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Absolute beginners: come ridurre lo stress in un nuovo posto di lavoro

PC Se non siete tra i fortunati appartenenti alla categoria del posto fisso, specie in estinzione come conferma il successo dell’ultimo film di Checco Zalone, è probabile che vi siate recentemente ritrovati o vi troverete presto a dovervi inserire in un nuovo ambiente di lavoro.cover1300_imm

Le ricerche dimostrano che cambiare lavoro è una delle tre principali cause di stress, dopo lutto e trasloco. È quindi normale affrontare con una buona dose di ansia i primi giorni in un nuovo posto di lavoro: siete quelli che gli inglesi chiamano non tanto absolute beginners (il titolo è un mio piccolo tributo all’indimenticabile David Bowie) quanto newbies (persone inesperte di un certo contesto che mostrano l’intenzione a migliorarsi).

Ecco alcuni spunti per inserirvi in modo veloce e possibilmente indolore nel nuovo ambiente.

Imparate il gergo interno

Ogni azienda, proprio come le tribù giovanili, ha un suo linguaggio specifico, con acronimi da risolvere, parole usate al di fuori del contesto abituale, modi di dire “di moda”. Padroneggiarlo vi permetterà di capire cosa vi viene scritto o detto, ma anche di dimostrare appartenenza al gruppo. Per un approfondimento potete leggere anche Il gergo aziendale come segnale di appartenenza

FloresemNottingHill_Paddington22Indossate la divisa giusta

Per quanto ci siano regole generali su come vestirsi adeguatamente in ambito lavorativo, argomento che abbiamo trattato più di una volta (vedi Dress code: come vestirsi adeguatamente per lavoro dove gli altri si divertono e Come vestirsi d’estate per una riunione , A proposito di stile e di estate) esistono anche delle specifiche norme non scritte in ogni singola azienda che è meglio seguire soprattutto nei primi giorni.

Non fate l’errore di pensare ad esempio che in un ambito creativo ci possa permettere la massima informalità, questo può essere vero per quanto riguarda copy writer o art director, ma molto meno nel reparto account. L’ideale sarebbe tenere gli occhi ben aperti il giorno del colloquio per capire in anticipo (con una certa dose di ottimismo!) qual è lo stile aziendale e presentarvi fin dal primo giorno vestiti in modo da mimetizzarvi al meglio. Questo non significa che dobbiate rinunciare al vostro abituale modo di vestirvi, l’importante è che questo rientri in alcuni parametri. E in ogni caso è meglio aspettare qualche mese prima di andare contro corrente. Ricordatevi che dovete innanzitutto dimostrare volontà di appartenenza al gruppo, e l’aspetto esteriore è uno degli elementi che meglio lo identificano.

Fate domande

Non vergognatevi a chiedere le informazioni più banali (dov’è il bagno, dove si carica la chiavetta per il caffè, come si fanno le fotocopie, come si controllano sul telefono le chiamate perse) ma anche chiarimenti su quello che vi viene spiegato o richiesto. È normale che un nuovo arrivato non conosca molti aspetti dell’azienda e del lavoro e voglia impararli al più presto. Senza contare che ci sono poche cose più irritanti per un capo del sentirsi dire “sì” da una persona che non ha in realtà capito cosa deve fare: molto meglio dover ripetere, ma essere sicuri di ottenere il feedback desiderato.

Siate proattivi5498c231-b391-4d81-bee3-2b15d3d36f67

Nei primi giorni abbonderanno i momenti vuoti nei quali non saprete cosa fare. Benché tutti vi dicano che tra poco li rimpiangerete con tutto il cuore perché sarete sommersi di lavoro, chiedete ai vostri colleghi se c’è qualcosa che potete fare per aiutarli. Non è detto che possano effettivamente delegarvi qualcosa, ma almeno avrete dimostrato proattività e spirito d’iniziativa.

Sorridete

I lettori di questo blog sanno che per Patrizia e me il sorriso è una sorta di mantra (vedi Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso , Dalla moto all’ufficio: due consigli per inserirsi in un nuovo ambiente lavorativo)

Ecco alcuni dei moltissimi motivi per cui sorridere è utile a voi, prima ancora che agli altri:

  • sorridere porta gli altri a sorridervi di rimando e questo renderà i primi giorni decisamente meno ansiogeni ( per la precisione il 50% di quelli a cui sorriderete sarà portato, per una serie di norme interiorizzate, a restituirvi il sorriso)
  • sorridere trasmette fiducia, serenità e persino credibilità
  • sorridere dimostra empatia, e l’empatia è una delle chiavi per farvi accettare dal gruppo.

Imparate i nomi

Ricordare il nome delle persone è un dono che io non ho mai posseduto. Se aggiungete che sono poco fisionomista potete capire le difficoltà che sto incontrando a inserirmi in un ambiente di lavoro estremamente variegato. Alcuni trucchi che utilizzo: mi faccio dei bigliettini con segnati i nomi delle persone con le quali interagisco suddivise per reparto, ubicazione nell’ufficio, ruolo; guardo il loro profilo su Linkedin prima di incontrarle in riunione, in modo da arrivare già preparata e dover fare solo un “ripasso”; mi disegno il tavolo di ogni riunione e poi appunto il nome di tutti i partecipanti unito a una breve descrizione esteriore (magrolina con gli occhiali, fusto con taglio a spazzola, baffi a manico). Cercate di conoscere meglio le nuove persone che incontrate, fate qualche domanda senza risultare invadenti e soprattutto ascoltate molto.

Non esprimete opinioni non richieste

Cito quanto scritto da Patrizia in uno dei suoi post che preferisco: “La prima settimana si parla solo se espressamente interrogati e si evitano soprattutto considerazioni sui massimi sistemi. La tentazione di dire qualcosa di memorabile è forte. Ma la probabilità di dire grandi sciocchezze dovrebbe frenare a nostra verve affabulatoria.

Recentemente una collega, appena arrivata per gestire il prodotto su un mercato estero, ha contestato una combinazione di colori, accampando una inidoneità culturale sul suo mercato. Peccato che quella non fosse “una” combinazione, ma “la” combinazione. Insomma come dire alla Ferrari di togliere il rosso dalla cartella colore.

La nuova arrivata ora non parte dal pian terreno, ma dalla cantina. Il Penthouse pare lontano.”

Cercate di sentirvi a casa

Se potete, personalizzate la vostra postazione con oggetti e foto che vi ricordano qualcosa di positivo, approfittate dei servizi che l’azienda mette a disposizione (mezz’ora in palestra vi riconcilierà con il mondo), individuate  il baretto che fa il miglior caffè e scambiate ogni mattina due parole con la barista, capite se tutte portano la schiscetta e adeguatevi: parlare con qualcuno a pranzo di argomenti diversi dal lavoro funziona meglio di un ansiolitico, oppure usate la pausa pranzo per andare dall’estetista, dal parrucchiere, a comprare il regalo per la festa di compleanno puddington2dell’amichetto di vostro figlio. Vi ritroverete con più tempo libero nel week end per rilassarvi e affrontare meglio un’altra settimana da newbie.

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Quelli di cui ci si può fidare

PB  Quest’anno durante il festival della letteratura di Mantova, pieni di aspettative, siamo andati a sentire un autore importante che avrebbe dovuto dibattere con Covacich, autore molto bravo ma molto meno famoso.

Tutto il pubblico era assiepato per l’autore importante (che avrebbe dovuto difendere il “romanzo”) e ben disposto a sentire il minore Covacich (difensore del minore “racconto”).

Era tutto perfetto, solo che l’autore importante, per problemi che non ricordo, non è arrivato.

Il pubblico era pagante. L’atmosfera di palpabile delusione.

Il povero Covacich sulla pedana. Eppure non ha annullato l’incontro. E’ stato spiritoso, ha cercato e ottenuto la simpatia del pubblico. Ha difeso il racconto , ma ha preso anche un po’ le parti del romanzo.

Ha lasciato la platea soddisfatta dell’evento. Ha tolto le castagne dal fuoco all’organizzazione. Ha mantenuto l’impegno con l’editore. Ha guadagnato la gratitudine del moderatore (moderatrice, decisamente vicina a una crisi di panico prima di capire che nessuno avrebbe lanciato ortaggi in scena)

Ho pensato: io uno così lo assumerei.

Non solo uno così bravo a scrivere.

  • Uno che quando serve c’è.
  • Uno che non si tira indietro se in prima linea non ce ne sono altri.
  • Uno che non ti pianta in asso.
  • Uno che capisce che cosa fare durante un’emergenza.
  • Uno che rischia per tenere fede a un impegno
  • Uno su cui contare

E lui ha certo rischiato di essere ridicolo (un Davide pieno di aforismi senza un Golia contro cui scagliarli), ma ha saputo correggere il registro, far immaginare il gigante attraverso la sua ombra, sostenere un dibattito senza avversario correggendo il canovaccio.

Per essere un buon manager e fare carriera, è necessario essere affidabili, ma anche intuitivi, intelligenti e generosi.

Covacich non ha difeso il suo intervento, lo ha modificato per salvare un evento di cui lui era solo la spalla e di cui è trovato a essere pietra d’angolo. Ne è uscito come un Davide vittorioso.

Il pubblico applaude

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Come gestire meglio il tempo e aumentare la produttività

PC La mia collega in Iulm Daniela Pellegrini, da qualche mese collaboratrice di trampolinodilancio, ha fatto, come tutti noi, una serie di buoni propositi al rientro dalle ferie, tra cui quello di trovare più tempo da dedicare a se stessa. Con approccio pragmatico ha prima individuato una tecnica di time management davvero originale ed è poi riuscita a intervistare chi l’ha ideata: Francesco Cirillo, un italiano trasferito a Berlino, che in un mondo di applicazioni e smartwatch crede che la soluzione più efficace sia puntare simbolicamente un timer da cucina e procedere per segmenti di 25 minuti.

Ecco la spiegazione della tecnica e dei vantaggi nell’intervista di Daniela Pellegrini

“COSA E’ LA POMODORO TECHNIQUE?

La Pomodoro Technique e’ una tecnica di time management.

Spesso si usa il termine time management in modo improprio: si confonde la causa con l’effetto. Aumentare la propria produttività vuol dire riuscire a fare una di queste due cose: aumentare la quantità prodotta in un definito periodo di tempo (per esempio, riuscire in un mese a preparare tre esami universitari invece di due), oppure impiegare meno tempo per ottenere una certa quantità di prodotto, (per esempio, riuscire a preparare due esami universitari in due settimane invece che in un mese). L’aumentato livello di produzione o il risparmio di tempo conseguito sono quindi “l’effetto”. Veniamo alle cause. Ci sono almeno tre fattori che determinano la nostra produttività e quindi possono consentirci di risparmiare tempo: come prendiamo le nostre decisioni, come organizziamo le informazioni e come organizziamo il tempo. L’errore comune e’ considerare tecniche di time management qualsiasi approccio capace di generare un risparmio di tempo. Le tecniche di time management sono invece quelle che intendono ottenere un miglioramento di produttività attraverso la definizione di una strategia o un modello per  organizzare il tempo.

COME FUNZIONA

Tutti noi sappiamo cosa vuol dire dipendere dal tempo. Correre e’ in genere l’effetto di questa dipendenza. Una corsa ansiosa “contro” il passare del tempo può far diventare impossibili da completare anche le attività più semplici.

E’ inutile e dannoso competere con il tempo: perderemo sempre. Invece di far questo, la Pomodoro Technique intende “invertire la dipendenza col tempo” e rendere cosi’ possibile fermarsi, ragionare, essere lucidi e focalizzati: avere il tempo come alleato. Come? Creiamo dei contenitori in cui mettere il tempo: il tempo dipende cosi’ da questi contenitori; noi non dipendiamo più dal tempo, ma da questi contenitori di tempo. Facciamo in modo che questi contenitori abbiamo la durata ideale per favorire la nostra concentrazione, consentirci di gestire le eventuali interruzioni che sentiamo dentro di noi o che provengono dall’ambiente in cui ci troviamo, e soprattutto farci respirare. Il Pomodoro e’ questo contenitore: 25 minuti senza interruzioni. Per misurare i 25 minuti usiamo un timer di quelli da cucina. Funziona cosi’: decidiamo cosa fare, carichiamo il timer sui 25 minuti e lavoriamo fino al Riiiing del timer, quindi facciamo una pausa di qualche minuto. Possiamo fare di più. Possiamo organizzare questi pomodori in modo sensato. Per esempio, ogni quattro pomodori facciamo una pausa piu lunga; oppure assegniamo le attivita’ piu’ creative ai pomodori di prima mattina; oppure decidiamo che l’ultimo Pomodoro di lavoro della nostra giornata lo dedichiamo a pulire e riorganizzare scrivania, appunti, laptop e penne per il giorno seguente. Attraverso l’osservazione dei nostri Pomodori impariamo a conoscerci e a metterci in relazione con il tempo in modo produttivo. Quando ci sentiamo poco motivati, sappiamo che “il prossimo Pomodoro andrà  meglio”.

COME PUO’ ESSERE UTILE NELLA GESTIONE DEL TEMPO DELLO STUDIO

Ci sono almeno tre benefici che si possono ottenere applicando la Pomodoro Technique allo studio:

Focalizzazione – Certo, riuscire a lavorare venticinque minuti senza interruzioni consente di aumentare la produttività, ma sono le pause al termine di ogni Pomodoro a favorire lucidità e concentrazione.

Organizzazione – Studiare comprende un numero di attività con caratteristiche molto diverse tra loro: cercare, leggere, sintetizzare, ripetere o scrivere. Ognuna di queste attività richiede non solo strumenti diversi, ma anche “il proprio tempo”. Quale Pomodoro della giornata dedicare a una di queste attivita’ e’ il risultato di una scelta consapevole: di una sensibilità sviluppata nei confronti del tempo. Personalmente trovo efficace: cercare, dopo pranzo; leggere e prendere appunti, nel pomeriggio; e ripetere o scrivere, la mattina del giorno dopo… E voi?

Realismo – Non vogliamo svegliarci a due settimane dagli esami e non avere una chiara idea di quanto abbiamo fatto e di quanto manca per passare a pieni voti l’esame. L’applicazione della Pomodoro Technique può aiutarci in due modi. Il processo di auto-osservazione che si rinnova a ogni Pomodoro, porta nel tempo a ridurre gli errori di stima: diciamo che ci metteremo un mese per prepararci e al termine del mese saremo pronti. Se inoltre impariamo ad assegnare a ogni Pomodoro un obiettivo di “valore” e non solo di “sforzo” – “saper rispondere alle domande alla fine del capitolo”, piuttosto che “leggere dieci pagine” – potremo non solo monitorare in modo accurato lo stato del nostro progetto di studio, ma anche motivarci e trovare nuova energia.

CHI SEI TU

Sono un ex studente, un esploratore e un imprenditore di una azienda che si occupa di trovare modi semplici di aumentare la produttività e di far crescere i nostri “prodotti” (idee, software, libri, etc.).

COME TI E’ VENUTA L’IDEA DI SVILUPPARLA

Quando studiavo all’università avevo grossi problemi a concentrarmi. Osservandomi sono arrivato a trovare una soluzione per il mio problema. Poi ho visto altre persone con il mio stesso problema e la tecnica ha funzionato anche per loro.”

 

Per maggiori informazioni potete visitare il sito pomodorotechnique.com e non perdetevi il nuovo libro che Cirillo sta finendo …. Waaaaaah! Decision Making Model (waaaaaah.com). Il tema che affronta è come prendere decisioni efficaci in contesti di incertezza. Direi che dovrebbe esserci utile!

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Di quanto convenga ogni tanto alzare la testa dalla scrivania.

PB Nell’ ultimo mese, per una serie di motivi personali e professionali, son stata un po’ in giro. Ho guardato poco la posta e molto la vita.

  •  è stato il mio compleanno. Per tradizione io e la mia gemella – ça va sans dir: è anche il suo compleanno – a maggio ci regaliamo una giornata da turiste nella nostra città. Sostanzialmente sfioriamo luoghi dove viviamo e lavoriamo ogni giorno , ma cambiamo orari e occhi. Portando a riparare una mia borsa nel negozio di Dolce&Gabbana di via della Spiga abbiamo scoperto che hanno il calzolaio interno. Bello. Il calzolaio, intendo. E lo spuntino all’orto botanico di Brera (si entra dall’Accademia, l’orto è lì dal 1700 e non lo avevo mai visto) è stato un incanto.
  • Sono andata, in un giorno di sole, al lavoro in bicicletta (22 km) mettendoci quasi lo stesso tempo che nell’ora di punta impiego con l’automobile. Con aumento di consumo calorico (il giro vita mi è grato per l’iniziativa), di produzione di endorfine (i miei collaboratori sono contenti anche loro) , di visione della città (l’alzaia del Naviglio: una palestra en plein air; i lavori sulla Darsena: finiti; i canottieri che vogano sull’acqua: una delizia per gli occhi)
  • Sono andata a Parigi e tra un impegno e l’altro ho visitato l’Opera Garnier (che era vicino all’hotel) con il bellissimo soffitto di Chagall, il palco n°5 – quello del fantasma dell’Opera – le prove (gli orchestrali stavano accordando gli strumenti proprio mentre siamo entrati) e un book shop meraviglioso per l’assortimento di libri , dischi, spartiti e per il merchandising scintillante (anche un po’ commovente con le coroncine di piume, i tutù, le ballerine con le punte…), zero chincaglieria.
  • Ho visto il tennis a Roland Garros, il tempio della terra rossa. Sotto la Tour Eiffel una palla da tennis gigante, ché tutta la città è coinvolta. Nelle vetrine dei negozi i riferimenti al torneo. Visitando il villaggio Hospitality , ho visto lo stand di FEDEX, dove lavora un’amica, costruito come se fosse la cabina di un aereo, compreso il carrello delle bibite e i finestrini alle pareti: una elegante e giocosa festa dello sport, dove gli spettatori rimangono a bocca aperta quando si apre il sipario. E si sentono appagati e allegri, colmi di buone sensazioni quando il giorno si chiude e si torna a casa più ricchi di prima, defluendo tranquilli tra sconosciuti che hanno qualcosa in comune con te.
  • Ho visto la tele in albergo dove un tale spiegava la sua App in grado di mettere in contatto, nel suo quartiere, quelli disposti a prestarsi oggetti indispensabili ma dall’uso saltuario (trapano, scala telescopica, decespugliatore) con il vantaggio di spendere meno, consumare meno e tessere nuove relazioni con il vicinato.
  • In aeroporto pianoforti a disposizione degli avventori mi hanno reso l’attesa all’imbarco molto gradevole, dato che un giovane pianista ha approfittato dello strumento. Sulla rivista Parisworldwide, che sfogliavo ascoltando il pianista, ho visto la pubblicità di un sito (dayuse.com) che offre camere di hotel durante il giorno. Per fare una doccia o una siesta  (o l’amore?) nei migliori alberghi della città mentre brilla il sole, con il 75% di sconto rispetto al costo della notte.

Questi pochi giorni  fuori dalla routine, con zero stress e molti momenti apparentemente improduttivi (aspettare un volo, girare per negozi, vedere un match di tennis, pedalare sul Naviglio, entrare in un teatro durante le prove) sono indispensabili e molto fruttiferi per renderci creativi ed efficaci quando torniamo in circolo. A volte basta solo cambiare punto di osservazione per avere uno sguardo nuovo sulle cose: – provate a fare il tragitto casa-lavoro con un mezzo diverso, in un momento diverso, con occhi diversi. – prendete nota delle cose curiose, interessanti che vi capita d osservare, anche se apparentemente non paiono avere un uso immediato: dal foyer di un teatro può venirvi l’idea per una iniziativa con i clienti. – non sentitevi in colpa se, anche per lavoro, vi capita di divertirvi: a volte succede. – il relax non è necessariamente solo sul divano: trovate il tempo di bighellonare, di buttarvi laddove è la vita, di uscire con una scusa ma senza un piano preciso e il vostro orizzonte si aprirà ben oltre il coffee table.

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Quando l’Algoritmo sta al Business come Virgilio sta a Dante: Egomnia ci porta a riveder le stelle

PB Matteo Achilli, il nostro enfant prodige fondatore di Egomnia, è ormai un saggio ventitreenne e oggi lancia la nuova versione internazionale del suo portale al Vodafone Village di Milano.

10.000 Beta tester saranno solo l’aperitivo prima di rendere Egomnia completamente accessibile a tutto il mondo.

Ad oggi più di 14.000 ragazzi sono stati reclutati per mezzo di egomnia.com, il primo social network italiano per fare incontrare domanda e offerta di lavoro. Come una pila nell’oscurità, un interprete su marte, una guida in una città straniera, Egomnia guida le aziende a trovare il loro candidato ideale, con l’obiettivo di diventare il portale di recruiting di riferimento per i giovani talenti. Merito, Servizio, Talento. Il tutto codificato e ordinato per essere reperibile.

L’algoritmo inventato da Matteo che consente di elaborare un ranking dei curricula degli iscritti e di offrirli in modo meritocratico alle aziende (oltre 1000!) che si sono accreditate, è stato perfezionato e revisionato. Come quando si industrializza il prototipo di un abito, o il bouquet di un nuovo profumo.

Ora l’algoritmo è abbastanza grande per girare in tutto il mondo, ma è rimasto un po’ bambino: si è inventato anche gli Egomoney , moneta virtuale con cui le aziende pagano il servizio. Forse quando usciremo “ a riveder le stelle” ci troveremo a Parco della Vittoria.

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Trampolinodilancio oggi compie tre anni: un Diario, un Manuale, una Psicoterapia per sopravvivere felici negli anni più difficili del lavoro giovanile.

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PB  Gli anniversari, si sa, sono una occasione per tirare le fila. Le date simboliche una scusa per fare un bilancio, una scadenza che ci impone di fermare un momento la macchina e leggere i dati sul cruscotto. Sono un punto convenzionale nel flusso del tempo che permette di dare forma alla realtà e immaginarne la sua evoluzione.

Nel lavoro le scadenze paiono spesso una terribile seccatura, ma sono una opportunità per raggiungere gli obiettivi parziali in vista di una grande riuscita, per segnare le tappe intermedie e concludere piccoli passi in vista di più ambiziosi risultati che sarebbero irraggiungibili in una unica falcata.

Io e Paola, amiche da sempre, ci siamo trovate in questa avventura grazie alle nostre diversità e alle nostre affinità.

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Nono compleanno di Paola

Paola è una programmatrice, una che pianifica il micro tempo, una che calcola il ROI (ritorno sull’investimento) inconsapevolmente anche quando deve decidere in quale sera andare a Teatro, una iperattiva.

Paola si muove portando con sé tutto il necessario, caso mai una guerra nucleare la bloccasse in tangenziale: acqua (se c’è la coda e le viene sete?), le barrette di cereali (se le viene un attacco di fame?), le scarpe di ricambio senza tacco per guidare, un trolley di documenti che pare la scrivania della campagna di Russia di Napoleone. Sarebbe il perfetto testimonial per la Samsonite.

Io normalmente esco di casa al mattino pensando evangelicamente che la provvidenza mi aiuterà. Io non pianifico il quotidiano, sogno l’eterno. Senza contanti, senza benzina, con i sandali se nevica (non avevo guardato dalla finestra, ma stavano benissimo con la gonna di lana), con i tacchi se devo fare store check (era oggi che facevamo store check?) , dimenticando il caricabatteria e l’indirizzo dell’Hotel di Parigi.

Paola pensa di potere fare tutto se qualcuno ha scritto un manuale: se qualcuno può insegnare, lei può imparare. E normalmente impara.

Io quasi partorisco in ascensore perché Paola mi ha prestato un manuale allucinante su come scodellare un figlio (roba anni ‘70 da figli dei fiori, avrei dovuto capirlo dalle foto) di cui sicuramente mi è sfuggito qualche capitolo fondamentale e sono arrivata in ospedale all’ultimo minuto. Ho bisogno di un valletto, di una badante.

Paola sceglie. Io mi faccio scegliere.

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In Jugoslavia (c’era ancora)

In vacanza da ragazze, in una spiaggia di nudisti eravamo entrambe in imbarazzo: io perché non avevo il reggiseno, lei perché aveva gli slip.

Entrambe abbiamo una patologica incapacità di ricordare visi e nomi (l’incontro con gli ex compagni del liceo è normalmente una tragedia delle pubbliche relazioni, à la limite de l’impolitesse ) e una vivace memoria delle sensazioni, una capacità di sentire e ricordare l’odore della felicità e quello del disagio (Mantova: bellissimo! Carnevale all’oratorio: oddio! Matematica alle medie: che paura! Sauna: che noia!  Sciare: che favola! Il Teatro: batticuore!).

Paola legge molto, ma normalmente trova molto noiosi i libri che io ho adorato (Oblomov –titolo- da ragazzine, Moehringer – autore – oggi)

Paola è multitasking e digitale, io amo la carta e faccio una cosa per volta.

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Tornando dalla Grecia l’aria salina ci regala un indimenticabile look

La vita di Paola è una cucina fushion, la mia procede per microecosistemi.

Paola gioca a tennis tra gli ingegneri internazionali dell’Euratom, io adoro che in Val di Fassa si parli Ladino.

Entrambe abbiamo un unico figlio maschio. Tutti e due questi adorati pargoli vivono in un cloud che hanno inventato molto prima che lo pensasse la Apple. Come ha fatto anche Luca (onirico figlio di Paola) a prendere da me? È uno spunto per lo studio della transazione misteriosa del genoma per via affettiva.

Per Trampolino, Paola ha deciso di farlo e mi ha inseguita. Paola programma di produrre almeno un post a settimana e quando io latito da troppo tempo, batte un colpo.

Io normalmente mi dimentico di pagare la mia quota su Word Press di cui lei salda regolarmente, e in tempo, anche la mia parte.

Paola ha fatto quasi tutte le interviste del blog (inseguendo manager impegnatissimi, facendo editing, sbobinando registrazioni), io non sono neanche riuscita a intervistare un mio PM (Bonfi, se sei tra i miei lettori, sto parlando di te).

Paola ha tra i suoi studenti o collaboratori alcuni tra i nostri più divertenti contributori (Landi, Selmi, sto parlando di voi), ma io ho tra gli ex colleghi la più attiva commentatrice (la caustica e intelligente Giulia, donna di produzione con talento per la parola) e le mie amiche (Lidia, Simona, Susi) sono state un allegro pretesto per disegnare archetipiche figure di eroi del terzo millennio.

Entrambe abbiamo a piene mano usato i consigli dei nostri mentori (Marco Lombardi, Stefano del Frate, la Ghisla, Bosisio, Crespi, Fantò,  Domenico Dolce, Giorgio Armani…)

Da quando siamo partite il blog ha avuto 150.000 visualizzazioni, abbiamo scritto 266 post, abbiamo (mmm, ha fatto…) fatto 20 interviste , abbiamo un pubblico internazionale (Italia, Stati Uniti, UK, Germania, Svizzera, Francia…), ci seguono oltre 150 blogger.

Abbiamo forse, in anni che rimarranno negli annali come i più difficili dal dopoguerra per l’occupazione giovanile, contribuito a dare consigli, sorrisi, fiducia a ragazzi che amano il marketing e la comunicazione. A tenere il diario di tre anni di resistenza.

A me e a Paola rimane la sorpresa di avere creato uno strumento che, nato in un momento difficile, è diventato un blog di successo. Almeno un successo per noi che abbiamo la scusa per telefonarci ogni mattina.

A Trampolino gli auguri per il suo terzo compleanno.

A tutti i lettori il nostro affetto e i nostri consigli per riuscire nella vita professionale, forti di felici contaminazioni tra amicizia, cultura, lavoro, amore, differenze, ricicli, novità, empatia e felicità:  la ricetta non esiste, ma cercare la ricetta spesso porta al successo.

 

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COME ESSERE MAMME E DONNE MANAGER: TRE TESTIMONIANZE

PC Abbiamo chiesto ad alcune mamme che ricoprono ruoli di responsabilità nell’ambito del marketing e della comunicazione come sono riuscite a conciliare la maternità con la carriera, contattando anche una mamma che lavora all’estero e aspettandoci il racconto idilliaco di asili aziendali, benefit speciali, massima tolleranza. Abbiamo invece, con una certa sorpresa forse dovuta a un’inconscia tendenza a criticare il nostro paese e mitizzare le condizioni negli altri, raccolto delle esperienze molto più positive da parte delle mamme che lavorano in Italia ed entrambe per aziende italiane! Partiamo con questi esempi positivi, che ci rincuorano sulla possibilità di districarsi tra pannolini e marketing plan!

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Mariavittoria Di Stasi

Mariavittoria Di Stasi, Vogue Brand Director in Luxottica, è una vecchia conoscenza di trampolinodilancio che nei due anni e mezzo trascorsi dall’intervista che le abbiamo fatto è diventata mamma di Eleonora ed è rientrata al lavoro dopo la pausa maternità. Le abbiamo innanzitutto chiesto come si è organizzata.

Mariavittoria Di Stasi: Ho trovato una tata dolcissima e super empatica con la bimba. Le vuole bene come se fosse sua figlia e io mi sento serena sapendola con lei.

Per il primo anno, ho preferito questa soluzione ma con il compimento del secondo anno di vita ci dovremo settare su un nuovo equilibrio (nido+baby sitter) per alimentare la socialità con altri bambini.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

A concentrarmi sulle priorità (vere) imparando a dire qualche volta di no per focalizzare tempo e risorse su ciò che è realmente di valore aggiunto.

In cosa ti ha danneggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento mi sentirei di dire che non ho avuto particolari problemi. Ho sicuramente meno tempo per fare networking davanti a un caffè con i colleghi ma anche questa dimensione si sta riequilibrando, con un po’ di organizzazione e disciplina.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Il vantaggio è di avere una mamma soddisfatta ed equilibrata, lo svantaggio è di non avermi con sé quanto vorrebbe!

Un quadro incoraggiante, che viene confermato anche da Simona Bianco, Global Innovation Manager in ILLVA Saronno, alla quale chiediamo innanzitutto di raccontarci qualcosa di se stessa.

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Simona Bianco

Simona Bianco: Ho “29+” anni, sono napoletana di origine, milanese di adozione. Mi occupo con entusiasmo di marketing da più di 10 anni (ora che li conto sono tantissimi!!!) e da quattro lo faccio in ILLVA Saronno, azienda produttrice di alcuni tra i Brand di alcolici più famosi al mondo come Disaronno. I viaggi, il mare e la musica sono la mia passione. Sono mamma di Greta, una mia bimba di quasi 9 mesi, simpaticissima e sempre allegra.

Nella tua carriera da marketing manager come hai affrontato la scelta della maternità?

Io ho sempre amato molto il mio lavoro, per questo sono arrivata a diventare mamma a 36 anni. Al di là del sentirmi pronta come donna, ci sono stati diversi motivi per cui ho rimandato la scelta nel tempo. Temevo in un rallentamento della crescita professionale e di una serie di difficoltà organizzative dettate da un lavoro a tempo pieno e i genitori (futuri nonni) lontani. Ma, come mi dico spesso, il segreto per andare avanti è iniziare, e quindi il momento è arrivato. Non sarebbe stato così in un momento professionale di forte ascesa o passaggio ad un’azienda nuova. La maternità richiede dei cambiamenti che pongono te e l’azienda in cui lavori in condizione di adeguarsi. E per questo ci vuole tempo.

In che senso?

Innanzitutto in termini di organizzazione delle persone. Perché per quanto tu possa lasciare i progetti ben avviati e con fasi di validazione chiare, se vai via per almeno 6 mesi è necessario che qualcuno faccia le tue veci. E non è detto che questa persona sia già in azienda oppure, se c’è, magari è ancora junior.

Come ti sei organizzata al rientro?

Il primo passo è stato capire quando sarebbe stato il momento giusto per rientrare in ufficio. Io ho deciso di aspettare che Greta fosse completamente svezzata per ricominciare a lavorare. Un marito libero professionista e la tata giusta sono i miei asset vincenti per uscire di casa tranquilla e affrontare il lavoro serenamente. Adesso e per i prossimi 3 mesi, inoltre, posso godere di un orario ridotto (6 ore anziché 8+) che spetta alle mamme fino all’anno di età dei figli. Devo ammettere poi che la mia azienda rispetta molto questo limite di orario anche in piccole attenzioni che non sono affatto scontate.

Ad esempio?

Come ad esempio il fatto di non pianificare riunioni alle 15.30! E questo fa molto la differenza perché al di là dell’obbligo di legge (le due ore di permesso sono una concessione di legge) c’è forte rispetto reciproco, apertura e disponibilità.

In cosa ti ha aiutato l’essere mamma nel lavoro?

Al contrario di quanto si possa pensare – e che spesso si fa fatica a capire – il periodo di maternità non è stato affatto una pausa dal lavoro, ma un training continuo su attività quali priority setting, problem solving, multitasking, sviluppo del pensiero parallelo e people management. Non sono forse queste le soft skills più frequenti che vengono richieste da chi ti assume?

In cosa ti ha svantaggiato l’essere mamma nel lavoro?

Per il momento nessuno svantaggio se non quello di non essere ancora completamente libera di fare lunghe trasferte. Per fortuna, l’azienda ha assecondato questa mia esigenza e, nella revisione dell’organizzazione, mi ha affidato un ruolo che non richiede frequenti spostamenti. Diversamente rispetto a prima, utilizzo di più gli strumenti di video call e sono totalmente indipendente nella gestione delle visite ai mercati esteri. Sono certa che questa scelta continui ad essere vista dall’azienda come una conferma dell’impegno e del valore che, come prima, hanno caratterizzato il mio approccio al lavoro e che quindi la carriera possa proseguire con slancio.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Essere una manager soddisfatta ed appassionata mi rende felice. È questo il maggior vantaggio per la mia bimba. Quale figlio la sera vorrebbe trovarsi di fronte una mamma arrabbiata o scontenta? Svantaggi per Greta al momento non ne vedo. D’altra parte io stessa sono figlia di due genitori che hanno sempre lavorato a tempo pieno!

E allora come mai tutta questa reticenza a diventare mamme se si è donne in carriera? È solo uno stereotipo?

Forse quel che manca in Italia, e che favorirebbe molto la conciliazione tra questi due mondi, è una cultura più aperta agli orari flessibili, all’home working, alla diversity nel top management, ai servizi a sostegno della famiglia. Un approccio simile migliorerebbe la qualità della vita di noi mamme manager. Un valore che sono certa saremmo in grado di riversare anche sull’attività lavorativa. Ma sono discorsi molto più ampi, legati ad una cultura italiana ancora troppo lontana dagli standard europei, anche se qualcosa sta cambiando.

Cosa?  

Ci sono aziende che già dedicano un’attenzione particolare alle donne che rientrano dalla maternità, offrendo la possibilità di usufruire di orari flessibili, bonus mirati all’acquisto di servizi per la famiglia (ad esempio estensioni dell’assicurazione sanitaria ai figli) oppure prospettando percorsi di carriera chiari, adeguamenti di stipendio. Insomma, investono sulla base di quanto la persona ha sino ad allora dimostrato di valere e, ovviamente, sul suo potenziale di crescita. D’altronde migliori sono le prospettive al rientro dalla maternità maggiori sono le probabilità che le mamme rientrino prima, felici e motivate. Forse sono ancora pochi casi virtuosi, ma è un buon inizio.

Guardando indietro rifaresti tutto?

Assolutamente sì, anche domani. Ma non ditelo al mio capo!!!

Simona auspica l’aumento in Italia di formule più flessibili  e di una serie di servizi a sostegno della famiglia, ma da quanto ci racconta Elisa Pugliese neppure in Germania, una delle nazioni europee con il maggior tasso di occupazione, la situazione è così rosea come pensavamo, e come probabilmente lei stessa si aspettava, visto che  nell’ultima intervista ci era apparsa convinta di aver fatto la scelta giusta scommettendo su una crescita professionale oltreconfine (vive e lavora a Dusserdorf). La ritroviamo molto più critica sul trattamento che una madre ottiene sul lavoro in Germania.

Elisa Pugliese

Elisa Pugliese

Qual è la tua situazione attuale: cosa fai e quanti anni ha tua figlia?

Elisa Pugliese: Mia figlia ha 31 mesi. Io sono una mamma-single, come il 20% delle famiglie tedesche (1,6 milioni di cui il 96% mamme single e il 4% padri single), e non ricevo gli alimenti dal padre di mia figlia nonostante mi spetterebbero per legge fino al 36° mese di mia figlia. Il tribunale minorile da Aprile 2013 non ha ancora elaborato la nostra pratica – questa è una parentesi sull’efficienza delle istituzioni tedesche.

Fino a fine marzo 2015 lavorerò per una società di analisi di dati seguendo clienti del settore cosmetica e profumeria in Germania.

In realtà io sono un´esperta di market intelligence/market research e brand building internazionale, ma dopo la nascita di mia figlia ho provato a cercare un lavoro più sedentario con meno viaggi di lavoro.

Mi era stato prospettato un part time di 32 ore, e per 32 ore vengo anche pagata, mentre in realtà molte settimane chiudo con 45-55 ore, senza avere gli straordinari pagati bensì molti costi di babysitter! E viaggio più del previsto, dovendo partire alle 6 del mattino e tornando alle 9 di sera, senza che ovviamente ci siano asili disponibili a fare questi orari.

Il prezzo umano lo lascio commentare al lettore…

Come ti sei organizzata?

Ho iniziato a lavorare nel Novembre 2012 che mia figlia aveva 4 mesi con la speranza di reintegrarmi al più presto nel mondo del lavoro. Il posto all´asilo pubblico (costo 350 Euro al mese per 40 ore) però lo abbiamo avuto a Agosto 2014.

Tra Novembre 2012 e Agosto 2013 ho supplito con una Tagesmutter (baby sitter al proprio domicilio) e baby sitter private. Poi da agosto 2013 a Agosto 2014 con un asilo privato che mi costava circa 1300-1600 Euro al mese per 40 ore e quando viaggiavo per lavoro integravo con la baby sitter privata. Spendevo più di quello che guadagnavo ma l´ho fatto sperando ne valesse la pena per avere poi un posto fisso e una posizione sicura.

Quali sono le differenze nel lavorare in Germania per una mamma? Le mamme lavoratrici sono più garantite?

Il mito del Welfare tedesco vale solo per chi ha situazioni standardizzate, ossia “lavoratore statale con famiglia tradizionale”. Il che non corrisponde alla realtà per molti.

Secondo la legge le donne hanno diritto a 12 mesi di maternità pagati al 70% dello stipendio netto medio degli ultimi due anni precedenti la maternità e gli uomini a due mesi di paternità alle medesime condizioni economiche.

Le donne possono prolungare la maternità fino a tre anni mantenendo la garanzia del posto di lavoro, ma senza retribuzione.

In realtà le categorie di lavoro in cui si inserisce la maternità si possono sintetizzare cosi (ciascuna l´ho vissuta nel mio giro di amici o nelle mie esperienze dirette):

  1. Lavoratori statali non licenziabili => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni con un part-time anche solo di 10 ore e questo gli è dovuto, non sono ricattabili e possono far valere i propri diritti
  2. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato => hanno maternità regolare, possono rientrare dopo 3 anni ma sono ricattabili sul part time e vengono discriminati se prendono oltre i 12 mesi di maternità o se gli uomini fanno valere il proprio diritto ai due mesi di paternità. I loro diritti però possono venire difesi legalmente
  3. Lavoratori dipendenti con contratto a tempo determinato => hanno maternità regolare, poi però il loro contratto non viene rinnovato/confermato e restano disoccupati
  4. Lavoratori autonomi => hanno maternità in relazione ai profitti generati nell´anno precedente alla nascita del figlio ma nessuna tutela e cercano di lavorare il prima possibile per non perdere la clientela.

Inoltre legalmente ci sono tre categorie di “famiglie”:

  1. Famiglie tradizionali con figli nati nel matrimonio tra madre e padre
  2. Coppie conviventi con figli nati senza che i genitori fossero sposati
  3. Mamme senza partner

E poi dipende anche una che mamma vuole essere, che autoconsapevolezza e a che modello di madre aspira (anche in questo caso ne conosco molteplici sfaccettature, che semplifico): c´è chi è convito che i bambini abbiano bisogno di figure di riferimento e rituali/abitudini per sviluppare una personalità sana ed emotivamente stabile, e ci sono donne convinte che i bambini in qualche modo si arrangiano/se ne fanno una ragione e che si sentono più appagate a lavorare.

In che cosa ti ha aiutato l´essere mamma nel lavoro?

NULLA. A mio parere avere un figlio è un handicap per il lavoro. Le aziende non hanno considerazione né rispetto né tolleranza per la situazione famigliare dei dipendenti. I dipendenti devono lavorare e produrre, il resto non interessa.

Quali pensi siano vantaggi e svantaggi per tua figlia?

Esiste un detto in Germania “ciascuno ha il proprio pacchetto da portare”. Mia figlia ha il suo e non è poco…  io cerco di farla crescere emotivamente stabile e farle sviluppare una personalità sana. Quando non posso occuparmene personalmente scelgo con cura le persone a cui affidarla e che lei prende come riferimento.

In concreto aver frequentato altri bambini fin dalla tenera età e aver avuto diverse persone di riferimento ed esperienze di gruppo le ha consentito di sviluppare conoscenze e attitudini – nonché il bilinguismo – che io da sola non avrei potuto valorizzare.

Il rovescio della medaglia è che non le ho potuto garantire rituali nella vita quotidiana, ad esempio non dorme ancora da sola perché l´esser strapazzata da un posto all’altro crea disorientamento, ha ancora il pannolino perché non riusciamo a trascorrere 2-3 settimane “normali” di fila per abituarla a stare senza pannolino.

Tre esperienze con diverse sfaccettature. Non ha caso un blog scritto da una mamma lavoratrice (si chiama 50sfumaturedimamma.com) ha raccolto più di cento fenomenologie di mamma (una più divertente dell’altra).

Se credete di avere una ricetta per far lievitare la felicità unendo sapientemente figli e carriera raccontatecela, o scriveteci anche semplicemente qual è la vostra esperienza di mamme lavoratrici.

 

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Carriera e figli? Si sopravvive recitando

PB Pare che la maggior parte dei manager maschi italiani siano stati partoriti da donna. Ci sono solo pochi esempi di partenogenesi o di prodotti sintetici (io ho avuto un capo androide, ma appunto si tratta di eccezione). Nonostante questo fatto piuttosto evidente, la maternità – per fare carriera – rappresenta ancora un ostacolo. Una donna in Italia (magari anche altrove, non so) ha solo due possibilità per non essere considerata una balia: o non fare figli (che noia, sono obiettivamente la cosa più carina che chiunque di noi possa fare) o mentire.

Io ho mentito sempre. Con caparbietà e coerenza. Più che mentire ho commesso molti peccati di omissione. Continuamente.

Se ti assenti dal lavoro perché fai la maratona di NY sei figo. Se stai a casa perché operano tuo figlio o perché ha 40 di febbre non sei abbastanza dedita al lavoro. Se esci alle 15 per una partita a squash ti aspettano tutti. Se esci per mettere l’apparecchio al Fede, quando torni hanno dato il progetto a un altro. Se la sera vai a teatro sei colta. Se vai alla festa di Natale (dura uguale ma è professionalmente meno qualificata e necessaria per la tua carriera parallela di mamma) sei una mammoletta.

Ergo: nessuno se non eccezionalmente e per aneddoti divertenti saprà mai che la strana creatura, bassa e piuttosto pasticciona, che gira per casa tua è tuo figlio. Forse è un extraterrestre. Una scultura semovente, un ologramma. In ogni modo non è un essere che richiede la tua attenzione, il tuo affetto, il tuo tempo, la tua mente. Per colleghi e capi tu pensi solo alle collezioni e al budget. Nei momenti di relax tra una riunione l’altra ascolti piena di interesse aneddoti su tabelle di performance, allenamenti, regate e integratori alimentari (la mia generazione ha colleghi – e mariti – che si trasformano in bozzoli fasciati di Lycra prima e dopo l’ufficio, maratoneti, iron-men, ciclisti, fondisti, velisti, golfisti.  Purtroppo gli eroinomani degli anni ‘70 si contano sulle dita di una mano). Hai un figlio certo, di cui non parli quasi mai, che fa tutto da solo.

Naturalmente non ti lamenti mai di lui (altrimenti sei una rompipalle), né dai segno di trascurarlo (il collega/capo maschio ti considererebbe anaffettiva e contro natura dato che è fondamentalmente un mammone): semplicemente per miracolo tu hai prodotto l’unico bambino al mondo che fa il bagno senza lamentarsi, cucina per tutti la sera, finisce i compiti prima che tu torni a casa, non si ammala mai, non ha bisogno di andare in bagno quando ha già su la sciarpa e tu hai un aereo in partenza,  non vuole andare alle feste di compleanno quando la tata non è disponibile, non desidera che tu lo accompagni al pedibus almeno una volta alla settimana, non vorrebbe che tu cucinassi una torta per la festa della scuola, né che confezionassi una Pigotta come le altre mamme.

Io per fare carriera ho fatto fare la Pigotta alla Marisa (mitica e fantastica  modellista in Giorgio Armani: la mia Pigotta era la più bella della scuola), ho ripassato le province del Piemonte mentre i colleghi pensavano che per me il Piemonte fosse solo una meta per lo sci, ho fatto il pedibus solo 3 volte nascondendomi dietro il traffico dei cantieri EXPO, non ho mai fatto una torta (non sarei stata capace neanche da disoccupata) non ho mai avuto una sua foto in ufficio e sono allegramente sopravvissuta amando mio figlio di nascosto dal mio capo. Che aveva sul tavolo le foto dei suoi figli.

L’unico a cui ho mentito / omesso di più che al mio capo è stato mio figlio. Il quale crede che io abbia un lavoro che non mi occupa, né mente, né attenzione, né passione. Il mio lavoro è semplice e si fa tutto da solo. Sto solo un po’ lontano da casa per pensarlo meglio da lontano e gustarmi di più l’abbraccio alla sera.

Così io ho surfato su tutti i pregiudizi , ho avuto il pudore della mia felicità, e ho fatto la mia carriera (non avrei fatto di meglio se non avessi avuto figli, anzi magari sarei stata meno felice, proattiva, ottimista e lungimirante), ma Paola ha sottomano un paio di manager che si stanno districando tra pannolini e Marketing Plan. Sentiremo presto la loro versione dei fatti.

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Come e perché scrivere una to do list quotidiana

cropped-whats-on-my-to-do-list-todayPC Avendo un’irrefrenabile tendenza al multitasking, una bassissima soglia di noia, impegni lavorativi diversi che si sovrappongono e poca memoria sono da sempre costretta a redigere delle to do list, se voglio essere sicura di ricordarmi di fare tutto quello che devo (il tutto funziona ovviamente se poi mi ricordo di guardare la to do list, ma con il tempo ho imparato a metterla in posti molto visibili!).

Alcune liste assomigliano a pizzini che vengono scritti o completati sul divano alla sera prima di addormentarmi,  altre un po’ più raffinate sono segnate sulle note dello smartphone.  Entrambe riguardano solo quello che devo fare il giorno dopo. Ci sono invece delle versioni più strutturate che sono scritte e salvate sul pc e riguardano compiti più strategici e a lungo termine. Hanno compiti e ruoli differenti e sono per me altrettanto importanti.

Ecco alcuni consigli per la to do list quotidiana:

  • Segnatela su un supporto che siete sicuri vi possa seguire negli eventuali spostamenti del giorno dopo: i bordi del quotidiano che state leggendo o il retro di uno scontrino sono ad alto rischio di finire in pattumiera. Tenete quindi nei luoghi dove possono venirvi in mente le cose da fare il giorno seguente un blocchetto e una penna.
  • Al mattino unite i diversi appunti (quello che riporta la to do list del giorno prima, se non siete riusciti a svolgere tutto quanto previsto, quello scritto alla sera, quello appuntato sul cellulare) e decidete l’ordine di priorità. Tenete presente il fondamentale criterio che impone di fare non solo quanto è urgente ma anche quanto è importante. Se avete l’abitudine di iniziare a lavorare prima che comincino a suonare i telefoni, o arrivino i vostri capi, dedicate questi minuti di tranquillità ai lavori che richiedono maggiore concentrazione.
  • Cercate di organizzarla per assecondare il vostro modo di lavorare: se siete metodici, mettete tutte di seguito le mail che dovete scrivere o le telefonate che dovete fare; se amate variare, alternate compiti molto diversi. Ad esempio inserite dopo una lunga ricerca su internet una telefonata che vi permetta di alzarvi e sgranchirvi le gambe.
  • Per alcuni compiti potrà essere importante segnare l’orario: il cliente che fa il part time ed è disponibile solo al mattino, il corrispondente dall’altra parte del mondo che è contattabile solo quando è orario lavorativo anche sul suo fuso, il creativo che arriva dopo le 10 e va sentito o visto prima che si immerga in un altro progetto. Se quanto dovete fare è davvero urgente puntatevi una sveglia sul cellulare.
  • Preoccupatevi quando uno stesso compito viene ricopiato su una nuova to do list più di due volte, perché non siete ancora riusciti a svolgerlo: o state pretendendo troppo dalla vostra giornata, o state sottovalutando l’importanza di questo lavoro (magari perché non vi piace e quindi finisce sempre in fondo alla lista)
  • Concedetevi la soddisfazione di depennare man mano quanto avete fatto, ma ricordatevi che conta più la qualità che la quantità, quindi se avete cancellato molte cose dalla vostra to do list non significa necessariamente che abbiate fatto un buon lavoro.
  • Non stendete masochisticamente lunghissime liste per poi sentirvi depressi perché non siete riusciti a fare tutto. Siate realistici: se è improbabile che il giorno dopo riusciate davvero a finire tutti quei lavori, tralasciate quelli meno prioritari e meno urgenti, ma ricordatevi di inserirli nella lista a lungo termine (altrimenti rischierete di dimenticarvene!)

Nel prossimo post un’indicazione su come io mi organizzo per la lista delle cose da fare nel lungo termine, se avete qualche consiglio o best practice anticipatemeli, che le inserisco ben volentieri!

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