La relazione che scaturisce dal fare

Rodolfo Dordoni

Rodolfo Dordoni (Photo credit: kartellpeople)

PB  Qualche settimana fa ho letto una intervistra a Rodolfo Dordoni , meraviglioso architetto e designer milanese.

Lo ho incontrato professionalmente (lui non si ricorderà certamente di me, come quei chirurghi famosi che dei pazienti si ricordano solo le patologie) una decina di anni fa in Dolce&Gabbana. Io invece me lo ricordo perfettamente (come quei pazienti che del loro  chirurgo ricordano ogni espressione e ogni sguardo).

Dunque, dicevo dell’intervista. Alla domanda della giornalista “Quali sono i progetti che ha più amato? Quali quelli che lei ritiene i più riusciti?” Dordoni risponde : “Amo le persone, non amo le cose. (…) I progetti che ho amato di più sono quelli che hanno generato un bel rapporto, duraturo, con le persone che li realizzavano con me. Conservo la relazione che scaturisce dal fare”

Ho trovato questa frase meravigliosa. Un designer famoso, che verrà ricordato per gli oggetti straordinari che ha realizzato, conserva tra i suoi progetti più riusciti le relazioni. Ma non quelle amicali  o mondane o sentimentali. Quelle che scaturiscono dal fare.

E il fare è legato al lavoro, alla professione, alla realizzazione di un progetto.

E prevede tempo, complicità, competenza, visione, umiltà, ambizione

Conserverei per voi che iniziate a lavorare alcuni consigli che reputo davvero preziosi:

–       un progetto non è quasi mai il frutto del lavoro solitario di un solo individuo: provate a pensare che le persone che vi troverete al fianco potrebbero essere degli ottimi compagni di viaggio, dei complici, dei consiglieri. Se ne avete la possibilità accompagnatevi a chi stimate, a chi è migliore, a chi vi somiglia o vi completa. Potrebbero scaturirne relazioni durature e importanti per tutta la vostra vita professionale.

–       Il “fare” , la capacità di sporcarsi le mani, di scendere fino agli aspetti più pratici e concreti di una idea, la rende realizzabile, credibile e sognabile (gli uomini professionalmente più validi che ho conosciuto, erano in grado di  generare una idea perché conoscevano la reazione dei materiali in fabbrica). Non siate mai pigri o supponenti: il fare rende il lavoro nobile e ha (soprattutto in certi ambienti della comunicazione) un salvifico effetto di concretezza.

–       Il tempo non va vissuto come un nemico da battere. Ciò che scaturisce da un lavoro lungo, laborioso, duraturo, spesso è ciò che è più prezioso: le scorciatoie possono essere eccitanti ma raramente producono soddisfazioni nel medio-lungo termine.

E se, nella propria vita professionale, si ha la fortuna di lavorare con qualcuno da conservare nel prezioso novero delle relazioni che scaturiscono dal fare, si può dire che sia valsa la pena fare un pezzo di strada insieme, anche a costo di essere ricordati come una sineddoche (come appunto il chirurgo si ricorda di voi come di una “ernia”, ma intanto vi ha tirato fuori dai guai).

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Molto dipende dal ripieno

English: Moleskine notebook and diaries. Белар...

English: Moleskine notebook and diaries. Беларуская: Нататнік і штодзёньнікі Moleskine. (Photo credit: Wikipedia)

PB La scorsa settimana presso RobillantAssociati in via Vigevano a Milano  si è svolto un incontro piuttosto interessante.

Maria Sebregondi, Direttore Marketing di Moleskine, animava un incontro  per Talent Almanack, un progetto  che nasce intorno al tema del talento e di cui Paola ha dato notizia in un post dello scorso mese di giugno.

Maria Sebregondi parlava con misurata passione del famoso taccuino (sapete quel rettangolino nero, con l’elastico che sta in tutte le tasche di chi ha qualcosa da annotare) e di come si possa trasformare l’idea di un quaderno in una magnifica storia di creatività, di emozione e anche di business.

Se volete approfondire un bel caso di marketing, idee, coerenza e costruzione del valore della marca curiosate nella storia di Moleskine. Ma quello che mi ha colpito è stato soprattutto il parallelismo che ho colto tra il taccuino e la costruzione della propria storia (professionale).

Nato per accompagnare le escursioni di nomadi contemporanei, il quadernetto nero deve il suo successo a chi lo ha utilizzato. Tutto il suo valore, il suo contenuto emotivo, è legato al fatto che artisti, architetti, viaggiatori, poeti, scrittori abbiano su quelle pagine segnato i loro appunti, le loro note, i loro progetti.

Il valore di Moleskine (oltre ad essere un oggetto bello e pratico) è dato dalla qualità di quello che ci si scrive dentro. Dalla qualità degli occhi, dalla perizia delle mani di chi ha osservato e annotato.

Così per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. La metafora della pagina bianca può parere poco originale, ma di fronte a una realtà complessa, a volte banale o addirittura ostile,  sarà l’approccio creativo, l’occhio vivace, la capacità di vedere oltre le apparenze a fare delle vostre prime esperienze lavorative l’esordio di una carriera di successo.

La scuola dovrebbe avere dato la struttura, gli strumenti, insomma un bel po’ di pagine bianche ben rilegate. Se la scuola è stata buona, la copertina sarà rigida, magari nera, con un elastico a proteggere le pagine. Ma il ripieno ora è tutto da costruire. Ed è fatto certo di paesaggi e opportunità, ma è soprattutto questione di sguardo. La qualità del vostro approccio farà la qualità del ripieno.

Alcuni video amatoriali di paesaggi paradisiaci sono desolanti e deprimenti, ma avete mai sentito la forza di un quadro come i mangiatori di patate di Van Gogh? Non è il paesaggio a raccontare la storia, ma è l’occhio e la mano di chi la descrive.

La signora Sebregondi, mentre una platea di ragazzi sedotti dalle sue storie chiedeva quali caratteristiche fossero necessarie per lavorare un una Azienda così eccitante, rispondeva (e magari se mi riesce prossimamente cercherò di intervistarla): scegliamo persone che ci somiglino, persone capaci di vedere le cose in modo diverso, capaci di vedere in una borsa e nel suo contenuto una raccolta della nostra identità.

Insomma è sempre questione di ripieno

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INTERVISTA A BEPPE VAVASSORI DIRETTORE MARKETING AVERNA

PC Uno dei risvolti più belli di trampolinodilancio è che mi permette di risentire vecchi amici e ritrovare persone che per vari motivi non sentivo da anni, scoprendo che il rapporto di stima che ci legava è rimasto immutato.

Mi ha fatto particolarmente piacere ritrovare Beppe Vavassori, che ha condiviso con me, tra l’altro, delle estenuanti giornate di shooting in una gelida serra (sì, una serra d’inverno è comunque freddissima) nelle quali solo un provvidenziale grappino, offerto dal previdente scenografo, riuscì a scaldarci. L’Averna per il quale giravamo lo spot era un oggetto di scena: intoccabile, peccato!

Vavassori ha continuato a lavorare nel marketing di Averna, che attualmente dirige, dove ha potuto occuparsi del ringiovanimento del marchio, nel rispetto della tradizione di una delle grandi aziende storiche italiane. L’ultimo nato, Averna Cream, è la dimostrazione di come una persone determinata e intelligente possa attualizzare una grande marca senza tradirne il DNA.

Ho ritrovato Beppe in una situazione molto sfidante, sia a livello personale che aziendale, infatti lavora nello stabilimento produttivo  di Finale Emilia, uno dei centri maggiormente colpiti dal terremoto. Ci racconta che sono già ripartiti con la produzione e nei prossimi giorni ritorneranno a pieno regime. Vista la situazione, è quello che definisce un “Miracolo!”. Apprezzo, quindi,  ancora di più il fatto che abbia trovato tempo per darci delle risposte che trovo estremamente utili e interessanti.

Trampolinodilancio: “Quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare nel marketing di Averna?”

Beppe Vavassori: ” Una buona conoscenza di base della materia e saper bene almeno una lingua straniera sono elementi importanti. Ma quello che è veramente importante è avere determinazione, voglia di imparare e di fare, unite però ad una buona dose di umiltà. ”
 
Trampolinodilancio: “C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?

Beppe Vavassori: ” Ne ho avuta più di una e la cosa che mi gratifica di più è che quando sono andate via, realizzando crescite professionali, siamo rimasti amici e ci sentiamo ancora oggi per scambi di consigli e di opinioni. ” 
 
Trampolinodilancio: “Un consiglio su come affrontare un colloquio di lavoro? ”

Beppe Vavassori: ” Essere sè stessi e non preoccuparsi se qualche colloquio non va bene, in fondo anche Michel Platini prima di arrivare alla Juve venne scartato dall’Inter”

Trampolinodilancio: “In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?”

Beppe Vavassori: ” In questo momento sicuramente in tutta la parte di web marketing”
 
Trampolinodilancio: “Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Beppe Vavassori: ” Di essere una “spugna” per capire e carpire tutto quello che si fa in una azienda, non solo nel marketing ma anche in tutte le altre funzioni aziendali. E poi di non avere fretta e per spiegare che cosa intendo cito un ricordo personale: primo lavoro dopo l’università e in azienda da due giorni il mio capo mi disse “Tu hai sicuramente studiato all’università il marketing strategico e avrai voglia di mettere in pratica qui tutto quello che hai studiato, ma oggi ti voglio spiegare cos’è il marketing operativo”. Mi portò a pianterreno, mi fece vedere un bancale pieno di scatoloni di un folder di un nuovo prodotto e mi disse “Sono da portare tutti su al 4° piano. Questo è marketing operativo!”. La considero ancora oggi una delle migliori lezioni di marketing che abbia mai ricevuto.”

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I giovani di oggi sono laureati senza futuro?

PCBellissimo articolo sui giovani di oggi riportato sull’Internazionale. Laureati senza futuro? No! Ma hanno capito che se lo devono costruire da soli.

Illustrazione del Guardian di Krauze

Illustrazione del Guardian di Krauze

Non è un’economia per giovani

4 luglio 2012

The Guardian Londra

I laureati di oggi saranno più poveri dei loro genitori, un fenomeno unico nella società del dopoguerra. Il fallimentare modello economico dell’occidente non è in grado di sfruttare le competenze tecnologiche di questa generazione perduta.

Mentre tenevo una lezione per gli studenti dell’Università di Birmingham mi è venuta in mente la frase “laureato senza futuro”. Ho tracciato un grafico delle aspettative tendente verso l’alto: qui c’è il vostro stipendio a 21 anni, poi ottenete aumenti di salario e la crescita del vostro patrimonio immobiliare; i vostri fondi pensione si riempiono e alla fine della curva vivete comodamente e c’è uno stato assistenziale che vi protegge se qualcosa va storto.

Ma questa era la vecchia curva, ho spiegato agli studenti. L’ho cancellata e ho illustrato quella nuova: gli stipendi non salgono; non potete avere un patrimonio immobiliare; l’austerity fiscale erode i vostri introiti; siete tagliati fuori dal sistema pensionistico della vostra azienda; dovrete aspettare di avere quasi 70 anni prima di andare in pensione e se le cose si mettono male non è detto che ci sia una rete di sicurezza a proteggervi.

Quando ho finito la mia lezione i ragazzi avevano il collo indolenzito a forza di annuire. Questa generazione di giovani istruiti è un fenomeno unico, almeno nella società del dopoguerra: sono i primi figli che saranno più poveri dei loro genitori. Hanno assistito a un aumento vertiginoso della disoccupazione giovanile – 19 per cento nel Regno Unito, 17 per cento in Irlanda, 50 per cento in Spagna e in Grecia – ma hanno anche vissuto una rivoluzione tecnologica e delle comunicazioni che avrebbe dovuto favorire i più giovani.

Da quando è esplosa la primavera araba – con fermenti che continuano ancora oggi, da Atene al Quebec – questo “tipo” sociologico è diventato protagonista. Il neolaureato di oggi, cui stata negata l’istruzione rilassata e liberale dei suoi genitori, è stato schiacciato fin dalla pubertà da un ingranaggio fatto di test psicometrici, inviti a eccellere e scelte forzate e limitanti.

Quando frequentavo l’università (Sheffield, 1978-81) avevo il tempo di suonare in un gruppo rock, manifestare davanti a un’acciaieria, occupare diversi edifici, scrivere romanzi e racconti di dubbia qualità, cambiare percorso formativo e chiedere la creazione di una speciale doppia laurea per realizzare il mio progetto di vita. “Puoi farlo se non lo dici a nessuno” mi disse all’epoca un mio professore. L’istruzione era gratuita e avevamo la sensazione di poter vivere tranquillamente a condizione di non passare dall’alcol alle droghe pesanti. Avevo un lavoro estivo in una fabbrica e guadagnavo quasi quanto mio padre.

Per garantirci un futuro migliore dobbiamo allontanarci da un modello economico che non funziona più. “Il laureato senza futuro” è soltanto un’espressione colorita di un problema economico serio: il modello occidentale ha fallito, perché non è in grado di creare abbastanza posti di lavoro di alto profilo per questa forza lavoro altamente qualificata. Oggi il bene essenziale – una laurea – costa talmente caro che ci vogliono decenni di lavoro poco remunerato per pagarlo.

Sono andato in giro per le università, per gli squat e negli accampamenti di protesta per parlare delle radici della crisi. Ho incontrato ragazzi animati da una psicologia pericolosamente nichilista, persino tra gli attivisti, e spesso sono stato costretto a dire cose come: “l’espressione ‘laureato senza futuro’ non significa che letteralmente non avete un avvenire”.

Ci sono sere in cui il mio account Twitter è pieno di racconti della generazione Occupy che parlano di stili di vita auto-distruttivi, spray urticante e udienze in tribunale.

Mente il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 50 per cento in alcuni paesi della periferia dell’Europa e la crisi si trascina da un anno all’altro, nella cultura giovanile serpeggia un senso di rassegnazione strisciante.

L’ideale anti-leadership e anti-strutturale che ha definito le lotte del 2009-2011 sta cominciando a vacillare. Dato che i movimenti di protesta sono costruiti per evitare l’emergere di un leader, questa generazione è costretta a radunarsi attorno ai pulpiti dei vecchi profeti: fa male osservare la grammatica barocca delle lezioni di Slavoj Žižek, Noam Chomsky, David Harvey e Samir Amin, un uomo con una barba bianca che pontifica davanti a ragazzini di 21 anni.

Spirito imprenditoriale

Ma ci sono anche lati positivi. Insieme ai resoconti delle loro proteste, i giovani attivisti che incontro mi parlano sempre dei loro progetti nel campo degli affari: hanno creato una rivista online (no, non è un collettivo, è un’impresa); hanno aperto un caffè; hanno fondato una compagnia teatrale o si sono impossessati – come in una fattoria andalusa che ho visitato – della terra abbandonata e hanno cominciato a piantare verdure. Tutti quei test, esercitazioni e lezioni pratiche hanno infuso un proficuo spirito imprenditoriale nella nuova generazione.

Così come hanno creato dal nulla forme di protesta innovative, molti di loro stanno creando forme di commercio, letteratura e arte che si sviluppano all’ombra della contrazione del Pil e della crisi del debito.

Questa è la prima generazione in grado di trattare la conoscenza come un software: disponibile per tutti, da usare, migliorare e magari anche buttare via. Possono acquisire rapidamente un livello di conoscenza che le precedenti generazioni raggiungevano soltanto al termine di un lungo processo. Ora tutto ciò di cui hanno bisogno è un modello economico che sappia sfruttare il potenziale umano creato dalle tecnologie.

Gli anni passano, e chi era appena entrato all’università nell’anno della Lehman Brothers oggi è al secondo anno di specializzazione post-laurea, o al secondo anno di disoccupazione. Ma intanto i laureati senza futuro hanno cominciato a capire che il futuro se lo devono costruire da soli. E se osservate bene, tralasciando le barbe incolte e le facce sbattute dopo le feste dissolute, vi accorgerete che sono sulla strada giusta.

Traduzione di Andrea Sparacino

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Gli errori più frequenti nei giovani di talento.

PC Il direttore di A, Maria Latella, scrive nel suo editoriale che ai giovani talenti serve spesso di più un lavoretto estivo, come cameriere o muratore, che uno stage, e tira le orecchie ai genitori con ansie da prestazione nei confronti dei figli.

Un suggerimento che mi sento come formatrice e selezionatrice di talenti di condividere in pieno, anche se come genitore, invece, mi rendo conto che molto spesso indirizziamo i nostri figli verso scelte che speriamo possano potenziare i loro talenti, più che fornire un’esperienza di vita. Ci hanno spiegato che dobbiamo riconoscere i loro doni e fare del nostro meglio perché li sviluppino, in modo da rinforzare la loro autostima, ma il rischio è di crescere una generazione incapace di accettare il fallimento. Non solo: ho trovato un interessante articolo che dimostra come il modello di overachievement che imponiamo ai nostri giovani talenti può addirittura influenzare negativamente la loro carriera (5 Mistakes That Cause Overachievers To Fail, Jennifer Gresham). Ne riporto i punti che ritengo più interessanti.

1. Bisogno di piacere

Abituati a sentirsi dire quanto valgono e quanto sono intelligenti, i giovani talenti sono spaventati nell’affrontare le sfide che implicano anche una remota possibilità di fallimento. Non solo hanno una reputazione da mantenere, ma sono letteralmente drogati di apprezzamento, affetto e ammirazione. Spesso confondono i simboli esteriori di successo – come ricchezza, potere e fama – con l’autorealizzazione e la felicità, e orientano la loro carriera per ottenere l’approvazione degli altri, invece che in base alle proprie aspirazioni più profonde.

Nel mio caso non posso certo criticare i miei genitori per aver lusingato eccessivamente le mie ambizioni: mia mamma ha sempre avuto un approccio teutonico all’educazione, e alla fine di ogni ciclo scolastico mi diceva di non illudermi che anche il successivo andasse bene, perché sarebbe stato sicuramente molto più difficile.

Malgrado ciò per anni ho avuto grossissime difficoltà a fare scelte che temevo potessero diminuire la mia “popolarità”. Un mio capo, Briano Olivares, ora direttore generale in Ferrero, mi ricordava sempre che “non si può piacere a tutti” e mi ha insegnato che spesso, anche nel lavoro di tutti i giorni, bisogna rinunciare alla diplomazia e al rassicurante piacere di essere amati e apprezzati, per prendere decisioni impopolari ma necessarie.

2. Paura di fallire

Legata al bisogno di piacere c’è spesso la paura di fallire, che porta a evitare di assumere rischi nelle proprie scelte lavorative.

I perfezionisti spesso accettano solo i lavori nei quali sono sicuri che potranno dimostrare le loro doti, e facendo così rinunciano a molte opportunità di carriera. Un vero successo nasce sempre da un’infinita serie di errori, che solo chi si mette in gioco compie.

3. Incapacità di fare un passo indietro

A volte per progredire verso la vera destinazione che ci darà successo e felicità è necessario fare un passo indietro, o di lato, come il cavallo degli scacchi, anche se questo può essere particolarmente difficile per i giovani talenti, abituati a un’immagine di vincenti.

4. Troppa impazienza

Il vero rischio di chi è intelligente e ha talento è di essere troppo impaziente. Abituati a ottenere facilmente il successo, i giovani talenti si arrendono troppo presto di fronte alle vere sfide e non capiscono che molti progetti richiedono tempo e pazienza. Bisogna imparare che il problema non è tanto se qualcosa si può fare, ma quanto tempo e quanta energia saranno necessari per portare a termine il compito.

Ho eliminato il quinto punto (troppe opportunità) che purtroppo non mi sembra particolarmente indicato all’attuale situazione del lavoro in Italia, ma mi piace molto, invece, come Jennifer conclude il suo articolo: con un invito a ricordare che la persona alla quale dovete piacere siete voi stessi. Se non vi aprite ai cambiamenti e alle sfide non proverete mai la soddisfazione di riuscire veramente. Se lo farete sarete più felici e l’unica persona che dovrete ringraziare sarete voi stessi.

E a volta la sfida può essere accettare un lavoro estivo come cameriere, dove il primo della classe si ritrova ad essere l’ultimo arrivato.

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Allo Ied di Roma si terrà il primo Personal Branding Day

 PC Abbiamo avuto modo di parlare spesso dell’utilità del Personal Branding sia per i giovani che per chi vuole rilanciare la propria carriera. Ci fa quindi piacere segnalare che si terrà allo IED di Roma il 6 luglio la prima edizione del Personal Branding Day, un progetto nato da un’idea di due professionisti della comunicazione, Stefano Principato e Alessandra Colucci, per contribuire a divulgare i principi del Personal Branding. L’iniziativa è stata sviluppata in partnership con IED Management Lab e fa parte della programmazione di Apriti IED, l’appuntamento annuale di fine anno dell’Istituto Europeo di Design. Si tratta di un’intera giornata mirata ad approfondire l’argomento e a farne esperienza attraverso il confronto con consulenti esperti in materia ed è dedicata sia agli studenti che frequentano l’università o devono decidere come continuare il proprio percorso di studi, sia ai neo-laureati che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro, ma anche ai lavoratori dipendenti che desiderano modificare la propria posizione lavorativa, o ai professionisti e imprenditori che hanno il desiderio di promuovere se stessi e rilanciarsi curandone il proprio brand.

L’iniziativa comprende momenti più informativi e momenti dedicati ad attività ludico-pratiche, tra cui delle micro-consulenze gratuite (10-15 minuti a persona) in materia di gestione del personal brand e dei mini-workshop di circa 30 minuti l’uno incentrati su simulazioni e consigli.

Abbiamo chiesto a una delle due organizzatrici, Alessandra Colucci, qualche suggerimento pratico da dare a chi, per motivi geografici, non potrà partecipare al workshop.

Alessandra Colucci: “In generale direi che una delle cose fondamentali è sempre essere e apparire coerenti (che , nella pratica, può significare – ad esempio – utilizzare sempre la stessa immagine di riferimento in modo da essere riconoscibili anche su piattaforme differenti), aver cura di ogni dettaglio e – soprattutto sui social network – ascoltare, interagire, evitare di essere autoreferenziali, curare e rispettare il rapporto con gli altri dando loro spazio perché una relazione, sia essa personale che professionale, è sempre uno scambio bidirezionale.”

Trampolinodilancio: “Quali carenze in termini di personal branding avete riscontrato nei vostri studenti e più in generale nei giovani?”

Alessandra Colucci: “A mio avviso, l’unica carenza che è possibile riscontrare è nella mancata applicazione di una strategia. Per costruire un proprio personal brand, come sempre nel marketing, è importante che le riflessioni sulle proprie capacità, competenze, punti di forza e aree di miglioramento – sia che abbiano obiettivi meramente personali, sia che mirino a sapersi comunicare bene in ambito professionale – partano da un’accurata analisi dello “stato delle cose”. Così come è bene saper cosa si vuol dire e scegliere un tono adatto al contesto in cui si agisce prima di iniziare a parlare con qualcuno, occorre analizzare la propria situazione e solo dopo iniziare a lavorarci su: fissare i propri obiettivi, reperire i mezzi e gli strumenti più adatti a raggiungerli e comprenderne le modalità di funzionamento (anche implicite), selezionare tra questi quelli più rappresentativi del proprio modo di essere, costruirsi delle regole riguardo il loro utilizzo e alla fine mettere in pratica quel che ne frattempo è diventato un piano strategico.

Se è complesso comunicare correttamente sé stessi nel quotidiano, senza incorrere in fraintendimenti, sicuramente non è sufficiente l’intuito per costruire una comunicazione efficace e un personal brand carismatico sul piano professionale, occorre avere alcune competenze specifiche o farsele “prestare” da un professionista.”

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Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso

Paolo Conte in Berlin

Paolo Conte in Berlin (Photo credit: Wikipedia)

PB Martedì sono stata al concerto di Paolo Conte a Villa Arconati.

Tra gli altri bellissimi pezzi, ha cantato Eden. Una strofa recita: ho cercato per tutto il paradiso, la quota dove sta il tuo sorriso.

Ecco qualcosa da portare con sé sempre al lavoro: il sorriso.

Quando si inizia a lavorare e si ha bisogno di tutto ( un consiglio, un permesso, una presentazione, qualcuno che abbia voglia di portarti a pranzo) non c’è migliore lasciapassare di un sorriso per vedere cadere le resistenze, vincere le indolenze, sopire i sospetti dei nuovi colleghi.

La gentilezza e il sorriso sono generalmente contagiosi e funzionano meglio di una password per forzare i primi livelli di resistenza.

Anche le lacrime sono in grado di annientare l’aggressività degli interlocutori, ma chi affiderebbe poi una responsabilità a chi non riesce a gestire le proprie emozioni? Efficaci in prima battuta, le lacrime (oltre a spalmare il rimmel) sono letali nel medio termine.

Il riso è aperto ma può essere irritante e spesso letto come sintomo di superficialità.

Sbellicarsi dalle risa in colloquio o in riunione è quasi peggio che addormentarsi. Io personalmente sono sospettosa di fronte all’allegrezza triste di chi ride troppo, in modo eccessivo e rumoroso. Tra i due mali preferisco il fragile che piange, rispetto allo sciocco che ride. In ogni modo a nessuno dei due affiderei la presentazione della collezione a un cliente importante.

Andando avanti nella carriera ci si accorge che il sorriso rimane una risorsa in grado di infondere serenità e fiducia. Spesso è sintomo di uno stile di management efficace, che non disperde energie, ma raccoglie le risorse e le indirizza naturalmente verso gli obiettivi.

Come effetto collaterale rende le nostre giornate più gradevoli e le relazioni più morbide e durature. Quasi quasi un paradiso, dove cercare la quota del tuo sorriso.

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INTERVISTA A MARCO CASALE, DIRETTORE MARKETING WHIRLPOOL

PC Marco Casale è un ottimo esempio di quella multicanalità e multifunzionalità che lui stesso consiglia. È stato infatti estremamente abile a mixare, nel corso della propria formazione professionale, esperienze diverse ma complementari e ad adattarsi velocemente ai cambiamenti (con una sola fede immutabile: quella per la squadra del cuore!). Marco combina una formazione accademica di marketing strategico con quella che ci dice essere stato un utilissimo periodo nelle vendite, affianca l’esperienza nell’alimentare (Barilla), a quella sui prodotti per la casa e per l’igiene personale (Reckitt Benckiser), per arrivare recentemente al mondo degli elettrodomestici, in qualità di direttore marketing di Whirlpool.

Gli chiediamo innanzitutto: “Quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare nel marketing di Whirlpool?”

Marco Casale: “La conoscenza dell’inglese e un brillante percorso accademico determinano il “go” o “no go”di una candidatura. Poi, quando si fa la vera e propria selezione dei candidati, apprezziamo queste caratteristiche: la proattività personale, l’amore per realizzare qualcosa nella vita – quello che chiamo “spirito imprenditoriale” – e la volontà di lasciare il segno, di riscrivere i confini del proprio job title.

Molto importante è anche l’aderenza ai valori aziendali, fondamentale perché in seguito la persona si trovi bene all’interno dell’organizzazione.

I valori Whirlpool sono:

  • integrità (c’è un vecchio adagio che esprime bene questo punto: non c’è un modo giusto di fare una cosa sbagliata)
  • rispetto
  • spirito winning
  • teamwork
  • inclusion: capacità di essere integrato e integrarsi in un ambito composto da diverse persone

Quest’ultimo punto è particolarmente apprezzato dai giovani che entrano in azienda, perché si respira a ogni livello.

In altre realtà i giovani spesso non sono seguiti, ci si affida al learning on the job, ma credo che questa volontà di vedere chi, tra quelli “buttati in acqua”, riesce a stare a galla molto spesso nasca da inefficienze sistemiche delle aziende nel fornire training.”

Trampolinodilancio: “Whirlpool invece garantisce sempre un training?”

Marco Casale: “Sì: il programma di training dedicato ai giovani talenti si chiama “Fast Track” e fa ruotare ogni sei mesi di funzione/ruolo, ma soprattutto -ove possibile- di geografia, che è l’aspetto più interessante.

I giovani sono affidati a un tutor, e c’è solo un livello gerarchico tra loro e me: questo dà loro la possibilità di interagire anche con la direzione marketing (Marco coordina un team molto ampio composto da:  trade marketing, training  che si occupa della formazione al trade , business analyst, product management e communication – un vero e proprio ufficio a sé che si occupa di pr, eventi, below e above the line).”

Trampolinodilancio: “C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?”

Marco Casale:” Mi vengono in mente due persone. La prima è partita facendo la gavetta come merchandiser nei punti vendita, senza farsi problemi anche se è laureato, e poi ha sviluppato i suoi talenti nell’area della comunicazione. L’altro viene invece dal programma di training Whirlpool. La caratteristica che mi ha colpito maggiormente di lui è la capacità di canalizzare l’interesse dei suoi interlocutori verso l’obiettivo, trasmettendo il giusto senso d’urgenza.”

Trampolinodilancio: “Un consiglio a chi affronta un colloquio di lavoro?”

Marco Casale: “Prepararsi tantissimo prima del colloquio. Vedo troppe persone che vogliono scoprire com’è l’azienda o il mercato cominciando a lavorarci, mentre vorrei persone che si sono già documentate attraverso il sito aziendale, blog, articoli, conoscenza dei prodotti (magari facendo da mistery shopper nei punti vendita). Dalle persone che incontro durante un colloquio mi aspetto che una valutazione sui prodotti e sui  mercati fatta con buon senso e “con gli occhi del consumatore”, cosa che può generare insight interessanti, magari perché segnalano un problema che non avevamo notato.

Questa preparazione mi fornisce una risposta all’implicita domanda che ho sempre in mente quando faccio un colloquio: quanto questa persona è davvero motivata a venire a lavorare qui? La motivazione è tutto: non andate a fare un colloquio per un posto al quale non tenete veramente. Questo fa la differenza sia in termini di felicità personale che di successo professionale, perché sul posto di lavoro si passano anche undici ore al giorno e se il lavoro non piace non si riesce a metterci l’entusiasmo necessario.”

Trampolinodilancio: “In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?”

Marco Casale:” E’ molto evidente la crescente importanza sia del digitale che trade marketing.

Fra 5 anni arriva la prima generazione interamente digitalizzata e anche le aziende tradizionali (“brick and mortar”) ne dovranno tenere conto. Nel mercato degli elettrodomestici ad esempio, è diventato frequente il caso di chi si documenta a lungo sul web prima di recarsi nel punto vendita.”

L’interesse di  Whirlpool nei confronti del digitale è tale che un mese fa ha chiamato a raccolta da tutta Europa quaranta manager del marketing per due giorni di aggiornamento tenuti da esperti internazionali di social network e web marketing. Per approfondimenti vedi: http://www.sienanews.it/2012/05/10/in-whirlpool-nasce-la-scuola-di-social-network-e-web-marketing-per-i-digital-manager-del-business-2-0/)

Casale prosegue spiegando che l’altra prospettiva di sviluppo è nel Trade Marketing “perché sempre più spesso si tratta di localizzare delle campagne internazionali; si cercherà sempre di più, quindi, persone in grado di tradurre strategie globali in successi locali: e questo è qualcosa che si riesce a fare solo se si hanno competenze di trade marketing e di shopper marketing.”

Trampolinodilancio: “Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?”

Marco Casale: “Io consiglierei un giusto mix di competenze. Vedo come imprescindibili le conoscenze di marketing strategico, che vanno però completate con un’esperienza di vendita. La migliore cosa è fare infatti un’esperienza diretta nelle vendite, a completamento della formazione accademica.”

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Ciascuno cresce solo se sognato

PC In un’intervista alla scrittice Michela Murgia su Io Donna del 16 giugno ho trovato due concetti che voglio condividere perchè mi sembrano entrambi molto interessanti.

Michela Murgia

Raccontando che a 18 anni si è trovata dei “genitori d’anima” (un’usanza molto diffusa in Sardegna) che le permettessero di studiare, in particolare  teologia, Michela aggiunge: “Il contesto è determinante: non è vero che puoi diventare qualcunque cosa, puoi diventare ciò che il contesto ti permette. i miei genitori avevano un’attività commerciale e a loro sembrava impossibile che io potessi fare altro.” E aggiunge queste parole che trovo bellissime: “Danilo Dolci (poeta, ndr) diceva: “Ciascuno cresce solo se sognato”. Bisogna che qualcuno ti sogni per come sarai, non solo per come sei. La mia famiglia mi aveva sognato com’ero, per come sarei stata ce ne voleva un’altra.”

Più avanti quando le chiedono tra i tanti lavori che ha cambiato quale sia quello che le è piaciuto di più Michela Murgia risponde: “Insegnare. Ho adorato i ragazzi, miniere di energie che ti costringono a guardare al futuro con occhi protettivi, da seminatore.”

Ecco credo che sarebbe bellissimo se ognuno di noi riuscisse a proteggere e coltivare dei giovani talenti, a fornire loro il contesto nel quale potranno crescere migliori,  a sognarli in un futuro diverso e più giusto.

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INTERVISTA AD ALESSANDRO GIUA IDEATORE DI CREBS

PC  Come anticipato abbiamo chiesto ad Alessandro Giua, l’ideatore di Crebs – la piattaforma che facilita  l’incrocio di offerta e domanda di lavoro esclusivamente in ambito creativo con la quale ci siamo recentemente linkati (www.crebs.it) – di raccontarci meglio com’è nata questa bellissima iniziativa. In particolare ci ha colpito scoprire che ha 22 anni.

Alessandro Giua

Questo ci ha stupito, non solo per le indubbie qualità di Crebs, ma anche perché ha gestito il contatto con trampolinodilancio con la consumata dimestichezza di chi lavora da molti anni (a partire da mail ineccepibili fino all’immediata disponibilità a fornire maggiori informazioni e supporto). In realtà possiamo dire che Alessandro lavora effettivamente da anni, visto che è entrato in Cayenne, dov’è Web Art Director, a 19 anni, subito dopo aver finito il Liceo Artistico di Brera. Ma già durante il Liceo coltivava, da autodidatta, la passione per il linguaggio della programmazione. Gli chiediamo quindi innanzitutto di spiegarci come gli è venuta l’idea di Crebs.

Alessandro Giua: “Domanda insidiosa per un ventenne. Ho 22 anni, ho realizzato Crebs un anno fa, perciò equivale a dire: come vengono le idee a un ventenne? Se partiamo dal presupposto che le idee non vengono dall’esperienza, ma da un’attività critica, direi che Crebs nasce dalla critica dell’esistente, che non mi piaceva. Certo, nasce con lo spirito che accompagna altri miei progetti personali: prendermi la libertà creativa di sperimentare senza i vincoli imposti da un committente. Ma direi che la prima idea era quella di migliorare l’offerta dei siti di recruitment attivi nell’ambito della comunicazione, di fare una cosa utile proprio per chi lavora nel mio settore. Una cosa che fosse utile e bella perché semplice, facile da usare.
Alla fine, credo che l’obiettivo sia vicino: Crebs sta diventando un luogo, un riferimento trasparente per chi offre e cerca lavoro nel campo della comunicazione. Trasparente, responsabile, perché dialoga e interagisce con gli utenti, e perché si è dato una regola, un filtro, fin dalla nascita: rispetto del lavoratore. Ora l’agenzia che prima cercava un collaboratore col passaparola o tra gli amici degli amici, può decidere di rendere pubblica e trasparente la sua offerta in un unico spazio/luogo, senza disperderla.”

Trampolinodilancio: “Crebs non è la tua principale attività, visto che sei  Web Art Director nell’agenzia Cayenne. Come riesci a conciliarne la gestione con il lavoro in Cayenne?”

Alessandro Giua: “Premessa: in generale, nelle agenzie, noi del web, o del digital, siamo gli operai: i “creativi” un po’ se la menano, stanno lì a discutere dei massimi sistemi, sembra che riflettano sull’amaca in cerca di orizzonti lontani; loro sono gli intellettuali, noi invece siamo gli operai. Non che la cosa mi dispiaccia. Però stare sempre sul pezzo o alla catena di montaggio, davanti al computer, un po’ ti svuota. Sopratutto se ti chiedono di avere delle idee creative e, nello stesso tempo, di essere operativo. E veloce. Come se i banner o un sito si facessero con gli stampini.
Come concilio? Con una certa fatica, anche perché esamino gli annunci uno per uno, valuto, vedo che rientrino nello spirito e nelle regole che Crebs si è imposto dalla sua nascita (rispetto della dignità del lavoratore, niente ricerca di “tuttofare” o annunci fumosi, rifiuto di offerte di stage retribuiti al di sotto di 400 euro o, peggio, non retribuiti, l’offerta non deve neanche suggerire uno squilibrio tra diritti e obblighi, ecc.). Soltanto questo lavoro di moderazione, se fatto in modo responsabile, richiede una certa fatica, e poi ci sono gli aggiornamenti, qualche bug, i contatti, le iniziative… Dove trovo il tempo? Diciamo che Crebs, ma anche tutti quei progetti che ho portato avanti dai tempi del liceo, sono un soggetto notturno: fatto di notte, nei fine settimana, nei tempi di pausa. Del resto io ho avuto sempre questi ritmi già dai tempi del liceo: se una cosa mi appassiona, mi ci butto. Quando poi qualcuno mi ringrazia perché ha fatto un colloquio o perché ha trovato un lavoro, questo mi basta. E mi piace. E alla fine, credo che le mie sperimentazioni sui progetti personali siano un ottimo allenamento e possano soltanto migliorare qualitativamente i miei risultati nel lavoro svolto in agenzia.”

Trampolinodilancio: “Quale consiglio puoi dare ai tuoi coetanei giovani talenti?”

Alessandro Giua: “Forza e coraggio. A parte gli scherzi, e a parte il fatto che mi è difficile dare “consigli” ai miei coetanei, anche perché so benissimo che sanno sbagliare da soli, so che viviamo in una Repubblica fondata sulla gerontocrazia, tribale, familistica, e non sono così sicuro che nel nostro settore ci sia questa grande voglia di scoprire, di mettere alla prova figure sconosciute e giovani talenti. In attesa che i vecchi e i soliti noti lascino aperto qualche spiraglio, ecco, direi solo questo: forza e coraggio.”

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