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“SIETE PROFESSIONISTI IN SVILUPPO, NON CERCATORI DI POSTO!”

PC Ricevo e pubblico come sempre molto volentieri da Giovanna Landi, la studentessa che si è laureata con me brillantemente con una tesi sul personal branding, un post che riprende una lezione del primo anno in Iulm che per lei, e spero anche per i nostri lettori, è stata illuminante. Vi ci ritroverete alcuni nostri cavalli di battaglia: il personal branding, l’inglese, il digitale, l’apertura e la curiosità. E un appello a non intendere l’università solo come un modo di trovare un posto di lavoro ma come un progressivo sviluppo della propria professionalità.immagine post landi 1

Giovanna Landi: Durante le vacanze estive, ho deciso di dedicare un pomeriggio alla pulizia dei file sparsi nelle varie cartelle presenti sul mio Mac.

Nella cartella “registrazioni IULM”, conservavo ancora le riproduzioni audio di qualche lezione durante la quale il Prof. andava troppo veloce anche per una mano rapida come la mia, e di alcune testimonianze aziendali. D’istinto le ho eliminate visto che mi sono già laureata e che comunque di molte di esse ne conservo le sbobinature. Altrettanto d’istinto, però, il mio sguardo è stato attirato da un file audio da me rinominato “lezione RP su requisiti per lavorare”, lo ascolto e cerco i relativi appunti sul mio vecchio quaderno. Scopro che si tratta di una lezione del mio primo anno di università tenuta dal docente di Relazioni Pubbliche e Comunicazione d’Impresa, il Professor Emanuele Invernizzi. Risale all’1/03/2011, eppure, riascoltandola, mi sembra attuale più che mai e molto utile per chi, come me, vorrebbe intraprendere una carriera nel campo della comunicazione e delle relazioni pubbliche. Proprio per questo, voglio condividerla con i lettori di Trampolinodilancio, soprattutto con chi è all’inizio del proprio percorso, come lo ero io quattro anni fa, ma non ha ancora avuto la fortuna di avere un tale stimolo da parte dei propri docenti. Durante l’incontro, oltre al Professor Invernizzi, sono intervenuti il Dottor Furio Garbagnati, CEO di Weber Shandwick Italia, che rappresenta dunque il mondo delle agenzie e il Dottor Daniele Rosa, direttore comunicazione di Bayer Italia, in rappresentanza del mondo impresa. Ciascuno di loro ha fornito il proprio punto di vista sul tema di questo incontro.

Eccone un estratto:

Professor Emanuele Invernizzi: “L’obiettivo di questo incontro è sostanzialmente quello di cercare di rispondere a una domanda che credo vi dovrebbe stare molto a cuore. Siete al primo anno, d’accordo, però guardate lontano, ed esattamente guardate al momento in cui entrerete nel mercato del lavoro. Allora, la domanda da porsi (e a nostro avviso da porsi subito) è: “Che cosa fare, a partire da subito, per predispormi e arrivare al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro, avendo sviluppato al massimo quello che i tecnici di questo argomento chiamano l’impiegabilità?” Il che non vuol dire la percentuale di probabilità di trovare un posto di lavoro. Tasso d’impiegabilità vuol dire la potenzialità che ciascuno ha di svolgere un lavoro con successo, un lavoro professionale. In termini generali, è la probabilità di essere richiesto dal mercato del lavoro. Bisogna quindi chiedersi: “Quando mi presento, ho delle caratteristiche per cui sono attraente? Come posso sviluppare questa capacità di esserlo? Non “Come faccio a trovare un posticino?”. Perché è solo così, è solo se si guarda lontano, se ci si pongono degli obiettivi ambiziosi, che si può ottenere qualcosa. Se si viaggia bassi, non si ottiene niente. Il che non vuol dire ovviamente essere presuntuosi. Il primo giorno che ci siamo incontrati, durante la prima lezione, siete stati tutti da me nominati “professionisti in sviluppo”, ma adesso che avete questa nomina, dovete riempirla di contenuti”.

Dott. Furio Garbagnati: “Faccio questo mestiere da tempo, eppure mi piace sempre e questo è già un buon viatico. È un mestiere che cambia, è un mestiere cui ci si appassiona ma che non ha nulla di routinario, sostanzialmente è qualche cosa che bisogna conquistare e vivere giorno dopo giorno.

In genere non mi piace dare consigli agli studenti perché penso che ognuno debba fare il proprio percorso, però ci sono alcune cose che ritengo indispensabili e pertanto voglio condividerle con voi. Al di là di quella che è la formazione, e voi tra l’altro avete la fortuna di essere in uno dei pochi centri formativi del nostro settore che io stimo, perché non ho un’altissima opinione delle varie scuole e master di comunicazione; al di là di quella che è la cultura generale di base, che nel nostro mestiere è estremamente importante; al di là anche di alcune technicality che sono quelle che poi si usano nel lavoro quotidiano; vi sono alcuni punti che secondo me sono molto importanti per chi dovrà affrontare il mercato del lavoro nei prossimi anni:

  1. Cercate di definire e farvi un’idea di che cosa in realtà volete fare. Anche il nostro mondo è diventato sempre più specializzato e specialistico. Noi comunicatori oggi dobbiamo essere in grado di parlare il linguaggio dei nostri stakeholders. Non basta più conoscere quelle che sono le tecniche, che erano alla base quando iniziai questa professione, molti anni fa, ma è necessario conoscere i linguaggi specifici. Questo significa che se dobbiamo assumere qualcuno che si occupi di comunicazione finanziaria, vogliamo che questa persona conosca il linguaggio della finanza. Se dobbiamo assumere un consumer PR, il requisito necessario sarà conoscere il linguaggio del marketing. E così via fino a specializzazioni più sottili, per esempio health, tech, public affairs. L’elemento specializzazione, quindi, diventa sempre più importante. Non possiamo pretendere che chi esce da un percorso formativo abbia già fatto le sue scelte in questo senso, però dovete avere la consapevolezza che sono scelte che vengono richieste;
  2. Altro elemento basic è la conoscenza dell’inglese. Finché non diventerà il cinese, l’inglese è ancora la lingua dominante. Non si fa questo mestiere se non si conosce l’inglese. Dal punto di vista delle agenzie, ma penso anche da quello delle imprese, questo è un punto di vista insormontabile. Noi non guardiamo un cv se non vi è scritto “inglese fluente”. Questo è un dato di fatto. Quando si dice sapere l’inglese si intende saper lavorare in inglese. Sapete qual è la prova del nove? Fare una telefonata di lavoro con una persona che sta negli USA o in Inghilterra. Siete capaci di farla?
  3. Il terzo punto riguarda una questione che sta emergendo sempre più in questi ultimi anni, e cioè il fatto che tutti voi dovete essere “digitalizzati”. Forse ultimamente si è abusato di parole come “social media”, “digital”, ve ne avranno parlato fino alla nausea, ma non vi è dubbio che il mondo della comunicazione da questo punto di vista, è molto cambiato. Sono cambiati gli stakeholders, che si sono segmentati in gruppi e community e bisogna essere in grado ancora una volta di parlare il loro stesso linguaggio. Il linguaggio digital è un linguaggio totalmente diverso da quello tradizionale. Oggi, nelle nostre strutture non abbiamo, se non in rari casi, comunicatori digitali. Abbiamo i cosiddetti “smanettatori”, cioè coloro che sanno andare su internet, sanno navigare, ma non conoscono gli strumenti oppure abbiamo comunicatori che non conoscono il linguaggio digitale. Altra cosa che chiediamo quindi a tutti quelli che vengono a lavorare da noi, è che siano in grado di utilizzare il mezzo senza essere per forza esperti, tenendo conto che non è un mezzo fine a se stesso ma è un ambiente di cui bisogna conoscere i paradigmi ed i linguaggi;
  4. Un altro consiglio più dal punto di vista personale che professionale, è che questo mestiere si fa solo se si ha curiosità verso il mondo. Non è un mestiere che si fa nel chiuso di una stanza. È un mestiere per cui bisogna avere antenne aperte, per cui bisogna muoversi, navigare su internet, aprirsi, andare a teatro, a vedere le mostre d’arte, nei bar, bisogna capire che cosa succede nel mondo e soprattutto avere la volontà di capirlo, perché se non si ha questa volontà, non si può crescere e non si possono interiorizzare i movimenti così veloci e dinamici che il mondo attuale presenta;
  5. L’ultimo aspetto è una riflessione su quelli che possono essere i modelli di carriera. Essi possono essere molteplici anche in un’agenzia, non solo in azienda:

– Esiste un modello di carriera manageriale che fa riferimento al ruolo di accounting, cioè la capacità di gestire il cliente, di relazionarsi, e di gestire nel tempo un numero sempre maggiore di clienti;

– Il modello professionale puro, che è il modello progettuale. Esistono delle persone che hanno delle attitudini progettuali che vanno coltivate;

– il modello relazionale che fa riferimento soprattutto a chi seguirà gli uffici stampa che, sebbene non più centrali come un tempo, ancora oggi costituiscono il 65-70% dell’attività di un’agenzia”.

Dottor Daniele Rosa: “Credo che Furio abbia tracciato un quadro assolutamente esaustivo di quella che è la professione, io, invece, vorrei fare delle riflessioni un po’ più di pancia.  Nel nostro paese c’è il 30% di disoccupazione tra i giovani (nel frattempo purtroppo il dato si è avvicinato al 40% ndr), però voi siete in un settore che è molto ricercato dalla società, perché essa ha sempre più bisogno di gente che crei immagine per qualcosa. Se faccio un passo indietro nella storia, si nota chiaramente che nel dopoguerra, c’era necessità di tutto, di fare qualunque cosa, per esempio trovare le macchine per fare le scarpe. Adesso l’imprenditore non ha più questa preoccupazione, il suo problema, ora, è riuscire a vendere le scarpe che produce. Per questo motivo, egli deve riuscire ad accendere la luce sul proprio prodotto che è solo uno fra i tanti altri che ci sono sul mercato. E chi gli fa fare questo salto di qualità? Sicuramente il comunicatore, che gli permette di creare una strategia per fare pubblicità e comunicazione. La nostra è una società dell’immagine. Se io vi chiedessi qual è l’azienda alimentare di tortellini che conoscete maggiormente, rispondereste tutti Rana. Probabilmente i suoi tortellini sono davvero i più buoni, ma non è questo, il punto è che ha fatto un’operazione di comunicazione fortissima che le ha permesso di avere visibilità. Allora, sempre più abbiamo bisogno di persone che sappiano dirigere l’orchestra della comunicazione e dell’immagine e ne abbiamo bisogno nelle agenzie ma anche nelle aziende. Però, vi è anche un però. La gente che esce dall’università, esce preparata, ma bisognerebbe fare un salto di qualità perché questo non è un lavoro che necessita solo di technicality, “tu sai bene l’inglese”, “tu hai un bel sorriso”, e finisce lì. C’è bisogno di qualcosa di più, ci vuole un sacro fuoco dentro. Bisogna in qualche modo correre dietro al lavoro, anzi, andare avanti e oltre al lavoro, perché questo non è un lavoro in cui entrate nell’azienda, vi mettete dietro la scrivania, vi danno la vostra targhetta e poi vi arriva il lavoro. La nostra professione non si pacchettizza, è una professione tailor-made, ognuno di noi a qualsiasi livello gerarchico, è sempre in prima linea. Quando si deve costruire qualcosa, è sempre qualcosa di specifico, che raramente, se non nelle pure technicality, trova riscontro in qualche cosa che è stato fatto prima.  Questa ansia positiva imprenditoriale è senza dubbio qualcosa di molto importante perché quello che si fa è il proprio prodotto che è diverso da quello del proprio vicino e può essere più o meno adatto a quello del cliente. Questo è un lavoro che in qualche modo dovete prendere, inventarvi, a qualsiasi livello. E qui vi devo dire che, vedendo spesso molti giovani che arrivano da noi a fare gli stagisti, ho costatato che, pur essendo preparati, sono timidi quando si tratta di rubare il lavoro a qualcuno, hanno veramente paura, e questo è un grosso limite. C’è anche un altro limite che però probabilmente è un po’ più legato al nostro essere italiani e quindi al nostro essere molto legati ai nostri confini. Questo mi è capitato diverse volte. Avevo delle stagiste e alla fine del periodo di stage mi hanno chiesto se fosse possibile poter rimanere visto che si erano appassionate a questo lavoro. Io risposi: “Qui non riusciamo a tenervi, ma posso parlare con qualche mio collega all’estero”. Allora faccio un giro di telefonate e dico a una di loro: “Senti, avrei due belle occasioni: dovresti andare un anno a Singapore e poi un anno in Argentina”. Mi guarda e dice: “Ci devo un attimo pensare”. Torna il giorno dopo, io me l’aspettavo già con la valigia in mano pronta per partire, invece mi dice: “No perché ho questo fidanzato che mi ha detto che non posso”. Adesso l’ho buttata un po’ sul ridere ma è la verità. Quello che è importante in questo lavoro, è che va bene, voi siete nel posto giusto, le technicality ve le danno, è il momento storico utile per chi fa immagine, però è anche vero che questo è un lavoro che ha il grande vantaggio di essere creativo, e che nessuno ti ruberà mai perché puoi portare veramente innovazione, puoi fare comunicazione innovativa stravolgendo le regole. Questa cosa è bellissima però bisogna veramente rimboccarsi le maniche e mordere tutto quello che c’è, avere voglia di fare e voglia di correre dietro a questo lavoro.

Ho ancora tre considerazioni da fare. Innanzitutto la prima cosa che dovete chiedervi se volete fare comunicazione e cambiare l’immagine di un’azienda o di un cliente, è se siete capaci voi di creare una vostra immagine. Quindi curate fortemente il vostro approccio nei confronti degli altri e quando entrate in un nuovo gruppo di amici, cominciate a chiedervi che tipo di immagine proponete agli altri. Questa è già una bella cartina di tornasole. La seconda considerazione riguarda le competenze tecniche di base acquisite all’università, perché bisogna comunque vedere come vi approcciate ad essa. Tutti voi fate due corsi di RP, ma come li fate? All’esame si può prendere 18 o 30, si possono frequentare le lezioni oppure no, fare o meno uno stage. L’ultimo aspetto riguarda il rapporto con l’azienda. Una volta era di tipo fiduciario, io entro e tu mi garantisci per la vita lo stipendio e non ti chiedo altro. Adesso non è più così, il rapporto non è più fiduciario e l’azienda molto facilmente cambia, si muove, è una società “liquida” e quindi il posto di lavoro non è per l’eternità. Quindi quello che dovete chiedere a un’azienda, non è tanto la sicurezza del posto di lavoro ma quanto questa azienda vi farà crescere, perché più vi farà crescere e più sarete vendibili all’esterno e diventerete molto più ricchi a prescindere dallo stipendio vero e proprio”.

Professor Emanuele Invernizzi: “Come abbiamo visto, vi sono delle caratteristiche che bisogna avere per essere presi in considerazione, senza le quali si è fuori, non si ha speranza, a meno che non sia vostro zio a darvi un lavoro.  La “condicio sine qua non”, per dirlo in latino. Per il resto, l’avete studiato in organizzazione del lavoro che non esiste la “one best way”. Ciascuno può avere un suo percorso che ha una logica, un senso, ed è attraente in se stesso, quindi non ci sono caratteristiche che definiscono un percorso ideale. Come mi dicono spesso i selezionatori del personale, quando valutano un Cv oltre a vedere i diplomi, i master, guardano in parallelo anche la vita dell’individuo. Se nel tuo Cv hai scritto che hai girato un po’ il mondo, anche a fare il trapper, dai l’impressione che hai un qualcosa in più di una persona che parla tante lingue ma è stato sempre nei confini di casa sua.

La chiave del successo è essere imprenditori di se stessi, non considerarsi dipendenti ma imprenditori. Il che significa che se uno è imprenditore, non gli capiterà mai di fare l’errore tragico che lo “sega” al colloquio di chiedere “Quante ferie ho?” ma imparerà a pensare a cosa potrà ottenere facendo quel lavoro, cosa riuscirà a imparare e a dare.

Dovete essere attivi e proattivi, sennò succede che quelli come voi non trovano lavoro ma quelli come noi non trovano persone giuste da assumere. Per me inviare il cv è come buttarlo nel cestino. Ho esagerato ma è per dire che non basta. Bisogna invece cercare di costruirsi delle occasioni e cercarle in giro, perché ci sono. Partecipare a eventi in cui ci si può relazionare con qualche professionista, e le fonti online al riguardo sono tante.

Dimenticatevi che il vostro obiettivo da qui a tre anni sia quello di prendervi il pezzo di carta e poi mandare il cv, perché questa è solo una dimensione. A questa ne dovete aggiungere molte altre, sennò il valore è zero. Il corso di laurea è uno strumento di base al quale bisogna aggiungere tutte le cose che abbiamo detto. Allora sì che lo si valorizza. Certo, nelle relazioni pubbliche l’aspetto relazionale e imprenditoriale è molto più apprezzato perché se dovete occuparvi di relazioni pubbliche e poi non lo sapete fare per voi stessi, non andrete lontano, ma è un discorso che vale per qualsiasi facoltà”.

Spero che riportando le parole dei relatori, sia riuscita a farvi partecipare anche se solo virtualmente, a uno degli incontri che mi hanno segnata maggiormente durante il mio percorso universitario. Dico questo perché quando si è al primo anno, di solito ci si sente un po’ smarriti, non si hanno le idee molto chiare, qualcuno inizia ad avere dubbi sulla scelta fatta e qualcun altro come me invece inizia a credere in quello che studia. E dico questo perché avere qualcuno come il Professor Invernizzi, che già dalla prima lezione, quasi come un papà severo, mette in chiaro che se siamo seduti lì non è perché vogliamo un 18 all’esame e un pezzo di carta alla fine dei tre anni, ma perché crediamo in quello che facciamo, sia lo stimolo migliore per iniziare a farsi strada partendo con il piede giusto. Siamo “Professionisti in sviluppo, non cercatori di posto”, questa è la prima cosa che ho imparato dal mio docente di Relazioni Pubbliche, il primo giorno di lezione, e questo è il mood giusto per affrontare il percorso universitario e formativo e la ricerca del lavoro.

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Come trovare un lavoro trovando lavoro agli altri

PC Nel saggio che sto (un po’ faticosamente) leggendo – The Moral Molecule di Paul J. Zac – l’autore sostiene, in estrema sintesi, che quando trattiamo bene il prossimo, o trasmettiamo serenità, o ci fidiamo degli altri il nostro cervello produce una molecola chiamata ossiticina che si traduce in una sensazione di benessere e felicità.animal-altruism02

Essere altruisti sarebbe quindi, in realtà, un comportamento estremamente egoista.

Gli psicologi sostengono che un atteggiamento altruistico (altruismo deriva da latino alter: altro) nasce da una motivazione profonda ad aiutare gli altri, senza la pretesa di possibili ricompense (la ricompensa nascerebbe, secondo Zac, dal senso di appagamento e felicità attivato dall’ossiticina).

Un risvolto positivo è che, nella mia esperienza, ho scoperto che nella ricerca del lavoro l’altruismo porta sempre un grosso vantaggio: se aiutate gli altri a trovare un lavoro prima o poi saranno loro che vi aiuteranno a trovarne uno.

Mi è infatti spesso capitato di trovare un lavoro a dei giovani laureati o di segnalare per un nuovo impiego o progetto persone già occupate. Nel lungo termine questo impegno come sensale, che ho sempre svolto per creare soddisfazione non solo in chi cercava lavoro ma anche in chi lo offriva, mi ha portato non solo gratitudine e fiducia da entrambe le parti ma anche ingaggi e progetti.

Ecco quindi alcuni consigli pratici per giovani talenti o affermati professionisti che spero vi possano essere utili per rafforzare sempre di più la rete nella quale operate e sfruttare l’opportunità di essere altruisti:

  • se siete un nerd smanettone e vi propongono uno stage in un’azienda specializzata in sport estremi (e la prospettiva vi alletta quanto il bungee jumping) oltre a declinare proponete per quel posto l’amico super fit, che vive con lo zaino in spalla;
  • se siete un consulente e un cliente vi chiede di svolgere un compito al di fuori della vostra portata o esperienza, piuttosto che fingervi tuttologi, conquistatevi la sua fiducia proponendo una persona del vostro network che è più specializzata in quell’ambito;
  • se siete appassionate di lettere antiche che vestono solo di grigio e verdone, o dentro di voi alberga ben nascosta un’amante della moda con la vocazione al marketing che non aspetta altro che uscire dal bozzolo (Patrizia ti ricorda qualcuno?) oppure per quel posto da Zara vi conviene suggerire una persona più adatta a cogliere e sfruttare le ultime tendenze del fast fashion;

e inoltre:

  • segnalate anche ai vostri amici i cacciatori di teste con i quali siete in contatto, diventerete una fonte attendibile di professionalità per i reclutatori e sarete quindi i primi con i quali condivideranno le loro necessità (e a volte sarete proprio voi la persona più adatta per quel lavoro);
  • siate aperti e curiosi, cercate di capire cosa fanno e cosa potrebbero fare i vostri amici, collaboratori, conoscenti: da questo bagaglio di conoscenze potrà nascere l’idea di proporli per un nuovo lavoro e la possibilità di rendere felice chi cercava proprio quel tipo di professionalità;
  • condividete le vostre esperienze, anche negative; potranno aiutare gli altri a evitare di ripercorrete i vostri stessi errori. A volte è meglio essere sinceri e mostrare le proprie debolezze, se volete che gli altri pensino che potreste aver bisogno di un aiuto;
  • aiutate un’altra persona a trovare un lavoro, a migliorare le sue attuali condizioni, ad avere migliori relazioni sul posto di lavoro: oltre a crearvi un amico vi farà sentire meglio l’aver fatto qualcosa di utile;
  • non dimenticatevi i vecchi amici, che fanno parte di circoli che possono essere molto diversi da quelli che ora frequentate. Attraverso i social network adesso è facile mantenere queste relazioni. Restare in contatto con persone con background e interessi diversi non solo vi aiuterà a pensare in modo più creativo ma amplierà il numero di persone e professionalità che potrete suggerire per un nuovo lavoro.

A questo link la conferenza TED in cui Paul Zac spiega cosa ci spinge ad avere fiducia negli altri e comportarci in modo moralmente utile (rispetto al libro – che trovate su Amazon – grazie al video si apprezza il fatto che Paul è un uomo affascinante, anche se ha la pessima abitudine di girare con una siringa con la quale cerca, per confermare la sua teoria, di fare un prelievo a chi sta vivendo un momento di felicità).

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DALLA MOTO ALL’UFFICIO. ALTRI CONSIGLI PER GIOVANI IN MOTO VERSO IL SUCCESSO.

PC Anche quest’anno il viaggetto estivo in moto frutta una riflessione che spero possa essere utile a tanti giovani insoddisfatti della loro attuale condizione lavorativa.mucca

Quando organizzo con mio marito un viaggio di solito ho un’idea molto precisa del luogo nel quale trascorreremo i giorni di vacanza: una serie di aspettative legate ai racconti di chi ci è già stato, alcune informazioni immagazzinate sfogliando la guida prima di crollare addormentata sul divano, delle immagini rimaste impresse dopo aver navigato su internet.

Ma un viaggio in moto è fatto anche da lunghi spostamenti che ogni buon motociclista programma in modo da fare strade tortuose e poco trafficate, anche se più lunghe e meno dirette rispetto all’autostrada.

Quasi sempre succede che in questi trasferimenti veda delle immagini, senta dei profumi, ascolti dei suoni destinati a colpirmi ancora di più di quello che mi aspetta a destinazione. Quest’anno sono state delle mucche bianche accoccolate sotto gli alberi, dei falchi che si incrociavano in cielo, delle enormi galline in ferro battuto che si ergevano fiere come monumento principale nei piccoli borghi della Bresse, a simbolo del prodotto più tipico della regione.  In fondo più memorabili, forse perché inaspettati, della meta finale, la Borgogna.

Quasi tutti i giovani con cui parlo hanno un obiettivo in mente ben preciso (e sono tutt’altro che apatici, sdraiati e mammoni), ma si ritrovano nel percorso che li porterà al loro lavoro ideale (che mi auguro non sia né lungo né tortuoso) ad accettare stage o occupazioni che non li soddisfano pienamente.

Il mio suggerimento è di non considerare queste esperienze solo come un tratto di vita che è necessario superare velocemente, ma di osservare e studiare la situazione per cercare di immagazzinare nozioni potranno essere utili in futuro. Ad esempio:

  1. Di un settore che non vi piace cercate comunque di comprendere le logiche. Vi aprirà la mente e vi potrebbe essere utile quando l’azienda dei vostri sogni acquisirà un’azienda in quel mercato. Oppure vi potrebbe servire a capire il punto di vista di persone con le quali vi dovrete in futuro confrontare. Nel marketing ad esempio poche cose servono di più che aver svolto un’esperienza di vendita, che vi permetterà di comprendere le esigenze delle funzione vendite quando dovrete far approvare i vostri ambiziosi piani di marketing.
  2. Di un capo che non vi piace cercate di capire perché non vi piace. Questo vi aiuterà a selezionare in futuro a quale persona legarvi per crescere e a capire che tipo di capo vorrete a vostra volta diventare.
  3. Mentre svolgete un lavoro che vi annoia cercate di migliorare le vostre capacità di osservazione. Mi raccontava Vincenzo Vigo che prima di riuscire a fare il copy writer e lo scrittore (ora dirige l’agenzia di pubblicità Mosquito, dopo essere stato direttore creativo in Armando Testa, Young&Rubicam, Red Cell) l’esperienza allo sportello di una piccola banca siciliana gli è servita a conoscere un amplissimo e svariato catalogo di persone e situazioni.
  4. Evitate i colleghi che passano il tempo a criticare la situazione nella quale si trovano. Non migliorerà minimamente la vostra situazione e contribuirà solo a deprimervi maggiormente.
  5. Approfittate del fatto che il lavoro che svolgete non vi coinvolge al 100% per sfruttare le energie mentali che vi rimangono per approfondire un argomento di studio o imparare una lingua.

E ovviamente non smettete di sperare e di impegnarvi per raggiungere il vostro obiettivo finale. Bonne route!

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GFK dimostra che i progetti valoriali delle donne superano quelli degli uomini

PC Tra le letture che consiglio a tutti quelli che vogliono lavorare nel marketing e nella comunicazione c’è  Cinqueminuti, la newsletter di GFK Eurisko, che in cinque Tavola 2 Fonte Sinottica GFK Euriskominuti aggiorna sui trend più interessanti. L’articolo che apre il numero di oggi conferma una sensazione che da tempo condivido con Patrizia e le amiche di sempre: il fatto che mentre gli uomini reagiscono alla situazione attuale con disimpegno e individualismo, le donne siano”più attente al benessere, più impegnate nella famiglia e nelle relazioni personali e affettive, più responsabilizzate e con più senso del dovere di fronte alla crisi, più sensibili al sociale e all’ambiente, più coinvolte nella cultura e nella crescita personale.” Mi perdoneranno i lettori uomini se riporto tutto l’articolo ( invitandovi a iscrivervi alla newsletter).

“In particolare, le donne italiane, ancor più di quelle europee, risultano più esplorative, più solidali, e più orientate all’autorealizzazione. Appare evidente che le donne, quantomeno in Europa, sono la metà del cielo più decisa ad impegnarsi nel benessere sociale e personale.

Nel progetto di vita femminile è presente una carica innovativa e trasformativa in una prospettiva di uscita sostenibile dalla crisi e di ripartenza culturale, oltre che economica. Se poi poniamo l’attenzione sulle scelte quotidiane, scopriamo che le donne sono decisamente più orientate ad un’idea di benessere da intendersi come sintesi di corpo-mente. Meno orientate al salutismo efficientistico, più propense verso un progetto armonico per sè e da condividere con gli altri.

Tutto questo richiede impegno e pre-occupazione. Risulta pertanto che le donne sono più pre-occupate degli uomini, in quanto i loro progetti sono più ampi e la loro visione tende ad includere, non ad escludere e a delimitare come fanno gli uomini. I quali si sentono sempre più spiazzati, in difficoltà per la loro perdita di protagonismo. In particolare gli uomini trovano difficile reinventarsi in un proprio progetto di vita, e si mostrano in difficoltà nella ricerca di nuovi ancoraggi etici, psicologici, culturali e di ruolo.

La perdita di ruolo e di centralità sociale degli uomini è ben rappresentata dalla tavola 2, che evidenzia l’evoluzione degli uomini verso la dimensione individualistica e del disimpegno, considerando il periodo, in Italia, che va dal 2000 al 2013.

Quale futuro per gli uomini? Si intravede un percorso di reinvenzione che passa da nuovi modi di vita e di consumo: la teatralizzazione del corpo, la regressione ludica, l’etica delle emozioni, la passione della craftmanship. Soprattutto si intravede la ricerca di nuovi equilibri di genere, dalla relazione asimmetrica ad una più equilibrata, in una prospettiva dove si crei empatia ed anche reciprocità e interscambio di ruolo, di progetto, evitando la competizione degli interessi.

In sintesi, stiamo evolvendo verso valori (femminili) sempre più inclusivi, con gli uomini in difficoltà di ruolo, ma anche alla ricerca di nuovi percorsi di interazione e scambio di genere. Stiamo andando verso il migliore dei mondi possibili? Forse.

Ma le donne, sempre più impegnate e pre-occupate, viene da chiedersi, non staranno riducendo troppo il loro progetto di madri, e quindi non staranno troppo favorendo un sistema che sta velocemente invecchiando, quindi una popolazione meno attiva, soprattutto pensando all’Europa che rischia di regredire nel confronto con altre realtà geopolitiche, come l’Asia e in futuro l’Africa? Appare evidente che il nuovo modello femminile, con i suoi progetti onnicomprensivi, richiede condizioni esterne che lo rendano praticabile: da una diversa organizzazione dei tempi di lavoro al wellfare aziendale che aiuti la gestione dei figli, ai prodotti e servizi che intercettino con intelligenza i nuovi bisogni (delle donne e degli uomini nuovi).” Fonte: Cinqueminuti con Eurisko GFK News

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L’INGREDIENTE SEGRETO? LA PASSIONE

PB Ieri sera con Paola siamo andate al Teatro Franco Parenti per vedere “Peperoni difficili” (spettacolo bellissimo: andate a vederlo).

L’idea era: aperitivo e poi spettacolo. Ma nel foyer (oltre al prosecco) c’era Ornella Vanoni (che concludeva un incontro organizzato dal Corriere della Sera “Donne di Passione”) che  cantava “Rossetto e cioccolato

Conoscete questa bellissima canzone? ve la dedichiamo questa mattina: nella vita ci vuole passione, molta pazienza e un altro po’ di ingredienti che mi paiono perfetti perché la vita sia bella, bellissima, travolgente.

 http://www.youtube.com/watch?v=vndUZhtRlmY

 Buona giornata cari lettori di trampolino!

Ci vuole passione
molta pazienza
sciroppo di lampone
e un filo di incoscienza
ci vuole farina
del proprio sacco
sensualità latina
e un minimo distacco
si fa così
rossetto e cioccolato
che non mangiarli sarebbe un peccato
si fa così
si cuoce a fuoco lento
mescolando con sentimento
le calze nere
il latte bianco
e già si può vedere
che piano sta montando
é quasi fatta
zucchero a velo
la gola soddisfatta
e nella stanza il cielo
si fa così
per cominciare il gioco
e ci si mastica poco a poco
si fa così
è tutto apparecchiato
per il cuore e per il palato
sarà bello bellissimo travolgente
lasciarsi vivere totalmente
dolce dolcissimo e sconveniente
coi bei peccati succede sempre
ci vuole fortuna perché funzioni
i brividi alla schiena
e gli ingredienti buoni
è quasi fatta
zucchero a velo
la gola soddisfatta
e nella stanza il cielo
si fa così
per cominciare il gioco
e ci si mastica poco a poco
si fa così
è tutto apparecchiato
per il cuore e per il palato
sarà bello bellissimo travolgente
lasciarsi vivere totalmente
dolce dolcissimo e sconveniente
coi bei peccati succede sempre

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Se nelle nubi vedi un dinosauro puoi fare il marketing

PB Quando gioco al Mercante in fiera (capita anche a voi il Natale pomeriggio? in concorrenza con la Tombola?) io non colleziono carte a caso: mi invento connessioni più o meno evidenti tra diversi disegni (compro carte vegetali o personaggi femminili o animali cornuti…)  immaginando tra loro legami non visibili a tutti. Gli altri giocatori non capiscono la mia determinazione nel lottare per alcune figure e la mia indifferenza per le altre. Niente acquisti compulsivi. Solo un disegno che io traccio con matita leggera. Di solito funziona. Memorabile (i miei nipotini sono ancora sgomenti) una vittoria con IL CANE (“le chien”, era un dalmata, testa di serie numero uno del mio gruppo di “animali maculati” in cui avevo raccolto anche la zebra e la tigre) nel match di Natale 2012.

Quando affronto un progetto (di qualsiasi tipo) mi piace sapere disegnare una via, una strategia che guidi le mie azioni.

Dopo avere lavorato (e ancora aimè dandomi da fare parecchio) in importanti aziende e per moltissimi progetti, ho scoperto che non è così importante il tipo di strategia che si sceglie per perseguire un obiettivo, ma il fatto di averne una, di non brancolare nel buio, di non confondersi in azioni incoerenti.

L’inizio di un lavoro (soprattutto nuovo) ci pone di fronte a molti elementi, a volte disordinati, senza gerarchia (i commenti di un agente aspirante stilista, i dati di mercato, i venduti della contro stagione, il fatto che quest’anno vi piaccia tutto quello che è verde e siate annoiati dall’animal print, l’aumento dei costi di produzione, la mancanza di risorse dedicate…), con messaggi spesso contraddittori tra loro.

Il rischio di non sapere dove andare a parare è alto (da dove comincio? chi ascolto?). La paura di sbagliare può paralizzare (abbasso i prezzi per rispondere a un minore potere di acquisto? O alzo a manetta i prezzi per vendere ai soliti ricchi – tanto quelli non mancano mai? Ottimizzo le sku producendo solo le taglie più vendute? O faccio solo le taglie marginali per essere leader della nicchia degli extra large?).

Sapete cosa funziona? Scegliere. Non scegliere la cosa giusta (in generale non esiste mai assolutamente una cosa giusta) ma semplicemente scegliere. E per scegliere bisogna saper vedere almeno una strada. Come quando si guardano le nuvole e si vede chiaramente un dinosauro o un’ anatra seguita dai cuccioli.

Non abbiate la fretta assoluta di agire, di dimostrare il vostro dinamismo (beh neanche sonnecchiate per settimane se il vostro periodo di prova è di 2 mesi…) se non avete ancora sentito un clic nel cervello che vi dice da che parte andare. Rimanete sdraiati sul prato a guardare le nubi, fino a che non vedete qualcosa.

Siete tagliati per il marketing se, di fronte all’entropia del mondo, riuscite a vedere concrezioni organizzate, riuscite a mettere ordine critico, a individuare il fil rouge che lega oggetti apparentemente estranei tra loro, ad avere una intuizione che vi trasporta quasi come una inevitabile corrente. Se nel cielo vedete solo nuvole forse nel futuro avrete più meteorologia che marketing.

Essere capaci dare la direzione, di segnare una rotta ha numerosi positivi effetti collaterali :

– si riducono i tempi decisionali

– si motivano i collaboratori

– si riduce l’ansia

– si tratta il paesaggio professionale come un campo di gioco

– si acquista fantomatico mistero (Franco Battiato docet)

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La #GenMobile, una generazione che sta cambiando il modo in cui lavoriamo, viviamo e comunichiamo

tempoPC Nella settimana in cui compi gli anni e inevitabilmente rifletti sul fatto che stai invecchiando è consolante scoprire che appartieni a una categoria che attraversa trasversalmente le diverse generazioni: la cosiddetta #GenMobile, a cui Aruba ha dedicato una ricerca a livello internazionale.

Ci caratterizza il fatto che giriamo sempre con almeno un pc e uno smartphone, ai quali preferibilmente aggiungiamo un tablet, con i quali ricreiamo il nostro ufficio ovunque siamo (per prevenire dolori alla schiena è consigliabile trolley o zainetto).

Abbiamo una concezione non standard delle ore lavorative, che nel nostro personale palinsesto si miscelano più o meno armonicamente con quello che una volta si chiamava tempo libero (il 45% dice che lavora più efficientemente prima delle 9 e dopo le 18).

La prima domanda che facciamo quando arriviamo in un luogo che può diventare, anche solo per qualche ora, un posto di lavoro, è qual è la password per connettersi in wifi (e se non riusciamo, come mi succede in Iulm, entriamo in crisi come se ci avessero dato una scrivania senza sedia).

Troviamo più produttivo lavorare da casa (57%) e preferiamo poter lavorare in remoto due o tre giorni alla settimana a un aumento  del 10% dello stipendio.

Lo svantaggio dell’essere costantemente connessi è che in realtà rischiamo di non staccare mai, anche se un 64% pensa che sia utile potersi “disconnettere” quando possibile. La pretesa di essere sempre reattivi ci porta a scrivere sms e rispondere alle mail mentre aspettiamo che il semaforo diventi verde, comportamento che Marco Lombardi mi ricorda essere tra le prime cause di incidente. È necessario darsi delle regole. La mia è che non consulto lo smartphone mentre mangio a casa con la mia famiglia, anche se aspetto una risposta urgente che forse poi mi porterà a lavorare tutta la sera (comportamento addirittura apprezzato da  un terzo degli intervistati, che preferiscono lavorare tardi di sera).

La maggioranza dei #GenMobile è agli inizi della sua carriera, e i manager dovranno tener conto del fatto che sempre più lavoratori preferiranno una forma di lavoro più flessibile e saranno più produttivi se la otterranno.

Appartenere a un gruppo che sta “cambiando il modo in cui lavoriamo, viviamo e comunichiamo”  mi fa sentire un giovane pioniere, grazie Aruba!

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Come sopravvivere con il fai da te quando le aziende latitano e il portafoglio è vuoto.

PB Sono andata, una decina di giorni fa, a vedere la mostra di Rodin a Palazzo Reale.

Ho visitato la mostra accompagnata da una guida. Rodin lo conoscevo già bene (lo ho molto amato a Parigi, come si amano le cose che si scoprono e affascinano durante la giovinezza) ma avere un critico dell’arte ( massimo.dantico@libero.it) che ti racconta delle figure che sgorgano dalla materia, della evoluzione dell’arte dello scultore dai lavori giovanili a quelli della maturità, è stato bellissimo.

Al di là del godimento (che bella l’arte! Che bella Milano quando attraversi la Piazza del Duomo con il buio e la madonnina è illuminata! Che buono il caffè al Camparino mentre si chiacchiera di tutto e di niente!) ne sono uscita che ne sapevo più di prima.

Il mio Rodin svelato mi ha dato il via per scrivere questo intervento sulla mancanza di capacità – e volontà – delle aziende italiane di formare i propri collaboratori.

La cultura corrente delle aziende italiane considera il tempo dedicato all’aggiornamento con sospetto, quasi si trattasse di gite clandestine. Il collega assente per formazione è accompagnato da sorrisetti come se fosse a Camogli a mangiare la focaccia.

A questo clima contribuiscono anche scelte discutibili e clientelari quando le aziende si affidano a docenti modestamente preparati che proiettano usurate slides su Power Point o a istrioni che replicano lo stesso show  indipendentemente dagli interlocutori, regolarmente impreparati perché credono di essere brillanti abbastanza per affascinare l’aula e tirare incolumi fino al coffee break.

Le aziende straniere (per mia esperienza personale posso citare quelle francesi e quelle svizzere, ma ho amiche che lavorano per americani e tedeschi e possono confermare) affrontano la formazione con più professionalità e metodo.

Siccome però dobbiamo accontentarci dei nostri indolenti e mediterranei capi (prendiamoci però l’impegno di diventare professionali quando sarà il nostro turno di essere capi)  e non accontentarci mai del nostro sapere, non trascuriamo le opportunità auto formative che offre, per lo meno nel campo dell’arte, il nostro paese.

In Italia, dopo le scuole superiori, i docenti smettono di sentirsi guide (si vede che reagiscono con acrimonia al sospetto di essere chiocce e si trasformano in Erinni) e lasciano orde di talenti a vagare senza Virgilio per i gironi più o meno infernali, dell’apprendimento.

Dobbiamo usare tutte le nostre energie per non perderci (o perlomeno non troppo) e approfittare, da autodidatti, delle incredibili risorse culturali del nostro paese.

Frequentate le accademie, le pinacoteche, le biblioteche della vostra città: lì normalmente troverete opere inestimabili, illuminate con luci inadeguate, con orari ridotti di apertura, curate da impiegati mal pagati ma spesso colti e appassionati. Normalmente dietro al neon e a una impalcatura occhieggiano Raffaello, Mantegna, Caravaggio.

Persino a Milano, che non è Roma o Firenze, per le mostre che hanno l’onore di essere pubblicizzate (bellissime per altro) c’è una coda spaventosa (e che spesso vale la pena di fare), ma a Brera o al Poldi Pezzoli ci sono capolavori da togliere il fiato che si possono ammirare in beata intimità.

PS La visita guidata a Rodin mi è costata 6 euro, oltre al costo di ingresso alla mostra. A volte una buona guida è dietro l’angolo. E il costo per godersi e capire un capolavoro inferiore a quello di un aperitivo.

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Per fare un manager ci vuole un cactus

PB Ho ascoltato recentemente una intervista – su Radio Capital – a Niccolò Branca, autore del libro Per fare un manager ci vuole un fiore.

Precisando che non ho ancora letto il libro (è uscito per Mondadori a fine 2013 e affronta il tema della meditazione e della autoconsapevolezza nella gestione manageriale), che non conosco l’autore (è proprio il presidente delle distillerie Branca, quelle del Fernet), che forse mi sarebbe anche simpatico dato che dice di avere come ideale di manager una persona con la luce negli occhi e che tiene un blog (proprio come me e Paola con Trampolinodilancio), mi preme sottolineare che, spesso, per fare un manager ci vuole un cactus. O una clava, vedete voi.

E per non usare la metafora guerresca (si sente dal tono che ho iniziato il 2014 in trincea? Con un coltello tra i denti? ) che forse è troppo dura, troppo maschile, troppo fuori moda (ma che a volte ci azzecca eccome!) quella dello sport è forse l’area che ancora vedo più vicina alle dinamiche dell’impresa e della managerialità.

Se pensiamo a come si prepara un atleta, molti sono gli elementi che si possono mutuare per gestire la nostra carriera manageriale:

la cura della preparazione: “la preparazione è la metà del successo”  diceva un mio capo. Un tantino esigente, ma aveva ragione: gli imprevisti possono sempre presentarsi, ma non sottovalutiamo le situazioni che dobbiamo affrontare pensando che la nostra capacità di improvvisazione possa sempre farci uscire vincenti. Recentemente mi è capitato che un brillante avvocato abbia compromesso la relazione con un cliente perché, parlando sopra la voce di collaboratori forse meno carismatici ma più preparati, ha dato l’impressione al cliente che lo studio legale non si fosse occupato con la dovuta attenzione del caso in discussione.

la fatica dell’allenamento:  con lo studio, gli esercizi, le prove, la gavetta: d’altra parte se fosse solo divertimento perché dovrebbero pagarci per lavorare? E quale buon lavoro avete in mente (dalle Piramidi, alla Pastiera napoletana) che non sia il frutto di duro lavoro?

l’eccitazione della gara: quando è il tuo momento e le endorfine cancellano tutta la fatica e non fa più male e si dà il meglio di sé. Quando si scende nell’arena si vuole vincere, alla faccia di de Coubertin.

la competizione per il primato: la tensione verso il risultato, la capacità di misurarci e superarci. Il punteggio, la quota di mercato, il fatturato, la notorietà del marchio: i numeri non sono dei nemici, ma i nostri alleati per darci la posizione dei blocchi di partenza e per disegnare l’orizzonte del nostro obiettivo.

la lealtà verso l’avversario: in epoca in cui i bluff sono scoperti, le bolle sono scoppiate, che bello vedersi forti ma leali e trattare i nostri avversari come vorremmo essere noi trattati nella sconfitta. Perché è ben giusto anche partecipare. Alla faccia di de Coubertin

il gusto per la vittoria: e sì, diciamolo, che bello vincere! Non esiste un motivatore migliore del successo per essere spronati a fare sempre meglio! compresa la festa, le foto e i regali. Che professionalmente parlando sono una migliore visibilità, un migliore stipendio, una migliore posizione. Senza arroganza. Ma anche senza falsa modestia.

(nel frattempo ho sbirciato il sito  http://www.branca.it: ci sono un sacco di cose che mi piacciono, dal fatto che esista un museo visitabile al pubblico, al formidabile logo con l’aquila e il mondo: forse non leggo il libro, ma un bicchierino di PUNT E MES  – solo per come si racconta della sua nascita – me lo farei: che aiuti l’autoconsapevolezza? al limite mi solleverà l’umore).

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