Parole, parole, parole

Français : Exemple d'un texte en SMS

Image via Wikipedia

PB  Se i latini avessero avuto carta e penna, anziché una tavoletta di cera con un bastoncino, forse non sarebbero stati così magnificamente sintetici.

Credevamo che gli SMS ci avrebbero riportato a tanta saggia brevità, ma la velocità del pollice, il T9 e l’ipnotica attrazione del tasto “invia” hanno trasformato il catulliano Odi et amo in un altrettanto breve e ficcante, ma meno elaborato, ‘fanculo.

 Ora, se le sfumature e le parole hanno un valore, è opportuno sviluppare, coltivare, nutrire il proprio vocabolario.

La sciatteria della lingua fa intravvedere sciatteria dei pensieri e delle relazioni.

Un linguaggio curato, pertinente, ricco, segnerà non solo il vostro stile , ma lo stile del vostro lavoro e delle vostre azioni.

In Armani le giacche corte sono brevi e i colori mosci sono a basso voltaggio.

Tutta un’altra cosa, n’est – ce pas?

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Le 8 qualità che deve avere un impiegato di successo

PC Trovo questo pezzo di Jeff Haden, apparso nella selezione di articoli che Linkedin mi ha mandato oggi, davvero interessante e adatto anche a chi lavori nell’ambito della comunicazione e del marketing. Haden riassume le 8 qualità che deve possedere un impiegato per emergere. Secondo lui gli impiegati che avranno successo sono quelli che:

  • vanno oltre alla job description con l’obiettivo di svolgere al meglio il compito che è stato assegnato;
  • sono un po’ eccentrici, diversi;
  • sanno quando lasciare da parte la loro eccentricità;
  • riconoscono il valore degli altri pubblicamente;
  • si lamentano invece in privato con il loro capo;
  • parlano quando gli altri sono in imbarazzo a farlo;
  • sono ambiziosi, ci tengono a dimostrare che gli altri hanno sbagliato sottositmandoli;
  • cercano sempre di migliorare quanto stanno facendo.

 http://www.inc.com/jeff-haden/the-8-qualities-of-remarkable-employees.html?utm_source=linkedin&utm_medium=socialmedia&utm_campaign=button

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Scripta Manent II

Appunti su iPad

Appunti su iPad (Photo credit: viskas)

PC Come Patrizia ben sa (me ne ha regalati in questi anni più di uno!) anch’io giro con l’immancabile quadernino, sul quale appunto tutto quanto viene detto in riunione e voglio essere sicura di ricordarmi. In più di una occasione il quaderno mi ha aiutato a ricordarmi quanto era stato deciso negli incontri precedenti, in particolare per quanto riguarda i numeri, che so non essere il mio forte e che quindi scrivo sempre!

Di solito aggiungo delle frecce sul margine, che mi aiutano a evidenziare che cosa va fatto in seguito alla riunione. Come dico sempre ai miei studenti, dei buoni appunti sono il primo passo per preparare il meeting report, il documento che sintetizza tutto quanto deciso in riunione:  le frasi contrassegnate da una freccia diventeranno automaticamente i  next steps, le azioni che devono essere prese in seguito alla riunione.

Ovviamente se siete particolarmente tecnologici un tablet può benissimo sostituire il quaderno. L’unico rischio – se usate la tastiera e avete l’abitudine di scrivere tutto quanto viene detto – è quello di avere l’aspetto vagamente autistico delle stenografe in parlamento. In compenso gli appunti, con una veloce revisione, sono già pronti a trasformarsi nel report della riunione, senza necessità di trascrizione. In alternativa ci sono delle applicazioni che consentono di scrivere con il pennino come su un foglio.

Il vantaggio del tablet è che permette – volendo – di archiviare gli appunti per cliente, per data, per importanza, mentre il quaderno non fa che riportare giorno dopo giorno quanto vi è successo. E a volte vi ripropone giornate che vorreste cancellare dalla memoria, come l’annotazione di un’idea presa durante il brief di una gara, che poi non avete vinto.

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Un punto di vista diverso

PC E’ morta il 1° febbraio la poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura. Nella sua poesia un punto di vista diverso su come scrivere un curriculum.

Scrivere un curriculum

Che cos’e’ necessario?

E’ necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si e’ vissuto

e’ bene che il curriculum sia breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di piu’ chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perche’.

Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

E’ la sua forma che conta, non cio’ che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Wislawa Szymborska 1923 – 2012

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Scripta manent

PB Appena assunta in un grande teatro milanese (ero al mio primo impiego) il Direttore di sala mi disse che avrei dovuto guardarmi dai foglietti volanti.

Pensando che – comunista e magro – potesse avercela con il prodotto delle multinazionali – liberiste e grasse – archiviai il consiglio come una faziosa chiusura all’uso del post it.

La stagione andava alla grande, soprattutto per lo spettacolo del trio Marchesini- Lopez –Solenghi che faceva esaurito tutte le sere. Io avevo il compito di “promuovere il pubblico” cioè vendere, con diversi mesi di anticipo, lo spettacolo alle associazioni culturali, alle scuole, ai Cral aziendali.

Essendo ancora il digitale cosa per iniziati, le sorti del Teatro erano legate a una matita rosso/blu (forse ne esistono ancora alcuni esemplari al Museo della Scienza e della Tecnica) e a una Smemoranda (agenda cartacea di sinistra) sulla quale io segnavo le prenotazioni.

I miei interlocutori erano variegati: una signora minuta e operosa organizzava le serate per tutto il suo condominio: uno di quei casermoni di periferia dove, tra le brutture dei parcheggi bui, era nata la passione per il teatro , meraviglioso sogno raggiungibile con un biglietto della metropolitana. Oppure i Cral delle assicurazioni , assidui frequentatori del venerdì sera, forse perché, facendo mezza giornata, avevano il tempo di passare da casa e cambiarsi prima di uscire.

In una serata da tutto esaurito, piantina della sala barrata di rosso e blu come un campo di battaglia, rinvengo sul mio tavolo un foglietto con la prenotazione della Biblioteca di xxx, presa probabilmente al volo, diverse settimane prima, mentre non ero al mio tavolo.

54 persone (pulmann sold out) di cui il 70% sciure uscite dal parrucchiere, con la pelliccia di visone a canne, la spilla d’oro a fermare il foulard, dopo almeno un’ora di viaggio (e settimane di attesa) stavano per arrivare in Piazza San Babila e io non avevo i loro posti.

Impossibile rimandare: il teatro era prenotato fino alla fine delle rappresentazioni. Impossibile rimborsare: le signore erano in viaggio, avrei dovuto pagare loro almeno tre sedute dall’analista, oltre a biglietto, viaggio e manicure.

Le sistemai sugli strapuntini senza schienale del corridoio centrale della sala, occupai i posti dei pompieri e del medico. Sistemai nelle barcacce a fianco del palco le sedie del bar.

Mi prostrai ai loro piedi confessando il mio errore e facendo un mea culpa che neanche  al ritiro spirituale della Prima Comunione.

Alla fine me la cavai (le sciure perdonarono, il capo apprezzò contrizione e reperimento posti dal cilindro, il Trio fu molto divertente) , ma da quel giorno sulla mia scrivania campeggia un quaderno a copertina rigida,  fogli a righe, rilegati con cucitura. Nessun blocco, nessun quaderno ad anelli, nessun foglietto volante.

Il quaderno è di dimensione media, non troppo pesante, sta in borsa quando viaggio, ha un elastico di chiusura. Mi segue nei piccoli viaggi (dal mio ufficio alla Sala riunioni) e in quelli più lunghi (ha più volte sorvolato l’oceano, ha girato per tutta l’Europa, conosce treni, aerei, automobili).

Il quaderno non è organizzato per argomenti (i fogli non si staccano, e per la classificazione ad argomenti esistono file, cartelle, faldoni, raccoglitori) ma segue il calendario come un Diario. Arrivata in Riunione (o nel punto dove vale la pena di registrare qualcosa) segno la data, il luogo, i partecipanti. E poi prendo appunti su cosa viene detto. A distanza di mesi posso ricostruire la genesi di un progetto, le intenzioni del capo, le obiezioni della produzione (la produzione obietta per definizione).

So dalle pagine del mio quaderno quante corone danesi costa un boxer di Bjorn Borg a Copenhagen, quante cravatte tinto in filo ha in vetrina Ferragamo in via Montenapoleone, quanti faretti si sono fulminati nei camerini dell’outlet di Vicolungo. Il che mi servirà poi per fare un listino prezzi per il nord Europa, per diminuire le cravatte stampate in collezione e per prevedere una illuminazione a basso consumo per i negozi.

 Naturalmente “il “ mio quaderno sono ormai moltissimi quaderni in fila su uno scaffale. Sono pieni di idee, pensieri, parole, incontri della vita professionale (da lì sono esclusi gli amici, le vacanze, gli affetti, la famiglia, il teatro, la musica, la bici, le ricette della nonna). Ma si capisce che è tanta roba. La vita insomma. O quel pezzo che viviamo per cinque giorni alla settimana, dieci ore di luce ogni giorno, undici mesi all’anno. Vale la pena di prendere appunti.

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Eccessi relativi al controllo del profilo su Facebook

PC Oggi il Corriere dell Sera dedica un articolo agli eccessi ai quali arrivano alcune scuole o organizzazioni nel controllo del profilo Facebook di studenti o possibili candidati.

http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_08/perasso-facebook-colloquio_380b2f16-691c-11e1-96a4-8c08adc6b256.shtml

Nell’ultimo post suggerivamo di controllare le impostazione della privacy, se vogliamo pubblicare (comprensibilmente) anche dei contenuti destinati solo agli amici stretti o dell’opportunità di usarlo come vetrina per dimostrare le proprie capacità extra lavorative. Ma nell’articolo si racconta di datori di lavoro che pretendono la password per controllare direttamente dalla bacheca tutto quello che è stato scritto o caricato. Spero davvero che in Italia non si arrivi a queste esasperazioni tipicamente americane.

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La ricerca del personale e Facebook

Image representing Facebook as depicted in Cru...

Image via CrunchBase

PC Ieri ho partecipato all’interessante convegno JobMatching organizzato da Stefano Saladino, dove si è parlato molto di personal branding sui social media. La cosa che più mi ha colpito è il fatto che anche il profilo personale su Facebook è ormai sempre più spesso visionato da chi fa ricerca del personale. In sostanza se sottoponete una candidatura per un posto di lavoro è probabile che chi deve selezionarvi controlli non solo, come è ovvio, il vostro profilo su LinkedIn ma anche quello su Facebook.

Le implicazioni sono molte: innanzitutto dovrete assicurarvi di inserire nel profilo di Facebook le opportune restrizioni di privacy, se temete che la foto in cui ballate su un tavolo in uno dei peggiori bar di Caracas non sia il miglior biglietto da visita per un impiego come affidabile pr in una grande multinazionale (anche se potrebbe dimostrare la vostra affinità con il prodotto, se volete entrare nel marketing di Ron Pampero). Inoltre potreste orientare la vostra presenza su Facebook per far emergere alcune vostre doti. E’ consigliabile per esempio che un aspirante copywriter posti spesso degli scritti che ne dimostrino le capacità, piuttosto che le foto del suo gatto, mentre un art director potrà sbizzarrirsi nel caricare foto con ambizioni artistiche. Ci sono poi delle competenze meno ufficiali di quelle che segnalereste su LinkedIn, che potrebbero rivelarsi interessanti per il vostro futuro datore di lavoro. Ricordo che proprio la passione per gli sport fu la caratteristica decisiva che fece scegliere un mio giovane amico e cliente in Armani, perchè Patrizia cercava una persona che oltre a conoscere il marketing e le lingue, fosse uno sportivo vero a cui affidare la linea EA 7 di Armani.

Ieri si è anche arrivati a consigliare di utilizzare sempre la stessa foto di profilo su tutte le piattaforme nelle quali si è presenti, per facilitare il proprio branding e la riconoscibilità. Su questo punto non sono personalmente molto d’accordo. Ritengo che su LinkedIn sia corretto inserire una foto più istituzionale (nella mia, che è stata fatta e opportunamente photoshoppata da un fotografo, io indosso ovviamente la canonica camicia bianca) mentre su Facebook è più spontaneo aggiornare spesso la propria foto, con immagini reali che diano un senso di contemporaneità e creino vicinanza con i propri contatti (si chiamano amici, non a caso).

Sean Moffitt e Mike Dover nel loro bellissimo Wikibrands, del quale è appena uscita l’edizione italiana a cura di Marco Lombardi, suggeriscono di mantenere due strategie di approccio ben differenti per le due più importanti piattaforme sociali. Giustamente consigliano di considerare LinkedIn come un completo di flanella grigio e Facebook come una camicia hawaiana: entrambe possono giocare un ruolo utile nel guardaroba di chiunque (purchè americano!), ma nessuno parteciperebbe a una riunione con una camicia hawaiana o andrebbe a un party indossando un completo grigio, a meno di non voler apparire come minimo arrogante.

Questa flessibilità nel proprio personal branding è in fondo esattamente quello che consigliamo anche alle brand vere e proprie, che si devono presentare in modi diversi a seconda dei contesti, mantenendo comunque la propria identità

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Lucio Dalla nemico della specializzazione

English: Italian singer-songwriter Lucio Dalla

PC Ieri Il volo del mattino di Fabio Volo celebrava la morte di Lucio Dalla facendo sentire un’intervista in cui Dalla racconta di essere nemico della specializzazione, perchè chiude il cerchio e limita le possibilità. Mi sembra un consiglio prezioso per tutti i giovani che dovrebbero affacciarsi sul mondo del lavoro con la mente aperta a tutti gli stimoli e la massima disponibilità a provare nuove strade. Ecco le sue parole: “Sono nemico di ogni forma di specializzazione, nel senso che (e la mia è una teoria mica stupida) nel senso che uno bravo, specializzato, non hai mai finito di specializzarsi, perchè con il passare del tempo… zac viene fuori una cosa nuova e ti devi specializzare. Per cui credo che è un po’ come chiudere il cerchio. E allora fare le cose che non hai mai fatto è la cosa più stimolante e non avere una preparazione è fiducia sostanzialmente in se stessi e nel perdono degli altri quando sbagli. E allora diventa divertente perchè provi delle sensazioni nuove.”

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