marco Lombardi in Iulm. Marco ha fatto una coinvolgente premessa nella quale ha tra l’altro raccontato che suo figlio si è appena laureato proprio nell’aula dove facevamo lezione e ha aggiunto che comprende molto bene le aspirazioni e difficoltà che condividono tutti quelli che come i nostri studenti si stanno per affacciare al mondo del lavoro.quick-to-listen1

Quando è stato il mio turno ho ammesso che invece per me la frequentazione dei Millennials – chi ha tra i 20 e in 30 anni – è  meno quotidiana (ho in casa un adolescente Nativo Digitale) e proprio per questo sono felice dell’opportunità che l’insegnamento in università mi offre di ascoltarli e capirli meglio.

Come Beppe Severgnini infatti credo che mescolare generazioni e talenti funzioni:  nell’aeroporto dove si svolge in suo primo spettacolo teatrale, che debutterà a Genova il 20, un professionista 50enne (Severgnini) rimane bloccato insieme a una giovane 28enne (Marta Isabella Rizi) per una notte, alla fine della quale lei avrà aiutato lui almeno quanto lui ha aiutato lei.

Il primo spettacolo teatrale di Severgnini

Il primo spettacolo teatrale di Severgnini

Condivido con Severgnini la convinzione che ascoltando i giovani si possa imparare moltissimo, superare tanti pregiudizi e acquisire una prospettiva diversa.

Tra l’altro nel mondo lavorativo la generazione che io e Patrizia  (la mia migliore amica e co-blogger) condividiamo con Severgnini (quella dei baby boomers, che inizia proprio con i nati nel 1964) entra sempre più spesso in contatto con quella dei Millennials, ed è per questo necessario e utile che entrambe si conoscano per poter collaborare e ottenere un reciproco vantaggio. Ecco alcuni consigli.

Alcune cose da sapere se siete un Millennial e avete un capo Baby Boomer:

  • ricordatevi che sotto una maschera da cinico nasconde un idealista che ama il suo lavoro e crede che sia importante lavorare per un’azienda con la quale si condividono dei valori. Fategli vedere che ci tenete anche voi e avrete subito il suo apprezzamento2013_cio_MillenBoomers_01 (1)
  • rispettate una certa gerarchia, ricordatevi che lui o lei si è formato in un ambiente dove si poteva parlare all’amministratore delegato solo dopo essere stato promosso quadro, e anche allora solo in risposta a una precisa domanda. Io stessa ho parlato per la prima volta con Lombardi quando ho dato le dimissioni, dopo tre anni che lavoravo in Young & Rubicam (fortunatamente a quel punto ho ottenuto la sua piena attenzione ed è nato un rapporto di reciproca stima professionale che dura da più di 25 anni!)
  • cercate di imparare da lui il più possibile: anche se a volte vi potrà sembrare un po’ presuntuoso e troppo sicuro di sé sono trent’anni che fa quel lavoro e qualcosa avrà ben imparato!

Alcune cose che dovete sapere siete un Baby Boomer e avete un collaboratore Millennials:

  • non aspettatevi che venga con giaccia e cravatta, o tailleur e camicetta. Il suo sogno è estendere il Casual Friday a tutta la settimana e se la cultura aziendale prevede un look più formale dovrete dirglielo esplicitamente.
  • Se potete assecondate il suo desiderio di lavorare con maggiore flessibilità e da casa (ma siate etici ed evitate trappole come quelle di Richard Branson di cui ha parlato Patrizia in un recente post)2013_cio_MillenBoomers_10
  • Ascoltate quello che suggerisce non solo perché l’essere ascoltato è un tassello fondamentale della sua motivazione, ma soprattutto perché – anche se usa un linguaggio poco tecnico e ortodosso- sicuramente avrà una prospettiva fresca e originale sul vostro settore e modo di lavorare.
  • Date feedback continui e veloci. Non dimenticatevi che è una generazione impaziente abituata ad essere in contatto con tutti, sempre, subito.

Mi piacerebbe completare questo elenco. Quindi gli amici coetanei che vogliono aggiungere qualcosa sono i benvenuti, come anche i Millennials che vogliono condividere cosa hanno imparato dalle prime esperienze di lavoro con boss Baby Boomer.

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Numeri, la grafica vi fa belli

PB  La mia amica Paola (nonché mia diletta co-blogger) è di quelle che prima di guardare le figure leggono la didascalia.


Di quelle che normalmente non urlano pestando i piedi, ma dicono ” sono arrabbiata”.


Una che , anche se non aveva mai cucinato in vita sua, si è lanciata- qualche anno fa –  in un risotto fragole e champagne, tanto aveva letto la ricetta, praticamente al primo appuntamento. L’allora fidanzato Carlo ancora ne ricorda la croccantezza. Il fatto che poi l’ abbia sposata, dopo tanta prova in cucina, rimane un mistero.

Insomma una che ha fiducia nelle parole, una che semantizza, che si fida delle letteratura.
Nonostante quindi un amore dichiarato per il congiuntivo, l’altro giorno, in una delle nostre consuete telefonate del mattino, mi parlava con un entusiasmo inedito dell’ infografica.

Stava rielaborando alcune tabelle per una lezione in università (Paola insegna in Iulm quando non cucina  risotti) con la nuova tecnica che consente di visualizzare le informazioni in modo veloce, efficace, gradevole. Una evoluzione della rappresentazione grafica, in un’ ottica anche estetica e non solo funzionale. Il design riesce a rendere belli, fruibili esteticamente anche le informazioni più complesse e numerose.

Un modo di gestire l’informazione che inverte il ruolo tra illustrazione e testo.

Anche la stampa, grazie all’infinita disponibilità di dati digitali, si misura nel confronto tra inchiesta giornalistica e ricerca scientifica: il 14 novembre, al Teatro dell’arte della Triennale di Milano la fondazione del Corriere della Sera ha organizzato un convegno per parlare del Data Journalism. Inserito all’ interno del programma di Bookcity ( a Milano dal 13 al 16 novembre) interviene anche Alberto Cairo docente alla School of communication dell ‘ University of Miami, che ha scritto  proprio un libro sull’infografica e la visualizzazione dell’informazione (L’arte funzionale -Pearson).

Chi di voi legge il Corriere ( soprattutto l’inserto La Lettura alla domenica) riconoscerà le bellissime tavole visive che dal 2011 vengono pubblicate a piena pagina sul quotidiano milanese, sofisticato esempio di infografica, che ora sono in mostra a Le mappe del sapere , sempre in Triennale, fino al 14 dicembre.

Un paio di giorni fa Ferruccio de Bortoli ha ritwittato da un blog americano l’immagine infografica degli Stati Uniti  colorati di marrone o azzurro a seconda della prevalenza di negozi di armi rispetto a musei.

Anche per chi ama le parole l’infografica ha fatto BOOM!

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Timeo danaos et dona ferentes

PB  Recentemente sono stata a Londra per un breve periodo. Con colleghi provenienti da diverse zone d’Europa – tutti attivi in posizioni di responsabilità nelle aziende di provenienza – si commentava la dichiarazione di Branson (fondatore di Virgin) relativa alla libertà di vacanza per i suoi dipendenti. Parrebbe infatti che i fortunati collaboratori dell’esuberante imprenditore non debbano più chiedere le ferie o dipendere da un monte giorni pre-assegnato, ma semplicemente fare tutte le vacanze che vogliono, quando vogliono, a patto di garantire che i loro risultati o quelli dei colleghi siano tutelati e non messi a rischio. Insomma , basterebbe essere sereni di essersi organizzati bene, di lasciare il tavolo senza pending e si può infilare un costume da bagno nello zaino.

Tifo da stadio per il geniale patron. Seguito da commenti garruli sulla liberalità e modernità delle imprese che promuovono il lavoro da casa, che hanno un sistema di scrivanie spersonalizzate in cui, quando si arriva in ufficio ci si sistema dove c’è posto, che forniscono strumenti informatici tali da non richiedere la nostra presenza fisica, la nostra voce.

Al rientro a Milano leggo di alcune aziende leader nella nuove tecnologie (Facebook, Apple) che, sensibili alle tematiche del lavoro al femminile, regalano alle loro collaboratrici il – costoso – congelamento degli ovuli in modo da essere supportate economicamente nella pianificazione della propria carriera e potere, quando l’orologio biologico battesse il tempo con petulanza, avere la facoltà di partorire anche con tempi più adeguati ai propri progetti.

Come mai di fronte a tanta liberalità (un sacco di vacanze, basta ore nel traffico, fecondazione assistita per tutti) e a tanti sorrisi compiaciuti a me si arriccia il naso?

Cos’è questo strano retrogusto amaro, a me che adoro lavorare, che mi fa solidarizzare più con il Cipputi di Altan che con le mamme ultraquarantenni della Silicon Valley?

Ebbene, quando il nemico ti fa un regalo, diffida. Temo i greci anche quando portano doni diceva il sacerdote inascoltato a Troia quando vide entrare il cavallo.

Il capo che vi consente di lavorare da casa, grosso modo sta invadendo i vostri spazi, per un tempo molto dilatato rispetto alle convenzionali 8 ore. Pagate per lui l’affitto dell’ufficio che avete ricavato dal sottoscala infilandoci una scrivania dell’Ikea accanto alla scarpiera.

Quello che vi dice di fare pure le vacanze quando volete, purché il vostro lavoro sia finito, vi indurrà a non fare mai le vacanze (non mi ricordo una sola volta in tutta la mia carriera in cui sono partita per il mare con la coscienza pulita).

Quello che vi paga il congelamento degli ovuli vi sta incitando a differire il tempo della maternità, dell’amore, della natura, a favore non solo della vostra carriera, ma soprattutto dei suoi obiettivi di quarter.

Ricordate che le regole non servono per i capi, per gli arrivati, ma per proteggere i più deboli. Una organizzazione senza regole non è liberale, ma dà spazio all’arbitrio.

Bene quindi alle vacanze quando c’è il sole, ai bambini quando vengono, a un capo che non si aspetta che leggiate le e mail a mezzanotte solo perché vi ha dato uno smartphone.

Buon lavoro!

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Tranquilli, i veri colloqui non sono (sempre) così

PC Le aziende hanno capito che in un periodo storico nel quale la ricerca del lavoro è una delle preoccupazioni e occupazioni principali dei giovani i video sui colloqui di lavoro vengono visti da molti giovani e non alla ricerca di trucchi per presentarsi più preparati. Ecco due divertenti video virali che due aziende, LG e Google Glass, hanno realizzato come parodia dei veri colloqui di lavoro, così da presentare in modo divertente e coinvolgente tutti i loro plus di prodotto.


Ne avevamo già parlato qualche mese fa quando vi abbiamo mostrato la dura selezione per entrare in Heineken, vedi https://trampolinodilancio.com/2013/02/22/la-dura-selezione-per-entrare-in-heineken-in-un-divertente-video/.

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Si può trasformare il web in una fonte di guadagno?

PC La possibilità di guadagnare con un blog o un sito e poter lavorare da casa è un’opportunità che interessa molti, a partire dai giovani che non hanno lavoro e si chiedono come crearselo sul web fino a chi ha un lavoro troppo impegnativo e cerca una soluzione che gli permetta di avere una fonte di guadagno, magari minore, ma godersi maggiormente gli affetti e la vita. Abbiamo chiesto a Barbara Siliquini, co-fondatrice di GenitoriChannel, un portale ricco di articoli, video, tutorial rivolti a mamme e papà, com’è riuscita a trasformare una passione e il web in una forma di guadagno.
Se volete un assaggio di quello che fa Barbara, guardatevi anche la ricetta che ha creato per il web magazine Vivaio di Padiglione Italia cucinata dalle sue bambine.

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Colloqui di lavoro: le domande più frequenti e quelle più bizzarre

PC Giovanna Landi, la mia ex tesista appassionata di personal branding, si sta preparando con l’usuale determinazione e scientificità ai colloqui di lavoro che presto dovrà sostenere. Ha gentilmente deciso di condividere con noi l’elenco delle domande che più spesso vengono rivolte all’intervistato durante un colloquio. Preparatevi le risposte!

“Per i lettori di Trampolinodilancio che ancora non mi conoscono, io sono una “vecchia” tesista della Dottoressa Paola Chiesa. Mi sono laureata in IULM in Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa e da Febbraio sto frequentando un Master in Marketing e Comunicazione presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi. Il Master prevede un periodo di stage a partire da gennaio 2015, perciò anche per me si sta avvicinando il fatidico momento dei colloqui di selezione.LANDI 1

Come segnala italentjob.com in un post sull’argomento, il colloquio è “il dramma di ogni neo laureato, il rito di passaggio tra ciò che hai studiato e ciò che dovrai dimostrare. Alcuni lo vedono come una sfida, altri come una condanna al patibolo. In ogni caso, tutti sentono addosso quell’ansia da prestazione”. Per stemperare la tensione, ho pensato di riportarvi le domande tipiche che i selezionatori pongono ai candidati durante i colloqui di selezione perché si sa che non c’è calmante migliore della preparazione.

Il colloquio, pensandoci bene, potrebbe essere associato a un esame universitario. Vi è mai capitato durante la preparazione a un esame, di esercitarvi dando delle ipotetiche risposte a domande uscite nelle prove degli anni o degli appelli precedenti?  Sicuramente sì, e il colloquio di lavoro, per certi versi, e con la dovuta cautela, senza voler banalizzare troppo, altro non è che un esame di cui conosciamo a priori le domande. E se conosciamo le domande tipiche, proprio perché sono tipiche e la probabilità che capitino anche a noi è alta, sarebbe da stupidi non iniziare a ragionarci fin da subito.

Ecco una lista:

  • Mi racconta qualcosa di lei? (È come quando a scuola, l’insegnante dice “parti da un argomento a piacere”, serve a metterci a nostro agio);
  • Mi può dire tre suoi pregi e tre difetti? (Oltre a citarli, bisogna fornire esempi di comportamenti e di situazioni che abbiamo vissuto e che dimostrano quello che stiamo dicendo. Tipo: “Sono molto ambiziosa, per esempio, durante un progetto all’Università…”);
  • Quali sono i suoi punti di forza? E quelli di debolezza?
  • Cosa direbbe di lei un suo amico e cosa un suo nemico?
  • Cosa si aspetta da questo lavoro? Quale competenza vorrebbe migliorare lavorando per noi?
  • Come si vede tra cinque anni?Quali sono i suoi piani per il futuro? (Nessuno assume persone che non sanno cosa vogliono fare “da grandi”, altrimenti ve lo dico subito cosa saremo tra 5 anni se non siamo in grado di rispondere a questa domanda: disoccupati);
  • Quale università ha frequentato e perché ha scelto proprio questa?
  • Potrebbe raccontarmi qualcosa che ha imparato all’università e che potrebbe essere utile in questo lavoro?
  • Le piace il lavoro routinario?
  • Cosa sa della nostra azienda? La conosce? (Ovvio che sì. Come minimo dovrete aver passato l’ultima settimana sul sito aziendale e saperne “vita, morte e miracoli”);
  • Ha qualche domanda da porci? (Non rispondere mai di no. Certo che abbiamo domande da porre, si tratta del lavoro dei nostri sogni e siamo motivati al massimo, o perlomeno questo dovrebbe essere il mood giusto. Durante il primo colloquio evitare domande come “Quanto si guadagna?” o “Chiudete ad agosto?”, sareste automaticamente fuori);
  • Perché pensa che potrebbe piacerle questo lavoro?
  • Pensa di essere adatto a questo ruolo?
  • Cosa pensa di dare alla nostra azienda?
  • Potrebbe definirsi un problem-solver? (Rispondere citando situazioni in cui emerge questa qualità);
  • Qual è il suo livello di energia? Descriva una giornata tipo. (Qui bisogna rispondere in modo che il selezionatore capisca che sappiamo usare il tempo a disposizione e pianificare gli impegni)
  • Perché vuole lavorare qui? Cosa le interessa di più di questo lavoro?
  • Sarebbe disponibile ad andare dove l’azienda decide di mandarla?
  • Perché dovrei assumerla?
  • Cosa può fare per noi che nessun altro può?
  • Come farebbe ad andare d’accordo con differenti tipi di persone? Quali difficoltà le è capitato di affrontare quando ha lavorato con persone con interessi e background differenti dai suoi?
  • Si dia un punteggio da 1 a 10;
  • Cosa la preoccupa maggiormente?
  • Qual è la situazione più difficile che ha dovuto affrontare?
  • Quali caratteristiche personali sono necessarie per avere successo nel suo campo?
  • Preferisce lavorare da solo o con gli altri?
  • Spieghi il suo ruolo come “team member”;
  • Si considera un “natural leader” o un “born follower”?
  • Ha un appuntamento dal medico a mezzogiorno per il quale ha aspettato due settimane. Un meeting urgente viene programmato all’ultimo momento. Cosa fa?

Durante la preparazione degli esami, dopo aver imparato i concetti e aver preparato eventuali risposte alle domande più probabili, si può dire che lo studio è finito. Beh, forse per la maggior parte degli studenti è così, non di certo per me. Io, infatti, durante la preparazione agli esami mi trasformo in una sorta di Marzullo che si pone le domande e si risponde da solo. Sono sempre stata (e continuo a essere) una di quelle che mentre studia tenta di rispondere a domande fortemente improbabili, quasi impossibili, domande che nessuno si sognerà mai di porre in quanto sfiorano la filosofia e la metafisica, quasi domande esistenziali. E, se è vero che il colloquio è come un esame universitario, e che come tale va preparato, adesso per me arriva la fase delle domande impossibili, la fase del “e se mi chiedesse…”. In realtà molte aziende sono anche più fantasiose di me.

Ho pensato di riportarvi le domande più bizzarre alle quali potreste essere sottoposti una volta varcata la soglia di quell’ufficio tanto temuto, più comunemente conosciuto come Risorse Umane:

Ecco a voi le più celebri stranezze provenienti da alcune famose aziende:

  • Qual è la filosofia delle arti marziali? (Capital One)
  • Quale supereroe sceglierebbe di impersonare? (AT&T)
  • Che soluzione troverebbe alla fame nel mondo? (Amazon)
  • Come metterebbe un elefante in un congelatore? (Horizon Groupm Properties)

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  • Cosa ne pensa dei nani da giardino? (Trader Joe’s)
  • Cosa farebbe se ereditasse una pizzeria da suo zio? (Volkswagen)
  • La vita la affascina? (Ernst&Young)
  • Se i tedeschi fossero il popolo più alto del mondo, come lo dimostrerebbe? (HP)
  • In quante differenti modalità può raccogliere l’acqua da un lago e portarla dai piedi di una montagna fino alla cima?(Disney)
  • Nel 2008 quanti soldi hanno speso gli abitanti di Dallas in benzina? (American Airlines)
  • Quante persone stanno usando Facebook a San Francisco alle 14.30 di venerdì? (Google)

Di queste altre domande non ho trovato l’azienda in questione ma sono state poste ultimamente ad alcuni “malcapitati”:

  • Mi racconti una storia;
  • Sta organizzando un party. Scelga dieci personaggi famosi da invitare e ci spieghi perché;
  • Si presenti con analogia a un animale;
  • Quanto vale il mercato degli spazzolini da denti?
  • Che cosa porterebbe con lei su un’isola deserta?
  • Mi venda questa penna. (Converrebbe rivedere il film “The Wolf of Wall Street”. Cliccando qui, potrete rivedere il video delle scene in questione).

Questi sono solo alcuni dei quesiti più particolari richiesti durante i colloqui di celebri multinazionali e non è fantascienza o un qualcosa che “capita solo in America”. Pochi giorni fa ho sentito telefonicamente un amico e mi ha raccontato che durante un colloquio gli hanno dato carta e penna ed è stato sottoposto a questa domanda: “Secondo lei quante palline da ping pong entrano in questa stanza?”. Domande come questa potrebbero provocare un senso d’ansia o di smarrimento, ma a tutto ciò c’è un perché. Chi pone queste domande desidera analizzare l’elasticità mentale dell’individuo, la sua capacità di problem solving anche in situazioni fuori dal comune e il suo modo di approcciarsi alle sfide. A queste domande non esiste risposta giusta, i selezionatori vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress (al riguardo a breve pubblicherò un articolo ad alta tensione riguardo un nuovo “sport estremo”: la stress interview). La finalità è dunque solo quella di verificare la modalità di ragionamento del candidato, testarne i valori e la determinazione, le capacità logiche e le tecniche di ragionamento. Inoltre, questa procedura è un modo per attuare un confronto tra le risposte degli altri candidati e valutarne la migliore. La cosa importante da tenere a mente è che queste domande, pur essendo una piccola parte di tutto il processo riguardante il colloquio di lavoro, possono rivelarsi utili a stimolare un vostro lato creativo che non sapevate di avere. Se questo articolo vi creato un po’ di tensione, pensate al colloquio di lavoro come se fosse un quiz a premi. E pensatevi come concorrenti particolarmente fortunati perché, oltre a conoscere le domande in anticipo, avete sempre a disposizione i tre famosi aiuti. Qui, però, piuttosto che “aiuto del pubblico”, “telefonata a casa” e “50:50”, ci sono la preparazione, la motivazione e un pizzico di fortuna che non guasta mai. Il premio del “Chi vuol essere assunto”, tuttavia, vale più del famoso milione, esso è un solido mattoncino per iniziare a costruire le basi del proprio futuro e per iniziare a farsi strada nel mondo del lavoro.”

Giovanna Landi

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NELLA VOSTRA CASSETTA DEGLI ATTREZZI NON DIMENTICATE LA RESILIENZA

PC Ieri ho ripassato la lezione che farò domani al Corso di Tecniche Pubblicitarie in Iulm: si chiama Tool Kit – cassetta degli attrezzi – ed è una carrellata di varie tattiche pubblicitarie che si possono usare quando si sviluppa una campagna. Come mi ha giustamente fatto notare Marco Lombardi sono delle “simulazioni”: il creativo conosce bene le caratteristiche del prodotto che deve pubblicizzare e prova diversi strumenti per cercare di individuare quello più efficace. Prova per esempio a portare il beneficio del prodotto alle sue conseguenze estreme: un reggiseno Wonderbra sostiene il seno talmente bene che i piedi di colei che lo indossa si abbronzeranno solo a metà.

wonderbra

Wonderbra

Oppure prova a vedere cosa succede se usa un’iperbole volutamente estrema del benefit del prodotto: se un cerotto è davvero flessibile allora anche Hulk lo può usare, senza paura che nella trasformazione si strappi (a proposito, avete notato che nel classico fumetto le magliette che Hulk indossa si riducono in brandelli e spariscono lasciandolo a torso nudo, mentre i pantaloni si limitano a diventare corti e sbrindellati, ma continuano a coprire ciò che non si può mostrare? Miracoli del tessuto stretch?).

Bandaid

Bandaid

Mentre mi preparavo quindi a spiegare l’utilità di conoscere la cassetta degli attrezzi per capire che uno stesso prodotto può essere presentato in molti modi diversi mi sono ritrovata a pensare che anche a chi cerca lavoro può essere utile un’attività di simulazione guidata, che si tratti di un giovane che ancora deve trovare la sua strada o di un dirigente cinquantenne che si trova a doverla cercare nuovamente.

Questo perché il contesto nel quale da qualche anno viviamo ci costringe ad essere resilienti, cioè flessibili, agili, allenati, come spiega molto bene un articolo sul Corriere della Sera di sabato.

La resilienza è la capacità di un metallo o di una struttura di resistere a un urto improvviso senza spezzarsi. È quella qualità che alcuni esseri umani possiedono più di altri e permette per esempio ad Alex Zanardi di correre l’11 ottobre l’Ironman Hawaii insieme ai normodotati.

È un termine che sta velocemente diventando di moda (era una delle “parole del cibo” al Festival di Mantova del mese scorso, l’ha usata Obama per spiegare come gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi, Andrew Zolli ci ha scritto un saggio pubblicato da Rizzoli) perché esprime perfettamente un imperativo categorico di questi anni: la capacità di vedere la crisi come una sfida da superare e non come un ostacolo insormontabile.

Tornando alle simulazioni utili per vendere un prodotto, un disoccupato resiliente è quello che cerca alternative per vendere il prodotto se stesso, provando a vedere nel cambiamento una fase della vita lavorativa, non un fermo totale; è quello che prova, con flessibilità, a immaginarsi in un altro contesto; che cerca di figurarsi cosa succederebbe se un suo benefit secondario diventasse quello principale, come quando un hobby si trasforma in lavoro; in sintesi è quello che rimbalza dopo una caduta (resilio in latino significa proprio rimbalzare) e arriva di nuovo in una posizione che lo rende felice, anche se diversa dalla precedente.

David Parsons nella bellissima foto di Lois Greefield

David Parsons nella bellissima foto di Lois Greefield

Come sottolinea Anna Maria Testa, in un post uscito sul suo Nuovo e Utile e su Internazionale, in questa capacità di rafforzarsi superando delle difficoltà “c’entrano senso di identità, fiducia in se stessi, forti convinzioni, capacità di avere relazioni, di creare nuovi legami con altre persone e di solidarizzare, di condividere, di restare aperti, di coltivare l’ottimismo e di immaginare. Non a caso, la resilienza è una componente  (e anche un dono) della creatività.”

Il che ci riporta alla lezione di martedì che spero quindi sia doppiamente utile ai miei studenti.

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A scuola per imparare a lavorare o per essere uomini liberi?

PB Da quando io e Paola abbiamo iniziato a fare il blog molte volte ci siamo trovate a parlare di formazione e a discutere di come arrivare preparati, dopo gli studi, alla vita e al lavoro.

Paola, per Vivaio (web magazine che Padiglione Italia Expo2015 ha dedicato al dialogo con la scuola) ha recentemente intervistato Nuccio Ordine, filosofo e autore di “L’utilità dell’inutile”, edito da Bompiani. Ne emerge un manifesto per una scuola che non imponga ai quattordicenni di sapere già che cosa studiare per essere dei professionisti, ma che formi l’uomo, lo renda capace di scegliere, di conoscere, di essere libero.

Condivido pienamente le sue parole. Ma – dato che il dibattito non è banale, le voci non sono unanimi e la formazione dei ragazzi italiani non sempre è ineccepibile – aggiungo un paio di considerazioni, pragmatiche e personali:

1)  Il Tempo della formazione inutile: il liceo è il luogo privilegiato dove studiare senza risparmiarsi materie che paiono avulse dalla realtà e non hanno nulla di apparentemente utile per sopravvivere.

Viva il latino, la formazione a testuggine delle legioni romane, le equazioni di secondo grado, la tettonica a zolle.

Avere capito che una espressione algebrica è il modo di disegnare una curva quando non hai a disposizioni matite colorate, mi è stato molto più utile nella vita professionale rispetto ad alcune indispensabili conoscenze tecniche che sono diventate obsolete dopo un battito di ciglia e che ho aggiornato senza fatica lavorando (ogni riferimento al fax, alle pellicole di stampa, ai pony express, ai floppy disk, alle video cassette e alle polaroid non è affatto casuale).

2)  Due eccezioni che confermano la regola in cui l’utile è indispensabile: dovete sapere l’inglese (non la letteratura, la storia, ma proprio essere capaci di chiamare un albergo negli Stati Uniti per sapere se ha camere con la vasca da bagno al posto della doccia. Lo dovete saper fare se, come me, al primo lavoro avete dovuto gestire un corpo di ballo in tournèe. I ballerini hanno bisogno della vasca) e dovete avere la patente (non solo aver passato l’esame, ma essere in grado di accendere l’automobile, muovervi, parcheggiare. Durante l’università io e i miei compagni di corso di Storia del Teatro abbiamo dovuto fare da taxisti ai docenti universitari che arrivavano a Milano per l’anniversario della Rivoluzione Francese. Se non ricordo male , fare il driver ci è valso, se non la lode, almeno conversazioni elevatissime al semaforo).

Si tratta delle due uniche arti indispensabili che mi vengono in mente che bisogna già conoscere al primo stage. Tutto il resto delle cose “utili” lo imparerete al tavolo del vostro capo o del vostro mentore.

P.S. guardate l’intervista di Nuccio Ordine, buttate la simulazione del piano di marketing e leggete l’Eneide.

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“SIETE PROFESSIONISTI IN SVILUPPO, NON CERCATORI DI POSTO!”

PC Ricevo e pubblico come sempre molto volentieri da Giovanna Landi, la studentessa che si è laureata con me brillantemente con una tesi sul personal branding, un post che riprende una lezione del primo anno in Iulm che per lei, e spero anche per i nostri lettori, è stata illuminante. Vi ci ritroverete alcuni nostri cavalli di battaglia: il personal branding, l’inglese, il digitale, l’apertura e la curiosità. E un appello a non intendere l’università solo come un modo di trovare un posto di lavoro ma come un progressivo sviluppo della propria professionalità.immagine post landi 1

Giovanna Landi: Durante le vacanze estive, ho deciso di dedicare un pomeriggio alla pulizia dei file sparsi nelle varie cartelle presenti sul mio Mac.

Nella cartella “registrazioni IULM”, conservavo ancora le riproduzioni audio di qualche lezione durante la quale il Prof. andava troppo veloce anche per una mano rapida come la mia, e di alcune testimonianze aziendali. D’istinto le ho eliminate visto che mi sono già laureata e che comunque di molte di esse ne conservo le sbobinature. Altrettanto d’istinto, però, il mio sguardo è stato attirato da un file audio da me rinominato “lezione RP su requisiti per lavorare”, lo ascolto e cerco i relativi appunti sul mio vecchio quaderno. Scopro che si tratta di una lezione del mio primo anno di università tenuta dal docente di Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa, il Professor Emanuele Invernizzi. Risale all’1/03/2011, eppure, riascoltandola, mi sembra attuale più che mai e molto utile per chi, come me, vorrebbe intraprendere una carriera nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche. Proprio per questo, voglio condividerla con i lettori di Trampolinodilancio, soprattutto con chi è all’inizio del proprio percorso, come lo ero io quattro anni fa, ma non ha ancora avuto la fortuna di avere un tale stimolo da parte dei propri docenti. Durante l’incontro, oltre al Professor Invernizzi, sono intervenuti il Dottor Furio Garbagnati, CEO di Weber Shandwick Italia, che rappresenta dunque il mondo delle agenzie e il Dottor Daniele Rosa, direttore comunicazione di Bayer Italia, in rappresentanza del mondo impresa. Ciascuno di loro ha fornito il proprio punto di vista sul tema di questo incontro.

Eccone un estratto:

Professor Emanuele Invernizzi: “L’obiettivo di questo incontro è sostanzialmente quello di cercare di rispondere a una domanda che credo vi dovrebbe stare molto a cuore. Siete al primo anno, d’accordo, però guardate lontano, ed esattamente guardate al momento in cui entrerete nel mercato del lavoro. Allora, la domanda da porsi (e a nostro avviso da porsi subito) è: “Che cosa fare, a partire da subito, per predispormi e arrivare al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro, avendo sviluppato al massimo quello che i tecnici di questo argomento chiamano l’impiegabilità?” Il che non vuol dire la percentuale di probabilità di trovare un posto di lavoro. Tasso d’impiegabilità vuol dire la potenzialità che ciascuno ha di svolgere un lavoro con successo, un lavoro professionale. In termini generali, è la probabilità di essere richiesto dal mercato del lavoro. Bisogna quindi chiedersi: “Quando mi presento, ho delle caratteristiche per cui sono attraente? Come posso sviluppare questa capacità di esserlo? Non “Come faccio a trovare un posticino?”. Perché è solo così, è solo se si guarda lontano, se ci si pongono degli obiettivi ambiziosi, che si può ottenere qualcosa. Se si viaggia bassi, non si ottiene niente. Il che non vuol dire ovviamente essere presuntuosi. Il primo giorno che ci siamo incontrati, durante la prima lezione, siete stati tutti da me nominati “professionisti in sviluppo”, ma adesso che avete questa nomina, dovete riempirla di contenuti”.

Dott. Furio Garbagnati: “Faccio questo mestiere da tempo, eppure mi piace sempre e questo è già un buon viatico. È un mestiere che cambia, è un mestiere cui ci si appassiona ma che non ha nulla di routinario, sostanzialmente è qualche cosa che bisogna conquistare e vivere giorno dopo giorno.

In genere non mi piace dare consigli agli studenti perché penso che ognuno debba fare il proprio percorso, però ci sono alcune cose che ritengo indispensabili e pertanto voglio condividerle con voi. Al di là di quella che è la formazione, e voi tra l’altro avete la fortuna di essere in uno dei pochi centri formativi del nostro settore che io stimo, perché non ho un’altissima opinione delle varie scuole e master di comunicazione; al di là di quella che è la cultura generale di base, che nel nostro mestiere è estremamente importante; al di là anche di alcune technicality che sono quelle che poi si usano nel lavoro quotidiano; vi sono alcuni punti che secondo me sono molto importanti per chi dovrà affrontare il mercato del lavoro nei prossimi anni:

  1. Cercate di definire e farvi un’idea di che cosa in realtà volete fare. Anche il nostro mondo è diventato sempre più specializzato e specialistico. Noi comunicatori oggi dobbiamo essere in grado di parlare il linguaggio dei nostri stakeholders. Non basta più conoscere quelle che sono le tecniche, che erano alla base quando iniziai questa professione, molti anni fa, ma è necessario conoscere i linguaggi specifici. Questo significa che se dobbiamo assumere qualcuno che si occupi di comunicazione finanziaria, vogliamo che questa persona conosca il linguaggio della finanza. Se dobbiamo assumere un consumer PR, il requisito necessario sarà conoscere il linguaggio del marketing. E così via fino a specializzazioni più sottili, per esempio health, tech, public affairs. L’elemento specializzazione, quindi, diventa sempre più importante. Non possiamo pretendere che chi esce da un percorso formativo abbia già fatto le sue scelte in questo senso, però dovete avere la consapevolezza che sono scelte che vengono richieste;
  2. Altro elemento basic è la conoscenza dell’inglese. Finché non diventerà il cinese, l’inglese è ancora la lingua dominante. Non si fa questo mestiere se non si conosce l’inglese. Dal punto di vista delle agenzie, ma penso anche da quello delle imprese, questo è un punto di vista insormontabile. Noi non guardiamo un cv se non vi è scritto “inglese fluente”. Questo è un dato di fatto. Quando si dice sapere l’inglese si intende saper lavorare in inglese. Sapete qual è la prova del nove? Fare una telefonata di lavoro con una persona che sta negli USA o in Inghilterra. Siete capaci di farla?
  3. Il terzo punto riguarda una questione che sta emergendo sempre più in questi ultimi anni, e cioè il fatto che tutti voi dovete essere “digitalizzati”. Forse ultimamente si è abusato di parole come “social media”, “digital”, ve ne avranno parlato fino alla nausea, ma non vi è dubbio che il mondo della comunicazione da questo punto di vista, è molto cambiato. Sono cambiati gli stakeholders, che si sono segmentati in gruppi e community e bisogna essere in grado ancora una volta di parlare il loro stesso linguaggio. Il linguaggio digital è un linguaggio totalmente diverso da quello tradizionale. Oggi, nelle nostre strutture non abbiamo, se non in rari casi, comunicatori digitali. Abbiamo i cosiddetti “smanettatori”, cioè coloro che sanno andare su internet, sanno navigare, ma non conoscono gli strumenti oppure abbiamo comunicatori che non conoscono il linguaggio digitale. Altra cosa che chiediamo quindi a tutti quelli che vengono a lavorare da noi, è che siano in grado di utilizzare il mezzo senza essere per forza esperti, tenendo conto che non è un mezzo fine a se stesso ma è un ambiente di cui bisogna conoscere i paradigmi ed i linguaggi;
  4. Un altro consiglio più dal punto di vista personale che professionale, è che questo mestiere si fa solo se si ha curiosità verso il mondo. Non è un mestiere che si fa nel chiuso di una stanza. È un mestiere per cui bisogna avere antenne aperte, per cui bisogna muoversi, navigare su internet, aprirsi, andare a teatro, a vedere le mostre d’arte, nei bar, bisogna capire che cosa succede nel mondo e soprattutto avere la volontà di capirlo, perché se non si ha questa volontà, non si può crescere e non si possono interiorizzare i movimenti così veloci e dinamici che il mondo attuale presenta;
  5. L’ultimo aspetto è una riflessione su quelli che possono essere i modelli di carriera. Essi possono essere molteplici anche in un’agenzia, non solo in azienda:

– Esiste un modello di carriera manageriale che fa riferimento al ruolo di accounting, cioè la capacità di gestire il cliente, di relazionarsi, e di gestire nel tempo un numero sempre maggiore di clienti;

– Il modello professionale puro, che è il modello progettuale. Esistono delle persone che hanno delle attitudini progettuali che vanno coltivate;

– il modello relazionale che fa riferimento soprattutto a chi seguirà gli uffici stampa che, sebbene non più centrali come un tempo, ancora oggi costituiscono il 65-70% dell’attività di un’agenzia”.

Dottor Daniele Rosa: “Credo che Furio abbia tracciato un quadro assolutamente esaustivo di quella che è la professione, io, invece, vorrei fare delle riflessioni un po’ più di pancia.  Nel nostro paese c’è il 30% di disoccupazione tra i giovani (nel frattempo purtroppo il dato si è avvicinato al 40% ndr), però voi siete in un settore che è molto ricercato dalla società, perché essa ha sempre più bisogno di gente che crei immagine per qualcosa. Se faccio un passo indietro nella storia, si nota chiaramente che nel dopoguerra, c’era necessità di tutto, di fare qualunque cosa, per esempio trovare le macchine per fare le scarpe. Adesso l’imprenditore non ha più questa preoccupazione, il suo problema, ora, è riuscire a vendere le scarpe che produce. Per questo motivo, egli deve riuscire ad accendere la luce sul proprio prodotto che è solo uno fra i tanti altri che ci sono sul mercato. E chi gli fa fare questo salto di qualità? Sicuramente il comunicatore, che gli permette di creare una strategia per fare pubblicità e comunicazione. La nostra è una società dell’immagine. Se io vi chiedessi qual è l’azienda alimentare di tortellini che conoscete maggiormente, rispondereste tutti Rana. Probabilmente i suoi tortellini sono davvero i più buoni, ma non è questo, il punto è che ha fatto un’operazione di comunicazione fortissima che le ha permesso di avere visibilità. Allora, sempre più abbiamo bisogno di persone che sappiano dirigere l’orchestra della comunicazione e dell’immagine e ne abbiamo bisogno nelle agenzie ma anche nelle aziende. Però, vi è anche un però. La gente che esce dall’università, esce preparata, ma bisognerebbe fare un salto di qualità perché questo non è un lavoro che necessita solo di technicality, “tu sai bene l’inglese”, “tu hai un bel sorriso”, e finisce lì. C’è bisogno di qualcosa di più, ci vuole un sacro fuoco dentro. Bisogna in qualche modo correre dietro al lavoro, anzi, andare avanti e oltre al lavoro, perché questo non è un lavoro in cui entrate nell’azienda, vi mettete dietro la scrivania, vi danno la vostra targhetta e poi vi arriva il lavoro. La nostra professione non si pacchettizza, è una professione tailor-made, ognuno di noi a qualsiasi livello gerarchico, è sempre in prima linea. Quando si deve costruire qualcosa, è sempre qualcosa di specifico, che raramente, se non nelle pure technicality, trova riscontro in qualche cosa che è stato fatto prima.  Questa ansia positiva imprenditoriale è senza dubbio qualcosa di molto importante perché quello che si fa è il proprio prodotto che è diverso da quello del proprio vicino e può essere più o meno adatto a quello del cliente. Questo è un lavoro che in qualche modo dovete prendere, inventarvi, a qualsiasi livello. E qui vi devo dire che, vedendo spesso molti giovani che arrivano da noi a fare gli stagisti, ho costatato che, pur essendo preparati, sono timidi quando si tratta di rubare il lavoro a qualcuno, hanno veramente paura, e questo è un grosso limite. C’è anche un altro limite che però probabilmente è un po’ più legato al nostro essere italiani e quindi al nostro essere molto legati ai nostri confini. Questo mi è capitato diverse volte. Avevo delle stagiste e alla fine del periodo di stage mi hanno chiesto se fosse possibile poter rimanere visto che si erano appassionate a questo lavoro. Io risposi: “Qui non riusciamo a tenervi, ma posso parlare con qualche mio collega all’estero”. Allora faccio un giro di telefonate e dico a una di loro: “Senti, avrei due belle occasioni: dovresti andare un anno a Singapore e poi un anno in Argentina”. Mi guarda e dice: “Ci devo un attimo pensare”. Torna il giorno dopo, io me l’aspettavo già con la valigia in mano pronta per partire, invece mi dice: “No perché ho questo fidanzato che mi ha detto che non posso”. Adesso l’ho buttata un po’ sul ridere ma è la verità. Quello che è importante in questo lavoro, è che va bene, voi siete nel posto giusto, le technicality ve le danno, è il momento storico utile per chi fa immagine, però è anche vero che questo è un lavoro che ha il grande vantaggio di essere creativo, e che nessuno ti ruberà mai perché puoi portare veramente innovazione, puoi fare comunicazione innovativa stravolgendo le regole. Questa cosa è bellissima però bisogna veramente rimboccarsi le maniche e mordere tutto quello che c’è, avere voglia di fare e voglia di correre dietro a questo lavoro.

Ho ancora tre considerazioni da fare. Innanzitutto la prima cosa che dovete chiedervi se volete fare comunicazione e cambiare l’immagine di un’azienda o di un cliente, è se siete capaci voi di creare una vostra immagine. Quindi curate fortemente il vostro approccio nei confronti degli altri e quando entrate in un nuovo gruppo di amici, cominciate a chiedervi che tipo di immagine proponete agli altri. Questa è già una bella cartina di tornasole. La seconda considerazione riguarda le competenze tecniche di base acquisite all’università, perché bisogna comunque vedere come vi approcciate ad essa. Tutti voi fate due corsi di RP, ma come li fate? All’esame si può prendere 18 o 30, si possono frequentare le lezioni oppure no, fare o meno uno stage. L’ultimo aspetto riguarda il rapporto con l’azienda. Una volta era di tipo fiduciario, io entro e tu mi garantisci per la vita lo stipendio e non ti chiedo altro. Adesso non è più così, il rapporto non è più fiduciario e l’azienda molto facilmente cambia, si muove, è una società “liquida” e quindi il posto di lavoro non è per l’eternità. Quindi quello che dovete chiedere a un’azienda, non è tanto la sicurezza del posto di lavoro ma quanto questa azienda vi farà crescere, perché più vi farà crescere e più sarete vendibili all’esterno e diventerete molto più ricchi a prescindere dallo stipendio vero e proprio”.

Professor Emanuele Invernizzi: “Come abbiamo visto, vi sono delle caratteristiche che bisogna avere per essere presi in considerazione, senza le quali si è fuori, non si ha speranza, a meno che non sia vostro zio a darvi un lavoro.  La “condicio sine qua non”, per dirlo in latino. Per il resto, l’avete studiato in organizzazione del lavoro che non esiste la “one best way”. Ciascuno può avere un suo percorso che ha una logica, un senso, ed è attraente in se stesso, quindi non ci sono caratteristiche che definiscono un percorso ideale. Come mi dicono spesso i selezionatori del personale, quando valutano un Cv oltre a vedere i diplomi, i master, guardano in parallelo anche la vita dell’individuo. Se nel tuo Cv hai scritto che hai girato un po’ il mondo, anche a fare il trapper, dai l’impressione che hai un qualcosa in più di una persona che parla tante lingue ma è stato sempre nei confini di casa sua.

La chiave del successo è essere imprenditori di se stessi, non considerarsi dipendenti ma imprenditori. Il che significa che se uno è imprenditore, non gli capiterà mai di fare l’errore tragico che lo “sega” al colloquio di chiedere “Quante ferie ho?” ma imparerà a pensare a cosa potrà ottenere facendo quel lavoro, cosa riuscirà a imparare e a dare.

Dovete essere attivi e proattivi, sennò succede che quelli come voi non trovano lavoro ma quelli come noi non trovano persone giuste da assumere. Per me inviare il cv è come buttarlo nel cestino. Ho esagerato ma è per dire che non basta. Bisogna invece cercare di costruirsi delle occasioni e cercarle in giro, perché ci sono. Partecipare a eventi in cui ci si può relazionare con qualche professionista, e le fonti online al riguardo sono tante.

Dimenticatevi che il vostro obiettivo da qui a tre anni sia quello di prendervi il pezzo di carta e poi mandare il cv, perché questa è solo una dimensione. A questa ne dovete aggiungere molte altre, sennò il valore è zero. Il corso di laurea è uno strumento di base al quale bisogna aggiungere tutte le cose che abbiamo detto. Allora sì che lo si valorizza. Certo, nelle relazioni pubbliche l’aspetto relazionale e imprenditoriale è molto più apprezzato perché se dovete occuparvi di relazioni pubbliche e poi non lo sapete fare per voi stessi, non andrete lontano, ma è un discorso che vale per qualsiasi facoltà”.

Spero che riportando le parole dei relatori, sia riuscita a farvi partecipare anche se solo virtualmente, a uno degli incontri che mi hanno segnata maggiormente durante il mio percorso universitario. Dico questo perché quando si è al primo anno, di solito ci si sente un po’ smarriti, non si hanno le idee molto chiare, qualcuno inizia ad avere dubbi sulla scelta fatta e qualcun altro come me invece inizia a credere in quello che studia. E dico questo perché avere qualcuno come il Professor Invernizzi, che già dalla prima lezione, quasi come un papà severo, mette in chiaro che se siamo seduti lì non è perché vogliamo un 18 all’esame e un pezzo di carta alla fine dei tre anni, ma perché crediamo in quello che facciamo, sia lo stimolo migliore per iniziare a farsi strada partendo con il piede giusto. Siamo “Professionisti in sviluppo, non cercatori di posto”, questa è la prima cosa che ho imparato dal mio docente di Relazioni Pubbliche, il primo giorno di lezione, e questo è il mood giusto per affrontare il percorso universitario e formativo e la ricerca del lavoro.

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