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Sapere interpretare lo spirito della marca

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal ...

Leona Lewis wearing a Dolce & Gabbana crystal gown in the music video for "Bleeding Love" (Photo credit: Wikipedia)

PB  Giovedì scorso dal parrucchiere (avevo chiesto una piega alla Scarlett Johansson) stavo sfogliando il magazine A. Leggevo una intervista dalla rubrica A4Job ( si tratta di una rubrica sul lavoro, perché come le donne incinte che vedono solo pancioni per la città, io e Paola da quando abbiamo aperto il Blog ci imbattiamo solo in discussioni o riflessioni sulle professioni e sui talenti) all’amministratore delegato di Ikea Italia.

Fra le caratteristiche a cui  il biondo Lars presta attenzione nella selezione dei giovani neo assunti mi ha colpito la ricerca di capacità nei candidati di fare propri i valori del marchio.

Per chi lavora nel marketing e nella comunicazione, si tratta davvero di una capacità fondamentale.

Io ho trascorso più di sette anni in Dolce&Gabbana. La scelta dei materiali e dei colori è speciale. I tessuti sono nervosi, sostenuti, elastici.

Se con le tue forme vagamente budinose riesci a entrare in quei tubini di raso, sembri già una star. La modellista è una musa che riesce a posizionare tutta la ciccia che ricopre il tuo scheletro al posto giusto. Come per una créme brulée nella forma di porcellana, un abito di Dolce&Gabbana riesce a rendere più bello anche un panetto di margarina.

Se si aggiungono stampe fiorate dalle incredibili sfumature, rose dai mille petali, fragole e petit fruit in tutti i toni del rosso, aranci e turchesi che riescono a valorizza l’incarnato di un cadavere, il gioco è fatto.

Dopo anni passati tra rasi nervosi e canvass tipo vele dell’Amerigo Vespucci, sono passata in Giorgio Armani.

I primi due mesi li ho passati con un grosso punto di domanda in fondo all’iride.

Vista circa una quindicina di grigi per la primavera estate (ma d’inverno cosa fanno? Suonano il De profundis direttamente?), ho detto: “bene, qui scegliamo un grigio se proprio si deve, ma dov’è la cartella colore della collezione?” Quel cartoncino nero con pinzati piccoli pezzi di tessuto grigio, antracite, asfalto, fumo, nebbia, lago alpino, greige, sabbia, deserto, e bitume era la cartella colore.

Io che venivo da girasoli, fragole, carretti siciliani, animal print ho avuto l’impressione di avere avuto un incidente alle cornee.

La scelta dei tessuti passava invece dal grado di liquidità. Dovevano essere morbidi, cadere, liquefarsi, abbandonarsi.

Dato che tutto aveva essenzialmente lo stesso colore, la differenza la faceva l’armatura del tessuto, la sua texture. Mossa in trama da quadretti, righe, coste, intrecci, scarti d’ago, grana di riso, lucidi/opachi, cangianti. Non c’era speranza che un tessuto uscito dal telaio andasse tranquillamente al taglio: prima era sottoposto a ogni sorta di trattamento, lavaggio, finissaggio, attaccato da enzimi, pietre, tinture.

Organza? troppo rigida. Meglio rasetto, twill, chiffon

Giallo? Un colore per cui potevi essere licenziato.

Dopo pochi mesi di stordimento , improvvisamente un click nel cervello mi ha fatto capire.

Tutto in Armani è sofisticato: nessun colore assomiglia a come nasce in natura. Nessuna materia è grezza. Tutto appare super semplice per scoprire che tutto è complicato, rifatto, ridigerito.

Per me si tratta di abiti che si possono portare solo entro la cerchia della tangenziale. Salendo su un tram, scendendo dalla metropolitana, camminando sull’asfalto, facendo una coda, partecipando a una riunione o a una festa al Penthouse di un Hotel. Nessuna di quelle stampe sfumate , di quelle foto sgranate, di quei grigi che la natura non conosce, sarebbe a suo agio in campagna.

Con una sola eccezione: il bianco per il mare. Ma questa è un’altra passione. E forse lì, in spiaggia, i tre stilisti potrebbero trovare un punto di accordo abbronzandosi con uno slip bianco (di piquet e cordino blu per Giorgio Armani, di lycra con fibbia in metallo per Dolce&Gabbana)

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Parlano le imprese: ecco cosa manca ai neolaureati italiani

PC Conoscenza dell’inglese, capacità di lavorare in gruppo e attitudine a risolvere i problemi rispettando i tempi  sono le principali carenze dei neolaureati italiani, secondo l’indagine (Osservatorio sulle Professioni) svolta su 125 grandi aziende da Iulm con la collaborazione di Centromarca e Fondazione Crui.

“Il nostro obiettivo è garantire ai ragazzi che in qualche modo l’isola università e l’isola impresa dialoghino a monte e non solo a valle” così ha riassunto ieri, nel convegno dedicato alla presentazione dei risultati, il rettore Giovanni Puglisi. In un momento in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto i massimi storici (32% rispetto al 22% di media europea) l’università italiana deve capire che per le imprese è importante non solo il “sapere” ma anche il “saper fare”: si tratta delle cosiddette soft skill, tra le quali il lavoro in gruppo, la comunicazione e la negoziazione, il problem solving e la gestione del tempo.

Sono invece allineate alle esigenze delle aziende le competenze informatiche di base e la conoscenza dei nuovi media, anche se nel successivo dibattito tra i responsabili delle risorse umane presenti al convegno (Barilla, Coca Cola, Rai e L’Oreal) molti hanno evidenziato che essere utenti del digitale non implica il fatto di essere competenti e saperlo utilizzare per lavorare. Emblematico l’esempio del bellissimo sito per il recruitment L’Oreal realizzato in UK  da giovani nativi digitali, che risulta difficilmente rintracciabile con i motori di ricerca perché la ricerca si basa sulle parole chiave, mentre il sito è principalmente ricco di immagini.

La ricerca ha anche individuato il profilo ideale di laurea che un neolaureato deve possedere per arrivare a un contratto (che purtroppo solo nel 17% dei casi sarà a tempo indeterminato): innanzitutto laurea quinquennale (83%) e non triennale, e preferibilmente in Economia (91%), Ingegneria (70%) e Scienze della Comunicazione (26%).

Inoltre è interessante il dato relativo ai bacini d’ingresso in azienda, dove emerge la netta prevalenza del settore marketing /comunicazione (74%) seguito dal commerciale/vendite (65%).

Come abbiamo anticipato in molte delle interviste di Trampolinodilancio, il dibattito ha poi confermato che le esigenze delle imprese sono principalmente due: trovare candidati che siano disponibili a  passare alcuni mesi nelle vendite (con trasferimenti nel territorio) e che si occupino di trade marketing più che di marketing strategico. Mentre in azienda si parla ormai di strategia commerciale e non di strategia di marketing,  i nuovi candidati continuano a dichiarare nei colloqui che sperano di occuparsi di marketing strategico e comunicazione.  Questa è una delle indicazioni più interessanti, nate a margine della ricerca, sullo scollamento tra aspettative dei candidati e reali esigenze delle imprese.

Riassumeremo questa e le tante altre evidenze emerse nel dibattito in un piccolo decalogo. Trovate intanto una sintesi della ricerca al link http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/Risorse-e-servizi/Placement/Osservatorio+sulle+professioni

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INTERVISTA AD ADRIAN GRAF, DIRETTORE MARKETING DI MONTBLANC ITALIA

Adrian Graf Direttore Marketing Montblanc ItaliaPC Il contributo che porta Adrian Graf al prestigioso mondo del lusso è rinfrescante  come le acque minerali delle quali si è occupato per anni in Nestlé. Conoscendolo si apprezza la sua capacità davvero unica di abbinare la conoscenza dei principi di marketing del largo consumo con il massimo rispetto dei valori di una marca icona di stile e tradizione come Montblanc.

Ritroviamo la stessa freschezza nelle risposte che ha dato alle nostre consuete domande.

Trampolinodilancio: Quali caratteristiche deve avere un giovane per entrare in Montblanc?

Adrian Graf: Avere tanta voglia di fare e di dimostrare nonché un’estrema flessibilità e apertura mentale. E’ il modo migliore e più rapido per apprendere in modo efficace e crescere professionalmente.

Trampolinodilancio: C’è una persona che hai assunto che ti è rimasta impressa perché rappresenta le qualità che deve avere un candidato?

Adrian Graf: Sì, devo dire che tutte le persone che ho assunto sono passate da un periodo di prova (o di stage) che presso Montblanc Italia non è una formalità e tutte quelle entrate a far parte del team di marketing hanno le caratteristiche sopra descritte.

Trampolinodilancio: In quale settore del marketing ci sono maggiori prospettive di sviluppo per i giovani al momento?

Adrian Graf: Il marketing in sè non è al momento il comparto che in Italia offre le migliori prospettive, purtroppo. D’altra parte è tipico delle situazioni in cui l’orientamento è al breve, anzi, brevissimo, termine – come quello attuale in Italia – che siano più le Vendite o la Finanza i comparti che hanno maggiore visibilità e sviluppo. Ne consegue che la parte del Marketing più prossima alle Vendite, ovvero il Trade Marketing sia in questi ultimi anni il trampolino di lancio per una crescita, sia interna che esterna.

Trampolinodilancio: Quale consiglio potresti dare a un giovane che voglia entrare nel mondo del marketing e della comunicazione?

Adrian Graf: Di farlo con la giusta apertura mentale avendo la voglia e la disponibilità sia a fare esperienze di vendita che ad andare a maturare una significativa esperienza all’estero, soprattutto se si trova in un contesto multinazionale. Avrà così modo di andare in un qualche paese che sia più “centrale/strategico” rispetto all’Italia e tornare poi qui da noi quando le prospettive saranno un po’ migliorate.

I due ultimi consigli di Adrian Graf sono totalmente in linea con quanto detto ieri alla presentazione della 1° indagine sulle professioni in Iulm, dove è emerso che due delle aree nelle quali i giovani devono migliorare sono proprio la disponibilità a confrontarsi con un’esperienza nelle vendite e la disponibilità a trasferirsi, entrambe spesso carenti.

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“WPP si apre” nelle parole di chi l’ha organizzato

Marco LombardiPC  Come anticipato abbiamo chiesto a Marco Lombardi, presidente Young & Rubicam e docente Iulm, di spiegarci gli obiettivi che si prefiggeva WPP si apre e quali consigli può aggiungere, a consuntivo dell’iniziativa, per il giovani talenti interessati al mondo della comunicazione.

Trampolinodilancio: Qual è lo spirito con il quale è nato WPP SI APRE?

Marco Lombardi: Cara Paola, ti ringrazio di voler parlare dell’iniziativa che apre le porte della complessa realtà della comunicazione odierna ben rappresentata da WPP. L’impegno richiesto è tanto, come staff time e organizzazione, in linea con un obiettivo ambizioso: aiutare i giovani studenti più meritevoli. Se ne parla tanto e si fa poco; la corsa affannosa nel grigiore della crisi impedisce visioni con qualche larghezza e profondità. Bene: lo abbiamo fatto e, forse, WPP ha trovato anche qualche talento.
Ma… quanta passività fra i giovani! Quando capiranno che, come pulcini, devono rompere l’uovo ma anche fare “pio!pio!” per trovare nutrimento? Ad esempio: come può un giovane futuro comunicatore non avere un blog? Un proprio portfolio di idee, annunci, pensieri…?.

L’intervento di Lombardi, come sempre pertinente ma anche pungente, ci permette di  ritornare sul tema dell’utilità dei social media come modo di costruire il proprio personal branding e dimostrare le proprie capacità, anche nelle fasi iniziali della carriera (non a caso Marco Lombardi è il curatore dell’edizione italiana di Wikibrands, il libro di Sean Moffitt e Mike Dover che  spiega come trarre il meglio dalle potenzialità dei new media).

Oggi ad esempio ho incontrato un altro partecipante di WPP si apre, che è anche nostro tesista, che mi spiegava che intende aprire un sito con tutti i video delle interviste che farà come supporto della sua tesi di laurea: sono questo tipo di iniziative (innovative, ma non gratuite) che aiutano a emergere dal gruppo e di fare sentire il proprio “pio! pio!”.

Saper progettare un intervento unico e distintivo sui new media è una straordinaria opportunità per dimostrare a chi leggerà il vostro curriculum vitae o vi valuterà in fase di colloquio che la vostra conoscenza del digital non consiste unicamente nel chattare su Facebook, perchè essere nativi digitali non è sufficiente, come è emerso con grande rilevanza al Convegno “‘Osservatorio sulla Professioni” al quale ho partecipato oggi e del quale nei prossimi post vi fornirò un ampio resoconto.

 

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“Wpp si apre” nella descrizione di una partecipante

Wpp si aprePC Agli inizi di Aprile, è stata realizzata – grazie alla caparbia volontà di Marco Lombardi (presidente di Young & Rubicam e docente in Iulm) –  la prima edizione di WPP SI APRE, un’iniziativa grazie alla quale 30 studenti della Iulm hanno potuto passare quattro giorni a contatto con chi dirige le principali agenzie che formano il colosso WPP in Italia. Abbiamo chiesto a una partecipante, Giulia Di Santo, che in seguito al workshop è stata scelta per realizzare uno stage in una delle agenzie con le quali era venuta a contatto, di aiutarci a spiegarvi le caratteristiche peculiari di questo progetto. Domani pubblicheremo invece un intervento Marco Lombardi che ci spiega perchè è nata l”iniziativa.

Trampolinodilancio:  Solo 30 studenti Iulm hanno potuto partecipare. Com’è avvenuta la selezione?

Giulia Di Santo: L’ufficio placement dell’università ha selezionato 30 studenti IULM iscritti all’ultimo anno di un Corso di Laurea triennale o magistrale, in base alla media dei voti. 

Trampolinodilancio:  Quali sono stati i contenuti delle giornate?

Dopo una prima presentazione generale del gruppo WPP, 18 aziende del gruppo, specializzate in rami diversi della comunicazione, si sono presentate attraverso la voce di figure di rilievo come CEO e manager di diverso profilo.

Le giornate erano suddivise per aree tematiche: advertising per la prima e, a seguire, PR e branding, Consumer Insight e centri media e infine digital.

Il Professor Lombardi, che ci ha accompagnato per l’intero percorso e al quale dobbiamo questa splendida iniziativa, ha condotto un momento di riflessione finale a chiusura dell’evento, durante il quale ci sono stati consegnati dei certificati di frequenza personali.

Ciascuna azienda ha dato la propria impronta alla presentazione, che sostanzialmente prevedeva una prima parte introduttiva circa la struttura interna, le attività e i principali strategic tools utilizzati, seguivano poi una serie di case history che ci hanno permesso di comprendere più da vicino come nasce e si sviluppa una campagna, e come si arrivi a soluzioni ed esiti sempre diversi, e il tutto secondo diversi punti di vista. A conclusione di ciascun incontro è stato dedicato un momento di scambio di riflessioni e preziosi consigli pratici su come affrontare l’ingresso nella realtà lavorativa del mondo della comunicazione nell’imminente futuro post-universitario, e naturalmente di contatti e consegna dei CV.

Sono quindi stati interventi formativi ed informativi allo stesso tempo, un’occasione unica di contatto concreto con la realtà lavorativa e con professionisti del settore.

Trampolinodilancio:  Quale o quali contributi ti hanno maggiormente colpito?

Giulia Di Santo: Quelli di United1861, tenuto da Gaetano De Marco (Strategic Planner), di Landor (Antonio Marazza, CEO), ed H-Art (Alberto Chiapponi, Media Director, col contributo del Direttore Creativo).

Sono tre agenzie appartenenti a mondi abbastanza diversi tra loro, ma tutti estremamente affascinanti, che si distinguono per forza creativa e fanno del cambiamento il loro metodo principe.

Di United mi hanno colpito in particolare la liquidità della struttura e dei processi, che sono pressoché inesistenti in quanto tali, e naturalmente le geniali soluzioni di advertising engage di cui tutti possiamo avere riscontro diretto attraverso le attività di IKEA e SKY in particolare.

La Landor si avvale di professionisti di altissimo livello e si fa carico di uno dei compiti più complessi e cruciali per la vita dei brand: la loro costruzione. A Landor dobbiamo la progettazione e la creazione di gran parte dei programmi di visual identity che conosciamo e ci sono ormai familiari, parliamo di circa 70 compagnie aeree (tra cui anche la nostra AlItalia), e di brand della portata di P&G, Pepsi o BlackBerry.

Di H-Art mi ha affascinato la natura giovane, avanguardista e il forte contatto con la natura.

Nata in H-Farm, “un incubatore di start-up tecnologiche che procura a persone comuni le condizioni materiali per realizzare le proprie idee, fornendo loro spazi e mezzi”, è oggi parte di GroupM ed ha i suoi headquarter in Italia a Ca’ Tron di Roncade, vicino a Venezia, completamente immersi nel verde.

Trampolinodilancio:  Quali sono stati i passi successivi al workshop?

Giulia Di Santo: Personalmente mi sono servita dei preziosi contatti che ci sono stati lasciati ed ho inviato alcuni CV.

Alcuni di noi, nei giorni immediatamente successivi, sono addirittura stati contattati da alcune agenzie per dei colloqui conoscitivi per un’eventuale proposta di stage.

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Chi siamo e perchè nasce questo blog

Patrizia Bolzoni e Paola Chiesa si conoscono da quando è nata Patrizia, che ci tiene a dire che è tre mesi più giovane. Sono approdate al mondo del marketing e della comunicazione con strade diverse: Patrizia, dopo la laurea in lettere (è quella delle due che scrive brillantemente), ha iniziato a lavorare nel marketing della moda, ed è stata direttore marketing in Dolce Gabbana e Armani.  Ora è General Manager in Sergio Tacchini. Paola ha studiato sociologia e marketing e ha costruito la sua carriera in Young & Rubicam, che ha lasciato quando era group account director per far crescere suo figlio in un paesino sul lago. Dopo alcune esperienze imprenditoriali ora si occupa di comunicazione nel punto vendita in Sky e insegna in diversi master di comunicazione. Entrambe in tutti questi anni hanno elargito consigli a chi desiderava entrare nel mondo del marketing e della comunicazione e aiutato molti a crescere e migliorare la loro posizione. Da qui nasce il desiderio di mettere a disposizione di un pubblico più ampio le loro esperienze e conoscenze, e qualche aneddoto su quello che bisogna e non bisogna fare. Visto il periodo in cui nasce questo blog, la speranza è ovviamente che questo possa aiutare qualche ragazzo a trovare più facilmente non solo un lavoro, ma un lavoro che gli piace fare.

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Cosa mi metto?

PB Una goccia di sudore imperla la fronte. Mi hanno chiamato per un colloquio e non ho niente da mettere! Capiamo Leopardi in un attimo. Lui e le sue angosce.

E’ peggio della ricerca di un abito da sera per una festa unica quando l’armadio è pieno solo di felpe e il portafoglio solo di spiccioli.

E qui sta la grande differenza: nel caso della serata unica (“lui” o “lei” ci saranno , e noi dovremo essere cool , brillanti, divertenti, disincantati, strafottenti, irresistibili) sono concesse scollature mirabolanti, tacco 12, la t shirt logora di baci e salsedine dell’ultima vacanza.

Ma durante il colloquio di lavoro sono previste altre  forme di seduzione.

Per dirla in altre parole, alla festa devi fare il fenomeno. Al colloquio il fenomeno è quello che ti intervista (anche se è grasso e alto come un comodino).

Alla festa piuttosto che arrossire ti metti due etti di fondotinta Teatro Kabuki. Al colloquio un po’ di goffaggine è persino apprezzata.

Alla festa devi fare finta di esserci passato per caso e di esserti buttato addosso la prima cosa che hai trovato nell’armadio (anche se da una settimana non mangi cioccolato per evitare i brufoli, hai lavato i capelli con la camomilla per esaltare il biondo e hai i boxer di Armani)

Al colloquio devi far capire che ti interessa, che ti sei preparato apposta, che per questa occasione hai saltato gli allenamenti (ma che ti importa? Avresti anche saltato la dialisi pur di non perdere questa occasione), che hai persino fatto il bagno con il sapone.

Dunque per lui: sì alla cravatta (se trovi una pala 7 cm anziché un tovagliolo anni ’80 del papà è meglio, ma va bene anche la cravatta dello zio9,5 cm), sì  alla giacca, sì ai jeans senza strappi. Se non avete un paio di scarpe con la suola di cuoio (sarebbe sempre bene averne una nell’armadio ma magari la comprate con il primo stipendio) meglio le sneakers dei doposci.

State seduti composti. Sdraiarsi sul tavolo di chi vi intervista o stirarsi sulla poltrona con fare il disinvolto non è appropriato  (lo farete quando diventerete dirigenti).

Dunque per lei: sì alla camicia (una bella camicia bianca sa di fresco e pulito, io non ho ancora smesso di metterla dopo il mio primo colloquio) ma non è necessario abbottonarla fino al collo. Sì alla giacca, ma anche a un golfino un po’ fitted, (non il maglione del fidanzato che porta tanta fortuna ma è largo come un lenzuolo) . Gonna o pantaloni vanno bene a seconda di come ci si sente più a proprio agio. Ma per entrambi i casi è necessario che la pezza di tessuto utilizzata per la confezione di entrambi superi l’area di un Kleenex. I tacchi vanno bene, ma non esagerate con zeppe o leopardi. Una bella scarpa scura (nera, verde, blu, marrone) con tacco 7 dovrebbe essere sufficiente.

Unico consiglio: se dopo il colloquio andate direttamente alla festa, potete alzare i tacchi, accorciare la gonna e strappare la cravatta!

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