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Quando l’Algoritmo sta al Business come Virgilio sta a Dante: Egomnia ci porta a riveder le stelle

PB Matteo Achilli, il nostro enfant prodige fondatore di Egomnia, è ormai un saggio ventitreenne e oggi lancia la nuova versione internazionale del suo portale al Vodafone Village di Milano.

10.000 Beta tester saranno solo l’aperitivo prima di rendere Egomnia completamente accessibile a tutto il mondo.

Ad oggi più di 14.000 ragazzi sono stati reclutati per mezzo di egomnia.com, il primo social network italiano per fare incontrare domanda e offerta di lavoro. Come una pila nell’oscurità, un interprete su marte, una guida in una città straniera, Egomnia guida le aziende a trovare il loro candidato ideale, con l’obiettivo di diventare il portale di recruiting di riferimento per i giovani talenti. Merito, Servizio, Talento. Il tutto codificato e ordinato per essere reperibile.

L’algoritmo inventato da Matteo che consente di elaborare un ranking dei curricula degli iscritti e di offrirli in modo meritocratico alle aziende (oltre 1000!) che si sono accreditate, è stato perfezionato e revisionato. Come quando si industrializza il prototipo di un abito, o il bouquet di un nuovo profumo.

Ora l’algoritmo è abbastanza grande per girare in tutto il mondo, ma è rimasto un po’ bambino: si è inventato anche gli Egomoney , moneta virtuale con cui le aziende pagano il servizio. Forse quando usciremo “ a riveder le stelle” ci troveremo a Parco della Vittoria.

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Il vostro cv ha in media 8,8 secondi per farsi notare o cestinare

PC Uno degli effetti collaterali della crisi è il fatto che per ogni richiesta di impiego ci siano, rispetto a un tempo, molte più persone che fanno domanda e probabilmente meno persone che si occupano della selezione (anche i selezionatori sono vittime di tagli e ristrutturazioni aziendali).cestino

Il National Citizen Service,  il programma britannico che offre formazione ai giovani in cerca di lavoro, ha intervistato 500 aziende e scoperto che il numero di cv che arrivano per ogni posizione è raddoppiato in due anni, obbligando i responsabili della selezione a decidere in 8.8 secondi quali tenere e quali cestinare.

Cosa cercano in questi pochi secondi i selezionatori? Innanzitutto quello che viene definito l’elevator pitch: una frase che vi descriva e riassuma le vostre capacità e competenze in modo originale, impattante, dimostrando forza di carattere, tenacia e resilienza.

Un suggerimento sempre valido è quello di evitare gli aggettivi  banali o il cui contrario sia evidentemente negativo (vale la pena di dire che siete motivati? Se non lo foste avreste mandato il cv? È utile aggiungere che siete dinamici? Se foste pigri come un bradipo lo direste?). Resto sempre colpita da alcune frasi di House of Cards, la serie tv che ha a mio parere i migliori sceneggiatori. In un recente episodio un esperto di politica internazionale afferma: “I’d say there are nine consultants in the country who truly know foreign policy. Me: I’m number one. Me in coma, I’m number two.” Memorabile vero? (Se non lo avete capito andate direttamente all’ultimo punto di questo post).

Inoltre, nei pochi secondi dedicati al vostro cv, verranno apprezzate le attività extra curriculari, le passioni e gli interessi, più che i voti ottenuti (in particolare ovviamente se affini all’impiego per il quale ci si candida).

Alcuni suggerimenti formali per assicurarvi di avere impatto anche in 8.8 secondi:

  • Non superate la pagina, soprattutto se siete alla ricerca del primo lavoro. Il format europeo che obbliga ad elencare stage e lavoretti estivi con date e specifiche fa arrivare a due pagine anche i cv di giovani laureandi di 22 anni. Cercate di sintetizzare le diverse esperienze in modo da dimostrare i vostri interessi, ad esempio raggruppandole per temi (attività di volontariato, stage con solo l’elenco veloce del lavoro svolto e dove). Il one page document è una regola aurea che vale anche in questo caso.
  • Aggiungete una foto che comunichi qualcosa di voi: un sorriso e uno sguardo vivace e comunicativo fanno spesso più di tante parole.
  • Usate un carattere facile da leggere, evitate gli eccessi di creatività. Non potete conoscere i gusti di chi lo selezionerà, per questo è meglio usare un approccio standard
  • Formattate in modo utile e piacevole gli argomenti, in modo che sia ad esempio immediato recuperare il vostro numero di telefono o facile controllare qual è il vostro più recente impiego
  • Usate il grassetto per evidenziare le caratteristiche che vi rendono particolarmente adatti al ruolo per il quale vi proponete: può essere l’attuale posizione, se state svolgendo un lavoro simile, oppure una particolare esperienza all’estero, o ancora la conoscenza di una lingua straniera utile per quell’azienda, ma anche un hobby che coltivate da anni (fabbricate mobili in garage? Ditelo se fate domanda al marketing di Leroy Merlin; avete un blog di cucina? Evidenziatelo se mandate il curriculum in un gruppo alimentare; avete realizzato dei video per la scuola? Sottolineatelo se volete farvi assumere in un’agenzia di pubblicità)

E infine alcuni errori che la ricerca indica come sufficienti per far cestinare il vostro cv, anche prima che siano passati i fatidici 8.8 secondi:

  • errori di battitura
  • errori di grammatica
  • tono troppo informale
  • uso di espressioni gergali
  • lista di tutti i voti conseguiti durante gli studi
  • passioni e interessi elencati senza specifiche (ad esempio: la lettura, la cucina)
  • mancanza di attività collegate allo sviluppo personale

Dato che la ricerca è stata svolta in Gran Bretagna manca un punto fondamentale che aggiungo a nome di tutti i reclutatori italiani nell’ambito del marketing e della comunicazione (e non solo):

  • inglese perfetto. Solo pochi giorni fa ho sconsigliato un brillante studente del mio corso di Brand Lab che vuole diventare account dal mandare il suo curriculum nelle agenzie di pubblicità dopo aver visto (forse in meno di 8.8 secondi) che dichiara una conoscenza dell’inglese solo buona. Il miglior consiglio che mi sono sentita di dargli è di andare almeno tre mesi in un paese di lingua inglese, anche a fare il cameriere, per impararlo perfettamente e poi cominciare a inviare cv.
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Un esempio di come non scrivere una lettera d’accompagnamento

PC Le mamme manager che abbiamo ascoltato sono davvero indispensabili per i loro bambini, ancora  molto piccoli, e per questo devono wrapdestreggiarsi tra mille incombenze come una dea Kali. Ma anche quando il figlio diventa grande una mamma oltre che lavoratrice è quasi sempre anche cambusiere, maggiordomo, istitutore. Tra questi compiti, l’ultimo è quello che preferisco perché, avendo smesso di essere utile  nelle materie scientifiche a cavallo tra le elementari e le medie, vengo coinvolta solo in interessanti ripassi di materie umanistiche. In questo contesto ho recentemente riscoperto il valore pedagogico che i filosofi greci attribuiscono all’esempio.

Per chiarire meglio un tema che rimane tra i più visualizzati di questo blog userò quindi una vera lettera che ho recentemente ricevuto in modo da evidenziarne i più palesi errori e sperare che chi ci legge li eviti. Spero che l’autore non sia un nostro lettore (altrimenti mi farei delle domande sull’utilità di questo blog), ma se lo diventasse mi perdonerà se mi permetto di riportare con fedeltà (ma escludendo ovviamente la firma) la sua lettera.

Due parole sul contesto: la lettera arriva via mail in accompagnamento al curriculum al mio indirizzo mail di Media Arts, la società leader nei concorsi ludico-didattici nelle scuole con la quale collaboro. Eccola:

Gentilissimi,

inoltro il mio cv per evntuale collaborazione.

Da quattro anni lavoro presso un’agenzia di comunicazion e pr occupandomi di attività quali: creazione mailing list, contatti con i giornalisti  eblogger, re-call e follow-up, organzzazione eventi (press day, press tours, ecc), stesura comunicati stampa, coordinamento social media, coordinamento product placement, ecc.

Nel caso il mio profilo potesse interessare sarei lieto di presentare personalmente la mia candidatura.

Ringraziando per l’attenzione invio cordiali saluti.

Ecco le varie motivazioni per cui non ho mai chiamato e incontrato personalmente questo candidato:

Gentilissimi

  • dal momento in cui la lettera è indirizzata a me, sarebbe stato decisamente meglio aprire con Gentile dottoressa Chiesa, più immediato e diretto

inoltro il mio cv per evntuale collaborazione.

  • Scrivere in modo conciso non vuol dire adottare uno stile telegrafico.
  • Gli errori di typing sono imperdonabili, ancora di più in una lettera che è evidentemente standardizzata.
  • Manca totalmente un’apertura sul motivo per cui il candidato è interessato alla nostra società. Dal sito è immediatamente comprensibile il tipo di servizio che offriamo, sarebbe stato opportuno dar prova di conoscere e manifestare interesse per le attività svolte. Ricordatevi che la prima frase (ne abbiamo parlato in un altro post) va dedicata all’azienda alla quale scrivete e personalizzata di conseguenza.

Da quattro anni lavoro presso un’agenzia di comunicazion e pr

  • sorge il dubbio che la tastiera del pc abbia il tasto della “e” difettoso

occupandomi di attività quali:

  • meglio evitare i gerundi che rendono meno incisiva la frase, che prende un ritmo più assertivo se scrivete dove mi occupo, e mi occupo, eccetera

creazione mailing list, contatti con i giornalisti  eblogger

  • se non si tratta di un acronimo che non conosco penso manchi uno spazio tra la “e” e la parola “blogger”

re-call e follow-up, organzzazione eventi (press day, press tours, ecc), stesura comunicati stampa, coordinamento social media, coordinamento product placement, ecc.

  • La tastiera ha problemi anche con la “i” e chi ha scritto non ha riletto neppure una volta. Essendo una persona che si occupa di contatto con i giornalisti e stesura comunicati stampa, e non di uno scienziato poco avvezzo alla scrittura, questa sciatteria diventa piuttosto inquietante

Nel caso il mio profilo potesse interessare sarei lieto di presentare personalmente la mia candidatura.

  • Non è emerso nessun elemento dalla mail che possa incuriosire, colpire, attrarre. Immaginatevi un prodotto che si presenti con la stessa verve: lo comprereste?

Apro il cv allegato solo perché sto scrivendo questo post e scopro che il candidato ha frequentato lo Iulm: con una breve scorsa al mio profilo Linkedin avrebbe scoperto che ci insegno e avrebbe potuto farne menzione, accendendo per lo meno la mia curiosità. Vedo anche che ha un interessante percorso di studi e di stage, e che è bilingue. Insomma un “prodotto” sorprendentemente interessante presentato nel peggiore dei modi.

Questa mail è un esempio del fatto che l’abito fa il monaco: la lettera d’accompagnamento è un involucro che permette al vostro cv di arrivare nelle mani di chi vi deve giudicare:  può essere uno stupendo incarto piegato con cura giapponese o un foglio di carta da regalo evidentemente riciclato. A voi la scelta.

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In medio stat virtus anche nei cv

PC La parola della settimana di Aldo Grasso, su Io Donna di ieri è: misura.bilancia “E’ la misura il meglio, dice Eschilo. – ci ricorda Grasso – La parola  deriva dal latino “mensura”, participio passato del verbo “metiri”, misurare. La misura è un valore numerico pari al rapporto tra una grandezza e un’altra a essa omogenea, assunta convenzionalmente come unità (unità di misura). Le misure sono tante: c’è quella da colmare e quella da prendere; c’è la giusta misura (il limite che per ogni cosa costituisce la sua relativa perfezione) e la mezza misura. Mai dimenticare il Vangelo: “Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.” Misura per Misura.”

Una delle domande alle quali mi capita più spesso di rispondere riguarda la misura in termini quantitativi del curriculum: quanto dev’essere lungo? deve davvero stare tutto in una pagina? La mia risposta ai giovani alla ricerca di un primo, vero lavoro dopo l’università o un master è che è spropositato occupare due pagine per elencare le molteplici esperienze come commesso, hostess, barista, raccoglitore di mele, accompagnatore di bambini a campus estivi, eccetera eccetera che avete fatto. Deve passare il concetto che siete proattivi, desiderosi di mettervi alla prova, al limite appassionati di un determinato settore (ricordo che in Illva Saronno era ovviamente stato apprezzato il cv di un ragazzo che aveva fatto il barman in varie discoteche), ma nessuno avrà voglia di leggere uno per uno i diversi tipi di occupazione nei quali vi siete dilettati dal liceo in poi. In questo purtroppo il curriculum europeo non aiuta, il mio consiglio è di forzarlo e raggruppare le diverse esperienze, o per anni o per tipo di attività.

Lo stesso criterio quantitativo si può applicare alla lettera di presentazione, che non dev’essere troppo lunga (nessuno troverà il tempo di leggerla) ma neppure troppo corta, perché significa che non è stata personalizzata inserendo una propria presentazione che fa capire che siete perfetti proprio per quel lavoro e non avete spiegato il motivo per cui quell’azienda vi interessa, o meglio ancora vi appassiona.

Più difficile è prendere la misura dal punto di vista qualitativo. Il mio consiglio, che deriva dal buon senso e dalle informazioni raccolte in questi anni di Trampolinodilancio, è di evitare gli eccessi (lo spocchioso “State cercando me” che ironicamente sostiene di aver usato Susi è consentito nel corso di un colloquio informale ma decisamente sopra le righe in una lettera di presentazione) ma anche l’eccessiva umiltà. Usate verbi attivi, che spiegano con immediatezza cosa potrete fare per chi vi assumerà ed evitate di spiegare inutilmente cosa di negativo non farete. E’ un concetto più semplice da dimostrare con un esempio. In un cv che mi è stato recentemente inviato un candidato ci tiene a precisare: “Non presento problemi a socializzare e non complico la crescita e sviluppo di un ambiente di lavoro.” Ci mancherebbe anche!, è la mia risposta istintiva,  Ma spiegami perché dovrei assumerti, non perché non dovrei evitarti come una mina vagante! Poi però mi ricordo le parole del Vangelo citate da Aldo Grasso e cerco di essere misurata anche nel mio giudizio, anche perché intuisco grande ingenuità dietro queste parole. Non tutti però saranno altrettanto evangelici nel valutarvi. Leggete e rileggete le poche frasi che sceglierete e pensate se sono le più efficaci a vendervi, sarà già la migliore dimostrazione che siete adatti ad avere un lavoro nel marketing.

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CONSIGLI DAL MASTER TRA CULTURA E GENTILEZZA

PB Un paio di settimane fa ho partecipato a una tavola rotonda allo IED con gli studenti che, prossimi alla conclusione del Masterbrand, si sono confrontati sul tema del lavoro (come scegliere, come farsi scegliere).

Oltre ai ragazzi c’erano alcuni professionisti e manager (io tra loro) con il compito di indicare ai giovani diplomandi il metodo per cadere in piedi (o almeno seduti dietro una scrivania) dopo essere stati catapultati fuori dalla scuola.

Il campionario dei manager era vario e divertente. Ma soprattutto sono emersi consigli che voglio condividere con voi.

1) Prima di avere l’ansia di essere scelti, usate il vostro tempo per scegliere e studiare bene l’azienda o l’agenzia per la quale vorreste candidarvi. Quali sono i suoi prodotti? la sua filosofia? chi sono i suoi clienti? le sue campagne? il suo stile?

2) L’azienda che scegliete vi deve assomigliare almeno un po’: c’era tra i relatori Benedetta, brand manager di Red Bull. Dopo il suo intervento (super energetico, volitivo, proattivo, assertivo) ho pensato che la taurina che mettono nella lattina di Red Bull la avessero cavata direttamente dalla sua bile e ho desiderato bere una camomilla.

A fianco c’era Ruggero, ligure, intellettualmente malinconico, sofisticamente indolente. Sicuramente uso al pessimismo della ragione, non lo conosco abbastanza per sapere se indulga all’ottimismo della volontà, ma credo di sì dato che era lì a dispensare qualche buon consiglio ai ragazzi ed è un imprenditore: quelli che vogliono lavorare nella sua agenzia  credo debbano frequentare Tolstoj e sapere che la Lega Lombarda , prima di essere la canotta di Bossi, era un’altra cosa.

3) Spegnete la tv e leggete. Tanto.

4) Sappiate l‘inglese molto bene.

5) Fate un’esperienza all’estero, poi tornate.

6) Non siate presuntuosi . Claudio (pacato e saggio Account Director in agenzia), ha snocciolato una serie di richieste in cui gli è capitato di imbattersi esaminando cv di giovani candidati (dal livello atteso “dal quadro in su”,  alle limitazioni di orario) chè quasi (bah, no, non fino a questo segno) avresti riabilitato la Fornero e i suoi choosy.

7) Fate sempre bene qualsiasi lavoro: le occasioni vengono dalle relazioni e lasciare una buona memoria (anche come barista, studente, stagista) è quasi sempre l’origine di una carriera. Lo è stato per tutti i cinque relatori presenti e, statisticamente, vorrà pur dire qualcosa.

8) Non lamentatevi mai , ma abbiate una opinione.

9) Non presentate al vostro capo problemi ma soluzioni. Quelli di sotto risolvono i problemi di quelli di sopra. Sempre.  A scalare fino al Primo Ministro.

10) Siate disponibili, generosi del vostro tempo, della vostra energia.

11) Seguite le vostre passioni, i vostri gusti.

Lorenzo, altro ligure rubato alla costa per realizzare i suoi sogni nell’entroterra, è stato DJ per caso (con picchi di popolarità sullo struscio bolognese), ma regista per vocazione. I suoi video sono buffi e talentuosi, a volte commoventi.

13) Siate caparbi, ma anche un po’ fatalisti: non fatevi scoraggiare, rialzatevi sempre. Alcuni fallimenti spesso si rivelano produttivi. Saper perdere è una bella arte e ci rende più simpatici.

Ultimo ma non ultimo, siate gentili e amate la bellezza: la vita è troppo breve e troppo bella per sprecarla in compagnia di villani, in luoghi oscuri.

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Curare i sintomi: primo passo verso la professionalità

PB In caso di dipendenza (dal sesso, dalla droga, dall’alcool) a volte è molto (troppo) difficile curare le cause. Molti terapisti puntano sulla cura del sintomo: indipendentemente dalle ragioni per cui abusi di cibo, alcol, sesso (abbandonato da piccolo alla Rinascente? morsicato dal criceto? intossicato di carpaccio ?) l’importante è costruire una terapia che metta ordine nei sintomi.

Nessun abuso solitario: si mangia solo in compagnia, solo in misura adeguata (vale anche per alcol e sesso). Se sei a casa da solo e ti viene voglia di svuotare il frigo, esci e prendi appuntamento a pranzo con un amico. Se lo fai sempre e riesci a essere disciplinato, dicono i terapisti, magari il dolore del morso del criceto non ti passa, ma avrai superato la difficoltà di non riuscire a mangiare di fronte ad altri, di associare il cibo a qualcosa di cui vergognarti, di cambiare taglia – e guardaroba -ogni 2 mesi.

Lo stesso vale per la nostra professionalità.

Io sono disordinata. E detesto il disordine. Sono pigra. E detesto i poltroni. Sono distratta ma non tollero la superficialità. Procrastino le cose che mi annoiano ma non sopporto i ritardi. Qualche altro pregio naturale ce l’ho (si, si davvero) , ma sulle cose che ci vengono bene naturalmente è inutile lavorare e consultare blog.

Ecco come sopravvivere ai propri difetti e costruire una professionalità che non sempre sgorga dalla nostra natura.

Perché sul lavoro (ma forse anche nella vita) la frase: “devi accettarmi così come sono” , non funziona. Se sei disordinato, pigro, superficiale e ritardatario le prospettive di carriera si riducono al lumicino. Essere (anche se a costo di forzature dolorose) ORDINATI, PUNTUALI, OPEROSI è nel capitolato di base.

Per chi è disordinato, vulcanico, esuberante: il tavolo (se è solo vostro) può avere ammonticchiate le vostre carte, ma quando un documento esce dalle vostre mani, per avventurarsi da solo su tavoli estranei e essere ambasciatore delle vostre idee, deve essere letto e riletto. Controllate che non ci siano errori di battitura, che le maiuscole siano al posto giusto, che i caratteri siano sobri e regolari. Noi disordinati dobbiamo puntare alla regolarità più becera. Aspirare alla banalità. Farà buona media con la nostra esuberanza e il risultato sarà di una discreta classe.

Mi è capitato recentemente di avere un buon curriculum tra le mani, ma il nome di battesimo della candidata era rimasto minuscolo. Non mi ricordo il suo voto di laurea, ma mi ricordo che non deve avere riletto il cv prima di stamparlo e di inviarmelo. Mi rimane un retrogusto sgradevole per una stupida minuscola. Vorrei dimenticarmene e passare oltre, ma non c’è niente da fare: il retrogusto è lì.

Per chi è pigro: costruire l’agenda e prendere impegni nei sacri momenti di buoni propositi. Noi pigri in incognito siamo di quelli che non decidiamo mai all’ultimo momento di andare a vedere una mostra o di fare un giro di store check: di fronte al divano neanche le sirene. Ma essendo lombardi e proto calvinisti, se abbiamo già prenotato a Teatro o dato parola a un’amica di andare a una Prima, non facciamo mai bidone. Quindi gestite agenda a lungo termine. Prendete impegni quando avete un orizzonte piuttosto lungo che non vi impone eroismi immediati ma solo la gioia del programmare: sotto data non dovrete decidere nulla, solo obbedire a impegni già presi.

Io, che passo per una donna operosa, se avessi il cervello con il viva voce non potrei circolare: tra sogni oziosi e ambizioni a basso voltaggio dovrei essere cintura nera di pennichelle più che dirigere un’azienda.

Per chi è ritardatario: prendetevi sempre degli impegni (personali, che conoscete solo voi) tra un appuntamento e l’altro, serviranno da cuscinetto per risolvere il vostro innato ottimismo che vi fa regolarmente sottostimare il tempo di percorrenza per arrivare a destinazione.

Lo scorso lunedì ho tenuto una lezione all’Università di Lugano. Su google map mi davano 1 ora, e 35 minuti per arrivare. Lezione alle 10,30. Ho pensato di andare con un po’ di anticipo così da prendere un caffè sul lago prima della lezione e assistere almeno a mezz’ora della lezione prima del mio intervento per orientarmi tra i ragazzi e gli insegnanti che non conoscevo.

In realtà sono stata bloccata oltre mezz’ora sulla tangenziale (lavori Expo), si è verificata una piccola frana a bordo lago con traffico alternato e speleologi che mettevano in sicurezza montagna (poi ho scoperto da colleghi comaschi che non è avvenimento così esotico sul lago), non avevo la vignette per andare in autostrada in Svizzera (il che mi ha costretto a percorrere la Statale), il parcheggio funzionava con i Franchi Svizzeri e io avevo solo Euro.

Sono arrivata in classe alle 10,29, con il sorriso come se fosse normale (la lezione stava per iniziare: ero in perfetto orario), ma con uno stato psicologico da ricovero ospedaliero e con l’anima sudata. Se non avessi fatto tutta una serie di programmi cuscinetto (caffè, lago, orientamento tra i volti con cui mi sarei confrontata di lì a poco) sarei arrivata con oltre un’ora di ritardo.

Naturalmente esistono persone normali che avrebbero tranquillamente programmato il tempo corretto della tangenziale all’ora di punta, del parcheggio, del cambio euro/franco.

Persone che sono naturalmente operose e non hanno bisogno di dormire almeno otto ore a notte per essere felici.

Persone che hanno l’armadio in ordine per colore e adorano fare il cambio stagione e non devono comprare tutte le volte che vanno in montagna uno scaldacollo o la protezione UV perché la sera prima della partenza non trovano qualcosa.

Ma questo blog non è per i perfetti. Se no a cosa servirebbe?

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Come NON scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum vitae

PB la settimana scorsa ho ricevuto per e mail un curriculum. Come era? Per quale posizione? Non lo so perché non ho aperto l’allegato (quindi se per caso la candidata si riconosce nell’imputata di questa e mail ci può riprovare perché non la riconoscerei).

Ecco, copiata pari pari, la lettera che ho ricevuto:

Buongiorno,

vi invio il mio cv sperando possa trovare il vostro interesse.

Sto cercando una società che mi permetta finalmente di poter esprimere appieno il mio potenziale, una società che apprezzi fino in fondo l’impegno e la dedizione che metto ogni giorno nel mio lavoro.

Spero siate voi.

Io sono pronta.

Ed ecco perché questa introduzione non va bene:

1)      Quando scrivete a una azienda dovete comunque (anche se non conoscete il nome di battesimo) indirizzarvi a una persona che ha in azienda una funzione (il Direttore Marketing, il Direttore del Personale, il Direttore Generale) e non lasciare il buongiorno a galleggiare nel vuoto. Per altro, con una telefonata al centralino dell’azienda, è di solito piuttosto semplice conoscere il nome di chi vorreste leggesse la vostra e mail.

2)      Per quanto sia apprezzabile la brevità dell’introduzione, cercate di far almeno intuire cosa siete capaci di fare (Marketing? Pubblicità? Stile?Contabilità? siete una esperta ricamatrice? Una modellista del bambino? Una laureata in scienze della comunicazione?)

3)      Nel corpo della lettera, la nostra esigentissima candidata pretende di trovare una società che le permetta di esprimere appieno il suo potenziale e anche che la apprezzi fino in fondo.  Sono dolente di informarvi che queste sono richieste che si possono fare al proprio analista o al proprio allenatore (tutta gente che va remunerata) o al massimo al proprio fidanzato, non a qualcuno che dovrebbe pagarvi uno stipendio e che vorrebbe che voi lavoraste perché il marchio, il business, il prodotto esprimano appieno il loro potenziale.

4)      Quella parolina “finalmente” infilata in mezzo alla frase (“…una società che mi permetta finalmente di poter esprimere…”) fa intuire che fino ad ora non siate stati adeguatamente apprezzati. E che vi lamentiate dell’azienda presso la quale avete lavorato fino ad ieri. La prima reazione di chi legge è una istintiva solidarietà con chi ha dovuto, povero lui, gestire fino a ieri le vostre esagerate aspettative. E il desiderio di fuggire e archiviare la e mail è fortissimo.

5)      La chiusa ad effetto: “Spero siate voi. Io sono pronta” acuisce l’ansia da prestazione: lei è pronta, io no.

Ecco, molto semplicemente, cosa avrebbe potuto scrivere la nostra candidata:

Gentile Dottoressa Bolzoni, [evitare abbreviazioni: non state scrivendo un telegramma né incidendo una tavoletta di cera, quindi perché risparmiare su un paio di letterine?]

le [evitare la maiuscola “Le”, che è ridondante e onestamente obsoleta]

invio il mio cv sperando che possa trovarlo di suo interesse.

Sono una giovane stilista particolarmente appassionata di sport [oppure qualcos’altro: dite quel che sapete fare]

e credo che potrei dare un buon contributo per il successo [qui l’accento è posto su quello che voi potete fare per l’azienda, non su quella che l’azienda può fare per voi]

di xxxx [mettere il nome dell’azienda eviterà di dare l’impressione che abbiate fatto spamming su tutte le società della città],

dato che sono volonterosa, attenta e costante [spiegare brevemente perché un selezionatore dovrebbe incontrarvi è sempre buona cosa].

Avendo un contratto presto in scadenza [anziché lo scenografico: “io sono pronta” fate comunque intuire la vostra disponibilità in tempi rapidi],

potrei da subito essere disponibile.

Mi piacerebbe poterla incontrare anche solo per un breve colloquio. [l’impegno che chiedete non è di farvi felici per sempre, ma solo di trovare una mezz’ora per scoprire cosa sapete fare]

Cordiali saluti e a presto

La lettera di accompagnamento deve essere breve, efficace, arrivare sul tavolo di chi vi dovrebbe assumere come il messaggero che porta in allegato la soluzione di un problema: voi e il vostro talento siete una opportunità, non una tassa per chi vi deve valutare, non spaventatelo!

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Come sopravvivere con il fai da te quando le aziende latitano e il portafoglio è vuoto.

PB Sono andata, una decina di giorni fa, a vedere la mostra di Rodin a Palazzo Reale.

Ho visitato la mostra accompagnata da una guida. Rodin lo conoscevo già bene (lo ho molto amato a Parigi, come si amano le cose che si scoprono e affascinano durante la giovinezza) ma avere un critico dell’arte ( massimo.dantico@libero.it) che ti racconta delle figure che sgorgano dalla materia, della evoluzione dell’arte dello scultore dai lavori giovanili a quelli della maturità, è stato bellissimo.

Al di là del godimento (che bella l’arte! Che bella Milano quando attraversi la Piazza del Duomo con il buio e la madonnina è illuminata! Che buono il caffè al Camparino mentre si chiacchiera di tutto e di niente!) ne sono uscita che ne sapevo più di prima.

Il mio Rodin svelato mi ha dato il via per scrivere questo intervento sulla mancanza di capacità – e volontà – delle aziende italiane di formare i propri collaboratori.

La cultura corrente delle aziende italiane considera il tempo dedicato all’aggiornamento con sospetto, quasi si trattasse di gite clandestine. Il collega assente per formazione è accompagnato da sorrisetti come se fosse a Camogli a mangiare la focaccia.

A questo clima contribuiscono anche scelte discutibili e clientelari quando le aziende si affidano a docenti modestamente preparati che proiettano usurate slides su Power Point o a istrioni che replicano lo stesso show  indipendentemente dagli interlocutori, regolarmente impreparati perché credono di essere brillanti abbastanza per affascinare l’aula e tirare incolumi fino al coffee break.

Le aziende straniere (per mia esperienza personale posso citare quelle francesi e quelle svizzere, ma ho amiche che lavorano per americani e tedeschi e possono confermare) affrontano la formazione con più professionalità e metodo.

Siccome però dobbiamo accontentarci dei nostri indolenti e mediterranei capi (prendiamoci però l’impegno di diventare professionali quando sarà il nostro turno di essere capi)  e non accontentarci mai del nostro sapere, non trascuriamo le opportunità auto formative che offre, per lo meno nel campo dell’arte, il nostro paese.

In Italia, dopo le scuole superiori, i docenti smettono di sentirsi guide (si vede che reagiscono con acrimonia al sospetto di essere chiocce e si trasformano in Erinni) e lasciano orde di talenti a vagare senza Virgilio per i gironi più o meno infernali, dell’apprendimento.

Dobbiamo usare tutte le nostre energie per non perderci (o perlomeno non troppo) e approfittare, da autodidatti, delle incredibili risorse culturali del nostro paese.

Frequentate le accademie, le pinacoteche, le biblioteche della vostra città: lì normalmente troverete opere inestimabili, illuminate con luci inadeguate, con orari ridotti di apertura, curate da impiegati mal pagati ma spesso colti e appassionati. Normalmente dietro al neon e a una impalcatura occhieggiano Raffaello, Mantegna, Caravaggio.

Persino a Milano, che non è Roma o Firenze, per le mostre che hanno l’onore di essere pubblicizzate (bellissime per altro) c’è una coda spaventosa (e che spesso vale la pena di fare), ma a Brera o al Poldi Pezzoli ci sono capolavori da togliere il fiato che si possono ammirare in beata intimità.

PS La visita guidata a Rodin mi è costata 6 euro, oltre al costo di ingresso alla mostra. A volte una buona guida è dietro l’angolo. E il costo per godersi e capire un capolavoro inferiore a quello di un aperitivo.

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Come fare carriera sulle ali della propria reputazione

PB Nel lavoro il modo di lasciarsi è spesso la premessa di come riprendersi.

Date per assodate le capacità tecniche (non c’è bisogno di leggere un blog di cucina per capire che, se si ha l’ambizione di fare lo chef, bisogna imparare a cucinare) il nostro comportamento durante i momenti salienti del lavoro in azienda (la prima settimana, le riunioni di lancio, le presentazioni e – sì, proprio così – gli ultimi giorni prima di cambiare lavoro) sono davvero indelebili nella memoria di chi poi, per tutta la vita, girerà mondo e aziende con una certa opinione di noi. E quella opinione divulgherà in modo più o meno consapevole, contribuendo alla nostra “reputazione”.

Ecco qualche esempio (vero) di buoni – relativamente alla reputazione professionale – e cattivi comportamenti.

1)      darsi malati. C’è una categoria di persone che per evitare una situazione di difficoltà (come i ragazzi che bigiano l’interrogazione) o per sottolineare la propria insoddisfazione (come quelli che non si presentano a una festa perché non condividono la lista degli invitati), quando c’è  un momento importante (riunione, presentazione, inaugurazione, cena di Natale, corso di formazione, viaggio all’estero…) si danno malati. Lasciando dietro di sé il triplice amaro sapore della menzogna (normalmente tutti sanno che la malattia è una scusa), della permalosità (non è venuta perché aveva il posto standing in sfilata anziché la poltrona in prima fila), della inaffidabilità (non ci si può contare, all’ultimo può dare forfait).

Un mio ex collega è stato a casa tre mesi in malattia per contrasti con l’azienda. L’azienda normalmente non si accorge di niente (è una entità astratta priva di sentimenti) , ma i colleghi lo hanno stramaledetto ogniqualvolta hanno dovuto fare il suo lavoro o si sono trovati nei pasticci perché nessuno aveva fatto, appunto, il suo lavoro. La sua reputazione è per me di totale inaffidabilità, indipendentemente dal fatto che le sue rivendicazioni fossero giuste.

Si sta a casa malati solo se si è veramente malati. E il giorno in cui si conta su di voi, ci si trascina anche sui gomiti.

Ricordo di una mia tragica presentazione: nuova collezione e nuova campagna pubblicitaria.  Forza vendite da tutto il mondo. E abominevole dissenteria. Ricordo di avere ingurgitato una scatola di Dissenten, di avere coperto il tragitto in automobile da casa all’ufficio con una salvietta da mare appoggiata sul sedile (ad evitare drammatiche complicazioni sull’auto aziendale), di avere mappato tutti i bar con bagno da via Lorenteggio a via  Borgonuovo. Chiaro che finito il mio speach mi sono precipitata a letto, con boule dell’acqua calda e piumotto. Al rinfresco nessuno ha notato la mia assenza, ma la presentazione è andata e io ho guadagnato gratitudine eterna dal mio capo.

2)      parlare la prima settimana . La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.

3)      Tacere l’ultima settimana. Bisogna comportarsi come quando si chiude casa al mare: come se dovessimo ritornare la prossima estate.

Tutto, per quanto possibile, deve essere in ordine, chiuso e il passaggio di consegne deve essere generoso.

Alla fine di un rapporto di lavoro siamo i più esperti della nostra materia. Una parola in più, una certa generosità nel passaggio delle informazioni, sarà molto apprezzata da chi ci sostituirà e da chi è stato il nostro capo fino ad ieri.

Io sto per essere “lasciata” da un collaboratore che stimo molto. Detto collaboratore sta gestendo le sue ultime settimane cercando di fare il meglio perché il team non sia in difficoltà per la sua dipartita, perché questa collezione sia trattata con le cure che si dedicano a un neonato, non con la superficialità di un oggetto di transizione. Questo atteggiamento generoso e responsabile perpetuerà l’affettuoso rimpianto di lui. E aumenterà la sua buona reputazione.

Ho conosciuto colleghi che hanno chiuso con l’azienda lasciando gli ultimi lavori sbrindellati, listini senza coerenza, contratti ammaccati, ore di chiacchiere alla macchinetta del caffè ricordando aneddoti più o meno divertenti delle loro gesta passate. E lasciandosi alle spalle una pessima reputazione.

L’ultima settimana si parla molto. Ma non di noi, del lavoro che lasciamo, a memoria del nostro operato e della nostra professionalità.

Ripercorrendo la mia carriera, mi rendo conto di avere beneficiato spesso della mia buona reputazione: almeno tre delle aziende per le quali ho lavorato mi hanno cercata perché qualche mio ex capo o ex collega ha parlato positivamente di me. Un ex dirigente degli orologi mi ha assunta per i reggiseni, una ex collega della moda mi ha raccomandata per Armani, un ex capo di Armani mi ha consigliata per il tennis. E altrettanto ho sempre fatto io con chi ha lavorato bene con me, con chi ha sorriso la prima settimana, ha parlato l’ultimo mese e si è ammalato solo quando girava una micidiale influenza.

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Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

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