INTERVISTA A GIUSEPPE MINOIA, PRESIDENTE DI GFK EURISKO

Giuseppe Minoia, presidente Eurisko

Giuseppe Minoia, presidente Eurisko

PC Abbiamo incontrato Giuseppe Minoia, membro del Board e Presidente Onorario di GfK Eurisko, al termine dell’interessante convegno su GLI ITALIANI E IL CIBO e abbiamo approfittato per chiedergli se dal suo osservatorio privilegiato (Eurisko GFK è  il più importante istituto operante in Italia nelle ricerche sul consumatore) è possibile individuare una via d’uscita alla crisi per i giovani che entrano nel mondo del lavoro.

Lei ha recentemente detto: “Siamo passati dalla certezze alle delusioni collettive. Oggi la precarietà è sotto gli occhi di tutti: un Paese incapace di fornire risposte”. Questo nei confronti dei giovani che cosa comporta?

Comporta una voglia di avere delle risposte che finora non hanno avuto, a qualsiasi costo, in una maniera quasi imprevedibile. Faccio un esempio: noi stiamo facendo settimanalmente delle indagini per Quotidiano in classe che è questa organizzazione che è sostenuta da molti editori della carta stampata e ogni settimana facciamo dei sondaggi. Ad esempio da questi sondaggi, fatti tutti su ragazzi delle superiori – quasi nessuno supera i 18 anni – questi ragazzi sembrano avere un atteggiamento molto più concreto e realistico dei trenta/quarantenni, rispetto all’atteggiamento che la ministra Fornero aveva chiamato choosy. Non vorrei che la ministra Fornero avesse sbagliato segmento!  E che pensasse a quelli di 30 anni e non tanto ai giovani che fanno il liceo e a quanto risulta dalle nostre ricerche sembrano veramente molto preoccupati già adesso di trovare uno sbocco professionale e a parole si dichiarano molto adattabili anche a soluzioni di tipo non necessariamente intellettuale e di alto livello e con caratteristiche esibitive.

E quindi quali consigli si sentirebbe di dare ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro?

Prima di tutto, mi piacerebbe che nelle scuole, cominciando dalle scuole superiori, si parlasse di più di lavoro, se n’è parlato troppo poco, si portassero delle testimonianze, non necessariamente da parte del papà che è medico, architetto, professore universitario, ma anche da parte del papà che sa fare bene l’idraulico, che potrà portare una testimonianza dei suoi guadagni che non è sicuramente negativa e deprivata. O perché no, anche l’agricoltura, ma la nuova agricoltura, non necessariamente l’agricoltura pesante, penalizzante, triste, abbruttente. Io vedo che quando si toccano questi temi con i giovani, anche in logiche un po’ di start up, vengono fuori delle nuove idee, se si mette l’agricoltura nella logica di un lavoro che è anche ripagante dal punto di vista della propria immagine.

Il cibo ad esempio è un sistema, è una circolarità così ricca! Facciamo di più, lavoriamo di più, impegniamoci di più in queste cose e facciamo vedere che ci sono delle realtà assolutamente divertenti all’interno della filiera alimentare, facciamo capire a un giovane che può sentirsi arrivato se riesce a fare la sua prima formella di formaggio o il suo primo vino, anzi forse è meglio che un impiego in una grande multinazionale.

Questa è una dimensione ancora più legata alle sue capacità, alla sua manualità, alla sua creatività.

Spero che i vari uomini di governo si diano da fare in questa direzione, non pensino soltanto ai contratti, che tra l’altro hanno creato dei seri problemi ai giovani. Con questa nuova contrattualistica ci sono  giovani che non possono più mantenere l’impiego.

Entrando più nello specifico, visto che avete molti giovani che lavorano con voi, ha un consiglio, anche spicciolo, su come affrontare un colloquio di lavoro? Cosa apprezza lei in un giovane durante il colloquio?

E’ veramente una domanda difficile! Io posso dire che personalmente apprezzo quando mi trovo davanti una persona con una sua personalità, che dimostra di avere delle sue idee, una persona che pur avendo 20 22, 24 anni, comincia ad avere un’idea sua della vita, del lavoro, e non necessariamente la preoccupazione di essere inquadrato. Ecco io suggerirei questo ai ragazzi:  sappiate  cominciare ad essere autonomi nelle cose che dite;  se avete delle originalità, non tarpatevi le ali, fatele conoscere, perché l’originalità è veramente il sale della vita, anche in azienda, anche in un apparente sistema omogeneizzante alla fine la persona che ha più capacità di personalizzare il suo lavoro viene premiato. Quindi non tarpatevi, non pensate di entrare in catene di montaggio, dove tutti devono essere uguali. Io darei questo consiglio ai giovani.

E per concludere a suo parere in quale settore del marketing e della comunicazione ci sono maggiori prospettive per i giovani?

Se parliamo di settori io ritengo che il settore agroalimentare è forse quello nel quale i giovani dovrebbero investire di più, ci sono il settore delle TLC, dell’IT che sono in crescita, però è un dato scontato. Io direi ai giovani: guardate che si sta aprendo una dimensione anticiclica nel mondo dell’agroalimentare. Studiate, approfondite, e vedrete che nasceranno opportunità di nuovo lavoro.

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QUANDO UN ART DIRECTOR SI SCOPRE SCRITTORE: INTERVISTA A LUCA MASIA

PC Parlando del protagonista del suo nuovo romanzo, Il sarto di Picasso, Luca Masia dice: “È vero, la vita è strana: ci induce a seguire dei percorsi che passo dopo passo sembrano strade obbligate, quasi imposte dal destino. Ma poi ci si ferma a prendere fiato, ci si volta e si riguarda con gli occhi dell’esperienza la strada che si è percorsa. E ciò che vediamo è spesso la strada che avremmo voluto percorrere. Lo comprendiamo solo dopo, ma è così: il destino scrive per noi le storie che noi vogliamo scrivere. In realtà siamo noi che le dettiamo, magari inconsapevolmente; il destino le scrive soltanto.” (La bella intervista completa su booksblog)

Luca Masia, autore de Il sarto di Picasso

Luca Masia, autore de Il sarto di Picasso

Avendolo conosciuto e stimato come art director in Young & Rubicam, ritrovarmi tra le mani il suo, bellissimo, libro mi emoziona, ma mi incuriosisce anche: siamo abituati a pensare che la creatività, almeno in ambito lavorativo, abbia una sua strada segnata, mentre la storia di Luca ci dimostra che ognuno di noi contiene delle piccole matriosche pronte a rivelarsi agli altri, per magari scoprire che la più piccola e nascosta è proprio la più preziosa.

A questo proposito Luca dice che il protagonista del libro, Michele Sapone, il sarto di Picasso, gli ha insegnato molto: innanzitutto a guardare in profondità dentro se stessi, scoprire il proprio talento e dedicarsi con fiducia alle proprie passioni. Il successo verrà dopo, ma se anche non dovesse venire, il fatto stesso di vivere con intensità, collezionando gli attimi della propria esistenza, sarebbe comunque un successo.

Gli abbiamo chiesto quindi qualche suggerimento per quei nostri lettori che, a qualsiasi età, stanno ancora cercando di capire qual è il loro talento e come trasformare una passione in un lavoro.

Quale consiglio potresti dare a un giovane che vuole entrare nel mondo della comunicazione ma non sa ancora esattamente che strada prendere?

Intanto ti ringrazio per queste domande che mi permettono di ragionare sulle cose che faccio e che ho fatto per condividere con altri – soprattutto giovani – il senso di un percorso.

Una delle cose che ho imparato e di cui sono maggiormente convinto è che abbiamo tutti dei talenti nascosti e che dobbiamo imparare a riconoscerli. Heinrich Böll suggeriva di diventare “collezionisti di attimi”; ecco, capire cosa siamo realmente bravi a fare è un modo assai efficace per diventare collezionare di attimi.

A un giovane che desideri entrare nel mondo della comunicazione direi di leggere molto, studiare molto, ragionare molto su se stesso e confrontarsi molto con gli altri, ricercando le proprie particolari inclinazioni. E poi di buttarsi nel mondo, senza averne troppo timore: rispetto sì, ma non timore.

Se in cucina disponi degli ingredienti giusti per fare un buon piatto, anche se non hai la ricetta troverai il modo di combinarli bene.

Che cosa ti ha dato la tua esperienza come pubblicitario? Mi dicevi che con Aldo Colonetti pensavi di fare un corso allo Ied “dalla pubblicità al romanzo”, c’è quindi un percorso (virtuoso?) che può portare dalla “réclame” alla letteratura?

Un’altra delle cose che ho imparato è che la specializzazione in quanto tale non esiste; ogni cosa è sempre in collegamento con le altre. C’è molta letteratura nella réclame, così come c’è molta réclame nella letteratura, nel cinema, nella pittura, nella musica. Per réclame intendo quella particolare architettura del pensiero che è alla base della pubblicità, quella dialettica che ha la forza di convincere proponendo argomentazioni credibili e inattese.

Una buona pubblicità è come una finestra spalancata su paesaggi nuovi, così come un buon libro o un quadro. In questo senso il percorso che porta dalla réclame alla letteratura è meno lungo e tortuoso di quanto si possa immaginare.

Come hai capito che albergava dentro l’art director un copy writer, che è poi diventato scrittore?

Fin da ragazzo amavo la lettura e la scrittura. Dopo il liceo ho frequentato la Scuola Politecnica del Design di Nino Di Salvatore che mi ha avvicinato al mondo dell’arte, della grafica e quindi della comunicazione. Quando, poco dopo, ho vinto una borsa di studio dell’Assap e sono entrato in agenzia, per tutti ero un art director, ma io non avevo mai smesso né di leggere né di scrivere.

Ho sempre pensato alla campagna pubblicitaria come a qualcosa di complessivo: un corpo unico di immagine e testo generati da un art e un copy insieme, senza distinzioni. E questo senza citare il contributo essenziale di account, ricercatori e degli stessi clienti.

Poi, sempre in agenzia, ho avuto modo di frequentare alcuni corsi di cinema e di sceneggiatura che mi hanno stimolato a scrivere testi più lunghi e storie più articolate. La sceneggiatura mi è servita molto per avvicinare la dimensione del romanzo, di cui all’inizio avevo un po’ di timore (o forse, troppo rispetto).

Cosa puoi suggerire a dei giovani talenti che cercano faticosamente di entrare nel difficile mondo del lavoro?

Il talento è come il tempo per sant’Agostino: “se mi chiedi cos’è lo so, se mi chiedi di spiegarlo non lo so più”. Il talento non deve necessariamente essere spiegato, ma deve essere lasciato libero di esprimersi. In un colloquio di lavoro, ad esempio, è più efficace sorprendere che cercare di convincere delle proprie qualità.

D’altro canto, occorre mantenere il senso della misura e trasmettere un segnale preciso di quanto si potrà – una volta assunti – essere ben integrati nel team di lavoro rimanendo comunque delle individualità.

Quando mio nonno mi spiegava l’arte del fuoco, mi diceva che dovevo mettere i legni il più vicino possibile in modo che si toccassero il meno possibile.

Il talento è come il fuoco: i ceppi devono essere abbastanza vicini da passarsi la fiamma, ma non troppo da togliersi l’aria…

E a chi a 40 anni non si sente soddisfatto di quanto sta facendo?

Penso che sia la stessa cosa di quando di anni ne avevi venti: da un lato è più difficile perché pensi di aver perso del tempo e soffri l’assillo delle responsabilità, ma dall’altro è più facile perché hai un’esperienza che non avevi da ragazzo. Disponi di molte più informazioni per cercare il tuo talento e lasciarlo libero di esprimersi.

Il cammino è sempre quello: collezionare gli attimi della vita. Si può iniziare anche l’ultimo giorno, sarebbe comunque un bel finale.

E in un romanzo, il finale è importante quanto l’inizio.

Del Sarto di Picasso, SilvanaEditoriale, che ho iniziato solo ieri sera, posso per ora dirvi che ha un inizio magnetico come lo sguardo di Picasso e che la storia di questo artigiano, così abile nel suo  saper fare da mettersi allo stesso piano con il più grande artista del XX secolo, è una bellissima metafora dell’importanza di fare un lavoro che piace e per il quale si è, scusate il gioco di parole di bassa lega, tagliati. Che sono poi gli argomenti che amiamo trattare su questo blog.

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LE 5 DOMANDE DA FARE DURANTE IL COLLOQUIO

PC Nel post sulle domande da non fare durante il colloquio abbiamo anticipato che ogni intervista termina con la fatidica frase del selezionatore: ha delle domande da farmi? La scelta peggiore (ma forse quella più frequente) è rispondere di no, dimostrando così poco interesse nel lavoro e perdendo un’ottima occasione per scoprire di più e poter indirizzare meglio i successivi contatti con l’azienda.

Si possono dividere le domande da fare in due grandi categorie:

  • quelle sul business
  • quelle sul tipo di lavoro

Quelle sul business non sono ovviamente generalizzabili (per ogni azienda prima del colloquio bisognerà preparare un paio di domande ad hoc): in generale ricordatevi di non chiedere cose ovvie e facilmente reperibili sui motori di ricerca, ma cercate di capire di più sulla filosofia aziendale, sugli obiettivi a lungo termine, sulla sua capacità di reagire alla crisi.

Le domande più importanti sono però quelle sul tipo di lavoro per il quale state facendo il colloquio. I selezionatori intervistati da Forbes suggeriscono:

1. Come descrivereste il candidato ideale? Quali sono le sue caratteristiche ideali?

Tenete a portata di mano il solito taccuino e una penna e non abbiate paura di prendere appunti, per usarli in seguito per dimostrare, utilizzando esempi e esperienze passate, che avete quanto l’azienda ricerca.

2. Come pensa che il candidato possa esserle di supporto?

Una domanda molto importante, che va posta solo nel caso in cui non state facendo il colloquio con un cacciatore di teste, ma siete seduti davanti a quello che sarà il vostro capo. Infatti fa percepire a chi vi intervista che volete davvero essere d’aiuto e che renderete la sua vita più facile.

3. Come rientra nei piani a lungo termine dell’azienda questa posizione?

La domanda vi permette di raccogliere informazioni sia sul business nel medio-lungo termine della società, sia di capire perché si è creata l’esigenza di rinforzare l’organico con la vostra presenza. Per rendere meno anglosassone e diretta la domanda, potete premettere una forma di cortesia, come Se possibile, mi piacerebbe sapere…

4. Come definireste il “successo” per questa posizione?

La domanda vi permetterà di capire molto sul vostro futuro capo, ma anche di comprendere meglio le politiche aziendali per la valutazione e promozione degli impiegati.

5. C’è qualcosa che posso fare nei prossimi giorni per completare quanto detto oggi?

La risposta vi permetterà di capire quali follow up possono essere utili per favorire la vostra assunzione, ad esempio se è opportuno inviare degli approfondimenti. In generale fa capire all’intervistatore che ci tenete davvero. Che è poi il principale obiettivo di tutte queste domande.

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Le domande da non fare mai (ma che ci facciamo sempre)

PB  Non vorrei che pensaste che io e Paola fossimo due bacchettone. Noi ci facciamo normalmente delle domande allucinanti mentre facciamo un colloquio (e così i nostri amici). Semplicemente non lo confesseremo mai!

Così vi prego di immaginare cosa passa per la mente del nostro candidato /a ideale , con camicia bianca, sorriso rispettoso, timido quanto basta, disinvolto quanto basta, mentre conduce il suo colloquio.

Tutto questo non deve emergere mai (neanche sotto tortura) ma succede là,  dentro la piccola testolina ricciuta

Partito da casa con un anticipo pazzesco, arriva al pelo e parcheggia ad un costo al di fuori della umana accettazione (strisce blu piene, c’era solo il silos con carotaggio in sito archeologico), quindi già mentre cammina verso il colloquio si fa domande politicamente scorrette:

–          Ci sarà una metropolitana comoda? Meglio la gialla che è più pulita…

–          Saranno fiscali sul ritardo? E se arrivi 5 minuti dopo ti tolgono mezz’ora?

–          Nell’ascensore avranno le telecamere? Oppure posso sistemarmi capelli, denti, il collo della giacca?

–          Quella della reception è mostruosa e si mangia le unghie. Saranno tutti così?

–          Quello che mi sta intervistando è un figaccione spaziale. Sarà sposato? Sarà gay? Sarà un lumacone? Non so cosa preferire

–          Potrò fare le ferie ad agosto? So che è da idioti perché tutto è più costoso, ma Erri può solo ad agosto

–          Io il mercoledì ho Zumba e devo assolutamente uscire per le 18,15. Glielo dico?

–          Non sopporto chi mangia la banana a mezza mattina in ufficio. Glielo dico?

–          Odio l’aria condizionata. Glielo dico?

–          Ma come mi devo vestire? Se metto la cravatta e tutti hanno la polo? Se metto le sneackers e tutti hanno i tacchi? Glielo chiedo?

–          C’è lo sconto dipendenti per comprare il campionario?

–          C’è un baretto comodo sotto l’ufficio perché odio il caffè della macchinetta?

–          A quanto ammonta il ticket restaurant?

–          E soprattutto: gli stagisti hanno il ticket restaurant?

–          E soprattutto: gli stagisti hanno SOLO il ticket restaurant?

–          Fanno corsi di inglese, origami, massaggi per i dipendenti?

–          Ma qui quanto mi pagheranno?

–          Ci sarà un parrucchiere vicino all’ufficio? Dove andare in pausa pranzo?

–          Chissà se il venerdì , d’estate, fanno mezza giornata come nelle assicurazioni?

–          Avranno un open space o uffici separati?

–          Si viaggerà in Magnifica Alitalia o con Easy Jet?

–          C’è una doccia se uno volesse arrivare in bici e darsi una rinfrescata?

–          Si può parcheggiare dentro, la bici?

Questo è solo il campionario di base. Tutti si chiedono in cuor loro cose che farebbero accapponare la pelle a qualsiasi selezionatore di personale. La differenza tra l’essere assunti e l’essere messi alla porta sta nella decisione di non fare queste domande. Ma di scoprire al più presto (con altri mezzi) le risposte. Avrete così chiesto al vostro futuro capo, in quale momento ha avuto la geniale idea della nuova strategia di comunicazione (questione di cui onestamente non vi frega nulla) , ma saprete che lì si può arrivare con il metrò, che esiste una dinette dove hanno anche il Nespresso, che quella della reception era una interinale e che al piano di sotto c’è un’agenzia di modelle.

Potete accettare il posto

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GfK Eurisko descrive i giovani d’oggi: tutt’altro che choosy

PC Molto interessante la sezione dedicata ai giovani nell’ultimo Social Trends, il periodico realizzato dall’istituto di ricerche GfK Eurisko, con lo scopo di migliorare la conoscenza delle trasformazioni della società. Intrigante a partire dal titolo che recita: CHOOSY/AGRICOLTORI. Vi copio un estratto.

“I giovani schizzinosi escono di scena. Dai sondaggi che settimanalmente svolgiamo per il QUOTIDIANO IN CLASSE spiccano ragazzi, dalle classi del liceo in su, ben poco viziati, con i piedi ben piantati per terra. Con un pensiero per niente astratto né utopistico, molto concentrati sul fare e sulla preparazione necessaria per poter trovare il prima possibile il posto di lavoro, che non necessariamente dovrà essere intellettuale. Non è vero che i ragazzi sono carenti di realtà, anzi possiamo dire che ne possiedono addirittura troppa. Anche verso la politica i giovani non si mostrano schizzinosi. Quando avranno l’età, dicono, andranno sicuramente a votare e faranno pesare il loro voto. Non condividono l’antipolitica e rifiutano, ad esempio, l’astensionismo che si è recentemente manifestato in Sicilia. A quale realtà pensano i giovani? Possiamo dire tutta. Dipende dalle offerte. Ma, grattando un po’ nelle loro motivazioni, si colgono interessi inediti in alcuni comparti, ad esempio l’agricoltura, certo non da intendersi come bracciantato muscolare, ma come nuovo impegno postmoderno che richiede attrezzature tecnico- scientifico-culturali. Ebbene sì, intellettuali della terra per coltivare criticamente il territorio, per sviluppare le nuove filiere del cibo e della sostenibilità ambientale e sociale. Il tutto in una prospettiva, questa sì utopica, di un ritorno alla terra “partecipato”, dove non esistano più braccianti sottopagati ma “utili” distribuiti, in una cooptazione alla tedesca.” (Filippo Magri si conferma quindi trend setter!)

Siete d’accordo con questo ritratto? Voi giovani vi ci ritrovate, voi genitori ci riconoscete i vostri figli?

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Le domande da non fare mai in un primo colloquio

PC  Ci sono domande che risultano talmente fuori luogo da connotare subito negativamente il nostro interlocutore. L’altra sera Patrizia mi raccontava sconcertata che l’amichetto di otto anni che suo figlio aveva invitato a pranzo le ha chiesto se le posate erano d’argento e quanto guadagnava al mese. Patrizia gli ha domandato a sua volta se da piccolo fosse caduto in un registratore di cassa. 

Possiamo facilmente immaginarci, tra una quindicina di anni, lo stesso ragazzo compiere uno degli errori più comuni: chiedere al primo colloquio dettagli sul salario e sui benefit. Queste domande – spiega un interessante inchiesta realizzata da Forbes presso i responsabili delle risorse umane  – vanno sempre evitate perché implicano che siete già sicuri di ottenere il posto, così come le domande sulle ferie e i giorni di malattia. Lo stesso per quanto riguarda la possibilità di avere un orario flessibile.

Un altro tipo di domande che, se poste male, potrebbero mettervi in cattiva luce sono quelle che mirano a capire meglio il mercato e la concorrenza: chiedere ad esempio “chi sono i vostri concorrenti?” darà l’impressione che non vi siete preparati al colloquio, inutile fare una domanda alla quale Google avrebbe potuto rispondere altrettanto bene.

“Posso lavorare da casa?” è un’altra domanda che gli esperti sconsigliano di porre, anche nell’era di skype e di internet veloce. Sebbene sia infatti possibile che, una volta verificata la vostra produttività, l’azienda accetti di farvi lavorare in parte da casa, non è mai il caso di chiederlo in un primo colloquio, dove la vostra priorità dev’essere vendervi e risultare disponibili.

Meglio anche non chiedere dettagli sulle modalità di promozione, un approccio che può risultare arrogante, e tanto meno se si avrà un ufficio tutto per sé. In generale trovo molto giusto il suggerimento di chiedervi sempre, prima di porre una domanda: se la risposta fosse no, non accetterei il lavoro?

Infine è sbagliato chiedere se chi vi intervista vi monitorerà sui social network, perché può dare l’impressione che abbiate qualcosa da nascondere. Meglio non correre rischi e non postare niente che possa danneggiarvi nel periodo della selezione (e in generale meglio non farlo mai!), in particolare commenti sulla vostra attuale azienda.

Rimane il fatto che spesso i colloqui finiscono con la temuta richiesta da parte dell’intervistore: “ha qualche domanda?”. Nel caso questo elenco di errori da evitare vi avesse terrorizzato al punto da decidere di rispondere che non avete niente da chiedere, sappiate che questo costituisce in assoluto il più grande sbaglio che potete fare, perchè sembrerà che non vi interessi l’azienda o il tipo di lavoro per il quale venite selezionati. Nel post di venerdì alcuni utili suggerimenti, quindi, sulle domande da porre a un primo colloquio.

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Oggi a Deejay chiama Italia Severgnini dà otto consigli per un futuro migliore

PC Ci fa piacere segnalare una bella opportunità per sentire Severgnini – di cui abbiamo così spesso parlato nel blog – discutere stamattina del suo ultimo saggio, Gli italiani di domani, con Linus e Nicola Savino nello storico programma in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12.

Riflettendo su questo incontro mi sono resa conto che la grande passione che con la quale Patrizia e io seguiamo questi tre personaggi è dovuta anche al fatto c’è qualcosa ci accomuna a Beppe, Linus e Nicola: non è solo il fatto di essere più vicini ai 50 anni che ai 40, ma anche la passione per i giovani e il desiderio di condividere con loro quello che abbiamo imparato (dai successi e dagli insuccessi).

Severgnini nel suo ultimo libro dice: “I ragazzi non hanno il diritto il sognare; ne hanno il dovere”. Troppo spesso quelli della nostra generazione si affannano per toglierglielo, spero che gli otto consigli per un futuro migliore di Beppe li aiutino a riprenderselo.

Credere nei giovani, fargli capire che c’è qualcuno che ci tiene, può essere un modo per incoraggiarli a percorrere la loro strada con buon senso ed entusiasmo.

Il programma è visibile, contemporaneamente alla messa in onda, in streaming sul sito. In più lo si può guardare anche sul canale 9 del digitale terrestre e sul canale 145 di Sky. Viene inoltre replicato in versione “serale” dalle 22:30 su Deejay TV.
Questo è il link alla diretta streaming del programma: http://www.facebook.com/l/LAQHchxEnAQG9BLPI24mhyA9VRpU0mn4-quPLaprRY7OWgA/www.deejay.it/dj/tv/deejay_tv

Per concludere, dato che credo che ci siano delle coincidenze che hanno un significato, dedico questo post alla giovane amica che proprio ieri mi raccontava che quando va a trovare in Emilia i genitori parte sempre intorno alle 10.00 per ascoltare Deejay chiama Italia, che le fa compagnia durante il viaggio.

Lo faccio perché questa amica ha 26 anni, per amore ha deciso di trasferirsi a vivere su un piccolo lago lombardo, e, pur avendo studiato per 5 anni alle superiori lingue e contabilità, ha trovato solo, in anni di tentativi, un lavoro part time nel reparto gastronomia di un supermercato. Ora si ritrova ad essere assunta a tempo indeterminato (una fortuna rara!) ma a fare un lavoro che non le piace. Forse i consigli di Severgnini l’aiuteranno a buttare il cuore oltre l’ostacolo e trovare una porta che apra nuove opportunità. Perché se i giovani ottengono un futuro migliore, sarà migliore anche per noi.

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Stereotipi, ostriche e multinazionali

PB La scorsa settimana sono stata a Nantes (in Francia, a nord ovest, vicino all’oceano) per un incontro di lavoro.

Ho quindi allegramente parlato francese (è una lingua che adoro ma che parlo raramente) e ho mangiato molte ostriche (adoro anche quelle e le mangio più raramente di quanto non parli il francese).

Mi sono trovata a riflettere sui pregi e sui difetti della “italianità” poiché si trattava di valutare una possibile collaborazione tra una azienda/un marchio italiani  e una azienda/ una distribuzione francesi.

Molto convinta dei nostri punti di forza (un prodotto ricco di contenuti, una eleganza innata, un DNA sportivo e credibile, una creatività e una capacità di ascoltare il mercato addomesticandolo in ogni modo al buon gusto), mi sono trovata ad essere franca sui punti di debolezza.

Cosicché mi è stato detto che io, passionale, bruna, alta un metro e sessanta, solare e apollinea, non paio molto italiana (!) Nel senso che non racconto frottole, non tento di alterare la realtà, non prometto ciò che so che non manterrò, non cerco scorciatoie.

Un consiglio dunque a chi inizia a formarsi in una nuova professione: se potete scegliere l’azienda in cui fare il vostro primo stage o il vostro primo lavoro, la filiale italiana di una multinazionale straniera potrà essere una buona scuola di approccio internazionale.

Normalmente questa esperienza (che alla lunga diventa frustrante, vi avviso: se siete creativi e brillanti non resisterete a lungo) aiuta a creare una forma mentis cartesiana laddove per natura noi si tende a pulcinellare.

Essere obbligati a rendere conto alla casa madre, impone a noi, cuochi, sarti, artisti, di confrontarci con modelli rigidi, con numeri confrontabili, con dati verificabili, con teoremi che altrimenti ignoreremmo con filosofica leggerezza.

Alla lunga davvero stufa (una domanda che si fanno gli intelligenti che lavorano per le multinazionali è: ma quando smettiamo di descrivere il nostro business e cominciamo a fare business?)

Ma l’approccio francese, per esempio, (razionale e pedagogico) ha una attenzione davvero speciale alla formazione: è una bella opportunità per chi inizia a lavorare. Io so fare le previsioni di vendita grazie a una azienda francese per la quale ho lavorato tre anni.

Gli americani ti sfiniscono di richieste numeriche, quote di mercato, simulazione di scenari, lavoro di team.

Alla fine (dopo essere stati formati e abituati ad arrivare puntuali alla scadenze di “quarters”) scatta un sano anticorpo che ci impedisce di partecipare – senza cinismo – a team building che a noi paiono terapie di gruppo degli alcolisti anonimi.

Ma questi primi anni di rigore oltre alpino, ci avranno insegnato a confrontarci con realtà internazionali, a familiarizzare con linguaggi e processi culturali per noi non comuni, ad apprezzare un paio di dozzine di ostriche senza per questo sentirsi traditori del bollito misto con la mostarda o della parmigiana di melanzane (ché, sì,  siamo italiani, ma l’Italia  è lunga e variegata, e noi meno banali dei nostri stereotipi)

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Intervista a Elio Fiorucci

PB  Vi ricordate la promessa di intervistare Elio Fiorucci? Ci siamo riuscite!

Mentre leggete, immaginate suoni e atmosfera: lui, carismatico e calmo, parla con un microfono che tiene stretto al petto. Si muove poco e sta seduto (diciamo: il contrario dell’imbonitore televisivo che si agita magnificando pentole e materassi).

Non alza la voce.

I suoi occhi brillano e saltano per tutta la sala, per tutti quelli che stanno lì ad ascoltarlo.

La voce è bassa eppure nessuno perde una parola.

Con noi, per voi giovani talenti, parla di rapporti umani, di fiducia, di molteplicità, di passione, di coraggio, di innovazione, di autenticità. Non conosce tutti i vostri nomi. Ma pare dagli occhi (che ridono? che sanno? ) che queste parole le abbia dette proprio per ognuno. Almeno così è parso a me e Paola che – ça va sans dir – siamo ormai perdutamente innamorate.

Trampolinodilancio: Durante il suo speach da Robilant & Associati ci ha colpito la sua definizione del mercato come “atto d’amore”, inedita definizione per un concetto, quello di mercato, che viene di solito o idolatrato o demonizzato: ci spiega la sua idea di mercato? E dove la vede realizzata?

Elio Fiorucci:  In ogni città esistono i mercati che non hanno mai perso il loro fascino a favore della Grande Distribuzione. Il mercato come dicevo non è solo il luogo delle merci ma è anche il luogo dell’incontro con  chi le merci le produce o le sceglie personalmente, per cui si instaura un rapporto umano che prevede la fiducia e tante altre bellissime sensazioni che si ottengono solo con lo scambio tra gli uomini.

Trampolinodilancio : A un certo punto della sua vita lei ha dovuto cedere il marchio Fiorucci. Che consigli darebbe a chi, sul lavoro, deve misurarsi con realtà dolorose di cambiamento?

Elio Fiorucci: Non avere una sola passione ma capire che esistono tante cose da vedere o da fare che non possono ridursi in una sola esperienza

Trampolinodilancio : A proposito dell’importanza di “andare a bottega”: quali “botteghe“ oggi consiglierebbe a un giovane che vuole iniziare a lavorare? Quali i maestri da seguire? I modelli da cui imparare? Quali luoghi da frequentare?

Elio Fiorucci:  E’ impossibile descrivere questi luoghi, li puoi trovare in una stradina secondaria o addirittura in qualche piccolo paese perchè lì senti che si esprime la personalità. Quelli che scelgono inconsciamente o consciamente di fare solo quello che amano. Ci sono gli appassionati di motociclette e gli appassionati di fiori, se li conosci hanno tutti la stessa attitudine che si chiama passione.

Trampolinodilancio : Tutti riconoscono le sue doti eccezionali di talent scout: Lei come riconosce un talento?

Elio Fiorucci: Per il coraggio di fare una scelta innovativa e questo può avvenire in qualunque categoria di professioni.

Trampolinodilancio : Che consiglio darebbe a un giovane che deve affrontare un colloquio di lavoro?

Elio Fiorucci:  Essere se stesso, non essere timido perchè la timidezza a volte è confusa con la mancanza di capacità.

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