COME ESSERE MAMME E DONNE MANAGER: TRE TESTIMONIANZE

PC Abbiamo chiesto ad alcune mamme che ricoprono ruoli di responsabilità nell’ambito del marketing e della comunicazione come sono riuscite a conciliare la maternità con la carriera, contattando anche una mamma che lavora all’estero e aspettandoci il racconto idilliaco di asili aziendali, benefit speciali, massima tolleranza. Abbiamo invece, con una certa sorpresa forse dovuta a un’inconscia tendenza a criticare il nostro paese e mitizzare le condizioni negli altri, raccolto delle esperienze molto più positive da parte delle mamme che lavorano in Italia ed entrambe per aziende italiane! Partiamo con questi esempi positivi, che ci rincuorano sulla possibilità di districarsi tra pannolini e marketing plan!

di stasi

Mariavittoria Di Stasi

Mariavittoria Di Stasi, Vogue Brand Director in Luxottica, è una vecchia conoscenza di trampolinodilancio che nei due anni e mezzo trascorsi dall’intervista che le abbiamo fatto è diventata mamma di Eleonora ed è rientrata al lavoro dopo la pausa maternità. Le abbiamo innanzitutto chiesto come si è organizzata.

Mariavittoria Di Stasi: Ho trovato una tata dolcissima e super empatica con la bimba. Le vuole bene come se fosse sua figlia e io mi sento serena sapendola con lei.

Per il primo anno, ho preferito questa soluzione ma con il compimento del secondo anno di vita ci dovremo settare su un nuovo equilibrio (nido+baby sitter) per alimentare la socialità con altri bambini.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

A concentrarmi sulle priorità (vere) imparando a dire qualche volta di no per focalizzare tempo e risorse su ciò che è realmente di valore aggiunto.

In cosa ti ha danneggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento mi sentirei di dire che non ho avuto particolari problemi. Ho sicuramente meno tempo per fare networking davanti a un caffè con i colleghi ma anche questa dimensione si sta riequilibrando, con un po’ di organizzazione e disciplina.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Il vantaggio è di avere una mamma soddisfatta ed equilibrata, lo svantaggio è di non avermi con sé quanto vorrebbe!

Un quadro incoraggiante, che viene confermato anche da Simona Bianco, Global Innovation Manager in ILLVA Saronno, alla quale chiediamo innanzitutto di raccontarci qualcosa di se stessa.

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Simona Bianco

Simona Bianco: Ho “29+” anni, sono napoletana di origine, milanese di adozione. Mi occupo con entusiasmo di marketing da più di 10 anni (ora che li conto sono tantissimi!!!) e da quattro lo faccio in ILLVA Saronno, azienda produttrice di alcuni tra i Brand di alcolici più famosi al mondo come Disaronno. I viaggi, il mare e la musica sono la mia passione. Sono mamma di Greta, una mia bimba di quasi 9 mesi, simpaticissima e sempre allegra.

Nella tua carriera da marketing manager come hai affrontato la scelta della maternità?

Io ho sempre amato molto il mio lavoro, per questo sono arrivata a diventare mamma a 36 anni. Al di là del sentirmi pronta come donna, ci sono stati diversi motivi per cui ho rimandato la scelta nel tempo. Temevo in un rallentamento della crescita professionale e di una serie di difficoltà organizzative dettate da un lavoro a tempo pieno e i genitori (futuri nonni) lontani. Ma, come mi dico spesso, il segreto per andare avanti è iniziare, e quindi il momento è arrivato. Non sarebbe stato così in un momento professionale di forte ascesa o passaggio ad un’azienda nuova. La maternità richiede dei cambiamenti che pongono te e l’azienda in cui lavori in condizione di adeguarsi. E per questo ci vuole tempo.

In che senso?

Innanzitutto in termini di organizzazione delle persone. Perché per quanto tu possa lasciare i progetti ben avviati e con fasi di validazione chiare, se vai via per almeno 6 mesi è necessario che qualcuno faccia le tue veci. E non è detto che questa persona sia già in azienda oppure, se c’è, magari è ancora junior.

Come ti sei organizzata al rientro?

Il primo passo è stato capire quando sarebbe stato il momento giusto per rientrare in ufficio. Io ho deciso di aspettare che Greta fosse completamente svezzata per ricominciare a lavorare. Un marito libero professionista e la tata giusta sono i miei asset vincenti per uscire di casa tranquilla e affrontare il lavoro serenamente. Adesso e per i prossimi 3 mesi, inoltre, posso godere di un orario ridotto (6 ore anziché 8+) che spetta alle mamme fino all’anno di età dei figli. Devo ammettere poi che la mia azienda rispetta molto questo limite di orario anche in piccole attenzioni che non sono affatto scontate.

Ad esempio?

Come ad esempio il fatto di non pianificare riunioni alle 15.30! E questo fa molto la differenza perché al di là dell’obbligo di legge (le due ore di permesso sono una concessione di legge) c’è forte rispetto reciproco, apertura e disponibilità.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

Al contrario di quanto si possa pensare – e che spesso si fa fatica a capire – il periodo di maternità non è stato affatto una pausa dal lavoro, ma un training continuo su attività quali priority setting, problem solving, multitasking, sviluppo del pensiero parallelo e people management. Non sono forse queste le soft skills più frequenti che vengono richieste da chi ti assume?

In cosa ti ha svantaggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento nessuno svantaggio se non quello di non essere ancora completamente libera di fare lunghe trasferte. Per fortuna, l’azienda ha assecondato questa mia esigenza e, nella revisione dell’organizzazione, mi ha affidato un ruolo che non richiede frequenti spostamenti. Diversamente rispetto a prima, utilizzo di più gli strumenti di video call e sono totalmente indipendente nella gestione delle visite ai mercati esteri. Sono certa che questa scelta continui ad essere vista dall’azienda come una conferma dell’impegno e del valore che, come prima, hanno caratterizzato il mio approccio al lavoro e che quindi la carriera possa proseguire con slancio.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Essere una manager soddisfatta ed appassionata mi rende felice. È questo il maggior vantaggio per la mia bimba. Quale figlio la sera vorrebbe trovarsi di fronte una mamma arrabbiata o scontenta? Svantaggi per Greta al momento non ne vedo. D’altra parte io stessa sono figlia di due genitori che hanno sempre lavorato a tempo pieno!

E allora come mai tutta questa reticenza a diventare mamme se si è donne in carriera? È solo uno stereotipo?

Forse quel che manca in Italia, e che favorirebbe molto la conciliazione tra questi due mondi, è una cultura più aperta agli orari flessibili, all’home working, alla diversity nel top management, ai servizi a sostegno della famiglia. Un approccio simile migliorerebbe la qualità della vita di noi mamme manager. Un valore che sono certa saremmo in grado di riversare anche sull’attività lavorativa. Ma sono discorsi molto più ampi, legati ad una cultura italiana ancora troppo lontana dagli standard europei, anche se qualcosa sta cambiando.

Cosa?  

Ci sono aziende che già dedicano un’attenzione particolare alle donne che rientrano dalla maternità, offrendo la possibilità di usufruire di orari flessibili, bonus mirati all’acquisto di servizi per la famiglia (ad esempio estensioni dell’assicurazione sanitaria ai figli) oppure prospettando percorsi di carriera chiari, adeguamenti di stipendio. Insomma, investono sulla base di quanto la persona ha sino ad allora dimostrato di valere e, ovviamente, sul suo potenziale di crescita. D’altronde migliori sono le prospettive al rientro dalla maternità maggiori sono le probabilità che le mamme rientrino prima, felici e motivate. Forse sono ancora pochi casi virtuosi, ma è un buon inizio.

Guardando indietro rifaresti tutto?

Assolutamente sì, anche domani. Ma non ditelo al mio capo!!!

Simona auspica l’aumento in Italia di formule più flessibili  e di una serie di servizi a sostegno della famiglia, ma da quanto ci racconta Elisa Pugliese neppure in Germania, una delle nazioni europee con il maggior tasso di occupazione, la situazione è così rosea come pensavamo, e come probabilmente lei stessa si aspettava, visto che  nell’ultima intervista ci era apparsa convinta di aver fatto la scelta giusta scommettendo su una crescita professionale oltreconfine (vive e lavora a Dusserdorf). La ritroviamo molto più critica sul trattamento che una madre ottiene sul lavoro in Germania.

Elisa Pugliese

Elisa Pugliese

Qual è la tua situazione attuale: cosa fai e quanti anni ha tua figlia?

Elisa Pugliese: Mia figlia ha 31 mesi. Io sono una mamma-single, come il 20% delle famiglie tedesche (1,6 milioni di cui il 96% mamme single e il 4% padri single), e non ricevo gli alimenti dal padre di mia figlia nonostante mi spetterebbero per legge fino al 36° mese di mia figlia. Il tribunale minorile da Aprile 2013 non ha ancora elaborato la nostra pratica – questa è una parentesi sull’efficienza delle istituzioni tedesche.

Fino a fine marzo 2015 lavorerò per una società di analisi di dati seguendo clienti del settore cosmetica e profumeria in Germania.

In realtà io sono un´esperta di market intelligence/market research e brand building internazionale, ma dopo la nascita di mia figlia ho provato a cercare un lavoro più sedentario con meno viaggi di lavoro.

Mi era stato prospettato un part time di 32 ore, e per 32 ore vengo anche pagata, mentre in realtà molte settimane chiudo con 45-55 ore, senza avere gli straordinari pagati bensì molti costi di babysitter! E viaggio più del previsto, dovendo partire alle 6 del mattino e tornando alle 9 di sera, senza che ovviamente ci siano asili disponibili a fare questi orari.

Il prezzo umano lo lascio commentare al lettore…

Come ti sei organizzata?

Ho iniziato a lavorare nel Novembre 2012 che mia figlia aveva 4 mesi con la speranza di reintegrarmi al più presto nel mondo del lavoro. Il posto all´asilo pubblico (costo 350 Euro al mese per 40 ore) però lo abbiamo avuto a Agosto 2014.

Tra Novembre 2012 e Agosto 2013 ho supplito con una Tagesmutter (baby sitter al proprio domicilio) e baby sitter private. Poi da agosto 2013 a Agosto 2014 con un asilo privato che mi costava circa 1300-1600 Euro al mese per 40 ore e quando viaggiavo per lavoro integravo con la baby sitter privata. Spendevo più di quello che guadagnavo ma l´ho fatto sperando ne valesse la pena per avere poi un posto fisso e una posizione sicura.

Quali sono le differenze nel lavorare in Germania per una mamma? Le mamme lavoratrici sono più garantite?

Il mito del Welfare tedesco vale solo per chi ha situazioni standardizzate, ossia “lavoratore statale con famiglia tradizionale”. Il che non corrisponde alla realtà per molti.

Secondo la legge le donne hanno diritto a 12 mesi di maternità pagati al 70% dello stipendio netto medio degli ultimi due anni precedenti la maternità e gli uomini a due mesi di paternità alle medesime condizioni economiche.

Le donne possono prolungare la maternità fino a tre anni mantenendo la garanzia del posto di lavoro, ma senza retribuzione.

In realtà le categorie di lavoro in cui si inserisce la maternità si possono sintetizzare cosi (ciascuna l´ho vissuta nel mio giro di amici o nelle mie esperienze dirette):

  1. Lavoratori statali non licenziabili => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni con un part-time anche solo di 10 ore e questo gli è dovuto, non sono ricattabili e possono far valere i propri diritti
  2. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni ma sono ricattabili sul part time e vengono discriminati se prendono oltre i 12 mesi di maternità o se gli uomini fanno valere il proprio diritto ai due mesi di paternità. I loro diritti però possono venire difesi legalmente
  3. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato => hanno maternità regolare, poi però il loro contratto non viene rinnovato/confermato e restano disoccupati
  4. Lavoratori autonomi => hanno maternità in relazione ai profitti generati nell´anno precedente alla nascita del figlio ma nessuna tutela e cercano di lavorare il prima possibile per non perdere la clientela.

Inoltre legalmente ci sono tre categorie di “famiglie”:

  1. Famiglie tradizionali con figli nati nel matrimonio tra madre e padre
  2. Coppie conviventi con figli nati senza che i genitori fossero sposati
  3. Mamme senza partner

E poi dipende anche una che mamma vuole essere, che autoconsapevolezza e a che modello di madre aspira (anche in questo caso ne conosco molteplici sfaccettature, che semplifico): c´è chi è convito che i bambini abbiano bisogno di figure di riferimento e rituali/abitudini per sviluppare una personalità sana ed emotivamente stabile, e ci sono donne convinte che i bambini in qualche modo si arrangiano/se ne fanno una ragione e che si sentono più appagate a lavorare.

In che cosa ti ha aiutato l´essere mamma nel lavoro?

NULLA. A mio parere avere un figlio è un handicap per il lavoro. Le aziende non hanno considerazione né rispetto né tolleranza per la situazione famigliare dei dipendenti. I dipendenti devono lavorare e produrre, il resto non interessa.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Esiste un detto in Germania “ciascuno ha il proprio pacchetto da portare”. Mia figlia ha il suo e non è poco…  io cerco di farla crescere emotivamente stabile e farle sviluppare una personalità sana. Quando non posso occuparmene personalmente scelgo con cura le persone a cui affidarla e che lei prende come riferimento.

In concreto aver frequentato altri bambini fin dalla tenera età e aver avuto diverse persone di riferimento ed esperienze di gruppo le ha consentito di sviluppare conoscenze e attitudini – nonché il bilinguismo – che io da sola non avrei potuto valorizzare.

Il rovescio della medaglia è che non le ho potuto garantire rituali nella vita quotidiana, ad esempio non dorme ancora da sola perché l´esser strapazzata da un posto all’altro crea disorientamento, ha ancora il pannolino perché non riusciamo a trascorrere 2-3 settimane “normali” di fila per abituarla a stare senza pannolino.

Tre esperienze con diverse sfaccettature. Non ha caso un blog scritto da una mamma lavoratrice (si chiama 50sfumaturedimamma.com) ha raccolto più di cento fenomenologie di mamma (una più divertente dell’altra).

Se credete di avere una ricetta per far lievitare la felicità unendo sapientemente figli e carriera raccontatecela, o scriveteci anche semplicemente qual è la vostra esperienza di mamme lavoratrici.

 

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Carriera e figli? Si sopravvive recitando

PB Pare che la maggior parte dei manager maschi italiani siano stati partoriti da donna. Ci sono solo pochi esempi di partenogenesi o di prodotti sintetici (io ho avuto un capo androide, ma appunto si tratta di eccezione). Nonostante questo fatto piuttosto evidente, la maternità – per fare carriera – rappresenta ancora un ostacolo. Una donna in Italia (magari anche altrove, non so) ha solo due possibilità per non essere considerata una balia: o non fare figli (che noia, sono obiettivamente la cosa più carina che chiunque di noi possa fare) o mentire.

Io ho mentito sempre. Con caparbietà e coerenza. Più che mentire ho commesso molti peccati di omissione. Continuamente.

Se ti assenti dal lavoro perché fai la maratona di NY sei figo. Se stai a casa perché operano tuo figlio o perché ha 40 di febbre non sei abbastanza dedita al lavoro. Se esci alle 15 per una partita a squash ti aspettano tutti. Se esci per mettere l’apparecchio al Fede, quando torni hanno dato il progetto a un altro. Se la sera vai a teatro sei colta. Se vai alla festa di Natale (dura uguale ma è professionalmente meno qualificata e necessaria per la tua carriera parallela di mamma) sei una mammoletta.

Ergo: nessuno se non eccezionalmente e per aneddoti divertenti saprà mai che la strana creatura, bassa e piuttosto pasticciona, che gira per casa tua è tuo figlio. Forse è un extraterrestre. Una scultura semovente, un ologramma. In ogni modo non è un essere che richiede la tua attenzione, il tuo affetto, il tuo tempo, la tua mente. Per colleghi e capi tu pensi solo alle collezioni e al budget. Nei momenti di relax tra una riunione l’altra ascolti piena di interesse aneddoti su tabelle di performance, allenamenti, regate e integratori alimentari (la mia generazione ha colleghi – e mariti – che si trasformano in bozzoli fasciati di Lycra prima e dopo l’ufficio, maratoneti, iron-men, ciclisti, fondisti, velisti, golfisti.  Purtroppo gli eroinomani degli anni ‘70 si contano sulle dita di una mano). Hai un figlio certo, di cui non parli quasi mai, che fa tutto da solo.

Naturalmente non ti lamenti mai di lui (altrimenti sei una rompipalle), né dai segno di trascurarlo (il collega/capo maschio ti considererebbe anaffettiva e contro natura dato che è fondamentalmente un mammone): semplicemente per miracolo tu hai prodotto l’unico bambino al mondo che fa il bagno senza lamentarsi, cucina per tutti la sera, finisce i compiti prima che tu torni a casa, non si ammala mai, non ha bisogno di andare in bagno quando ha già su la sciarpa e tu hai un aereo in partenza,  non vuole andare alle feste di compleanno quando la tata non è disponibile, non desidera che tu lo accompagni al pedibus almeno una volta alla settimana, non vorrebbe che tu cucinassi una torta per la festa della scuola, né che confezionassi una Pigotta come le altre mamme.

Io per fare carriera ho fatto fare la Pigotta alla Marisa (mitica e fantastica  modellista in Giorgio Armani: la mia Pigotta era la più bella della scuola), ho ripassato le province del Piemonte mentre i colleghi pensavano che per me il Piemonte fosse solo una meta per lo sci, ho fatto il pedibus solo 3 volte nascondendomi dietro il traffico dei cantieri EXPO, non ho mai fatto una torta (non sarei stata capace neanche da disoccupata) non ho mai avuto una sua foto in ufficio e sono allegramente sopravvissuta amando mio figlio di nascosto dal mio capo. Che aveva sul tavolo le foto dei suoi figli.

L’unico a cui ho mentito / omesso di più che al mio capo è stato mio figlio. Il quale crede che io abbia un lavoro che non mi occupa, né mente, né attenzione, né passione. Il mio lavoro è semplice e si fa tutto da solo. Sto solo un po’ lontano da casa per pensarlo meglio da lontano e gustarmi di più l’abbraccio alla sera.

Così io ho surfato su tutti i pregiudizi , ho avuto il pudore della mia felicità, e ho fatto la mia carriera (non avrei fatto di meglio se non avessi avuto figli, anzi magari sarei stata meno felice, proattiva, ottimista e lungimirante), ma Paola ha sottomano un paio di manager che si stanno districando tra pannolini e Marketing Plan. Sentiremo presto la loro versione dei fatti.

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Intervista a Matteo Sarzana, general manager @Zooppa

PC Come ho già avuto modo di raccontare conosco Matteo da quando ha frequentato, più di 15 anni fa, il corso tenuto da Marco Lombardi in Iulm dove, anche se circondato da altri 500 studenti, ci seppe colpire tanto che Lombardi lo selezionò per uno stage in Young & Rubicam: il primo passo per diventare il più giovane manager del gruppo WPP in Italia, alla guida della consociata specializzata in digital marketing. Ora che ha fatto il grande passo dall’establishment della grande agenzia al crowdsourcing creativo di Zooppa, la società che permette a chiunque di mettersi alla prova con un brief stilato da un vero cliente e vincere non solo gloria e visibilità ma anche un premio monetario, l’abbiamo risentito per farci raccontare quanto può essere utile Zooppa ai nuovi talenti creativi, che cosa Matteo stesso apprezza maggiormente nei suoi collaboratori e il perché della sua scelta. In più, dato che è stato scelto dal settimanale Panorama come uno dei quindici (giovani) italiani da tenere d’occhio nel 2015, gli ho chiesto quali pensa siano le qualità per avere successo nei prossimi mesi. Ecco tutte le sue risposte:

Come sempre rimango contagiata dall’entusiasmo e dalla passione con la quale Matteo illustra la sua nuova avventura, ma mi piace commentare questa interessante intervista mettendola a confronto con il parere piuttosto critico di Marco Lombardi su pregi e difetti di questa nuova modalità per trovare idee e campagne pubblicitarie (il concetto viene completato da esempi e approfondimenti nel paragrafo Midnight Advertising in  La creatività in pubblicità. Manuale di linguaggio multimediale: dai mezzi classici al digitale, edizione 2014, Franco Angeli, a cura di Marco Lombardi).
“Web 2.0, il potere di tanti, la saggezza della folla, il crowdsourcing, la creatività open-source sono ormai una realtà e forse un’opportunità per l’industria della comunicazione e per i creativi. Dovremmo partecipare, trarne ispirazione, togliere il ‘guinzaglio’ presente in ogni agenzia e non esserne spaventati. Ma attenzionese collochiamo questo nuovo potenziale in una prospettiva storica scopriremo che stiamo amplificando all’ennesima potenza i vantaggi, ma anche i difetti, di quanto l’offerta di creatività ha sempre fatto(…) Un crescendo di offerta ‘creativa’ sempre più open source, da off line a on line, sino a fenomeni come Zooppa (People powered brand Energy) come probabile estremo epigone. Da un lato migliaia di creativi, da tutto il mondo, in cerca di occasioni e visibilità e dall’altro un utente che pubblica un succinto brief per il proprio progetto comunicazionale (a 360 gradi) precisando la fee che è disposto a riconoscere per l’idea che sceglierà. Il vantaggio economico e di tempo è notevole come anche il potenziale enorme del power of the crowd. Ma la qualità? (…)

Agli interrogativi quindi anche sui pro member di  Zooppa aggiungiamo alcune considerazioni che trovano un’unica origine: la relazione. Abbiamo in dettaglio scritto (Lombardi 2009) sull’importanza della disciplina, della strategia: You can really fly when you know where to go, scrivevano ad esempio i maestri della Young&Rubicam. Sapere ‘dove si va per volare’ significa dire avere una relazione profonda e necessariamente lunga con la marca per la quale si vuole costruire il discorso. (…)Paradossale quindi che il crowdsourcing applicato alla creatività non preveda alcun dialogo ma solo una burocratica relazione impersonale azienda>creativo nella peggior tradizione di certe gare condotte da terzi o da enti statali (bando e proposta in busta chiusa). La negazione della realtà contemporanea della comunicazione!” Marco Lombardi, Midnight Advertising, La creatività in pubblicità. Manuale di linguaggio multimediale: dai mezzi classici al digitale, edizione 2014, Franco Angeli, a cura di Marco Lombardi, pag 88.

Dibattito stimolante. Cosa ne pensate?

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Come e perché scrivere una to do list quotidiana

cropped-whats-on-my-to-do-list-todayPC Avendo un’irrefrenabile tendenza al multitasking, una bassissima soglia di noia, impegni lavorativi diversi che si sovrappongono e poca memoria sono da sempre costretta a redigere delle to do list, se voglio essere sicura di ricordarmi di fare tutto quello che devo (il tutto funziona ovviamente se poi mi ricordo di guardare la to do list, ma con il tempo ho imparato a metterla in posti molto visibili!).

Alcune liste assomigliano a pizzini che vengono scritti o completati sul divano alla sera prima di addormentarmi,  altre un po’ più raffinate sono segnate sulle note dello smartphone.  Entrambe riguardano solo quello che devo fare il giorno dopo. Ci sono invece delle versioni più strutturate che sono scritte e salvate sul pc e riguardano compiti più strategici e a lungo termine. Hanno compiti e ruoli differenti e sono per me altrettanto importanti.

Ecco alcuni consigli per la to do list quotidiana:

  • Segnatela su un supporto che siete sicuri vi possa seguire negli eventuali spostamenti del giorno dopo: i bordi del quotidiano che state leggendo o il retro di uno scontrino sono ad alto rischio di finire in pattumiera. Tenete quindi nei luoghi dove possono venirvi in mente le cose da fare il giorno seguente un blocchetto e una penna.
  • Al mattino unite i diversi appunti (quello che riporta la to do list del giorno prima, se non siete riusciti a svolgere tutto quanto previsto, quello scritto alla sera, quello appuntato sul cellulare) e decidete l’ordine di priorità. Tenete presente il fondamentale criterio che impone di fare non solo quanto è urgente ma anche quanto è importante. Se avete l’abitudine di iniziare a lavorare prima che comincino a suonare i telefoni, o arrivino i vostri capi, dedicate questi minuti di tranquillità ai lavori che richiedono maggiore concentrazione.
  • Cercate di organizzarla per assecondare il vostro modo di lavorare: se siete metodici, mettete tutte di seguito le mail che dovete scrivere o le telefonate che dovete fare; se amate variare, alternate compiti molto diversi. Ad esempio inserite dopo una lunga ricerca su internet una telefonata che vi permetta di alzarvi e sgranchirvi le gambe.
  • Per alcuni compiti potrà essere importante segnare l’orario: il cliente che fa il part time ed è disponibile solo al mattino, il corrispondente dall’altra parte del mondo che è contattabile solo quando è orario lavorativo anche sul suo fuso, il creativo che arriva dopo le 10 e va sentito o visto prima che si immerga in un altro progetto. Se quanto dovete fare è davvero urgente puntatevi una sveglia sul cellulare.
  • Preoccupatevi quando uno stesso compito viene ricopiato su una nuova to do list più di due volte, perché non siete ancora riusciti a svolgerlo: o state pretendendo troppo dalla vostra giornata, o state sottovalutando l’importanza di questo lavoro (magari perché non vi piace e quindi finisce sempre in fondo alla lista)
  • Concedetevi la soddisfazione di depennare man mano quanto avete fatto, ma ricordatevi che conta più la qualità che la quantità, quindi se avete cancellato molte cose dalla vostra to do list non significa necessariamente che abbiate fatto un buon lavoro.
  • Non stendete masochisticamente lunghissime liste per poi sentirvi depressi perché non siete riusciti a fare tutto. Siate realistici: se è improbabile che il giorno dopo riusciate davvero a finire tutti quei lavori, tralasciate quelli meno prioritari e meno urgenti, ma ricordatevi di inserirli nella lista a lungo termine (altrimenti rischierete di dimenticarvene!)

Nel prossimo post un’indicazione su come io mi organizzo per la lista delle cose da fare nel lungo termine, se avete qualche consiglio o best practice anticipatemeli, che le inserisco ben volentieri!

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Come fare carriera alla cena di Natale

PB   Natale. Tutti in famiglia il 24 e il 25 Dicembre. Ma le celebrazioni con il circolo più allargato delle nostre relazioni partono già da S. Ambrogio!

La pizzata di Zumba, la mostra con le amiche di infanzia, l’aperitivo con gli ex colleghi e… il brindisi o la cena aziendali!

Un incubo per molti divisi tra la tentazione di bigiare e quella di vestirsi come Moira degli elefanti per farsi finalmente notare da quell’inaccessibile adone del Controllo di Gestione (e dare il definitivo due di picche al nerd dei Sistemi Informativi).

Non sono una grande fan del momento ludico al lavoro (il barbecue con il capo la domenica nei film americani mi fa rabbrividire e alle cene di lavoro preferisco le cene con gli amici) ma semel in anno licet insanire (una volta l’anno è lecito impazzire), quindi via libera agli auguri di Natale al lavoro, ma con qualche accorgimento.

Ecco le regole fondamentali per sapersi comportare alla Cena di Natale aziendale: un errore può essere fatale alla propria carriera!

Regola numero Uno: al brindisi di Natale si va.

Non esistono scuse, impegni precedenti, timidezze all’ultimo minuto, raffreddori, malattie.

Ho un paio di esempi di colleghi brillanti che hanno fatto scelte diverse sulla cena di Natale, in Dolce & Gabbana, qualche anno fa.

R., super lavoratrice e sgobbona, carina, timida, fedele. Non va mai alle cene di Natale perché si sente un po’ fuori luogo, è timida, non ha legato bene con le colleghe che trova sguaiate e caciarone. Il direttore di divisione, ignaro del suo effettivo contributo al lavoro, si è però accorto benissimo della sua assenza al brindisi: R. è evidentemente poco aziendale, poco motivata, non ha commitment sufficiente per essere tra i migliori.

P., brillante, pasticcione, intelligente , ingarbugliato è stato investito a Londra, durante un viaggio di lavoro, da un’automobile. Settimane di ospedale e preoccupazioni. Alla cena di Natale, direttamente dall’aeroporto, accompagnato dalla sorella, passa per fare un brindisi. Rimane alla cena di Natale per 15 minuti. Che gli sono valsi più della chiusura del budget. Chi prima lo considerava uno svampito lo ha rivalutato come genio e sregolatezza.

Regola numero Due: al brindisi di Natale si va puntuali.

 La scena di quello oberato che deve finire la e mail e arriva tardi al brindisi credendo di fare la parte del secchione sbaglia di grosso: l’Amministratore Delegato è lì con il bicchiere in mano, con il discorso pronto. Arrivare 5 minuti dopo non fa lavoratore indefesso , fa villano o al meglio disorganizzato. Se è riuscito a arrivare il tempo chi gestisce un Consiglio di Amministrazione e gli Azionisti, come mai non ci è riuscito un Junior PM?

Regola numero Tre: al brindisi di Natale si va con abito e accessori adeguati.

Un piccolo dettaglio colorato, un abito elegante, un rossetto rosso.

Qualcuno si è occupato di preparare la festa per voi. Probabilmente da ottobre l’ufficio del personale e i servizi generali hanno pensato a location, menù, cadeau. Il Direttore Generale ha firmato decine di biglietti di auguri.

Fate in modo anche voi di essere in ordine per la festa e non di parerci caduti per errore, con la felpa e il berretto di lana in testa.

La vostra camicia bianca o una spilla a forma di albero di Natale (io ne ho una bellissima, regalatami da Antonio G. quando eravamo ragazzetti e colleghi in Swatch, che uso da allora tutti gli anni come un amuleto e un portafortuna) verranno apprezzati dal vostro capo e dai vostri colleghi. Importante: non state andando a un matrimonio e neanche all’addio al celibato. Non siete neanche dei promoter di Harrods. La giacca rossa e la barba di ovatta non sono quello che intendo per piccolo dettaglio natalizio.

Regola numero Quattro: al brindisi di Natale si va per festeggiare (no slides, no sbronza).

Alla cena di Natale ci si comporta in modo informale ma non si esagera.  E’ l’occasione per vedere in un contesto meno formale i propri colleghi, per scoprire che quella biondina pallida che si occupa di licenze truccata e con i capelli raccolti è quasi bellissima, che il capo è un appassionato di vela, che il magazziniere è un comico pazzesco e che la cena a base di insaccati è problematica per il collega mussulmano (era mussulmano?).

Vietato parlare di lavoro operativo e portare documenti a cui dare un’occhiata.

Vietato però esagerare con l’informalità: quelle stesse persone le ritroveremo domani in giacca e cravatta in ascensore.

Ricordo ancora un capo ubriaco su un tavolino che ballava, scarpe in mano. I collaboratori erano allibiti. Come vedere la mamma che bacia l’idraulico. Non si fa.

Ricordo uno stuolo di fanciulle del customer service vestite come per andare in discoteca civettare, troppo, con tutta la rete agenti (dalla Sicilia alla Val d’Aosta in grande spolvero). Tipo “cene eleganti” della cronaca recente. Non si fa.

Ricordo una segretaria alticcia che insisteva, troppo, per far ballare un ingessatissimo capo. Come quegli animatori  che trascinano con la forza riottosi volontari sul palcoscenico del villaggio vacanze. Non si fa.

Regola numero Cinque (per i capi) : al brindisi di Natale si va preparati

E’ una occasione per vedere tutti i collaboratori e non solo i primi livelli. Per fare un breve riassunto dei risultati raggiunti e per far conoscere gli obiettivi del nuovo anno.

Il discorso deve essere breve e informale, deve avere il carattere della celebrazione (ringraziamento e augurio) e non del rimprovero o del cazziatone (per questi brindisi c’è tempo tutto l’anno).

Essere preparati per un breve discorso, anche se poi condotto a braccio, è un segno di attenzione e rispetto per chi ha lavorato tutto l’anno e lo farà ancora per quello a venire, a volte più gratificante del panettone.

BUON ANNO!

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[CHART] I siti più condivisi nel mese di Novembre ’14 su Facebook

PC Interessante articolo sui siti più condivisi su Facebook, che indica nei test una modalità di interazione che funziona sempre. Vorrà dire che ci proveremo anche noi, con qualche test psicologico per aiutarvi a capire che tipo di lavoratore o cercatore di lavoro siete! Buon anno a tutti i nostri lettori!

Avatar di vinsneilVincenzo Dell'Olio

Anche questo mese è arrivato il momento della classifica dei siti più condivisi su Facebook per cui senza perdersi in chiacchiere ecco la chart con le prime 10 posizioni tratta da The Whip.

FB Publisher Chart Novembre 2014

Rispetto ai mesi precedentemente analizzati c’è un grande colpo di scena in testa alla Top 10 con il sopravanzare di PlayBuzz su Huffington Post. Il gioco, con 8,9 milioni di condivisioni, supera la narrazione in termini di viralizzazione su Facebook per cui vale la pena fare un focus su questo fenomeno del web.

Di fatto PlayBuzz non è altro che un sito che aggrega quiz, test, domande, rompicapo e altri passatempi del genere. Pubblica molti meno contenuti rispetto agli altri due siti sul podio, HP e BuzzFeed che in totale ricevono maggior numero di interazioni ma quando si tratta di condividere il contenuto appena letto ecco che sopravanza con un volume eccezionale di share. La community Facebook di…

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COSA VI AUGURATE PER IL 2015? DISEGNATELO IN UN’INFOGRAFICA

PC I lettori di Trampolinodilancio (che stanno diventando davvero tanti, ormai siamo sempre sopra i 5000 utenti al mese, grazie!) cercano su questo blog consigli su come pianificare la loro carriera, a partire dai primi passi fino a come progettare un nuovo percorso professionale.

In un momento di riflessione com’è l’inizio di un nuovo anno penso però che dovreste inserire gli auspici per il vostro percorso professionale nell’ambito di quello che più in generale vi augurate per il 2015. Io l’ho fatto e il risultato è questa infografica che illustra quali sono le mie priorità per l’anno nuovo e cosa mi dà felicità.Buon 2015!

Cercando un tipo di infografica che mi permettesse di visualizzare i miei obiettivi e valori ho trovato questo grafico formato da insiemi, che oltre a ricordarmi gli anni scolastici si è rivelato molto utile per fare un po’ di introspezione.

È un gioco che vi aiuterà a chiarirvi le idee e ad avere un punto di riferimento su cui tornare durante l’anno quando dovrete fare delle scelte: vi offrono un lavoro all’estero che vi farà stare lontano dal vostro fidanzato? Se avete dato più peso al successo professionale rispetto alla serenità che vi dà l’amore accettatelo senza ripensamenti. Avete disegnato un enorme insieme che rappresenta il divertimento? Inutile scegliere un lavoro che vi costringe a svegliarvi molto presto ogni mattina rinunciando alle uscite serali. Probabilmente non reggereste a lungo.

Ecco alcuni suggerimenti per la creazione dell’infografica di cosa vi renderà felici nel 2015.

  • Scrivete su un foglio l’elenco di quello che vi renderebbe felice nel 2015. Cercate di essere sinceri almeno con voi stessi: non dev’essere la dichiarazione di una candidata di un’aspirante Miss Italia, ma un colloquio tra sé e sé per capire le proprie priorità.
  • Scegliete un sito per infografiche; io ho usato http://www.easel.ly/ e ho scelto l’opzione con i diagrammi di Venn.
  • Scegliete i tre o quattro principali obiettivi dalla lista che avete scritto. Proprio come per le marche, anche nel personal branding è opportuno selezionare priorità e valori.
  • Inseriteli negli insiemi.
  • Date una grandezza all’insieme a seconda di quanto quell’obiettivo conta per voi in assoluto e in rapporto agli altri.
  • Ora dedicatevi alle eventuali sovrapposizioni tra gli insiemi/obiettivi. La vita non è a compartimenti stagni, quindi è probabile che i diversi valori si accavallino tra loro. Per voi è importante sia il successo professionale che la cura dei vostri figli? Trovate un lavoro che vi permetta di conciliare le due opzioni, sapendo che successo non significa necessariamente soldi (come ci raccontava nella sua intervista la blogger  – ex manager in carriera- Barbara Siliquini). Ritenete indispensabile una corsa mattutina prima di iniziare a lavorare: cercate un lavoro che vi consenta di iniziare dopo le nove e trenta e siate pronti alle levatacce (un creativo con il quale lavoro mi manda regolarmente testi e script alle sei di mattina prima di andare a correre)

A questo punto avete la vostra infografica per il 2015 (ricordatevi che ogni due o tre anni bisognerebbe aggiornarla, perché con il tempo è normale che cambino le priorità e gli obiettivi): il mio augurio è che il prossimo anno vi porti tutto quello che ci avete inserito e anche quello che ho messo io nella mia!

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In medio stat virtus anche nei cv

PC La parola della settimana di Aldo Grasso, su Io Donna di ieri è: misura.bilancia “E’ la misura il meglio, dice Eschilo. – ci ricorda Grasso – La parola  deriva dal latino “mensura”, participio passato del verbo “metiri”, misurare. La misura è un valore numerico pari al rapporto tra una grandezza e un’altra a essa omogenea, assunta convenzionalmente come unità (unità di misura). Le misure sono tante: c’è quella da colmare e quella da prendere; c’è la giusta misura (il limite che per ogni cosa costituisce la sua relativa perfezione) e la mezza misura. Mai dimenticare il Vangelo: “Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.” Misura per Misura.”

Una delle domande alle quali mi capita più spesso di rispondere riguarda la misura in termini quantitativi del curriculum: quanto dev’essere lungo? deve davvero stare tutto in una pagina? La mia risposta ai giovani alla ricerca di un primo, vero lavoro dopo l’università o un master è che è spropositato occupare due pagine per elencare le molteplici esperienze come commesso, hostess, barista, raccoglitore di mele, accompagnatore di bambini a campus estivi, eccetera eccetera che avete fatto. Deve passare il concetto che siete proattivi, desiderosi di mettervi alla prova, al limite appassionati di un determinato settore (ricordo che in Illva Saronno era ovviamente stato apprezzato il cv di un ragazzo che aveva fatto il barman in varie discoteche), ma nessuno avrà voglia di leggere uno per uno i diversi tipi di occupazione nei quali vi siete dilettati dal liceo in poi. In questo purtroppo il curriculum europeo non aiuta, il mio consiglio è di forzarlo e raggruppare le diverse esperienze, o per anni o per tipo di attività.

Lo stesso criterio quantitativo si può applicare alla lettera di presentazione, che non dev’essere troppo lunga (nessuno troverà il tempo di leggerla) ma neppure troppo corta, perché significa che non è stata personalizzata inserendo una propria presentazione che fa capire che siete perfetti proprio per quel lavoro e non avete spiegato il motivo per cui quell’azienda vi interessa, o meglio ancora vi appassiona.

Più difficile è prendere la misura dal punto di vista qualitativo. Il mio consiglio, che deriva dal buon senso e dalle informazioni raccolte in questi anni di Trampolinodilancio, è di evitare gli eccessi (lo spocchioso “State cercando me” che ironicamente sostiene di aver usato Susi è consentito nel corso di un colloquio informale ma decisamente sopra le righe in una lettera di presentazione) ma anche l’eccessiva umiltà. Usate verbi attivi, che spiegano con immediatezza cosa potrete fare per chi vi assumerà ed evitate di spiegare inutilmente cosa di negativo non farete. E’ un concetto più semplice da dimostrare con un esempio. In un cv che mi è stato recentemente inviato un candidato ci tiene a precisare: “Non presento problemi a socializzare e non complico la crescita e sviluppo di un ambiente di lavoro.” Ci mancherebbe anche!, è la mia risposta istintiva,  Ma spiegami perché dovrei assumerti, non perché non dovrei evitarti come una mina vagante! Poi però mi ricordo le parole del Vangelo citate da Aldo Grasso e cerco di essere misurata anche nel mio giudizio, anche perché intuisco grande ingenuità dietro queste parole. Non tutti però saranno altrettanto evangelici nel valutarvi. Leggete e rileggete le poche frasi che sceglierete e pensate se sono le più efficaci a vendervi, sarà già la migliore dimostrazione che siete adatti ad avere un lavoro nel marketing.

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Come scrivere una lettera d’accompagnamento al CV

PC I selezionatori del personale riceveranno, insieme alla vostra, centinaia di altre candidature: come assicurarvi che la vostra lettera d’accompagnamento venga notata? Mashable ha chiesto a tre esperti di indicare quali sono i trucchi che catturano l’attenzione e quali sono le parole chiave da mettere in qualsiasi lettera d’accompagnamento che accompagni il vostro CV.

Vediamo i loro suggerimenti:

  1. focalizzatevi sulle prime frasi

Ormai la quantità di mail che un manager o un selezionatore è tale che inevitabilmente surferà velocemente le prime frasi per decidere in pochi secondi se continuare a leggere o cestinare direttamente, spiega Nicole Williams consulente di Linkedin.

Per questo le prime tre frasi devono essere dirette ed efficaci e spiegare in modo originale e impattante sia perché si fa domanda di lavoro proprio in quell’azienda sia quali sono le proprie caratteristiche vincenti.

  1. scegliete con cura gli aggettivi che vi descrivono

Per descrivervi evitate le banalità come “sono organizzato” o “sono una persona responsabile” che l’azienda dà per scontate. Cercate di essere creativi e di riformulare il concetto in modo più originale. La Williams racconta di aver recentemente assunto una persona che ha dichiarato di avere “un’enorme capacità di gestire grossi carichi di lavoro”, mentre il solito “sono un gran lavoratore” sarebbe passato inosservato.

Per descrivere l’azienda per la quale state facendo domanda o la persona che state contattando spiegate che ammirate e siete ispirati da questa marca o persona. Mentre quando descrivete voi stessi queste parole vi faranno notare: entusiasta, appassionato, integrità.

  1. sottolineate le vostre soft skills

Javid Muhammedali, vice president alla Monster, giustamente sottolinea che le parole chiave dipendono dal tipo di lavoro per il quale si fa richiesta, ma in generale una lettera d’accompagnamento dovrebbe connotare alcune capacità fondamentali che funzionano per tutti i curricula con da 0 a 4 anni di esperienza. Vi ho selezionate le skills più indicate nel settore del marketing e della comunicazione:

  • Multitasking
  • Facilità di comunicazione
  • Problem solving
  1. Riprendete le esatte parole della job description

Come raccomanda Vicki Salemi, autore di libri su questo argomento, se state facendo domanda on line in risposta a una specifica ricerca dovete assicurarvi di passare almeno la prima selezione automatica che farà il sistema.

Per questo è fondamentale riflettere nella lettera di presentazione esattamente la job description, spiegando perché si è adatti a quella posizione utilizzando le stesse parole presenti nella richiesta.

  1. usate verbi attivi

Ci sono alcuni verbi, aggiunge Salemi, che colpiscono il selezionatore, ve li lascio in inglese e provo una traduzione

  • Launched – lanciato
  • Led, Managed – condotto, gestito
  • Analyzed- analizzato
  • Achieved – raggiunto
  • Budgeted- gestito il budget
  • Forecasted- previsto
  • Ignited- dato impulso
  • Negotiated- negoziato
  • Reorganized- riorganizzato
  • Identified- identificato
  • Generated- generato

Su come NON scrivere una lettera d’accompagnamento abbiamo già scritto, speriamo che rileggendo quel post e aggiungendo  questi nuovi suggerimenti riusciate a confezionare una lettera che vi faccia trovare anche nell’enorme pagliaio dell’attuale mondo del lavoro.

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A proposito di Mantova e del darwinismo letterario

PB  A settembre io e le mie amiche andiamo a Mantova al Festival della Letteratura.

Il gruppo di amiche ha un nucleo piuttosto indiscutibile ma di eterogenea origine (le amiche d’infanzia come Paola o la Pizzo, quelle dell’università come la Patri C. o la Lidia, le sorelline Silvia e Cote) e un piccolo gruppo un po’ più variabile ma pronto ad essere amalgamato (la Susi che sembra una veterana dopo una sola edizione, la Simo che abbiamo trascinato una volta sola perché Mantova coincide con la fashion week di New York, qualche cognata, qualche collega).

L’appuntamento a Mantova non è un desiderio o un bel programma: è un imperativo categorico.

Si bigia solo in fragranza di grave contrattempo (parto in corso, viaggio di lavoro overseas, frattura degli arti) altrimenti si va anche ammaccate, licenziate, incinte, divorziande, appena fidanzate.

A Mantova si sta bene perché ci siamo noi è perché c’è la letteratura, passione di tutte noi.

I tortelli di zucca o il riso alla Pilota sono eccipienti non del tutto trascurabili.

Quest’anno abbiamo visto diverse cose notevoli (in particolare il seducente Massini e la sua storia della Lehman brothers che vedremo presto al Piccolo Teatro di Milano e su cui torneremo certamente) altre così così .

Particolarmente interessante per l’approccio alla letteratura in chiave antropologica, e stato il tema dell’incontro con  Johnatan Gottshall, uno dei maggiori esponenti del darwinismo letterario.

Le neuroscienze stanno aprendo uno sguardo nuovo alla critica letteraria, una prospettiva non alternativa ma complementare rispetto all’indagine tradizionale, filologica, storica, biografica, psicologica.
Johnatan Gottshall , arrivato in Italia per la prima volta proprio durante l’edizione 2014 di Festivalletteratura, sostiene nel suo libro L’ istinto di narrare che la propensione dell’uomo alla narrazione discende da ragioni evolutive.

La finzione sarebbe la più antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana.

Il racconto, il romanzo, la letteratura sono popolari da sempre, in tutte le civiltà. Perché sono il tutorial della vita, il simulatore di esperienza più antico di sempre. La sola arte che è rimasta popolare, esente dalle astrazioni che hanno coinvolto la musica o l’arte figurativa del novecento.

Si legge dell’amore prima di conoscere l’amore, di guerra prima di combattere, di morte prima di vivere la mancanza, di caccia prima di avere ucciso la prima preda, di lavoro prima di avere timbrato il primo cartellino, di vittorie prima di aver mai gareggiato, di luoghi lontani e sconosciuti quando ancora si viaggia con il desiderio. Forse è per questo che da ragazzi si divorano tanti racconti, romanzi, film.

Forse per questo chi ha più fame di vita è così appassionato di libri. Forse è per questo che i grandi lettori spesso vivono poi vite piene o per lo meno si destreggiano nella vita con curiosità e coraggio: hanno avuto lezioni specialissime per affrontare il futuro, hanno vissuto, in vitro, tante situazioni prima di viverle direttamente, hanno accumulato competenze sociali vivendo vite parallele.

La prospettiva è interessante. Non toglie nulla al piacere della lettura, ma dà una spiegazione antropologica a quella speciale nostalgia di racconto che pare essere in noi fin dalla più tenera età.

D’ora in poi di fronte allo scaffale di una libreria penserò di essere di fronte alla multiple choice della vita. Se non andrà bene cliccherò play again. E aprirò un altro libro. Un’altra vita.

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