Il concorsone per l’insegnamento, speranza di tanti giovani e meno giovani alla ricerca di un impiego

susi marotti

Susi Marotti ci racconta il concorsone

PC Sono moltissimi quelli che in questi giorni si stanno cimentando con il concorso per diventare docenti, il primo dopo 13 anni. Ci ha così divertito il racconto dell’ultima prova di Susi Marotti, nostra commentatrice e affezionata lettrice, nonchè amica da sempre, che le abbiamo chiesto di farcene un post. Eccolo.
“Lunedì 18 febbraio, 7.15 del mattino. Siamo già tutti all’ingresso della scuola che ospita il concorso, sì proprio quello, il maxi concorso per l’insegnamento, il concorsone, l’ultima spiaggia di precari, ma anche di giovani laureati e di anziani a spasso. Ammessi tutti. Anche chi non ha l’abilitazione all’insegnamento e non ha passato gli ultimi 20 anni a fare il precario e a partecipare a graduatorie. Anche chi, alla prova preselettiva, ha preso meno di 35, soglia minima per continuare l’avventura. È bastato fare ricorso. Alle 8 ci chiudono tutti nelle aule e ci spiegano le procedure corrette affinché il compito non sia annullato. Una volta terminato di scrivere, non più di 22 righe per quesito per quattro facciate, pari alle quattro domande, non prima però del tempo concesso e non un minuto dopo, dovrai infilare l’elaborato in una busta con dentro anche un’altra busta chiusa che contiene un foglietto, ripiegato, con le tue generalità. E non sono ammesse cancellature o correzioni in bella, che potrebbero sembrare dei segni di riconoscimento. “E non dimenticatevi di consegnare anche i fogli di brutta e la penna che vi abbiamo fornito e lo stampato con le tracce d’esame. E non pasticciatelo!” E chissà perché, dato che finisce poi nel calderone dei materiali da buttare. “E non si allontani signorina (?) che devo chiudere la busta in sua presenza.” Così rimani prigioniero fino alle 9.36 quando, in ritardo di 36 minuti, finalmente, arriva il compito. Direttamente dal Ministero, forse il Frecciarossa era in ritardo? E a quel punto sei fottuto, per le successive due ore e trenta minuti non puoi abbandonare l’aula per nessun motivo, non puoi neanche andare in bagno e ti rassegni a scrivere. In compagnia di due professori, a onor del vero professoresse, che vigilano affinché tu non copi. Nell’attesa che tutto iniziasse avevano scambiato un paio di battute a voce alta. “Ne hai rimasti di fogli? Melius abundare cum deficere.” Come Totò e Peppino. “Signorina, veniamo noi con questa mia a dirvi… addirvi, una parola…”. (Susi Marotti)

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La dura selezione per entrare in Heineken in un divertente video

Guy ora fa parte del team Heineken

Guy ora fa parte del team Heineken

PC Indubbiamente il lavoro, o meglio la sua assenza e l’incessante ricerca di averne uno, è un argomento che interessa da vicino i giovani. Che sono anche il target elettivo della birra. Da queste considerazioni nasce un video molto divertente che racconta il percorso lungo e pieno di insidie per emergere tra più di 1700 candidati che deve compiere il vincitore, Guy.Heineken, Sponsor ufficiale della Champions League, in occasione degli ottavi di finale, ha trovato insieme a Publicis Italia  in modo di far sentire la vicinanza del marchio agli interessi dei giovani, che uniscono alla passione per il calcio il desiderio di lavorare in un’azienda che ammirano e sentono vicina. Un filmato divertente ma che sa anche emozionare (se fossimo al corso di Tecniche della Comunicazione Pubblicitaria in Iulm direi che unisce sapientemente l’utilizzo dello humor a quello dei sentimenti nobili).

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LO STAGISTA PERFETTO A SCUOLA DI PRONUNCIA

PC Il magazine Wired ha pubblicato un video nel quale si spiega a un autentico giovane aspirante stagista alcune regole base per qualificarsi al meglio a un colloquio e ottenere il posto. Più di un lettore del nostro blog ce l’ha segnalato perchè sicuramente può essere utile per i giovani in cerca di un primo impiego (e alcuni suggerimenti sono interessanti anche per chi ha qualche anno di più). Vedrete il candidato alle prese con una domanda altrettanto bizzarra di quella trattata nello scorso post, e la relativa spiegazione su come rispondere. La sezione però che mi è sembrata più utile è quella relativa alla corretta pronuncia delle moltissime parole inglesi che vengono ormai usate nelle aziende. Infatti chi usa i termini giusti nel modo giusto trasmette un messaggio molto importante: “sono già uno di voi”.

Proprio oggi Maria Cristina Terenzio segnala su Twitter un post molto divertente, dal blog Fraintesa, che contiene un prontuario sulla corretta pronuncia di una serie di termini che vengono quasi sempre storpiati, dai giovani, ma anche dai meno giovani: da non perdere.

Ho già avuto modo di raccontare che durante le lezioni lotto costantemente contro i brand character pronunciati ciaracter e i meeting report con accento sulla “e”. Nei prossimi giorni insieme a Patrizia prepareremo una sintesi dei peggiori errori di pronuncia dei termini più usati nel marketing e nella comunicazione. Se volete aiutarci a raccoglierne, sono sicura che anche voi ne avete sentiti più di uno.

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Quale canzone descrive meglio la tua etica nel lavoro?

PC Per quanto strana possa sembrare questa domanda, viene davvero posta durante i colloqui di lavoro per entrare in Dell, la nota azienda di computer. Il consiglio del sito glassdoor.com, che ha raccolto le domande più bizzarre poste dai selezionatori durante i colloqui, è di prendere tempo per formulare una risposta creativa e possibilmente intelligente. O ancora meglio prepararsi in anticipo.9eef163dae0162918c1bd59c11d0ae46

Patrizia e io abbiamo voluto essere pronte a questa evenienza e abbiamo provato a pensare a cosa risponderemmo.

Nella rubrica di D’Orrico su Sette, che un paio di settimane fa commentava la notizia, ho trovato due suggerimenti altrettanto interessanti (molto Baby boomers, quindi i giovani Millenials sono pregati di non copiare e formulare una risposta più originale e contemporanea).

La prima canzone è My Way di Frank Sinatra, che rivendica “di avere amato, riso, pianto e vissuto sempre alla mia maniera”, un modo di vivere che D’Orrico definisce la migliore etica che si possa seguire. Chissà se la risposta piacerebbe a un selezionatore o non darebbe l’impressione di non essere disposti ad adattarsi a nuove regole e a nuovi contesti.

La seconda si adatta di più a una persona che, come me, ha fatto scelte diverse nel corso di un lungo percorso lavorativo (nel mio caso la più trasgressiva è stata sicuramente quella di fare principalmente la mamma per tre anni, quando non era affatto di moda e nessuno parlava di Home working): è Non, je ne regrette rien di Edith Piaf (No, non rimpiango niente). Anche se D’Orrico dubita che possa piacere a un manager americano, ho deciso che sarebbe questa la mia risposta. Le decisioni che ho preso durante la mia carriera sono sempre state, infatti, guidate dal desiderio di essere fedele alla mia etica personale. Sono state tutte prese in buona fede e con entusiasmo, senza scendere a compromessi, e quindi non mi pento di nessuna di esse.

Patrizia invece ha scelto Ti lascio una canzone di Gino Paoli. Mi spiega che è perché “e’ bella e malinconica, ma rappresenta fasi della vita (carriera) che si susseguono, passate certo, ma solo dopo avere lasciato la loro traccia positiva, di esperienza e competenza, necessaria per i nuovi passi. Impossibile salire una scala se non si abbandona un gradino per salirne un altro.

Tutto deve svolgersi, maturare e finire, per dare nuovi stimoli e nuovi frutti inediti. Io nella storia sono quella che se ne va con la canzone, che prosegue la sua strada. Credo che da ogni lavoro mi sono portata via una canzone che ho usato e cantato quando ho avuto fame.

Il mio anno parigino, quando ero studente, ancora canta per me. E così l’esperienza del teatro, che ha segnato il mio amore per il palcoscenico (e il fashion show). I reggiseni di Chantelle sono ancora oggi il prodotto che conosco meglio tecnicamente, in Dolce&Gabbana ho imparato la moda, in Armani i mercati esteri, in Tacchini la gestione delle licenze e il mondo delle sponsorizzazioni sportive. Le canzoni che ho imparato mi sono servite sempre a fare nuove canzoni per andare oltre. Anche questo blog è una nuova canzone, che sarebbe stata impossibile senza le altre!”

La canzone di Patrizia è piena di note che vengono dall’esperienza di tanti anni di lavoro.

Più adatta a un giovane che vuole apparire dinamico e focalizzato sull’obiettivo è sicuramente quella suggerita in un articolo di Grazia: Born tu run di Bruce Springsteen. Intelligente la scelta  di una giovane communication manager intervistata da Glassroom, che spiega che la sua canzone è Under Pression dei Queen, perchè lavora molto bene sotto pressione.

In un articolo di Business Week  un esperto del settore suggerisce comunque di usare sempre molta ironia nella risposta. Se per esempio la propria scelta è Harder, Better, Faster, Stronger (canzone che sinceramente non conoscevo), è ovvio che si vuole sottolinare  forza di volontà e  perfezionismo, ma quello che vuole davvero scoprire chi pone questa domanda è se siete creativi e amate mettervi in gioco, per cui conterà molto il tono divertito e autoironico con cui spiegate qual è la vostra canzone.

E voi? Avete già preparato la risposta: qual è la canzone che meglio esprime la vostra etica sul lavoro?

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INTERVISTA A STEFANO DEL FRATE, GENERAL MANAGER ASSOCOM

PC Stefano Del Frate è la persona dalla quale, nella grande bottega di Young &Rubicam, ho imparato il mestiere dell’account. Negli anni siamo riusciti, complice anche una forte empatia, a fare una buona manutenzione della nostra amicizia (vedi post di Patrizia) e del nostro rapporto professionale. Dall’ultima volta che l’ho intervistato è cambiato il suo punto d’osservazione sul mondo dei giovani e del lavoro: Stefano è ora infatti direttore generale dell’Assocom, l’associazione che riunisce i principali attori nell’ambito della comunicazione. Inoltre mantiene un costante rapporto con le nuove generazioni, dato che è docente al Politecnico e in Iulm.

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Stefano Del Frate, General Manager Assocom

Gli ho quindi chiesto di dirci, dal suo osservatorio privilegiato, quali sono le prospettive per i giovani nel settore della comunicazione, e se ha senso entrare in un comparto che, com’è stato recentemente affermato, rischia nei prossimi 5 anni di perdere il 30% della propria forza lavoro.

Stefano Del Frate: Quello della comunicazione è, per definizione, un settore giovane. Uno dei problemi che sta creando grossi problemi al comparto è la gestione dei costi fissi. La comunicazione è radicalmente cambiata e stanno cambiando le professionalità che la compongono. Gli strategic planners devono diventare degli intercettatori di punti di contatto con gli individui, on top della loro capacità di generare dei validi brand concepts. Che poi questa figura venga più facilmente dall’ambito creativo o da quello media, è ancora tutto da vedere.

I creativi non spariscono di certo, ma devono significativamente cambiare i loro modelli di sviluppo per riuscire ad allargare il loro campo d’azione ad un settore digitale che viaggia più veloce della nostra capacità di aggiornamento.

Ho voluto fare due esempi per far capire che se le persone che sono attualmente nelle agenzie non si adeguano al cambiamento, sono destinate ad uscire e a trovare grandi difficoltà di ricollocamento.

La popolazione media delle agenzie è invecchiata con il modello condiviso della pubblicità tradizionale. Questo crea per le agenzie un eccesso di costi e una non adeguatezza rispetto alle esigenze dei clienti, che si aspettano consulenza vera dalle agenzie. Questa situazione probabilmente è alla base delle affermazioni catastrofiche di riduzione di impieghi nel settore. Io rimango convinto che il settore è strategicamente sempre più necessario per le aziende e che le persone che escono saranno sostituite da persone nuove, più giovani, più motivate, più preparate sulle nuove tecnologie, a costi inferiori.

Quali caratteristiche deve per forza possedere un giovane per entrare nel mondo della comunicazione?

SDF Dico sempre ai miei studenti che saranno tanto più interessanti per il mondo delle agenzie, quanto più saranno in grado di diventare portatori di innovazione, creatività ed entusiasmo.

Paradossalmente i giovani sono già abbastanza conservatori nelle loro scelte: tutti sono in Facebook. Ma pochissimi sono in Twitter e non sanno neanche cosa siano LinkedIn e Pinterest. Se il futuro ruoterà interno ai social networks e al mobile, chi meglio di loro potrebbe innovare in questo settore?

Se i modelli più avanzati sono all’estero devono andare a trovarseli e studiarli. Se no li dovranno inventare loro.

Quali qualità o competenze danno una marcia in più in un settore così competitivo?

SDF Il digitale, per sua natura, offre la possibilità di misurare le attività con calcoli precisi sui ritorni degli investimenti. Devono quindi smetterla di avere paura della matematica. Se prima si parlava in Power Point, oggi coi clienti si parla in Excel.

Il mercato è ormai globale e se non si padroneggia bene almeno una lingua, preferibilmente l’inglese – almeno fino a quando il cinese non monopolizzerà il commercio internazionale – non si potrà gestire neanche un bar.

Il talento individuale deve essere messo al servizio della squadra. Ci sarà sempre meno spazio per talenti egotici e solitari. Alla fine la gestione delle relazioni e della leadership diventeranno skills sempre più importanti e richiesti.

La curiosità è la porta da cui passa l’innovazione. Sono perplesso quando incontro dei giovani che mi dichiarano la loro passione per la comunicazione e non sanno rispondermi quando gli chiedo che cosa fanno per nutrire questa loro passione.

Cosa fa e farà Assocom per aiutare i giovani talenti?

SDF Assocom, nel bene e nel male, rappresenta tutto il comparto. Cerchiamo quindi di fornire gli strumenti di aggiornamento per impedire l’uscita del 30% che paventavamo prima. Abbiamo quindi iniziato un serio programma di formazione e aggiornamento, che vede nella digitalizzazione del mercato i suoi ambiti più importanti.

I giovani hanno la possibilità di specializzarsi, prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, nei nostri master di secondo livello, quello in Brand Communication con il Politecnico di Milano e il primo Master per la Formazione di Digital Specialist, con Alma, dell’Università Cattolica. Questi giovani dovrebbero trovare opportunità di stage e di lavoro presso le nostre agenzie associate.

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Il bello delle chiacchiere

PB Chiacchiere (non quelle di Carnevale a minacciare la nostra dieta per tutta la settimana) ma quelle che si fanno attorno a un tavolo.

Sono stata, la settimana scorsa, un paio di giorni a Montecarlo. E ho goduto del piacere della buona conversazione. Non succede spesso e soprattutto non è comune per chi organizza cene di lavoro, riuscire a trasformare un incontro che parte da uno spunto professionale (quante volte ci capitano vernissage, lanci di prodotto, eventi in cui fingiamo di divertirci?) in un incontro davvero piacevole.

Si trattava del “Diner des partenairs” del Monte-Carlo Rolex Master, preparatorio al torneo che si terrà nel Principato di Monaco il prossimo mese di aprile .

I padroni di casa (cioè il direttore del Torneo e i suoi collaboratori) si sono presi cura degli ospiti. Ci conoscevano per nome, ci venivano incontro per salutarci, si preoccupavano di presentarci agli altri invitati. Come appunto, ospiti di una casa, di una famiglia.

Per me, relativamente nuova del mondo del tennis e non bazzicante Montecarlo per usuali diletti (ho piuttosto una storia di vacanze in moto in Sicilia, più che di chemin de fer al Casino del Principato) la gradevole sensazione di avere come anfitrione un padrone di casa e non una agenzia di PR.

La composizione dei tavoli credo sia stata fatta con cura, mescolando uomini e donne, matricole e veterani, Club e Aziende. Con il risultato di avere sorrisi e conversazioni vivaci in ognuno dei tavoli.

Di fronte a me l’incantevole Monsieur Truchi (direttore del Country Club), di fianco a me Monsieur Hoppenot, Vice President dell’ Hotel de Paris.

Con Mr Truchi ci siamo persi negli aneddoti del tennis, di quando ventenne giocava con Sergio Tacchini ad Ascoli Piceno e di quanto trovasse, anche recentemente, amabile Pierrette , la bella tennista diventata poi sua moglie.

Ma poi alla mia sinistra un fiume di parole e bollicine mi ha svelato i segreti delle cave dell’Hotel de Paris: due chilometri di cantine sotterranee piene dei vini più preziosi del pianeta. Bottiglie che non sono neanche nel menù (per evitare che grossolani milionari le bevano senza gustarle) e che costano 10.000 euro l’una.

Le mani tremanti dei giovani sommelier che, novizi primi della classe delle migliori scuole di hotellerie d’Europa, aprono bottiglie preziosissime con il cuore in gola. E che dopo qualche anno maneggiano tesori come se fossero lattine di gazzosa.

Bottiglie speciali che non si aprono e che si custodiscono per le generazioni future, altrimenti destinate a non poterle mai gustare.

Non finivo più di ascoltare e chiedere e sbirciare le foto sul blakberry.

La complicatissima formula per organizzare una cena di lavoro in cui nessuno guardi  l’orologio per scappare non appena le buone maniere lo consentano, è parsa quanto di più semplice e naturale potesse avvenire: grande esempio per chi si occupa di organizzare eventi di lavoro. Pensarli come fossero una cena a casa, in cui si invitano un paio di colleghi simpatici, gli amici del teatro e la ex compagna di scuola.

Certo una vista spettacolare sul mare, una cucina stellata e la brezza della Cote d’Azur aiutano. Ma nulla sono rispetto alle parole (cioè all’ avere qualcosa da raccontare e a raccontarlo bene) e alla passione che quando volano alto fanno sognare anche dalle cantine.

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Benvenuti al sud

PB Lunedì scorso, per lavoro, sono andata in Puglia.File:Cattedrale di Trani.JPG

Per una volta non a vedere negozi e ipotizzare sbocchi di mercato, ma a vedere la produzione, laddove i capi che poi si vedono in scintillanti vetrine , si immaginano come astratti grafismi (disegnati sul cartamodello) , si tagliano ( in materassi di tessuto stesi su un tavolo lunghissimo) , si confezionano.

Poco palcoscenico e molti camici azzurri per chi è addetto alla produzione.

Io adoro il dietro le quinte. Mi piace vedere il disegno che esce dal CAD. Per la prima volta ho visto come si tagliano i tessuti tubolari (quelli senza cuciture) e ho capito perché è necessario per questi capi che la produzione sia numericamente importante: qui le fustelle sono sculture in metallo, che cambiano per ogni modello e ogni taglia!

Ho trovato una azienda piuttosto orgogliosa della propria qualità, con molte persone giovani al lavoro. La scelta infatti dell’imprenditore, non essendoci grandi aziende simili nella zona a cui “rubare competenze”, è di scegliere collaboratori giovani da formare e poi tenere in azienda

Pranzo a Trani (cittadina bellissima che non avevo mai visitato). Al tavolo di fianco al nostro sedeva un viso noto: un mio ex stagista in Dolce&Gabbana , evidentemente soddisfatto manager dell’Agroalimentare (ricordate il post di Paola sulle prospettive nell’agroalimentare? Rileggetevi il post del 22 novembre sui giovani poco choosy e molto interessati all’agricoltura)

Riporto dal mio lunedì pugliese (oltre a una certa dose di stanchezza derivata dal decollare da Malpensa alle 7,25 del mattino e riatterrarvi la sera stessa alle 22,40) le seguenti considerazioni:

–          se riuscite a scegliere andate a lavorare in una azienda che abbia voglia, energia per formarvi.

–          puntate su quello che è maggiormente valido in Italia e non trascurate il settore agroalimentare: l’eccellenza italiana è nella moda, nel design, nella cultura, nel turismo e, appunto, nell’agroalimentare

–          Il lavoro consente di vedere , fare cose che altrimenti non si farebbero. E non si tratta solo di disponibilità economica: chi penserebbe mai di fare una vacanza nella sala taglio di una azienda di underwear?  Eppure a me è piaciuta più degli ipogei di Canosa di Puglia!

–          Il lavoro, anche se faticoso, offre spesso, oltre che un salutare salario, la possibilità di vedere il nostro paese con occhi diversi e di scoprire realtà operose e bellissime tra gli ulivi e il mare.

Io ho poi scoperto che se un mio stagista è già un affermato manager devo immediatamente acquistare una buona crema antirughe. Ma questo per il momento non è un vostro problema.

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Twitter: come uno straordinario ambiente influenza il lavoro

PC  Quando ho letto nel post sulla Manutenzione di Patrizia dell’importanza di tenere i rapporti con i propri professori mi è venuto spontaneo pensare a Riccardo Bonetti, che subito dopo la sessione di laurea mi ha ringraziato (quasi nessuno lo fa) per come l’avevo seguito e sostenuto durante la discussione e mi ha poi tenuto aggiornata sui suoi progressi, senza mai risultare invadente.

Riccardo Bonetti con Joseph Killian, facility manager di Twitter

Riccardo Bonetti con Joseph Killian, facility manager di Twitter

Da queste conversazioni è emerso che stava partendo per San Francisco per una full immersion di inglese e mi è venuto spontaneo chiedergli di farci da inviato speciale per trampolinodilancio: ho immaginato che l’autore di una brillante tesi sullo story telling avrebbe sicuramente trovato una storia utile e interessante per i suoi coetanei, nostri lettori. Ecco infatti il racconto della sua visita nell’headquarter di Twitter, per scoprire come un ambiente straordinario può influenzare il lavoro dei dipendenti.

Riccardo Bonetti: “Scroccare” un pranzo in uno degli headquarters più belli del mondo è una fortuna che non capita a tutti. Ancora più bello è poterlo fare insieme a persone disponibili ed entusiaste del proprio lavoro. Persone come il mio amico Joseph Killian, facility manager di Twitter, che lo scorso Dicembre mi ha permesso di visitare la nuova sede della web company di San Francisco.

Da Giugno 2012 l’HQ di Twitter si è trasferito in Market Street, nel quartiere del Civic Center. Nonostante ci si trovi a pochi isolati di distanza dai lussuosi palazzi del Financial District, in questa zona della città il tasso di criminalità è piuttosto alto, le vie sono piene di mendicanti e alcolizzati e può facilmente capitare di imbattersi in qualche street gang messicana tutt’altro che socievole. Come mi ha spiegato Joseph il trasferimento della sede in questo quartiere è avvenuto soprattutto per ragioni economiche: la municipalità di San Francisco, infatti, sta concedendo importanti agevolazioni fiscali alle aziende che decidono di trasferirsi in quest’area. Da una parte quindi, l’azienda è riuscita a risparmiare parecchio sulle tasse comunali, dall’altra la città di San Francisco dovrebbe riuscire a riqualificare almeno in parte una zona altrimenti malfamata.

Gli uffici di Twitter occupano i tre piani più alti di un palazzo storico completamente ristrutturato. All’ingresso mi è stato consegnato un badge di riconoscimento con cui poter accedere liberamente a diverse aree della struttura. Mi ha subito colpito il design minimal dell’area reception che divide la zona degli uffici da quella degli spazi comuni. I colori dell’arredamento richiamano quelli dell’interfaccia del sito e il logo del famoso uccellino azzurro è presente un po’ ovunque.

La mensa birdfeeder di Twitter

La mensa @birdfeeder di Twitter

Il piano più alto è interamente occupato dalla mensa “@birdfeeder” che si affaccia su una terrazza panoramica con vista sulla skyline di downtown. L’ambiente è giovane e davvero informale, durante la pausa pranzo un DJ suona musica ambient e la varietà del cibo (gratis) nel menù è vastissima.

Dopo aver mangiato, Joseph e i suoi colleghi mi hanno mostrato altre parti dell’edificio. Oltre a diverse aree meeting e sale conferenze i fortunati “Twitters” possono vantare anche una sala giochi, un’area snack e una grande stanza per fare yoga.
Sulle pareti sono appesi alcuni cartelli che suggeriscono ai dipendenti come comportarsi in caso di incendio: “In case of fire exit before tweeting about it” (geniale).

La sala giochi di Twitter fotografata da Riccardo Bonetti

La sala giochi di Twitter fotografata da Riccardo Bonetti

Prima di ringraziare Joseph per l’ospitalità ne ho approfittato per porgli una domanda inerente alla sua esperienza professionale.
Riccarto Bonetti: In che modo questo straordinario ambiente influenza il lavoro e la produttività dei dipendenti?

Joseph Killian: Credo che i nostri risultati professionali dipendano molto dall’ambiente in cui lavoriamo, da come esso ci condiziona e dallo stato mentale che ne deriva. Noi del Facility Management facciamo il possibile per creare un ambiente di lavoro che favorisca la collaborazione tra i team, e che allo stesso tempo aiuti e ispiri positivamente ogni dipendente. Questo è il motivo per cui diamo spesso ai dipendenti la possibilità di alzarsi dalle proprie scrivanie e prendersi una pausa per distrarsi, rilassarsi o bersi un drink tra colleghi. Personalmente credo che tutti dovrebbero fare qualcosa per sfruttare al meglio lo spazio in cui lavorano rendendolo più piacevole. E non è necessario avere dei videogames o una sala yoga per creare l’ambiente ideale.
Ripensando alle parole di Joseph e alla mia visita al Twitter HQ mi permetto di condividere con voi alcune considerazioni personali. In Italia mettere in campo la propria creatività e le proprie idee (e venderle) sembra oggi una sfida sempre più difficile. I motivi sono certamente imputabili alla situazione economica che stiamo vivendo, ma quante aziende del nostro paese offrono a giovani professionisti la possibilità di esprimersi e di coltivare il proprio talento in un ambiente così giovane e stimolante? Mi torna alla memoria uno dei suggerimenti di Richard Branson, fondatore di Virgin, sintetizzati da Paola in un post di qualche mese fa: “Se riuscite a divertirvi sul lavoro, se l’atmosfera è positiva, ci sono molte più probabilità che il vostro business abbia successo“. Credo che la fortuna di Twitter ne sia la riprova, e il consiglio di Sir Richard, in un’altra ottica, risulta prezioso non soltanto per chi, come me, si sta “lanciando” nel mondo del lavoro, ma anche per coloro che in cambio del nostro tempo e delle nostre idee, saranno disposti ad offrirci l’ambiente lavorativo ideale.”

Ringrazio Riccardo per questo interessante contributo. La mia esperienza mi suggerisce che la fortuna di cui parla all’inizio va sempre aiutata con proattività e spirito d’iniziativa, due qualità che a lui certo non mancano e che spero lo aiutino presto a trovare una strada nel mondo della comunicazione (magari in un ambiente stimolante come quello che ha descritto).

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Come scrivere una email di lavoro efficace

sasha-yawnPC Ho appena letto un invito ai politici in campagna elettorale a non utilizzare frasi fatte, ma sforzarsi di essere precisi e originali in quello che propongono, senza ricorrere alla scorciatoia del luogo comune. Il rischio è di essere poco incisivi e annoiare chi legge o ascolta.
Lo stesso invito si può estendere a chi scrive di marketing e comunicazione, con la necessità – spesso – di condensare in una email una proposta importante, indirizzata al proprio capo o a un cliente. E sicuramente vale per chi, attraverso una lettera d’accompagnamento, cerca di ottenere un colloquio o anche una tesi di laurea.
Ho trovato azzeccato il recente intervento di Bryan Garner che titola “Non anestetizzate i vostri colleghi con una brutta scrittura” e invita a usare nella comunicazione scritta la stessa verve che si impiegherebbe in una presentazione orale. Non a caso, i migliori comunicatori evitano le frasi fatte e usano parole forti e semplici (“Ich bin ein Berliner”, io sono un Berlinese, esprime memorabilmente, in quattro parole, il sentimento di empatia che gli Stati Uniti volevano comunicare alla Germania divisa.)
Garner fornisce alcuni trucchi per mantenere viva l’attenzione del lettore, quando si scrive una email, un report o un qualsiasi documento. Trovo alcuni di questi pertinenti e adattabili anche alla nostra lingua.
Innanzitutto usate i pronomi vostro, voi o al limite nostro, in modo da trascinare in quanto scrivete chi vi sta leggendo. È un’accortezza che ho sempre utilizzato ed esprime, come minimo, coinvolgimento nei confronti del cliente al quale scrivete.
Evitate i passivi: invece che scrivere Il documento in allegato è stato preparato dall’agenzia/da Giovanni, meglio dire L’agenzia/Giovanni ha preparato il documento. Questo vi aiuta a evitare frasi involute e complicate (un mio ex capo sosteneva che non si dovesse mai usare neanche il gerundio, per costringerci ad utilizzare frasi assertive e dirette, come in inglese. Sinceramente trovo questa pretesa, se assoluta, un po’ estrema, e difficile da mettere in pratica).
Variate la lunghezza e la struttura delle frasi. Una regola aurea per chi scrive romanzi o body copy, che vale anche nella scrittura business, se non volete essere noiosi.
Evitate gli acronimi, soprattutto se non siete sicuri che verranno compresi dall’interlocutore (questo è particolarmente vero se siete un consulente o un fornitore, mentre un cliente può permettersi di usare il gergo del proprio mercato e pretendere che il consulente si attrezzi velocemente per comprenderlo!). Ricordate che chi vi legge ha poco tempo, sicuramente perderà interesse di fronte a una sigla che non conosce.
A questi suggerimenti aggiungerei che le regole su come scrivere in una pagina web possono essere ormai applicate anche alla scrittura di una mail: infatti, a causa del sovraccarico di informazioni, il lettore è ormai abituato a scansionare velocemente la pagina per coglierne velocemente il contenuto, anche, e forse soprattutto, se si tratta di una mail. Per questo trovo ancora valide le regole di Jakob Nielsen, riportate sul sempre interessante Nuovo e utile di Annamaria Testa. Nielsen infatti ci ricorda che difficilmente i lettori leggono parola per parola, piuttosto scansionano il contenuto estrandone singole parole o frasi.
Ecco quindi alcuni utili suggerimenti per aiutare lettura :
• usare liste di punti
• inserire una sola idea per ciascun paragrafo
• usare la piramide invertita: cominciare dalle conclusioni
• usare la metà delle parole che usereste scrivendo normalmente
Se scansionando velocemente il post siete arrivati a questa conclusione, e avete qualche suggerimento utile su cosa fare e non fare quando si scrive una mail, aggiungetelo!

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