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Il lavoro di cercar lavoro: in bilico fra Woody Allen e Pirandello

PB  Cari lettori di Trampolino, D,   il fascinoso marito di una cara amica ha scritto un pezzo per noi.

Aggrovigliato nel complicato esercizio di trovare un lavoro, dopo qualche rocambolesca vicissitudine sudamericana, ha scritto una pagina che credo possa essere utile anche a giovani con meno esperienza di lui.

Ecco le mie considerazioni prima di lasciarvi alla lettura:

1) l’accenno alla bocciatura in latino alle medie rivela che non si tratta di un teenager (credo che il latino alle medie ci fosse ai tempi in cui si andava a scuola con la cartella di cuoio) : mi piace che in questa valle di lacrime esista una compassione (nel senso etimologico del termine) transgenerazionale.

2) per capire il post bisogna aver letto Pirandello e visto Woody Allen: leggete e studiate se volete avere una chance in più per godervi il mondo e trovare lavoro.

3) la scrittura è terapeutica per chi scrive: aiuta a rendere oggettive e gestibili sensazioni che chiuse nel proprio cuore paiono cupe e dolorose.

In questo caso è terapeutica anche per chi legge: le peripezie trasformiste per trovare un lavoro sono esilaranti e raccontate con cinico acume. Aggrovigliati va bene, ma almeno con stile!

 

D     Capita spesso nella vita professionale di voler cambiare orizzonte e prospettive. A me personalmente non è mai successo di non farlo per denaro, però è sempre meglio motivare  le proprie scelte con la necessità di affrontare nuove sfide. Il momento meno eticamente ineccepibile che ciascuno si ritrova nel cammin della sua vita ha quasi sempre a che vedere con il cambiamento di lavoro. A trasformare una persona, solitamente irreprensibile in un essere a dir poco discutibile, tipicamente  concorrono tre fattori: la motivazione, la redazione del CV, la dialettica del colloquio. Incredibilmente ci si rilassa solo al momento della firma del contratto quando in realtà servirebbe di più tirar fuori tutte le astuzie della volpe maligna che alberga in ciascuno di noi. Anche peggio, si recupera equilibrio e si torna ad essere se stessi quando timidamente esploriamo situazioni e colleghi nel nuovo ambiente di lavoro.

Ma veniamo ad analizzare attentamente i flussi intellettivi ed emotivi che governano i 3 processi menzionati. Innanzitutto bisogna considerare da dove si proviene. E’ molto probabile che a un giovane brillante, determinato, sicuro e da anni  in carriera  vengano offerte a gratis numerose nuove opportunità senza dover fare praticamente nulla, se non presentarsi a un colloquio forte di se stesso e delle proprie relazioni, con un Curriculum abbastanza verosimile. Altra cosa invece doversi reinventare o trovare una nuova opportunità quando si è meno esuberanti e fortunati, magaricon numerosi  cambiamenti di azienda e di mansioni nel CV (flessibilità? Incostanza? Incompetenza?).  E soprattutto quando si è temporaneamente senza una occupazione. Quando cioè si cerca semplicemente un nuovo lavoro, o quantomeno si diventa meno schizzinosi riguardo alla carriera e alle responsabilità da coprire. Comunque anche nel primo caso, del rampante aggressivo, può sempre succedere che pretenda un balzo sociale salariale troppo ambizioso o che desideri qualcosa un po’ troppo al di là dei suoi requisiti di base. Gli può succedere di candidarsi per una posizione di direzione Sales in una società a San Paolo del Brasile, però non parla portoghese, oppure vuole avviare un percorso di sviluppo di business nel mercato Oli& Gas, ma l’esperienza più emblematicaeffettuata nel settore è rifornirsi  ad una pompa di benzina.Crede fermamente nell’opportunità del mercato Engineering& Construction però ha soltanto sorvegliato la sua dolce metà mentre decideva la ristrutturazione della casa con un architetto di medio cabotaggio.  Spero di aver reso l’idea.

Ebbene da dove si comincia? La motivationletter. Attenzione questa è il “makeit or break it”. Affinché il CV una volta inviato, venga anche letto, bisogna che la motivation al cambiamento sia fulminante. Deve convertire in timida curiosità l’atteggiamento del HR solitamente diffidente, pieno di pregiudizi, corroso da corsi e ricorsi di concetti ripetuti, intriso di sonno per caffè ancora da prendere. La motivationletter è il primo momento di abbassamento delle difese immunitarie dell’etica. Di motivationletter ce n’è una sola, come la mamma. Certo, come no. Come minimo, una sola per azienda, se va male una sola per funzione aziendale . Mai inviare la stessa motivationletter a due aziende diverse.  Impossibile. Per la posizione in Brasile, faccia pertanto emergere la disperata ricerca dell’esperienza internazionale, l’unica che gli manca. Per l’Oil & Gas non faccia a meno di citare la naturale predisposizione a operare in un settore così cruciale per la vita dell’uomo, specialmente in questo momento storico. Per l’Engineering& Construction dovrà pensarci ancora un po’, ma gli verrà. Incuriosito, l’HR Manager, con un po’ di fortuna passa a scrutare  il CV.  E qui dipende non solo dall’azienda ma anche dalla particolare funzione aziendale a cui il candidato aspira. Non ha forse fatto qualcosa di specifico per il Marketing rispetto al Sales, o alla direzione generale? Traguardare, con un corretto bagaglio di attività pregresse, la funzione per cui si presenta, è priorità massima. E bisogna farsi furbi.Per il Marketing come non citare i milioni di euro di budget di advertising che già aveva a disposizione 10 anni prima. E per il Sales  come è umanamente possibile  non far emergere tutti  i contatti, anche quelli presunti, o soltanto sfiorati in tanti anni di frequentazione di corridoi, a parlare con le segretarie. E’ un managingdirector,  non ha forse messo in sicurezza la finanza di una azienda che stava prima di lui alla canna del gas? Ma scherziamo davvero ? Ma questo e altro perdinci. Che dire del colloquio. Rispondere “Sì” quando una cosa si è fatta, rispondere” No” quando non si ha proprio idea. Per davvero. Questo è il miglior modo per non portare a casa nulla. Rispondere sempre Sì. In questo caso si può cadere alla domanda più approfondita successiva. Ma rispondendo no, alla domanda successiva, non ci si arriva neanche. A me non è mai successo. Se non si ha un amico che ci vuole dentro a tutti i costi, se non si viene chiamati, perché in carriera e sicuri di sé, non rimane che affidarsi alla creatività e alle proprie capacitàteatrali. Ma non basta, abbiamo visto che la documentazione a corredo è altrettanto rilevante. Se si vuole essere preparati bisogna automatizzarsi. I casi da gestire preventivamente sono un numero spropositato. Se ricordo bene dalle mie lezioni di Algebra dell’Università:

  • Motivationletter: 1 per azienda, forse 1 per funzione
  • CV: 1 per azienda e 1 per funzione aziendale a cui ci si candida. Fra l’altro, nelle grandi aziende, tramite sito internet, è ormai possibile candidarsi per più di una posizione con CV maggiormente dettagliati e specifici.

Il numero di combinazioni risultante della coppia (CV, MotivationLetter) è 2*M*N, dove N è il numero di aziende target e M il numero di funzioni a cui si può aspirare. Aumentano i casi da moltiplicare laddove si considerino differenti location: Italia, Europa, Americhe. Senza parlar della lingua: Italiano, Inglese o altro.

Pertanto il prerequisito fondamentale è munirsi di un buon Data Base e continuamente esercitare il proprio cervello a interpretare le diverse situazioni.Prova: chi sono oggi? Direttore Marketing, azienda X, Location della posizione: Londra, colloquio in Inglese. Presto tiriamo fuori la parte dal data base e ripassiamola.

Mai andare ad un colloquio senza aver dormito almeno 8 ore la notte prima, e imparatoil personaggio specifico prima di uscire. E purtroppo tutto questo a volte è completamente inutile se nessuno ti chiama. A quel punto tutto il lavoro riparte da zero. Darsi un timing, prima della indispensabile revisione completa della documentazione. Tutto fatto quindi? Basta solo munirsi di pazienza e attrezzi di informatica? Purtroppo non è così, un buon Direttore del Personale ha probabilmente amato Woody Allen. “Chances are” che abbia visto Zelig. Un buon direttore del Personale mette a nudo il trasformista. E allora, ragazzi miei, meglio provare ad essere se stessi. Pur senza esagerare, si recuperino le risposte esistenziali del VitangeloMoscarda di Uno, Nessuno e Centomila.

 

L’autore dell’Articolo non è studioso di comunicazione, ma vorrebbe esserlo. L’essere bocciato in Latino in terza media lo ha segnato per la vita. Le sue esperienze possono piacere o non piacere, ma che almeno ispirino riflessioni. Trovare un buon lavoro che ci si adatti è parte del mestiere di vivere.

 

 

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La parola allo stagista

PC Commentavo oggi che in questi anni riuscire ad avere un buono stage equivale paradossalmente ad avere un buon posto in banca negli anni ’50 del secolo scorso: un traguardo difficile da conquistare, per il quale lavorare con il massimo impegno. Purtroppo sappiamo che spesso questi stage non si trasformano in un contratto, neppure a termine. Rimane il fatto che riuscire a realizzare uno stage in un’azienda importante e formativa rappresenta per molti il primo, indispensabile passo per entrare nel mondo del lavoro.stagisti1

Per questo abbiamo pensato di iniziare una rubrica nella quale chi attualmente sta facendo uno stage dà consigli ad altri giovani che ancora devono cercare di ottenerlo.

Abbiamo cominciato con Daniele Bettini, mio studente dello scorso anno di Brand Lab in Iulm, che sta facendo uno stage in Peugeot, e che ha sempre avuto la gentilezza di tenermi aggiornata su come andava il suo stage (anche questo è personal branding). Mi fa piacere vedere che nelle sue risposte si ritrovano molti suggerimenti che abbiamo dato in queste pagine, la speranza è che sentendoli dalla bocca di un giovane coetaneo siano più convincenti!

Trampolinodilancio: Quanto tempo ti è servito per trovare uno stage? 

Daniele Bettini: “Per quanto mi riguarda, mi ci è voluto un mese e mezzo per trovare lo stage che volevo. Non basta inviare qualche mail qua e là. Ogni giorno bisogna cercare, inviare, migliorare continuamente il proprio cv e soprattutto avere un buon profilo linkedin, diventato oggi la finestra social più importante in cui un’azienda può studiarci e contattarci”.

Che tipo di stage cercavi? “Dopo la creazione di un buon cv, il primo passo e’ stato quello di inviare candidature spontanee ad aziende di settori che mi appassionano ( automotive, tecnologia, sport), presentandomi e dicendo per cosa mi proponevo. Il secondo passo e’ stato invece quello di cercare annunci specifici per specifiche posizioni ( nel mio caso all’interno dell’area comunicazione o dell’area marketing), con la speranza poi di sentire il telefono squillare. Alla fine sono stato fortunato, dato che sono stato preso in Peugeot Automobili Italia, azienda appartenente al gruppo PSA all’interno della direzione comunicazione e relazioni esterne”.

Quante aziende ti hanno risposto sul totale di richieste inviate? “Su un totale di 91 candidature inviate, ho ricevuto la risposta di sole 7 aziende, 5 positive per poi fare un colloquio”.

Come funziona la procedura per trovare e poi essere assunti in forma “stage”? ” Tutto inizia dalla creazione del proprio cv: deve essere chiaro, su un massimo di due pagine, contenete le informazioni principali sul proprio percorso universitario e lavorativo. Successivamente si iniziano a inviare richieste spontanee, a fare application online o a rispondere ad annunci di posizioni aperte stage. Se poi si riceve una risposta positiva da qualche azienda, si procede a effettuare i vari step di colloquio.

Cosa fare per un colloquio? “Vestirsi in maniera elegante, ma non troppo. L’abbigliamento dipende dal tipo di azienda e da come siamo noi. Evitare il vestito per entrambi i sessi. Essere spontanei, solari e decisi. Mai ostentare ma dire ciò in cui si crede. Essere realisti, se diciamo una cavolata ce lo leggono in faccia”.

Cosa significa essere stagisti? “Significa imparare, crescere, formarsi e capire che la vita non gira per sempre attorno a libri e università. Poi arriva il momento di mettere in pratica i tanti anni passati sui libri e bisogna cercare di non sbagliare. Lo stage e’ una palestra in cui si impara, si sbaglia e si migliora, ma bisogna correre. Sacrificio e’ la parola d’ordine. Dimenticatevi gli orari imposti: se volete che qualcuno si ricordi di voi e magari punti su di voi, date il massimo, senza “ma”.”

Come vieni considerato in azienda? ” La mia azienda e’ una sorta di grande famiglia. Tutti aiutano tutti se c’è bisogno. C’e’ un clima disteso che permette a tutti di lavorare bene senza regimi dittatoriali”.

Cosa pensi accadrà a fine stage? ” E’ un po’ come se mai chiedessero: quanti capelli bianchi avrai a trent’anni”. Chi può dirlo. Dipende da molti fattori: dal mercato, dal momento, dalla situazione economico-finanziata italiana e soprattutto da noi. Puoi cercare di fare capire che c’è bisogno di te, ma oggi non basta più purtroppo”.

Quanto conta da 1 a 10 lo stage come inizio del tuo percorso lavorativo? 10, e’ fondamentale.

Qual e’ l’elemento più importante su cui ti valuta un’azienda a primo impatto? ” Sicuramente la disponibilità e la duttilità nel fare le cose, poi ovviamente anche la tua esperienza a seconda del ruolo e del settore . Avere sempre il sorriso, essere propositivo e provare a fare qualsiasi cosa sempre al meglio delle proprie possibilità”.

Come si crea, secondo te, un buon cv che che abbia successo? ” Inserendo le informazioni principali: anagrafiche, di studio, di attività lavorative e personali. Brevi, concisi e chiari. Stile semplice e forma giovane. Ogni giorno perfezionatelo, togliete, aggiungete, abbreviate, date al vostro Cv quell’elemento che può attirare l’attenzione di un’azienda. Poi sta a voi, dimostrare di persona quanto avete scritto su un foglio.

Con uno stage non si arriva, ma si parte per costruirsi il proprio futuro.”

Se volete condividere con i nostri lettori la vostra esperienza di stage e avete qualche utile consiglio su cosa fare o non fare, scriveteci e vi pubblicheremo volentieri!

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#SI SELFIE CHI PUÒ

PC Giovanna Landi, la mia studentessa appassionata di Personal Branding, dopo essersi laureata con il massimo dei voti, non ha perso interesse per la materia e ci ha inviato questo interessante pezzo sui rischi legati al profilo facebook. Lo pubblichiamo volentieri sicure che soprattutto i nostri più giovani lettori lo troveranno utile.image.related.articleLeadwide.620x349.19cj7

Dimentichiamo l’impaginazione del CV, la punteggiatura e la grammatica della lettera di presentazione, la gonna troppo corta e il tacco troppo alto al colloquio. Se anche fossimo impeccabili sotto tutti questi aspetti, non dobbiamo temere, possiamo ancora rovinarci. Avete presente quel party di cui non ricordate nulla? Forse no, ma qualche amico vi ha immortalato con in mano una bottiglia di Belvedere vodka mentre stavate fieramente indossando la testa di un cavallo. Capita a tutti, dopo una serata fra amici, e qualche bicchiere di troppo, ecco che ci svegliamo la mattina seguente con foto compromettenti pubblicate in ogni dove. Che cosa penserà il nostro capo guardandole a colazione? Forse si farà una risata. Forse. Sicuramente non saremo noi a farci una risata visto che abbiamo appena perso il lavoro o la possibilità di trovarne uno.

Anche WIRED Italia ne parla e il titolo dell’articolo pubblicato di recente “Non taggarmi, il mio capo mi segue su Facebook”, la dice lunga sull’espansione di tale fenomeno. Non solo selezione, ma anche controllo: per due aziende su cinque l’amletico “to hire or not to hire” si risolve con un’occhiata a Twitter e Facebook.

Secondo uno studio di CareerBuilder, la metà dei CEO intervistati ha dichiarato di aver escluso brillanti candidati proprio a causa di quanto emerso dai loro alter-ego virtuali: troppo individualismo, poca personalità, pessima capacità comunicativa. Un tragicomico excursus di strafalcioni che parte da “omicidi grammaticali” negli status per arrivare a orgogliose ammissioni di abuso d’alcol e droghe, passando per l’immancabile autoscatto del disagio.

Sono sempre più i casi di “hiring (e firing) over social networks”, seguiti non raramente da azioni legali da parte dei dipendenti, i quali millantano paradossali diritti alla privacy su qualcosa che loro stessi hanno voluto condividere senza sapere esattamente con chi. Purtroppo, non serve aver letto Orwell per avere coscienza che al distopico Big Brother, oramai, sia difficile sfuggire.

Durante il mio progetto di tesi ho passato quasi un anno a chiedermi se effettivamente headhunter e selezionatori del personale controllano il profilo del candidato su Facebook, innescando il dubbio in molti miei amici che prima non si erano minimamente posti il problema di poter essere stati scartati durante un colloquio per qualche contenuto presente sui loro profili social. Bene, ora il beneficio del dubbio non esisterà più. L’ultima frontiera della Job Interview gioca, infatti, sul diabolico effetto sorpresa. Non stupitevi se, una volta tirato il sospiro di sollievo, fermato lo spasmo alla caviglia e asciugato i vostri palmi drammaticamente umidi sul fianco della giacca, anziché “Perché dovrei assumerla?” vi sentiste chiedere “Diamo un’occhiata al suo profilo?”. A quel punto, o si ha la fedina virtuale immacolata, oppure “maleditevi” per non aver letto quest’articolo prima.

Purtroppo, non esiste una regola d’oro la cui osservanza garantisca immunità mediatica; anche perché, sul versante social, le aziende pare vedano bianco o nero. La soluzione piùselfie sensata è non esporsi sui social con qualcosa di cui potremmo pentirci e che non saremmo in grado di giustificare in modo rapido e convincente. Credo che il problema non sia tanto un datore di lavoro “curiosone” o i nostri amici “burloni”, bensì la nostra negligenza e nella maggior parte dei casi la poca conoscenza delle piattaforme online, perché basterebbe gestire meglio le impostazioni, che i social network ci consentono di modificare a nostro piacimento, e il problema non esisterebbe più. Non si tratta più di avere strette policy di privacy perché nel momento in cui il selezionatore ci chiede direttamente al colloquio di andare insieme a vedere il nostro profilo facebook, accedendo come proprietari, saranno visibili anche i post e le foto nascoste ai “non amici”.  Allora, iniziamo con il nascondere o eliminare dal nostro diario tutti i contenuti che non vorremmo mai che il nostro selezionatore vedesse. Va precisato che se ci limitiamo a nascondere invece che a eliminare il tag, rimarremo comunque taggati solo che non comparirà sul nostro profilo. Potrebbe comunque bastare, in quanto, così facendo, il nostro selezionatore non lo vedrà. Se invece vogliamo che non compaia da nessuna parte, dopo aver nascosto il tag, possiamo rimuoverlo.

Inoltre, proprio perché prevenire è meglio che curare,nella sezione “Diario e aggiunta dei tag” di Facebook, è possibile monitorare chi può aggiungere cose sul nostro diario:

  •  “Chi può scrivere sul tuo diario?” Impostare “Solo io” invece che  “Amici” in modo che nessuno potrà pubblicare contenuti sulla nostra bacheca. Potranno solo taggarci e in quel caso saremo noi ad approvarlo, come spiegato nel prossimo punto;
  •   “Vuoi controllare i post in cui ti taggano gli amici prima che vengano visualizzati sul tuo diario?”

Il controllo del diario ci consente di decidere se approvare manualmente i post in cui ci taggano gli altri prima che finiscano sul nostro diario. Quando abbiamo un post da controllare, basta cliccare su “Controllo del diario” a sinistra del “Registro attività”. Questa impostazione, però, consente di controllare solo quali contenuti sono consentiti sul nostro diario. I post in cui siamo taggati possono continuare a comparire nei risultati di ricerca, nella sezione Notizie e altrove su Facebook. Questo vuol dire che se fossero contenuti che non vogliamo che esistano online, non ci resta che segnalarli e farli rimuovere direttamente da Facebook.

Quindi forza: iniziate a nascondere i tag da tutte le foto in cui le bottiglie di Vodka sgorgano dalle vostre mani.

In bocca al lupo e si SELFIE chi può!

 

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Come ci si veste per il primo colloquio.

PC Ieri alcuni miei studenti mi hanno informato di dover uscire prima della fine della lezione perché avevano un colloquio per ottenere il primo agognato stage.

In un caso mi sono fidata sulla parola, poiché lo studente aveva abbinato ai jeans camicia bianca e giacca, aggiungendo anche la cravatta con fazzoletto da taschino. A parte i jeans nessuno degli altri indumenti era mai entrato nella nostra aula universitaria fino a ieri.

Nell’altro caso invece la studentessa ha dovuto mostrarmi gli alti tacchi, giurando che mai li avrebbe indossati se non avesse dovuto andare a fare un colloquio (e l’andatura poco spontanea) ma in resto del look, sebbene ordinato, era tutto simile a quello usato dalla maggior parte degli studenti per venire in Iulm: maglia e pantaloni.

Credo che questi due esempi reali (e mi perdonino i miei studenti se li utilizzo come case history) rendano più semplice capire cosa fare o non fare quando si va a un primo colloquio.

Il look dello studente maschile va bene, dimostra rispetto e interesse nei confronti ci chi lo selezionerà, anche se – d’accordo con Patrizia che ho ovviamente consultato trattandosi di moda – toglierei il fazzoletto da taschino: praticamente nessuno lo indossa più nella vita reale e rischia di assorbire troppa attenzione da parte dell’intervistatore (non vogliamo rimanere impressi come quelli con la pochette, ma come quelli che sanno una lingua straniera particolare, o che hanno già fatto molte esperienze di viaggio o studio). In più chi davvero ama la pochette (Marco Lombardi è uno di questi, ne ha una ricca collezione che ora non indossa più) ha delle regole molto precise sugli abbinamenti alla cravatta che difficilmente un giovane conosce.

Il look della studentessa invece presenta delle aree di miglioramento. Troppo poco maglione e jeans. Una camicia bianca al posto del maglione avrebbe dato un bel segnale oltre che stare bene a chiunque. Praticamente tutte le riviste di moda stanno dedicando in queste settimane un servizio a questo capo ever green, perché c’è a Prato una mostra dedicata proprio alla camicia bianca, resa iconica dal grande stilista Gianfranco Ferré.

I tacchi alti, portati tra l’altro da una ragazza già molto alta e con un fisico perfetto, che non aveva bisogno di questo artificio per essere slanciata, sono invece troppo. Sia perché, come il fazzoletto di prima, rischiano di attrarre eccessivamente l’attenzione, sia perché chi li portava si sentiva a disagio (e non è mai psicologicamente corretto presentarsi in una situazione ansiogena senza sentirsi perfetta nei propri panni), sia infine perché c’era il rischio di svettare su un intervistatore basso, o bassa, che magari non apprezza di dover inclinare la testa per guardare negli occhi chi gli sta di fronte (con questa pioggia, la cervicale dà problemi a praticamente tutti gli over 40…).

Vale forse la pena quindi di ripetere i do e don’t per quanto riguarda uomini e donne a un colloquio:

Uomini:

Giacca

Camicia

Meglio la cravatta, camicia slacciata senza cravatta solo se fa caldo

jeans senza strappi.

Se non avete un paio di scarpe con la suola di cuoio vanno bene le sneakers

no

tatuaggi in evidenza

Donne:

Camicia (se possibile bianca o chiara)

Gonna o pantaloni è uguale, purché adeguati

Una bella scarpa scura (nera, verde, blu, marrone) con tacco 7 dovrebbe essere sufficiente.

no

trasparenze

d’estate: infradito, striminzite canottiere, gonne troppo corte, spacchi

tacchi troppo alti

profumo troppo forte

tatuaggi in evidenza

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Ancora pochi giorni per partecipare a We Like Talents di Ied, la borsa di studio che copre il 50% del costo di un master

PC C’è ancora qualche giorno di tempo per fare domanda a  We Like Talents, l’iniziativa  dello Ied che ha l’obiettivo di far emergere e valorizzare la nuova generazione di talenti; incoraggiare creatività, innovazione, cultura; formare professionisti capaci e competitivi.we like talents

Alla sua 6° edizione mette a disposizione 23 Borse di Studio IED destinate a coprire il 50% della retta di frequenza per i Master e Corsi di Formazione Avanzata in partenza da Marzo 2014 a Milano, Roma, Torino, Venezia, Firenze, e Cagliari.

Ho recentemente fatto lezione al Master in Brand Management e ho approfittato per chiedere alla vincitrice della borsa di studio dello scorso anno, Diletta Morselli,  in cosa consiste la selezione e cosa l’ha portata a vincerla.

Diletta Morselli: bisogna superare sia un colloquio  individuale motivazionale che un colloquio di gruppo. In quest’ultimo uno degli esercizi consisteva nell’attribuire a un altro partecipante, appena conosciuto, una marca sulla base delle poche indicazioni che questa aveva dato di se stesso e spiegare i motivi della scelta alle tre persone dedicate alla selezione.

La scelta del vincitore della borsa di studio non avviene in base al reddito ma è sul merito.

Trampolinodilancio: Quale pensi sia stata la tua caratteristica vincente?

Diletta Morselli: Sicuramente la motivazione. Ho 28 anni ma fino a questo master non ero mai riuscita a fare quello che volevo. Vengo da una famiglia di imprenditori vecchio stampo che mi hanno indirizzato a studiare Giurisprudenza: piangevo tutti i giorni perché non sentivo nessuna affinità con la materia, ma mi sono ugualmente laureata in corso con 110. Dopo sei mesi di praticantato ho avuto la conferma che non era il mio mondo e mi sono trasferita a Berlino per migliorare la mia conoscenza del tedesco. Avrei voluto già allora frequentare un Master in Ied ma non avrei mai chiesto ai miei genitori i soldi necessari.

Sono dovuta tornata da Berlino perché si è liberato un posto come venditore all’interno dell’azienda di famiglia e mio padre, essendo io disoccupata, mi ha chiesto di fare la mia parte. Per due anni ho fatto questo lavoro, in un settore lontanissimo dalle mie aspirazioni, che non mi arricchiva e che non mi portava a contatto con persone con i miei stessi gusti e aspirazioni.

Dopo due anni ho capito che non potevo rassegnarmi a svegliarmi ogni mattina disperata e ho trovato la forza di dire a miei: adesso voglio far contenta me, non più solo voi. È stato molto doloroso.

Ho potuto fare il Master solo perché ho vinto la borsa di studio e con i risparmi di due anni di lavoro riesco a pagare l’altra metà della retta e mantenermi a Milano”

Ci auguriamo che anche l’edizione di quest’anno riesca a premiare qualcuno così motivato come Diletta a cambiare vita per seguire le proprie aspirazioni. In bocca al lupo a tutti quelli che fanno domanda e a Diletta perché trovi finalmente serenità e successo sulla sua strada.

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Creativo sì, animale da cavia NO!

PC In questi giorni si parla molto dell’ingiusta pratica che spesso riguarda i freelance creativi, ai quali sembra essere più facile (con la scusa di un’ipotetica visibilità) negare quel  giusto compenso  che nessuno si sognerebbe di non dare a un giardiniere, un antennista o un idraulico,. Molto efficaci i video che hanno generato in poco tempo una maggiore sensibilità al tema (Creativo sì, coglione NO!).brain-mostra-milano_1228353

Un problema molto simile lo vivono gli stagisti, che frequentemente non vengono pagati con la promessa di una full immersion formativa nel mondo del lavoro, che spesso si limita invece a mera manovalanza dalla quale, anche con le migliori intenzioni, è difficile trarre un reale beneficio.
Ciò nonostante il numero di stagisti per qualsiasi posizione all’interno di un’agenzia di comunicazione è sempre molto superiore alla domanda. Per questo si affinano le modalità di selezione del personale, che diventano addirittura un modo di ottenere visibilità mediatica per l’agenzia.
Mi ha colpito il metodo usato da TBWA Istanbul, segnalato da Fabiana sul gruppo facebook creato dagli studenti di Communication Strategy e Media Planning dello Iulm. Si tratta dell’applicazione delle tecniche del neuromarketing alla selezione del personale: tutti i candidati sono stati sottoposti alla visione di alcuni spot iconici della storia della pubblicità mentre un apparecchio misurava la reazione delle diverse aree del loro cervello. I 5 (su 503!) Che hanno avuto la più elevata reazione di attrazione e amore per le pubblicità sono stati selezionati.
Dal punto di vista del selezionatore trovo che questa tecnica scientifica (molto di moda adesso anche nel testare le pubblicità) non sia da sola sufficiente a capire le vere attitudini creative di un giovane, e andrebbe integrata con un indispensabile colloquio vis à vis. Ma ho voluto sentire il parere di chi si trova dalla parte del candidato.
C’è chi è favorevole e lo ritiene un metodo comunque migliore che “ andare a guardare il voto di laurea o le risposte alle domande del colloquio, spesso calcolate e imparate come una filastrocca, solo per fare bella figura! “ (Fabiana)
Chi vorrebbe essere selezionato  in questo modo “perché trovo che spesso il curriculum venga pompato da esperienze che solo alcuni possono permettersi, come ad esempio esperienze all’estero di stage, lavoro o per apprendere una lingua. Temo che in questo modo vadano avanti soprattutto le persone che hanno buone disponibilità economiche. Il tipo di selezione “strambo” proposto da queste aziende/agenzie è basato sulle inclinazioni naturali della persona e sulle sue passioni. “ (Marissa). Chi è intrigato dalla novità dell’approccio, ma dubita della sua reale scientificità (Francesco).
Altri invece sono contrari all’approccio e ritengono che sia più che altro un’azione mediatica. “Mi sembra difficile pensare come possano valutare dei candidati sulla base di quali parti del cervello si accendono in seguito ad uno stimolo. Non è ancora una scienza esatta e come si sa, i risultati sono frutto di vaghe interpretazioni. Figuriamoci fare un confronto fra più candidati sulla base di informazioni che ancora gli scienziati non sono del tutto capaci di interpretare. Comunque, se mi proponessero una cosa del genere domani credo che dubiterei molto sull’intenzione dell’azienda di assumermi.” (Matteo) “Trovo umiliante la supervisione delle tue connessioni cerebrali conseguenti a certi stimoli perché è fuori dal controllo dell’individuo e credo sia perciò sia mortificante fidarsi più di automatismi che del contributo attivo di una persona, mentre per i test logici se non sei portato puoi allenarti, dimostrando oltretutto determinazione, propensione al duro lavoro e orientamento al risultato.” (Lysbeth).
Sono d’accordo che in qualunque situazione vada apprezzata la volontà di migliorarsi tanto quanto il talento innato, ma uno degli assunti sul quale poggia questo tipo di selezione è che il cervello di un creativo funzioni in modo differente rispetto agli altri, come illustra, attraverso una serie di metafore, questo efficace video (segnalato da Sara) intitolato “Process”.

Su questo argomento ha scritto molto e bene Annamaria Testa nel suo blog nuovoeutile.it. Voi cosa ne pensate?

p.s. per la redazione di questo post non avevo budget, ma ho taggato gli studenti che hanno contribuito.

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Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. I suggerimenti del Monster University Tour

PC L’Università IULM di Milano ha ospitato una delle tappe del Monster University Tour, un incontro dedicato alla ricerca del lavoro nell’era di Internet, organizzato in collaborazione con Monster.it, leader mondiale nel favorire l’incontro tra persone e opportunità di lavoro.monster Abbiamo chiesto a Giovanna Landi, che sta facendo una tesi con me proprio sul personal branding, di partecipare e farci un riassunto di quanto emerso. Giovanna ha trovato molto utile l’incontro e ha deciso di condividere le indicazioni sotto forma di un piccolo vademecum.

Giovanna Landi: “Non è stato un seminario classico. La relatrice, Alessandra Lupinacci – laureata IULM e Marketing and Communication Specialist in Monster – più volte ha invitato noi partecipanti a metterci dall’altra parte della barricata. Molti gli spunti di riflessione su cui vale la pena soffermarsi da cui ho deciso di stilare un piccolo vademecum per la ricerca di lavoro:

  • Cercare lavoro è un lavoro vero e proprio. Non esiste il curriculum perfetto e in ogni caso non serve a trovare lavoro, l’unico scopo è di attirare l’attenzione di chi lo riceve al punto tale da farci ricontattare. Mettersi sempre nei panni del selezionatore e chiedersi “io mi chiamerei?”;
  • Stiamo facendo una ricerca su Google: arriviamo alla ventesima pagina di risultati, a meno che non siamo davvero disperati? No. Lo stesso vale per chi ci cerca su Internet. I criteri in base ai quali compaiono dei risultati prima di altri sono la pertinenza (uso delle keywords) e l’aggiornamento delle informazioni;
  • Il CV è un vero e proprio file e dobbiamo essere bravi a indicizzarlo bene se vogliamo essere trovati. Innanzitutto è da preferire sempre il formato PDF, poi, proviamo a pensare a due Marco Rossi, uno intitola il suo curriculum MarcoRossi.pdf e l’altro MarcoRossi-Laurea-Ingegneria-Milano.pdf. Chi ci seleziona non ci cerca attraverso il nome ma tramite tipo di laurea o zona geografica. Chi dei due Marco ha più possibilità di essere trovato? La risposta vien da sé;
  • Avere sempre un CV aggiornato, anche se negli ultimi mesi non abbiamo fatto nulla di nuovo, basta ricaricare il file e scrivere una frase che non è per niente banale “CV aggiornato a mese/anno”. Fa capire al selezionatore che il nostro CV non è inserito online e abbandonato lì;
  • Sono banditi tutti gli indirizzi e-mail diversi da nome.cognome, no nickname. Che credibilità ha un professionista che fornisce “biscottino/puffettino@hotmail.it”? Nessuna;
  • Avere massima reperibilità. Inserire un CV online equivale a dire “Mercato io sono qua, sono disponibile, quindi chiamami!”, se abbiamo degli orari preferiti in cui essere chiamati basta comunicarlo nel CV;
  • Partire dal presupposto che il selezionatore non ha tempo. Non allegare piani di studi al curriculum, non è la sede per essere prolissi altrimenti sembriamo “pesanti” e non in grado di comunicare nel più breve tempo possibile delle cose interessanti;
  • Le esperienze all’estero fanno schizzare in alto il CV. Inserirle anche se non abbiamo aderito a un progetto Leonardo o Erasmus e siamo partiti per conto nostro per imparare la lingua, facendo lavoretti non qualificati. Il selezionatore apprezzerà la capacità di metterci in gioco e l’“arte di arrangiarsi”;
  • Evitare espressioni standard: “sono un problem solver”, “sono un team player”, parliamo piuttosto di quello che abbiamo fatto, tipo progetti di gruppo nei quali abbiamo dimostrato di avere quelle competenze;
  • Hobby e interessi: è consigliato inserirli sempre nel CV. Spesso sono argomenti di discussione all’inizio o alla fine del colloquio;
  • Indicare tempi e disponibilità a iniziare il lavoro e segnalare eventuali disponibilità a trasferimenti su territorio nazionale e all’estero. Dove si inseriscono? Sotto le informazioni di contatto;
  • La fotografia: immaginiamo di fare una ricerca su Google perché dobbiamo affittare una stanza. Ci soffermiamo di più sugli annunci con la foto o senza foto? La foto è un elemento in più per parlare di noi, per restare impressi, la foto si piazza nel cervello, si ricorda. Secondo la Dottoressa Lupinacci la fototessera fa molto “santino” e raramente qualcuno si piace. Nella foto, dunque, dobbiamo essere professionali ma, soprattutto, piacerci perché quello che dobbiamo trasmettere è sicurezza e determinazione. Se mettiamo la foto nel CV ricordiamoci di stamparlo a colori;
  • Impostare la privacy sui Social Network. Su Facebook lasciare “visibile a tutti” solo la parte riguardante le informazioni, le cui sezioni ricordano un CV;
  • I nostri profili professionali non devono contenere informazioni discordanti: no foto diverse, no contatti diversi, no job title diverso;
  • Fare sempre la lettera di motivazione. Se si manda via e-mail non allegare mai due file altrimenti sembriamo “pesanti”. È preferibile scrivere la motivazione nel corpo della e-mail e allegare il CV. Ricordiamoci di intestarla sempre;
  • Mai andare impreparati al colloquio, il selezionatore si rende conto se siamo in grado di sostenere una conversazione . Acquisire informazioni sull’azienda (anche seguendole sui Social) e sull’attualità;
  • Prepararsi preventivamente a qualche domanda classica (“si descriva con 3 pregi e 3 difetti”, “come si vede tra 5anni?”) e alle domande killer (ci danno carta, penna e calcolatrice e ci chiedono “Secondo lei quante palline da tennis entrano in questa stanza?”. Non c’è una risposta, vogliono solo vedere la nostra reazione a una situazione di stress);
  • Non perdere mai l’occasione di fare delle domande durante il colloquio;
  • No alle stravaganze, sì alla sobrietà. No agli eccessi di scollatura, tacchi, eleganza, profumo o il contrario. Non masticare chewing-gum o caramelle e non fumare prima del colloquio. Controllare l’emotività, siamo lì per parlare di noi, non vi è nulla da temere;
  • Mettere sempre, anche sotto la firma delle e-mail, i link dei nostri profili professionali. Non sappiamo chi possiamo incontrare e se e quanto utile ci sarà quella persona, il professional social networking è proprio questo;
  • Non scoraggiarsi e non arrendersi davanti a un “NO” o un silenzio tombale.

A concludere l’incontro, l’intervento di Marco De Candido, Responsabile Orientamento Studenti, Stage & Placement dell’Università IULM: “Quando si parla di lavoro, si cerca di spammare i curricula, non c’è niente di più sbagliato. Dobbiamo capire quali sono le nostre unicità, riflettere su noi stessi, su cosa siamo portati, a prescindere dagli studi fatti, da quello che dicono amici e genitori; non omologhiamoci. Qual è la cosa più importante che l’azienda che incontra un candidato vuole essere sicura che il candidato abbia? 110 e lode? No, la motivazione ad esso”.

Grazie a Giovanna per questo vademecum, che ci ricorda che cercare lavoro è un lavoro vero e proprio e dà consigli in modo semplice e diretto su molti temi che abbiamo spesso trattato. Avete già provato ad applicare alcune di queste indicazioni? Ritenete che alcune  in particolare funzionino?

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X Factor, il tormentone “willy” e l’importanza di sintonizzarsi sull’interlocutore

PC Come l’anno scorso non posso resistere a prendere come esempio X Factor, di cui sono grande fan, per commentare un principio estremamente importante in un contesto comunicativo: sintonizzarsi sull’interlocutore e usare di conseguenza il linguaggio più adatto.x factor 2013

Protagonista dell’aneddoto un trio al quale si perdona tutto perché le componenti dichiarano 16 anni, benché ne dimostrino 30 grazie al trucco (qualcuno mi deve spiegare perché alcune ragazzine si impegnano a coprire con strati di fondotinta una pelle per la quale qualunque donna dopo i 25 anni farebbe carte false).

Il trio si presenta all’audizione della nuova serie, che vede tra i giudici l’anglo-libanese Mika, portando un pezzo in inglese del quale non hanno mai evidentemente letto il testo: per loro sfortuna il risultato è particolarmente esilarante, dato che invece che “I really really really wanna”  pronunciano “I wanna willy willy willy”.

Mika le ferma divertito spiegando che stanno cantando il loro desiderio di avere un organo genitale maschile. Il pubblico in sala e sui social network apprezza moltissimo. È nato il primo tormentone di X Factor ed è stata confermata la buona regola che impone di regolare la propria modalità comunicativa in funzione di chi si ha davanti.

Un principio che vale per i giovani, ma spesso anche per i manager: ne parlavo recentemente con un collega, ricordando un capo che spiegava cosa fare a direttore generale e consulenti con lo stesso tono che usava per farsi obbedire da segretaria e stagisti. Il vero problema è quando lo faceva anche con i clienti!

A parte evitare questi errori grossolani, un consiglio utile è quello  di studiare sempre su Linkedin le persone che si dovranno incontrare in riunione, per capire il loro background e cercare di adattare di conseguenza la propria capacità comunicativa: a un ingegnere passato al marketing, ad esempio, sarà meglio spiegare procedure e risultati utilizzando argomentazioni logiche invece che metafore.

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Severgnini racconta insieme a Fossati gli errori da non fare a un colloquio di lavoro

PC Sabato scorso al Festival della Letteratura di Mantova Beppe Severgnini ha incontrato Ivano Fossati per parlare di alcune delle otto T che secondo Severgnini devono caratterizzare l’approccio al lavoro dei giovani, trattate nel suo ultimo libro Gli italiani di domani (e riassunte in questo nostro post).  L’incontro si intitolava Se l’Italia più giovane non si rassegna e i giovani, ma anche il loro genitori, hanno riempito ogni angolo dell’ampio cortile di Palazzo Ducale a conferma dell’attualità del tema di cui anche trampolinodilancio si occupa.severgnini fossati

Particolarmente apprezzato è stata l’elenco degli errori che spesso i giovani compiono quando si presentano a un colloquio di lavoro, che Severgnini ha riassunto facendo un’analogia con  4 “santi”:

1. il San Sebastiano, che si presenta già addolorato,  spiega che gli va tutto male, e chi lo seleziona non lo prende per paura che gli deprima il reparto;

2. il San Bittèr ovvero il ragazzo che entra spumeggiante, dà del tu a tutti, batte il cinque al portinaio e fa i complimenti alla segreteria per la camicetta. Eccessivo;

3. il San Tommaso che chiede quanto prenderà, cosa dovrà fare, dove sarà l’ufficio, se avrà il garage, ecc;

4. la Santanché, la ragazza che si presenta  al colloquio dressed to kill.

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