I giovani di oggi sono laureati senza futuro?

PCBellissimo articolo sui giovani di oggi riportato sull’Internazionale. Laureati senza futuro? No! Ma hanno capito che se lo devono costruire da soli.

Illustrazione del Guardian di Krauze

Illustrazione del Guardian di Krauze

Non è un’economia per giovani

4 luglio 2012

The Guardian Londra

I laureati di oggi saranno più poveri dei loro genitori, un fenomeno unico nella società del dopoguerra. Il fallimentare modello economico dell’occidente non è in grado di sfruttare le competenze tecnologiche di questa generazione perduta.

Mentre tenevo una lezione per gli studenti dell’Università di Birmingham mi è venuta in mente la frase “laureato senza futuro”. Ho tracciato un grafico delle aspettative tendente verso l’alto: qui c’è il vostro stipendio a 21 anni, poi ottenete aumenti di salario e la crescita del vostro patrimonio immobiliare; i vostri fondi pensione si riempiono e alla fine della curva vivete comodamente e c’è uno stato assistenziale che vi protegge se qualcosa va storto.

Ma questa era la vecchia curva, ho spiegato agli studenti. L’ho cancellata e ho illustrato quella nuova: gli stipendi non salgono; non potete avere un patrimonio immobiliare; l’austerity fiscale erode i vostri introiti; siete tagliati fuori dal sistema pensionistico della vostra azienda; dovrete aspettare di avere quasi 70 anni prima di andare in pensione e se le cose si mettono male non è detto che ci sia una rete di sicurezza a proteggervi.

Quando ho finito la mia lezione i ragazzi avevano il collo indolenzito a forza di annuire. Questa generazione di giovani istruiti è un fenomeno unico, almeno nella società del dopoguerra: sono i primi figli che saranno più poveri dei loro genitori. Hanno assistito a un aumento vertiginoso della disoccupazione giovanile – 19 per cento nel Regno Unito, 17 per cento in Irlanda, 50 per cento in Spagna e in Grecia – ma hanno anche vissuto una rivoluzione tecnologica e delle comunicazioni che avrebbe dovuto favorire i più giovani.

Da quando è esplosa la primavera araba – con fermenti che continuano ancora oggi, da Atene al Quebec – questo “tipo” sociologico è diventato protagonista. Il neolaureato di oggi, cui stata negata l’istruzione rilassata e liberale dei suoi genitori, è stato schiacciato fin dalla pubertà da un ingranaggio fatto di test psicometrici, inviti a eccellere e scelte forzate e limitanti.

Quando frequentavo l’università (Sheffield, 1978-81) avevo il tempo di suonare in un gruppo rock, manifestare davanti a un’acciaieria, occupare diversi edifici, scrivere romanzi e racconti di dubbia qualità, cambiare percorso formativo e chiedere la creazione di una speciale doppia laurea per realizzare il mio progetto di vita. “Puoi farlo se non lo dici a nessuno” mi disse all’epoca un mio professore. L’istruzione era gratuita e avevamo la sensazione di poter vivere tranquillamente a condizione di non passare dall’alcol alle droghe pesanti. Avevo un lavoro estivo in una fabbrica e guadagnavo quasi quanto mio padre.

Per garantirci un futuro migliore dobbiamo allontanarci da un modello economico che non funziona più. “Il laureato senza futuro” è soltanto un’espressione colorita di un problema economico serio: il modello occidentale ha fallito, perché non è in grado di creare abbastanza posti di lavoro di alto profilo per questa forza lavoro altamente qualificata. Oggi il bene essenziale – una laurea – costa talmente caro che ci vogliono decenni di lavoro poco remunerato per pagarlo.

Sono andato in giro per le università, per gli squat e negli accampamenti di protesta per parlare delle radici della crisi. Ho incontrato ragazzi animati da una psicologia pericolosamente nichilista, persino tra gli attivisti, e spesso sono stato costretto a dire cose come: “l’espressione ‘laureato senza futuro’ non significa che letteralmente non avete un avvenire”.

Ci sono sere in cui il mio account Twitter è pieno di racconti della generazione Occupy che parlano di stili di vita auto-distruttivi, spray urticante e udienze in tribunale.

Mente il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 50 per cento in alcuni paesi della periferia dell’Europa e la crisi si trascina da un anno all’altro, nella cultura giovanile serpeggia un senso di rassegnazione strisciante.

L’ideale anti-leadership e anti-strutturale che ha definito le lotte del 2009-2011 sta cominciando a vacillare. Dato che i movimenti di protesta sono costruiti per evitare l’emergere di un leader, questa generazione è costretta a radunarsi attorno ai pulpiti dei vecchi profeti: fa male osservare la grammatica barocca delle lezioni di Slavoj Žižek, Noam Chomsky, David Harvey e Samir Amin, un uomo con una barba bianca che pontifica davanti a ragazzini di 21 anni.

Spirito imprenditoriale

Ma ci sono anche lati positivi. Insieme ai resoconti delle loro proteste, i giovani attivisti che incontro mi parlano sempre dei loro progetti nel campo degli affari: hanno creato una rivista online (no, non è un collettivo, è un’impresa); hanno aperto un caffè; hanno fondato una compagnia teatrale o si sono impossessati – come in una fattoria andalusa che ho visitato – della terra abbandonata e hanno cominciato a piantare verdure. Tutti quei test, esercitazioni e lezioni pratiche hanno infuso un proficuo spirito imprenditoriale nella nuova generazione.

Così come hanno creato dal nulla forme di protesta innovative, molti di loro stanno creando forme di commercio, letteratura e arte che si sviluppano all’ombra della contrazione del Pil e della crisi del debito.

Questa è la prima generazione in grado di trattare la conoscenza come un software: disponibile per tutti, da usare, migliorare e magari anche buttare via. Possono acquisire rapidamente un livello di conoscenza che le precedenti generazioni raggiungevano soltanto al termine di un lungo processo. Ora tutto ciò di cui hanno bisogno è un modello economico che sappia sfruttare il potenziale umano creato dalle tecnologie.

Gli anni passano, e chi era appena entrato all’università nell’anno della Lehman Brothers oggi è al secondo anno di specializzazione post-laurea, o al secondo anno di disoccupazione. Ma intanto i laureati senza futuro hanno cominciato a capire che il futuro se lo devono costruire da soli. E se osservate bene, tralasciando le barbe incolte e le facce sbattute dopo le feste dissolute, vi accorgerete che sono sulla strada giusta.

Traduzione di Andrea Sparacino

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2 thoughts on “I giovani di oggi sono laureati senza futuro?

  1. Fabio ha detto:

    riguardo la pillola finale: la disperazione che porta a sperimentare più o meno a vanvera, a casaccio, diversi modi di sussistenza deve essere vista come un segnale positivo che testimoni la piega giusta che le cose stanno prendendo. Perchè è sconveniente affermare che le cose devono cambiare radicalmente. Meglio la strada riformista perchè in realtà nessuno è disposto a mettersi in gioco a tal punto da proporre una reale alternativa ad un discorso così vasto. Il neocapitalismo neoliberale svincolato da valori etici e vincolato solo al suo stesso mantenimento ha questa incredibile caratteristica di rendere utili al suo funzionamento anche le critiche e le opposizioni, che così vengono ingoiate ed inglobate. Perfino il comunismo, l’anarchia, gli storici antagonisti allo sviluppo economico e sociale occidentale, oggi non sono più contrapposti al capitalismo neoliberale. A patto che per esprimere le proprie idee si possano infine ricondurre a meri atteggiamenti di consumo alternativo ma pur sempre di consumo funzionali al mantenimento dell’attuale ordine delle cose!
    Insomma puoi dire ciò che vuoi, puoi pure dire che “il sistema” fa schifo. Ma per dirlo ed essere ascoltato devi poi necessariamente sottoscrivere ideologicamente una clausola vesssatoria che recita pressappoco così: <>.
    Mi stupisce e mi rassegna constatare, non solo leggendo articoli ma anche discorrendo nella vita quotidiana con le persone a me vicine, che anche i più effervescenti critici e le persone con ideali rivoluzionari riescono a vedere un cambiamento delle cose solo ed esclusivamente come uno spostamento dell’asse economico e mai come una reale rivisitazione dei principi che si pensa di criticare. Mi ricorda tristemente il movimento del ’68 defunto non solo come movimento ma anche come ideale quando i sessantottini sono stati tenuti buoni permettendogli di mettersi un colletto bianco e perseguire come si faceva prima, se non peggio, esattamente quegli ideali che con tanta forza venivano contestati.
    Gli esseri umani sono facilmente comprabili con un piatto di lenticchie!!!

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  2. Fabio ha detto:

    ovviamente doveva finire con una pillola di “va tutto bene”, senza il buonismo da lieto fine tipico dei film disneyani non si può più parlare, in una sorta di autocensura sociale funzionale al mantenimento di quest’ordine di cose che può essere criticato solo se alla fine viene giustificato. Perchè oggi la critica è permessa solo quando rientra nei ranghi e non promuove reale cambiamento. A parte la pillola finale comunque interessante articolo!

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