RobilantAssociati premia il talento e Maurizio di Robilant ci spiega come e perché

PC Un progetto che nasce attorno al tema del talento non poteva che attrarre il nostro interesse. Parliamo del bando di concorso per l’assegnazione del Premio di Laurea “Talent Almanack”(2.500€!), rivolto a laureandi e laureati delle Università di Milano che abbiano svolto o intendano svolgere entro dicembre 2012 una tesi di laurea sul tema:“Creating Shared Value.Il possibile circolo virtuoso tra sviluppo del business e creazione di valore sociale” promosso da RobilantAssociati S.p.A., società di Brand Advisory e Design leader del mercato italiano.

Mediante l’istituzione di questo Premio, RobilantAssociati intende stimolare la riflessione dei più giovani sul tema dello sviluppo di una cultura imprenditoriale “virtuosa”. Gli studenti dovranno immaginare e proporre dei modelli possibili di interazione tra impresa e contesto di riferimento, o analizzare dei modelli già esistenti, che siano in grado di generare uno scambio proficuo tra i due attori, producendo crescita economica e valore sociale per entrambi.

Abbiamo chiesto a Maurizio di Robilant, Presidente della RobilantAssociati, di darci qualche informazione in più sul premio e abbiamo approfittato anche per domandargli quali caratteristiche cerca nei giovani di talento che inserisce nella sua struttura.

Trampolinodilancio: “Innanzitutto complimenti per l’iniziativa. Mi diceva che Talent Almanack nasce su proposta di un gruppo di dipendenti interni, qual era il loro obiettivo?”

Maurizio di Robilant

Maurizio di Robilant: “Talent Almanack nasce come un ciclo di incontri intorno al tema del Talento. L’obiettivo era creare all’interno dell’impresa dei momenti di condivisione e arricchimento personale e professionale per tutti i dipendenti e gli stakeholder esterni, attraverso il confronto con ospiti illustri che del proprio Talento sono riusciti a fare una reale professione. 

L’idea del Premio di Laurea è arrivata in un secondo momento. È, infatti, fortemente radicata nella coscienza dell’azienda e dei suoi dipendenti, la convinzione che la libera circolazione delle idee e della conoscenza siano una ricchezza da condividere con il territorio e il contesto di cui si è parte.

In questo caso siamo partiti dalla nostra città: Milano.

Il premio sembrava lo strumento ideale attraverso il quale restituire il valore generato nei nostri incontri, incentivando i giovani universitari a immaginare (e progettare) un futuro verso quale si possa aver voglia di andare.”

Trampolinodilancio: “Ci potrebbero essere opportunità di stage per la persona che vincerà la borsa di studio?”

Maurizio di Robilant: “Lo stage non è negli obiettivi dichiarati dell’iniziativa. Tuttavia il premio è certamente un ottimo palcoscenico per mostrare capacità e talento.La composizione della giuria, formata da imprenditori, giornalisti, innovatori e alcuni nostri membri interni, garantisce la possibilità di mettersi in buona luce presso un gruppo di professionisti vicini al tema della Corporate Social Responsability e quindi di iniziare a costruire un network professionale di valore.”

Trampolinodilancio: “In generale quali sono le caratteristiche che cercate nei giovani di talento che inserite nella vostra struttura?”

Maurizio di Robilant: “Cerchiamo persone T-shaped: che abbiano cioè una solida preparazione e una conoscenza approfondita e “verticale” del proprio campo specifico, e al contempo siano capaci di una visione orizzontale, attenta al contesto, in grado di spaziare tra discipline, o semplici interessi, diversi.

L’esperienza ci dice che una formazione classica è quasi sempre garanzia di persone con una apertura mentale e una sensibilità di sguardo che sono molto importanti nel nostro mestiere.

Ancora nei giovani cerchiamo la passione: non necessariamente legata in maniera diretta al nostro mestiere. Ma persone appassionate sono generalmente in grado di grande generosità e ricchezza verso ciò che fanno.

Non ultima l’intelligenza relazionale: ovvero la capacità di costruire empaticamente relazioni stabili e proficue, che garantiscano un buon clima e ottime collaborazioni all’interno, oltre che la soddisfazione di tutti gli stakeholders all’esterno.”

Per informazioni sulle modalità di partecipazione e la documentazione da presentare, potete contattare la segreteria del Premio. E-mail: premio.talent.almanack@robilant.it.

Prossimamente daremo notizia degli incontri organizzati da RobilantAssociati nell’ambito di Talent Almanack, i più veloci riusciranno a prenotarsi un posto per assistere a questi interessanti appuntamenti con ospiti autorevole provenienti da un ambito d’interesse ogni volta diverso

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Se volete cambiare carriera evitate questi 5 errori

PC Ci sono volte che leggendo un articolo ti senti chiamata in causa. È quanto mi è successo leggendo su Forbes il racconto di Kathy Caprino sugli errori che spesso si compiono quando si vuole cambiare carriera. Spero arrivi in tempo in modo che chi di voi si trova in questa situazione ne eviti qualcuno (io da parte mia ne ho già accumulati più di uno).

 1) L’effetto Pendolo: scappare dalla vostra attuale carriera perché non ne potete più

Se sei rimasta troppo tempo bloccato in un lavoro che non ti piace più fare è probabile che tu sia arrivato a odiare il lavoro stesso o i colleghi, e pronto a cadere nell’effetto pendolo. È esattamente quello che mi è successo nell’ultimo anno di Young & Rubicam. Ricordo come una delle sere più tristi della mia vita quella passata in una camera del Four Season di Chicago così grande da avere cinque telefoni (ero lì per seguire uno shooting Barilla in cui si vedevano vongole che applaudivano e spaghetti che cadevano nell’acqua bollente, ma sembrava che solo il regista di Chicago avrebbe potuto girarli così bene). Ero talmente nauseata dal tipo di lavoro e dal contesto che cenai da sola in camera. Per l’effetto pendolo ho deciso di fare un figlio, trasferirmi a vivere in un paesino di 900 anime e dedicarmi esclusivamente all’insegnamento. Ci sono voluti tre anni prima che il pendolo mi riportasse a desiderare un po’ di sana adrenalina, e altri anni ancora per approdare alla scelta imprenditoriale che mi permette di conciliare tempi di vita  umani con il lavoro nella comunicazione che amo. Ma la mia scelta troppo “di pancia” aveva fatto sì che  abbandonassi quasi tutti i contatti – convinta che non sarei più rientrata in quel settore – e ricostruirli è stato lento e faticoso (per fortuna grazie a Linkedin non impossibile).

La morale che trae Kathy è la seguente: non aspettate di essere disperatamente infelici nella vostra situazione per cambiare lavoro: cercate prima di migliorarla riaggiustando relazioni incrinate, pretendendo più rispetto, facendo sentire la vostra voce e crescere le vostre abilità e diventando più competenti. A quel punto, quando vorrete cambiare, sarete in grado di raggiungere un livello maggiore di successo.

2) Non sviluppare un solido piano finanziario che sostenga la vostra transizione

Non potete illudervi di cambiare carriera e guadagnare subito quanto prendevate nel posto precedente. Per questo è opportuno capire, anche con l’aiuto di consulenti esterni, quali siano le risorse necessarie per finanziare il cambiamento.

Se non avete i fondi necessari è meglio aspettare di avere accesso a fondi supplementari (sfruttare eventuali bonus, cercare di guadagnare di più nella carriera attuale, trovare un prestito, ecc.) o diminuire le spese in modo da accantonare quello di cui avrete bisogno.

3) Innamorarsi della forma sbagliata di lavoro

Prima di cambiare carriera devi identificare l’essenza di quello che vuoi fare.

Kathy invita a rispondere ad alcune domande per scoprirla:

  • quali abilità e talenti vuoi usare nella nuova carriera
  • con quali persone ti trovi meglio?
  • quali valori, standard di integrità e bisogni devono essere garantiti nel lavoro?
  • quali tipi di sfide vuoi affrontare nel nuovo lavoro?

Solo avendo contestualizzato l’essenza di quello che vuoi, potrai trovare la forma di lavoro che ti si adatta maggiormente. A me ci sono voluti parecchi anni di tentativi, se avessi capito prima davvero le mie esigenze, mi sarei probabilmente risparmiata dei lunghi periodi di insoddisfazione.

4) Non scavare abbastanza a fondo

Kathy dice che se per 10 anni hai lavorato nella produzione televisiva e vuoi dedicarti all’insegnamento, dovresti esplorare tutte le ragioni dietro a questa volontà di insegnare. Vuoi migliorare le tue abilità linguistiche, aiutare i giovani adulti ad avere più successo, allontanarti da un ambiente troppo politicizzato?

Dedicarsi all’insegnamento dell’inglese ti aiuterà davvero a trovare piena soddisfazione delle tue aspettative? Tutte le altre componenti del lavoro di insegnante ti piaceranno? È importante fare ricerca e approfondire tutti gli aspetti della nuova carriera che si sta intraprendendo.

5) Mollare troppo velocemente

Un ultimo errore è gettare troppo presto la spugna. Cambiare carriera implica fatica, tempo, impegno e spesso anche soldi. Non potete pretendere di vedere i risultati in pochi mesi.

Per cambiare carriera con successo, conclude Kathy, avete bisogno di quattro “C”: chiarezza, coraggio, confidence e competenza. Ne aggiungerei una quinta, il famoso fattore “C” di cui parlava già Stefano Battioni nell’intervista che gli abbiamo fatto.

Trovate l’articolo originale a questo link http://www.forbes.com/sites/kathycaprino/2012/04/14/the-5-biggest-mistakes-career-changers-make/2/

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INTERVISTA A LORENZO CEFIS – PARTNER ED EXECUTIVE PRODUCER DI FILMMASTER PRODUCTIONS

LORENZO CEFIS PARTNER ED EXECUTIVE PRODUCER DI FILMMASTER

PC Conosco Lorenzo da quando abbiamo vinto insieme la borsa di studio che Assocomunicazione (allora Assap) metteva in palio per selezionare 60 pubblicitari da tutta Italia e ci siamo quindi trovati, alle 9.00 di mattina, seduti sui divanetti di una Young & Rubicam deserta, perché tutti erano tornati  a notte fonda da un viaggio premio ad Agadir (300 persone! Erano gli anni d’oro della pubblicità).

Ricordo quando andavamo a Roma un paio di volte a settimana, e ci ritenevamo fortunati se riuscivamo a tornare con l’aereo delle 17 in partenza dal gate 17 (è lì che ho superato qualsiasi forma di superstizione). Sono stati tra gli anni più movimentati della mia vita, mentre penso rappresentino il periodo più tranquillo di quella di Lorenzo, che presto ha capito che la sua vocazione lo portava lontano dal lavoro di account e sicuramente più lontano di Roma.

Come executive producer ha avuto modo di girare il mondo per seguire lo shooting di alcuni tra gli spot più belli realizzati da case di produzione italiane. Un lavoro nel quale ha saputo mettere a frutto la sua invidiabile energia, l’indubbia abilità gestionale e quell’irresistibile charme con il quale riesce a far trasformare in agnellini i più ostici direttori creativi, registi e clienti.

Grazie alle sue capacità è presto diventato partner di BRW, ha poi fondato The Family insieme a Federico Brugia,  ed è infine approdato come partner in Film Master, la più grande casa di produzione italiana e una delle più importanti d’Europa, vincitrice di moltissimi premi per spot e film brevi, attiva anche nei nuovi canali di comunicazione. Un osservatorio privilegiato dal quale può darci degli utili consigli per chi volesse intraprendere una carriera nell’ambito della produzione pubblicitaria.

Trampolinodilancio: Quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in Filmmaster?

Lorenzo Cefis: Le caratteristiche principali che richiediamo in un candidato sono: curiosità, intraprendenza, assoluta padronanza della rete e di tutti i device dove vengono veicolati i contenuti, un’ottima conoscenza del mondo delle immagini in movimento in tutte le sue possibili declinazioni (cinema, tv, contenuti on line, music promo…) e degli autori e delle tecniche per produrli; l’esperienza sul campo e la tenacia sono qualità che verranno misurate una volta “a bordo”; una sola lingua oggigiorno non basta, sicché oltre all’inglese, che diamo per scontato, ci piacerebbe che il candidato sapesse comunicare anche in altro idioma. 

Trampolinodilancio: C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?

Lorenzo Cefis: Ovviamente sì e ne sono molto soddisfatto. Mi piace come, nonostante la realtà della mia società sia molto complessa, la persona in questione sia riuscita a inserirsi in modo organico e ritagliandosi il giusto spazio senza crisi di rigetto (da una parte o dall’altra!).

Trampolinodilancio: In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?

Lorenzo Cefis: Ovviamente il mondo della rete è quello che prospetticamente offre maggiori opportunità di inserimento; lo spazio è grande e le occasioni molteplici, dalle applicazioni e la loro creatività , dalla produzione di contenuti di immagini in movimento a quella di blog o contest o quant’altro nel nuovo spirito redazionale la rete possa offrire. Purtroppo la moltitudine di offerte nasconde anche qualche possibile zona d’ombra e relativa incognita; molte strutture sono giovani e non organizzate e potrebbero essere foriere di delusioni e/o insidie.

Trampolinodilancio: Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Lorenzo Cefis: Cercare, almeno nella fase iniziale di perseguire i propri sogni e le proprie ambizioni, cercando di non scendere a compromessi o mediazioni. Per quello c’è tempo!

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Ognuno sta solo sul cuor della terra

Ragazza pensosa, sola in ascensore

Ragazza pensosa, sola in ascensore (Photo credit: Wikipedia)

PB  In un recente post di Paola, Paulo Bernini (Direttore creativo di Bitmama), a proposito della sua esperienza in Giappone, ha detto che laggiù ha imparato a stare da solo.

Io un po’ ho avuto freddo e un po’ mi sono sentita sola mentre leggevo (guardavo?) la scena e ho pensato che il commento non solo fosse bello e suggestivo, ma originale e pertinente per chi si avvia a una professione.

Imparare a sopravvivere soli è doloroso ma vitale.

Alle medie si va in bagno con la migliore amica, al liceo si inizia a fumare in tre (sempre in bagno), all’università si studia in gruppo, in gita si va con tutta la classe, in vacanza si parte in due (se si è innamorati) , in molti (se si spera di innamorarsi).

Poi arriva il momento di lavorare o di studiare – magari all’estero – in una città straniera.

Il mondo è diventato piccolo, le aziende locali cercano sbocchi internazionali, le multinazionali hanno filiali nei mercati locali.

I budget sono sempre più razionalizzati, nessuno si può più permettere di fare trasferte di gruppo, sono passati i tempi in cui, per presentare la nuova collezione a un cliente importante, partivano il marketing, il prodotto, lo stile, le vendite. L’ufficio viaggi organizzava la trasferta, procurava i biglietti aerei, prenotava l’hotel.

Ora, nella maggior parte dei casi, quello che prepara la valigia è da solo, in trasferta dovrà essere un po’ tutto (stilista e venditore), i voli se li è prenotati su internet e non dovrà avere paura (cioè avrà paura, ma dovrà fare finta di non averla) di essere a qualche migliaio di chilometri da casa, in un paese che conosce poco, per incontrare gente che non conosce affatto.

Io mi sono molto identificata nella sensazione di solitudine di cui parla Bernini: il disagio di mangiare da sola al ristorante, di orientarmi in città sconosciute, di riempire il tempo vuoto dal lavoro quando tutti i punti di riferimento familiari sono lontani.

Negli anni sono passata da baguette e camembert da sola in camera a scegliere sulla Lonely Planet ristoranti carini che mi somigliassero nei quali consumavo la cena leggendo un libro o scrivendo note sul mio diario (un diario è sempre una idea geniale: permette di fermare sensazioni altrimenti fuggitive e offre un meraviglioso riparo contro i seccatori).

Prima di partire cerco di avere il tempo di procurarmi una piantina  e di verificare la posizione del quartiere dove andrò, la presenza di qualche cosa di interessante in zona, di cui approfittare nel tempo libero.

Porto sempre un paio di scarpe comode, per potermi spostare a piedi, quando possibile, o addirittura in bici (a Copenhagen anche i business Hotel hanno il noleggio bici).

E poi ci sono sempre luoghi in cui, anche in giro per il mondo, io sento aria di casa: per me una chiesa cattolica (stesso profumo di incenso in tutto il mondo, sempre un altare in fondo alla navata), una bella libreria, un giardino pubblico. Altri tirano un sospiro di sollievo da Mc Donald o nel buio della sala di un cinema, oppure in piscina.

Ci sono trucchi e astuzie per sopravvivere alla malinconia dell’essere soli. Soprattutto per poi godersi la magnifica sensazione di avercela fatta, di avere conquistato un pezzo di mondo ma soprattutto un pezzo di sé stessi.

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La scuola di bellezza non finisce mai

Matteo Sarzana direttore generale VML e creatore di MappedInItaly

PC Bellezza, semplicità e responsabilità sono i tre ingredienti magici per chi vorrà realizzare progetti digitali di successo. È quanto ha spiegato ieri Matteo Sarzana, durante il convegno “Identità nel caos: Wikibrands e digital trends” con Guida di Fraia e Marco Lombardi in Iulm, riportando quanto è emerso all’ultimo SXSW, il festival che presenta  le evoluzioni del mercato digitale mondiale (al quale purtroppo – racconta Matteo – partecipano solo una ventina di italiani).

Sul concetto di bellezza si è aperto un dibattito, perché giustamente Stefano Del Frate ha fatto, tra l’altro, notare che è un principio che può variare moltissimo geograficamente. Per sottolineare il suo punto ha raccontato che  il CEO di Coca Cola, che voleva sensibilizzare il suo team sulla necessità di considerare le peculiarità locali, durante una riunione mise a massimo volume uno yodel e quando gli altri si dimostrarono infastiditi rispose che in alcune zone del pianeta quella era considerata una musica piacevolissima (a difesa delle tradizioni locali aggiungo che comunque una ragazzina che cantava lo yodel qualche anno fa fece un clamoroso successo ad America’s got talent, il video è su youtube e ha 22734394 visualizzazioni!).

Yodel a America’s got talent

Matteo ha risposto che ritiene importante questo cambiamento di prospettiva in un mondo, il digitale,  dove fino ad ora si sosteneva: “Basta che funzioni”. Ora il basta che funzioni, non basta più!  La seduzione anche formale è importante, persino quando il focus è sulla utility dei servizi che si offrono al consumatore, ha aggiunto Lombardi.

Inoltre il creativo digitale, ha concluso Sarzana,  deve sempre tenersi aggiornatissimo, perché i canoni di ciò che è bello nel digitale si evolvono molto rapidamente.

A questo punto gli abbiamo chiesto di darci un consiglio per i nostri lettori: i giovani talenti interessati al digitale dove possono trovare informazioni e stimoli per tenersi aggiornati sugli ultimi trend in ambito estetico?

Sarzana ha risposto che non esiste un unico canale, e per questo è molto difficile tenersi aggiornati.  Consiglia di navigare in Mashable.com e di andare sul sito di SXSW, cercare i relatori, e studiare cosa hanno fatto.

L’importante, ha concluso Sarzana, è ricordarsi che, soprattutto per un comunicatore, è necessario continuare a studiare, perché il cliente si aspetta che tu sia quello che porta in azienda le novità.

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Edoardo Nesi spiega perchè i giovani sono l’unica via d’uscita dalla crisi

PC La Rivista on line Gli Amanti dei Libri ha recentemente intervistato Edoardo Nesi, e partendo dal suo ultimo libro – Le nostre vite senza ieri (vedi post del 30 marzo)- il giovane intervistatore gli ha chiesto di commentare la situazione dei giovani, che non solo si trovano a vivere le difficoltà odierne che non hanno avuto nemmeno la libertà di favorire, ma se ne sentono pure kafkianamente colpevolizzati! Ne “Le nostre vite senza ieri” lei propone delle strade che loro possono percorrere e che si fondano sull’indebitarsi.”

Edoardo Nesi: “E’ veramente una cosa insopportabile questa e penso che voi giovani dovreste veramente incazzarvi per questa situazione. Io lo sento dir spesso: questi giovani non hanno voglia di far nulla, questi giovani non hanno iniziativa, questi giovani sono deludenti. Chi dice questo compie un atto non solo di miopia, ma di estrema ingenerosità. Chi sa bene le cose, sa che dagli anni ’50 fino all’inizio degli anni ’80 erano tempi in cui era, diciamo, facile fare impresa. Perché c’erano tre cose fondamentali per far prosperare un’impresa: un mercato per i propri prodotti, il più grande possibile; la possibilità di ottenere credito bancario, non per forza a tassi bassi perché da sempre l’industria italiana è riuscita a crescere anche con tassi alti; un clima positivo in Italia verso l’impresa. E’ impensabile pensare che il debito sia un marchio d’infamia. Il debito è una componente irrinunciabile di ogni economia. Non c’è quasi azienda al mondo che non abbia un debito da restituire. Il debito è il modo in cui un’azienda può finanziare le idee dei giovani, coloro che oggi meritano e non hanno. Purtroppo, si è spezzato il meccanismo secondo cui si finanziavano le idee di chi meritava e non aveva. E’ questo il problema. Leggevo stamattina quello che ha detto Draghi (n.d.r.: il giorno prima dell’intervista a Nesi, Draghi ha espresso la convinzione che la crisi ha colpito soprattutto i giovani e la necessità di non sprecare il capitale umano che essi rappresentano se si vuole condurre l’Europa intera a una ripresa economica). Io il libro gliel’ho mandato, ora non so se l’abbia letto! I giovani sono l’unica via d’uscita. Non ne esistono altre. Le aziende che oggi esistono sono guidate da settantenni, così come da settantenni è guidato il nostro paese. Queste aziende probabilmente hanno già dato quello che dovevano dare. Ora, c’è bisogno di aziende completamente nuove. Ma questo è un meccanismo antico. Noi siamo stati fermi per 20 anni e non abbiamo compiuto niente di tutto ciò che serviva e che nella storia dell’economia è sempre avvenuto. E’ sempre stato normale per le aziende il fatto di essere rigenerate dall’arrivo di aziende, prodotti, idee nuove.”

Condivido in pieno questa analisi e credo che solo aiutando i giovani a entrare nel mondo del lavoro possiamo davvero sperare di costruire un futuro migliore per tutti.

L’intervista completa a questo link: http://www.gliamantideilibri.it/archives/8560

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Bernini cerca un Digital Art Director per Bitmama e ci svela come deve essere.

Paulo Bernini, direttore creativo Bitmama

PC Che bello collegarsi a Linkedin e scoprire che un amico scrive: “I’m hiring”. Bello per più motivi: perché in questo periodo qualsiasi accenno di ripresa è confortante e perché sono sicura che chiunque avrà la possibilità di lavorare con Paulo Bernini ne uscirà arricchito, sia professionalmente che umanamente.

Paulo, direttore creativo di Bitmama insieme a Maurizio Sala (che abbiamo già avuto il piacere di intervistare), è infatti un concentrato di vitalità brasiliana e cultura italiana. E in più ama lavorare con i giovani talenti e trasferir loro la sua passione per la comunicazione digitale – non a caso insegna Digital Art Direction alla Scuola Politecnica di Design.

La persona che cerca è proprio un Digital Art Director, che dovrà lavorare nell’ambito fashion/luxury/ design e avere esperienza e spiccata capacità nella produzione grafica di interfacce per il mobile e il mondo web.

Il candidato lavorerà in  un team multidisciplinare, insieme a figure come graphic designers, copywriters, information designers, digital marketing strategists, e risponderà alla direzione creativa in progetti nell’area fashion/luxury/design, lavorando sia con brand italiani che internazionali. Dovrà conoscere le ultime tendenze nel mondo della grafica e delle nuove tecnologie, e ovviamente il mondo dei softwares della grafica: photoshop, illustrator, indesign.

Paulo stesso è un Digital Art Director, abbiamo quindi approfittato per fargli qualche domanda che ci permetta di capire meglio che caratteristiche deve avere questa figura professionale, oggi molto richiesta.

Puoi dirci quali tappe sono state fondamentali per la sua formazione di Digital Art Director?

Paulo Bernini: Soprattutto nel digitale, l’art ha bisogno di due front molto sviluppati, e ha bisogno di saper coniugarli molto bene:

– una è la conoscenza del contesto del canale – sia tecnica, dal punto di vista di quali sono le possibilità che il digitale, che vive in costante cambiamento, permette, e sia culturale, rispetto al ruolo del digitale nel contesto in cui si sta progettando – e il suo impatto nella vita delle persone.

– l’altra è la conoscenza del contesto culturale: indipendentemente dal digitale, sei un art! Devi saper coniugare le tue capacità creative con il contesto spesso complesso che è il canale, la tecnologia, il primo punto.

Da questa dialettica nasce la bravura.

Trampolinodilancio: Cosa ti ha insegnato l’esperienza in Giappone?

Paulo Bernini: Dal punto di vista professionale: avere pazienza e saper gestire il contesto. Imparare a vivere le differenze (compreso il fatto che io sia stato esposto – involontariamente –  a un contesto lussuosissimo, per cui è stato una differenza in più da imparare!), e fare di queste differenze leve per cose nuove.

Dal punto di vista personale: imparare a stare da solo. Ho compiuto 30 anni da solo a Tokyo, in una giornata gelida di gennaio, e per 24 ore non ho detto nessuna parola: sono andato al tempio zen nei Giardini Imperiali e ho attaccato ai rami di un albero un desiderio scritto sul pezzettino di carta, come fanno i giapponesi. Può sembrare triste, ma per me è diventato un ricordo unico, speciale. 

Trampolinodilancio: Quale rapporto deve avere un Digital Art Director con l’arte e la cultura?

Paulo Bernini: Nel ruolo Digital Art Direction c’è la parola Art. C’è la parola Director. Direi che arte e cultura sono la materia prima di questo professionista.

Trampolinodilancio: Infine quali consigli potresti dare a un giovane che voglia iniziare questa carriera?

Paulo Bernini: Se vuole fare il digitale, deve capire che c’è tanto lavoro anche manuale, anche ripetitivo… per far funzionare automaticamente il digitale ci vuole dietro l’artigianato dei pixel.

Una volta digerito questo concetto, bisogna tornare alle idee, che nel digitale possono venire da chiunque… 

Bisogna anche capire che l’art direction digitale non ha nulla a che fare con l’idea di art direction tradizionale pubblicitaria, che esiste da più di 50 anni. Non ci sono ancora canoni stabiliti, è un campo nuovo, molto più fruibile, che richiede un approccio mentale diverso, più cooperativo: sul digitale non ha senso il ruolo dell’autore, ma sì dell’attore: sono tanti, insieme. Perciò bisogna rispettare la tecnologia, che ti permette di esprimerti.

Per ulteriori dettagli sulla ricerca di personale e per inviare il cv: http://www.linkedin.com/jobs?viewJob=&jobId=3183018

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Aiutati che Dio ti aiuta.

PC Di questi tempi cercare un lavoro può sembrare ai giovani una battaglia alla Don Chisciotte, come afferma Marco  Croci nell’articolo della Prealpina che ha scritto ieri su Trampolinodilancio, ma il fatto che la situazione sia molto difficile non deve giustificare comportamenti irrazionali e battaglie inutili, come quelli del celebre cavaliere errante.

Mai come in questo momento i giovani devono far percepire il loro talento ed emergere dalla massa, dimostrandosi propositivi, concentrati, efficaci. Non sempre è così.

Il professore al quale chiedete una tesi di laurea può essere uno dei  vostri  primi paladini: eppure, quando faccio delle semplici domande in seguito a una mail di richiesta di tesi, generalmente passano dei giorni prima che io riceva una risposta. Capisco che la posta elettronica per un giovane abituato a comunicare con facebook non sia un’abitudine quotidiana, ma l’impressione che io ne traggo è di scarso interesse.

Mi è anche successo che – alla seconda mail che ci scambiavamo – una studentessa (mai vista di persona) mi abbia scritto “grazie della dritta” in risposta a un’indicazione di testi per la bibliografia. Non sono una persona particolarmente formale, ma secondo voi mi sentirei di raccomandare a un mio cliente una stagista che magari lo apostroferà con questa disinvoltura?

Qualche giorno fa (tra l’altro dopo aver scritto il pezzo sulla lettera di presentazione) ho ricevuto una mail che negli allegati aveva:

  • Una lettera di presentazione intestata a “Gentile responsabile del personale”. Ci voleva molto a informarsi se la p. del mio indirizzo mail stava per Paolo, Pietro o Piersilvio? O a sapere che una piccola agenzia difficilmente ha un ufficio del personale?
  • Un cv che inspiegabilmente pesava 1 mb (il che può creare grossi problemi a chi ha già la casella della posta ingorgata da allegati mastonditici e magari si trova in viaggio per lavoro)
  • Una foto denominata “fotorossa”, perché il candidato indossava una camicia rossa, che non riportava quindi il nome del candidato (da archiviare nelle foto pantone?)

Un altro candidato mi ha scritto se poteva mandarmi il cv, avendolo già inviato a più di 1000 altre strutture senza successo, gli ho risposto di farlo sicuramente, perché spesso mi capitano richieste di stagisti da parte dei miei clienti. Non me lo ha mai inviato. Avrà finalmente trovato un lavoro? O forse c’è un motivo per cui in nessuna delle altre mille strutture l’hanno mai assunto?

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Quelli del marketing se la tirano. E fanno bene

Cynar and Cynar Original

Cynar and Cynar Original (Photo credit: Wikipedia)

PB  Ultimamente,  parlando con il responsabile delle risorse umane di una nota azienda di moda italiana, si argomentava  di quanto in questo periodo di contrazione dei consumi, le ricerche del personale si siano focalizzate su figure commerciali piuttosto che di marketing.

Le aziende puntano su azioni di tattica per aumentare (o mantenere) i loro ricavi, piuttosto che spendere in fumosi – e costosi –  strateghi da collocare all’ultimo piano.

E un po’ non hanno torto se pensiamo che a creare lo stereotipo del fighetto del marketing che se la tira hanno contribuito molti personaggi più o meno inutili che assomigliano agli “stilisti milanesi”  parodiati da Elio nella pubblicità del Cynar. Simpatici a volte, ma sempre personaggi di contorno, che fanno colore e contribuiscono all’arredamento della show room quando tutto va bene e i budget paiono infiniti. Ma davvero non è più tempo (quando mai lo è stato?) di un marketing che si esaurisce in un Power Point e nella produzione di gadget originalissimi e carinissimi.

Eppure mi sento di difendere la professione. Quella vera e piena di contenuti. Che è vitale e non deve stare al terzo piano ma in ogni ingranaggio della macchina aziendale.

Se gli imprenditori italiani credono che essere strategici sia un lusso che oggi non possono permettersi sbagliano, e la sorte delle loro aziende  è la prova vivente dei loro errori.

Scegliere se puntare sul livello di servizio, sulla facilità di accesso (un negozio Intimissimi in ogni centro storico o commerciale d’Italia) o sull’esclusività, l’aspirazione a fare parte di un mondo ideale (Abercrombie, solo a Milano, solo con la coda), conoscere il valore del proprio marchio o del proprio prodotto, individuare quello che vuole un consumatore (un uomo può volere un parcheggio comodo fuori dal Brico, una ragazza una gamma infinita di smalti turchesi in piccolo formato da Kiko), intuire una opportunità e saperla cogliere, avere il naso per capirla quando non ci sono i dati e i tempi per saperla, non è un valore accessorio, non sono solo cavoli del brand manager. Sono quello che fa vivere e pulsare un’azienda.

Quindi se il marketing è solo di facciata e ignora il mercato, i fatturati, le idee e la intelligenza, non ha ragione di essere, non più di un centrino di pizzo in fondo alla madia. Ma se è quello vero, se si occupa dei prezzi sapendo che sta costruendo un posizionamento di brand (ma non ignora le esigenze di cassa), se si occupa di stile (ma sa che non tutti hanno 20 anni e pesano 48 kg) , se stampa un catalogo (ma non desidera abbattere una foresta per realizzarlo), allora è quel lavoro per cui vale la pena avere studiato, letto , viaggiato, chiacchierato, capito.

Quando questo tipo di markettaro incontra uno delle vendite, uno di quei draghi “che saprebbero vendere un frigo al polo nord” con il nodo grosso alla cravatta, allora dentro il suo cuore un po’ se la tira. Per me fa bene.

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