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Le selezioni di X Factor e l’elevator pitch

PC Gli anglosassoni chiamano elevator pitch la capacità di dare una buona impressione e porre le basi per l’acquisizione di un nuovo cliente con pochissime frasi: in sostanza come fare new business nel tempo di un viaggio in ascensore (che sebbene sui grattacieli americani sia più lungo che da noi, rimane  comunque un percorso breve che obbliga ad essere molto efficaci).

Ieri sera su Sky Uno le selezioni di X Factor mi hanno ricordato che sono molte le occasioni nelle quali un breve scambio di parole è sufficiente perché l’interlocutore si faccia un’idea e si crei un giudizio su chi gli sta davanti e decida se vuole approfondire la conoscenza . Per questo ho pensato di riportarvi alcune buone regole che si usano per ottimizzare l’elevator pitch, ma possono esservi utili in molte occasioni (per X Factor 2012 ormai è tardi, ma sicuramente lo ripetono il prossimo anno).

La premessa è che l’elevator pitch nasce come risposta a una domanda che vi pone una persona appena incontrata (ma che intuite potrebbe esservi utile diventando un vostro nuovo cliente o facilitatore nel trovare un nuovo  lavoro). La domanda è: “che cosa fai?” .

Ieri gli occhi dei quattro giudici di X Factor si sono  illuminati davanti a un giovane di 20 anni che ha risposto: “riparo le caldaie, se la gente ha l’acqua fredda mi chiama e io risolvo il problema.” Alla stessa domanda due ragazze hanno risposto: “Le mantenute”, spiegando che non trovando lavoro erano mantenute dai genitori. Le ragazze erano stonate e fuori tempo (mentre il riparatore di caldaie era un usignolo) ma l’impressione è che ancora prima di cantare le due si fossero giocate qualsiasi chanche.

Preparatevi quindi la risposta a “che cosa fai”, tenendo presente alcune regole indicate da Tony Scelzo per l’elevator pitch.

Tenete a mente il vostro scopo

Il vostro scopo è quello di creare curiosità nell’interlocutore, in modo che ci sia l’occasione per un successivo incontro nel quale avrete modo di presentare meglio voi stessi e i servizi che offrite.

Siate concisi e efficaci

Spiegate con poche e semplici parole l’utilità dei vostri servizi o la passione che mettete nel fare il vostro lavoro. Quelli che a X Factor riescono a fare capire con una frase che il canto e la musica sono per loro come l’aria che respirano partono già con l’attenzione piena dei giudici (poi ci sono le eccezioni: una giovane economista ha intrattenuto ieri sera con racconti buffi che nulla c’entravano con il canto per poi rivelarsi la voce più originale e emozionante della puntata.)

Parlate con passione

Non dimenticate l’importanza della comunicazione non verbale e cercate di trasferire passione e convinzione attraverso il tono e la cadenza che usate. Spesso la persona che avete davanti non capirà al primo incontro esattamente cosa fate o cosa potete fare per lei, ma resterà colpita dall’entusiasmo che mettete in quanto dite.

In fondo l’obiettivo dell’elevator pitch è ottenere la possibilità di “cantare” per il vostro possibile cliente o datore di lavoro: se avrete o meno successo dipenderà poi ovviamente dalle vostre capacità.

Le regole complete  su http://stringcan.com/news-views/bid/223468/4-Things-to-Elevate-Your-Elevator-Pitch

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Ricordi delle vacanze

PB  Quest’anno ho fatto vacanza in Egitto (giù, giù, quasi in Sudan) in un villaggio tra mare e deserto per ammirare (con maschera e boccaglio) la barriera corallina.

Mentre i turisti passavano il tempo in acqua a pancia in giù (fuori dall’acqua non era onestamente possibile sopravvivere) ustionandosi le spalle e pinneggiando, uno sparuto manipolo di giovani italiani si occupava del loro benessere.

Ragazzi tra il 19 e i 24 anni, in attesa di trovare il lavoro della loro vita in Italia o in un altrove dove non vivere in ciabatte infradito, lavoravano tra il palcoscenico e l’acqua, unendo a mio avviso una esperienza professionale  a una esperienza esistenziale che li renderà migliori.

Qualche caso mi è rimasto impresso e ve lo voglio raccontare.

Martina fa la biologa. Ha circa 23 anni e conosce tutti i pesci della barriera. Due volte al giorno (alle 11 del mattino e alle 4 del pomeriggio) accompagna i turisti a fare snorkeling. Li istruisce su come muoversi, come pinneggiare senza danneggiare il corallo. E poi parte nuotando e raccontando del pesce Pagliaccio nell’anemone, della murena nella tana, del pesce Leone, del Picasso, delle tartarughe.

Alla sera, dopo cena, per un’ora con le sue slides fa lezione sui coralli, sui pesci ossei, su quelli cartilaginei.

Benestanti professionisti e scalmanati bambini, ascoltano in silenzio incantati dalla sirena bambina, dalla sua professionalità e dalla sua grazia.

Silvia, licenziata da una palestra milanese in crisi di abbonamenti, ha poco più di 20 anni. In attesa di ritrovare il suo lavoro in palestra, fa lezione di fitness e acquagym alle signore in vacanza. Tutte tornano a casa più toniche e grate alla energica istruttrice per averle rimesse in riga.

Gianmarco, ballerino diciannovenne, è la piccola stella del villaggio. Lui fa il coreografo, balla, fa il cabaret. Piace a tutte le signore che hanno per lui attacchi di amore materno. Lo visitano se è malato (c’erano molti medici tra i turisti), lo filmano con la videocamera, gli danno consigli per il suo futuro. Lui sogna una vita speciale e diversa. Ma non lo fa dal divano di casa.

Camilla e Eugenio si occupano dei bambini. Sono i più belli, lei è la Fata, lui il Big Gim. Leggono fiabe e ballano la break dance. Veri idoli per i nanerottoli che li inseguivano adoranti tra la piscina e la spiaggia.

L’impressione che ho avuto da questa “generazione perduta” (come la ha definita Repubblica il 21 agosto dopo l’intervento di Mario Monti al Festival di Rimini) è stata di grande ammirazione.

A casa le cose non vanno bene. In attesa che si sistemino, giovani e coraggiosi, sono partiti per una destinazione piuttosto scomoda, per un lavoro dove si cambia interlocutori ogni 7 giorni, per sei mesi filati lontani da casa, per uno stipendio non milionario.

A me questi ragazzi sono piaciuti. E, superata la dissenteria, la malinconia, la nostalgia, si scopriranno più forti al loro rientro a casa. Non solo personalmente (ché saranno più solidi e autonomi), ma soprattutto professionalmente.

Da domani una esperienza così nei CV che mi toccherà di esaminare, varrà come punto di merito per le mie selezioni.

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Donne, multitasking e luoghi comuni

PB A metà agosto Paola ha scritto un post sul multitasking che mi ha dato il coraggio di ammettere pubblicamente: io non sono capace di fare bene tante cose in contemporanea.

Per anni ho letto che le donne sarebbero capaci di svolgere un numero elevato di attività in contemporanea con grande efficacia. Io no. Meno femminile delle femmine “normali”? L’incapacità di essere la   Dea Kalì  si univa ad altri indizi  inquietanti (le donne amano la casa? Io potrei vivere felice in un motel. Le donne hanno il senso della cura e dell’accudimento? Io sogno un valletto che si occupi di me full time). Forse il mio DNA è danneggiato.

Ora la scienza mi scagiona: il multitasking riduce la produttività.

E in effetti come al solito arriva lo studio che conferma quanto un po’ di buon senso aveva già indovinato: chi non sa che fare il bagnetto a un neonato e cuocere una bistecca in contemporanea aumenta i rischi che uno dei due elementi o anneghi o bruci?

Che se ci si infila la giacca mentre si lavano i denti, si arriva in riunione con un davantino di micropois bianchi imbarazzanti?

Che se scrivi una e mail sul black barry mentre fai la rampa dell’autostrada o ti schianti, o al meglio, infili così tanti errori che sembrerai un demente al tuo interlocutore?

Quindi, approfittiamo a piene mani dei vantaggi organizzativi che la rete ci dà nel reperire informazioni, tenere contatti, spedire messaggi,  ma prendiamo il tempo e soprattutto l’attenzione necessaria per fare una cosa per volta.

Se durante una riunione qualcuno dei miei collaboratori guarda la posta, o ha chiesto un permesso perché stiamo aspettando un messaggio urgente inerente all’argomento della riunione, oppure deve lasciare in tasca il BB: sono così rari i momenti in cui possiamo eviscerare tutti insieme un problema che è un peccato sprecarli facendo cose che possiamo fare dopo!

Le persone che lavorano con noi hanno diritto ad avere la totale attenzione per il periodo che abbiamo ritenuto opportuno dedicare loro: possiamo negoziare sulla durata, non sull’attenzione dedicata a una attività.

Vacanze di un mese o di una settimana? In ogni modo vacanze!

Al lavoro part time o con gli straordinari? Gli amici, i parenti, i compiti dei bambini aspetteranno la fine della giornata lavorativa!

Cena con le amiche di scuola? Non stiamo al telefono con il fidanzato!

Come è irritante sentire chi sotto l’ombrellone chiacchiera tutto il giorno di contratti e budget, così sono insopportabili i genitori che chiamano nonne e tate dall’ufficio ogni mezz’ora per sapere se il bimbo ha fatto la merenda.

Naturalmente ci sono delle eccezioni: Paola si è laureata lavorando (in agenzia)  e studiando (sulla metropolitana linea rossa). Non è forse mai scesa alla fermata sbagliata e ha passato persino l’esame di statistica. Ok, va bene. Posso però almeno dire che non c’entra con il fatto che è una femmina?

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IED presenta TEDxIED

PC Ied è la prima scuola italiana a ospitare, il 20 settembre a Milano, un incontro TED dedicato al tema della creatività.

TED, acronimo di “Technology Entertainment Design”, è un’organizzazione non-profit che si dedica alle “‘idee che meritano di essere diffuse” (“ideas worth spreading” è il suo claim).

Nella Conferenza annuale di TED (che si svolge in California) le menti più innovative del pianeta sono invitate a raccontare le loro idee in presentazioni di massimo 18 minuti, che vengono poi caricate su ted.com (se non l’avete ancora fatto vale davvero la pena di vederne e ascoltarne qualcuna, alcune hanno anche i sottotitoli in italiano). Hanno fatto una conferenza, tra gli altri, personaggi come  Dave Eggers, Bill Clinton, Al Gore, Bill Gates, Jeff Bezos (fondatore Amazon), Bono Vox, i co-fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page.

Per favorire la diffusione delle idee TED   ha anche lanciato un programma, chiamato TEDx, di eventi locali, che si propongono di riunire persone per condividere un’esperienza simile a quella che si vive con i TED originali.

Il TEDx che si terrà in Ied ha come titolo ‘La creatività è una professione’. In linea con la mission della scuola e con il suo metodo d’insegnamento TEDxIED vuole raccontare come la creatività non solo possa diventare una vera e propria professione, ma quale sia il suo valore strategico per il rilancio dell’economia. Questo ci sembra particolarmente vero in una nazione come l’Italia che ha sempre creato ricchezza attraverso l’eccellenza nella creatività, a partire dalle arti, fino al ruolo che moda e design hanno giocato negli ultimi decenni.

L’evento è aperto al pubblico e a numero chiuso. E’ possibile iscriversi da oggi su http://www.tedxied.com

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Regola n°1: imparare a comunicare

PC Parliamo, parliamo… Ma non sappiamo spiegarci bene, così si intitola l’articolo di Sabelli Fioretti sull’ultimo Io Donna, che giustamente evidenzia che nell’era della comunicazione nessuno insegna a comunicare.

Credo che l’attenzione al saper comunicare sia particolarmente necessaria per chi vuole lavorare o già lavora nel campo del marketing e della comunicazione.

Chi si presenta a un colloquio verrà anche valutato per come sa spiegare il suo portfolio o curriculum: la figura del genio creativo solitario non esiste, il lavoro nel marketing e nella comunicazione è essenzialmente un lavoro di team, dove le capacità dialettiche sono importantissime.

Saper argomentare la propria posizione, infatti, che si tratti di difendere una proposta creativa al cliente o un innovativo progetto di marketing ai venditori riuniti nel temuto sales meeting è uno di quegli elementi che faranno la differenza nella vostra carriera.

Sono molti i fattori che impediscono, soprattutto quando si è agli inizi, di essere chiari e di spiegarsi bene, provo a riassumerne alcuni:

1. Parlare prima di aver pensato a cosa dire

Questo rende lunghe e poco coerenti le argomentazioni, mentre soprattutto nelle riunioni è fondamentale la sintesi e la chiarezza

2. Aver paura di parlare in pubblico

Per molti è fonte di ansia e rende confuse le argomentazioni. Bisognerebbe abituarsi cominciando da giovani, non importa se parlate alla riunione dell’oratorio o all’open day della scuola, ma solo facendo pratica si riesce a vincere la vera e propria paralisi che assale molti quando devono parlare davanti a tante persone. Sul Secondo libro dell’ignoranza (di John Lloyd e John Mitchinson) regalato a mio figlio ma abbondantemente spulciato durante i pin nic montani si dice che la paura di parlare in pubblico è la prima paura per diffusione!

3. Non saper ascoltare

Spesso si prepara la propria argomentazione prima ancora di aver ascoltato quanto dice l’altro. Saper ascoltare è il miglior modo per imparare a comunicare. Se un account, ad esempio, riesce ad usare le stesse parole usate dal cliente per spiegare il proprio punto di vista avrà già il vantaggio di utilizzare un linguaggio condiviso. Ascoltare è un’arte che richiede concentrazione e attenzione, ma anche quando ci sono entrambi non sempre è facile capire cosa intende l’interlocutore e rispondere in modo appropriato. Recentemente, in una riunione nella quale si parlava di possibili product placement, un cliente mi spiegava che sarebbero stati interessati a trasmissioni tipo l’ispettore Coliandro (famosa – ho scoperto dopo – serie noir televisiva, che non avevo mai sentito nominare prima). Quando alla fine ho voluto riepilogare le opportunità e l’ho definita l’ispettore Coriandolo l’ilarità è stata generale.

4. Non conoscere bene quello di cui si parlerà

Forse ho avuto modo già di ricordare un motto Young & Rubicam, che mi ha ripetuto più volte Marco Lombardi prima delle riunioni importanti: rehearse, rehearse, rehearse. Provare, provare e provare ancora quello che si deve presentare. La sicurezza acquisita ci permetterà di comunicare in modo fluente e persuasivo.

Se avete altri suggerimenti spiccioli su come migliorare la propria arte oratoria nella vita lavorativa di tutti i giorni raccontateceli!

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Bentornati!

Street Chic

PB  Qualche tempo fa mi diceva Mariella Colavito, severa e generosa funzionaria di Manager Italia, a proposito di lavoro e organizzazione, che le aziende licenziano a luglio e dicembre. Assumono a settembre e gennaio.

Funziona un po’ come il cambio armadi o i buoni propositi dopo le vacanze.

Fine luglio è l’ultima spiaggia per mandare i cappotti in tintoria. Sono lì da marzo, quando avremmo voluto portarli, ma proprio nel momento in cui avevamo deciso, ha fatto così freddo che abbiamo rimandato. Poi ci siamo dimenticati e ora sono lì a ricordarci che se vogliamo affrontare l’autunno come si deve dobbiamo deciderci. Le riviste già ci suggeriscono il nuovo Street Chic, con giacche di lana color cammello da portare su maglie rigate.

A settembre dovremo pur comprare qualcosa che ci faccia sentire nuove, no? Fosse pure solo uno smalto con i colori delle castagne (nei periodi di crisi cala la vendita dell’abbigliamento, aumenta quella dei cosmetici: New look a minimo impatto sul portafoglio).

Le aziende fanno la stessa cosa. Sistemano i loro armadi tra giugno e luglio. A settembre prendono qualche cosa di nuovo.

Bisogna che per quel momento la vostra vetrina sia al massimo dello spolvero. I budget sono limitati, l’acquisto sarà ben calibrato in cerca del miglior prodotto.

Il vostro CV è in ordine? Il vostro profilo su Linkedin? Avete fatto un giro di chiamate ai vostri amici che hanno trovato un impiego interessante per sapere se nelle loro aziende si muove qualcosa che potrebbe fare al caso vostro? Una e mail al vostro prof per chiedergli un consiglio? Spulciato gli sportelli stage per vedere se c’è l’azienda dei vostri sogni che vi sta cercando?

E’ settembre fanciulli! Il vero capodanno (per lo meno in Italia dove agosto è ancora uno spartiacque importante tra il prima e il dopo). Bentornati e buona fortuna! Trampolino cercherà di essere il vostro alleato migliore per fare della vostra, la migliore vetrina.

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Gli errori più frequenti nei giovani di talento.

PC Il direttore di A, Maria Latella, scrive nel suo editoriale che ai giovani talenti serve spesso di più un lavoretto estivo, come cameriere o muratore, che uno stage, e tira le orecchie ai genitori con ansie da prestazione nei confronti dei figli.

Un suggerimento che mi sento come formatrice e selezionatrice di talenti di condividere in pieno, anche se come genitore, invece, mi rendo conto che molto spesso indirizziamo i nostri figli verso scelte che speriamo possano potenziare i loro talenti, più che fornire un’esperienza di vita. Ci hanno spiegato che dobbiamo riconoscere i loro doni e fare del nostro meglio perché li sviluppino, in modo da rinforzare la loro autostima, ma il rischio è di crescere una generazione incapace di accettare il fallimento. Non solo: ho trovato un interessante articolo che dimostra come il modello di overachievement che imponiamo ai nostri giovani talenti può addirittura influenzare negativamente la loro carriera (5 Mistakes That Cause Overachievers To Fail, Jennifer Gresham). Ne riporto i punti che ritengo più interessanti.

1. Bisogno di piacere

Abituati a sentirsi dire quanto valgono e quanto sono intelligenti, i giovani talenti sono spaventati nell’affrontare le sfide che implicano anche una remota possibilità di fallimento. Non solo hanno una reputazione da mantenere, ma sono letteralmente drogati di apprezzamento, affetto e ammirazione. Spesso confondono i simboli esteriori di successo – come ricchezza, potere e fama – con l’autorealizzazione e la felicità, e orientano la loro carriera per ottenere l’approvazione degli altri, invece che in base alle proprie aspirazioni più profonde.

Nel mio caso non posso certo criticare i miei genitori per aver lusingato eccessivamente le mie ambizioni: mia mamma ha sempre avuto un approccio teutonico all’educazione, e alla fine di ogni ciclo scolastico mi diceva di non illudermi che anche il successivo andasse bene, perché sarebbe stato sicuramente molto più difficile.

Malgrado ciò per anni ho avuto grossissime difficoltà a fare scelte che temevo potessero diminuire la mia “popolarità”. Un mio capo, Briano Olivares, ora direttore generale in Ferrero, mi ricordava sempre che “non si può piacere a tutti” e mi ha insegnato che spesso, anche nel lavoro di tutti i giorni, bisogna rinunciare alla diplomazia e al rassicurante piacere di essere amati e apprezzati, per prendere decisioni impopolari ma necessarie.

2. Paura di fallire

Legata al bisogno di piacere c’è spesso la paura di fallire, che porta a evitare di assumere rischi nelle proprie scelte lavorative.

I perfezionisti spesso accettano solo i lavori nei quali sono sicuri che potranno dimostrare le loro doti, e facendo così rinunciano a molte opportunità di carriera. Un vero successo nasce sempre da un’infinita serie di errori, che solo chi si mette in gioco compie.

3. Incapacità di fare un passo indietro

A volte per progredire verso la vera destinazione che ci darà successo e felicità è necessario fare un passo indietro, o di lato, come il cavallo degli scacchi, anche se questo può essere particolarmente difficile per i giovani talenti, abituati a un’immagine di vincenti.

4. Troppa impazienza

Il vero rischio di chi è intelligente e ha talento è di essere troppo impaziente. Abituati a ottenere facilmente il successo, i giovani talenti si arrendono troppo presto di fronte alle vere sfide e non capiscono che molti progetti richiedono tempo e pazienza. Bisogna imparare che il problema non è tanto se qualcosa si può fare, ma quanto tempo e quanta energia saranno necessari per portare a termine il compito.

Ho eliminato il quinto punto (troppe opportunità) che purtroppo non mi sembra particolarmente indicato all’attuale situazione del lavoro in Italia, ma mi piace molto, invece, come Jennifer conclude il suo articolo: con un invito a ricordare che la persona alla quale dovete piacere siete voi stessi. Se non vi aprite ai cambiamenti e alle sfide non proverete mai la soddisfazione di riuscire veramente. Se lo farete sarete più felici e l’unica persona che dovrete ringraziare sarete voi stessi.

E a volta la sfida può essere accettare un lavoro estivo come cameriere, dove il primo della classe si ritrova ad essere l’ultimo arrivato.

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Ho cercato per tutto il paradiso la quota dove sta il tuo sorriso

Paolo Conte in Berlin

Paolo Conte in Berlin (Photo credit: Wikipedia)

PB Martedì sono stata al concerto di Paolo Conte a Villa Arconati.

Tra gli altri bellissimi pezzi, ha cantato Eden. Una strofa recita: ho cercato per tutto il paradiso, la quota dove sta il tuo sorriso.

Ecco qualcosa da portare con sé sempre al lavoro: il sorriso.

Quando si inizia a lavorare e si ha bisogno di tutto ( un consiglio, un permesso, una presentazione, qualcuno che abbia voglia di portarti a pranzo) non c’è migliore lasciapassare di un sorriso per vedere cadere le resistenze, vincere le indolenze, sopire i sospetti dei nuovi colleghi.

La gentilezza e il sorriso sono generalmente contagiosi e funzionano meglio di una password per forzare i primi livelli di resistenza.

Anche le lacrime sono in grado di annientare l’aggressività degli interlocutori, ma chi affiderebbe poi una responsabilità a chi non riesce a gestire le proprie emozioni? Efficaci in prima battuta, le lacrime (oltre a spalmare il rimmel) sono letali nel medio termine.

Il riso è aperto ma può essere irritante e spesso letto come sintomo di superficialità.

Sbellicarsi dalle risa in colloquio o in riunione è quasi peggio che addormentarsi. Io personalmente sono sospettosa di fronte all’allegrezza triste di chi ride troppo, in modo eccessivo e rumoroso. Tra i due mali preferisco il fragile che piange, rispetto allo sciocco che ride. In ogni modo a nessuno dei due affiderei la presentazione della collezione a un cliente importante.

Andando avanti nella carriera ci si accorge che il sorriso rimane una risorsa in grado di infondere serenità e fiducia. Spesso è sintomo di uno stile di management efficace, che non disperde energie, ma raccoglie le risorse e le indirizza naturalmente verso gli obiettivi.

Come effetto collaterale rende le nostre giornate più gradevoli e le relazioni più morbide e durature. Quasi quasi un paradiso, dove cercare la quota del tuo sorriso.

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RobilantAssociati premia il talento e Maurizio di Robilant ci spiega come e perché

PC Un progetto che nasce attorno al tema del talento non poteva che attrarre il nostro interesse. Parliamo del bando di concorso per l’assegnazione del Premio di Laurea “Talent Almanack”(2.500€!), rivolto a laureandi e laureati delle Università di Milano che abbiano svolto o intendano svolgere entro dicembre 2012 una tesi di laurea sul tema:“Creating Shared Value.Il possibile circolo virtuoso tra sviluppo del business e creazione di valore sociale” promosso da RobilantAssociati S.p.A., società di Brand Advisory e Design leader del mercato italiano.

Mediante l’istituzione di questo Premio, RobilantAssociati intende stimolare la riflessione dei più giovani sul tema dello sviluppo di una cultura imprenditoriale “virtuosa”. Gli studenti dovranno immaginare e proporre dei modelli possibili di interazione tra impresa e contesto di riferimento, o analizzare dei modelli già esistenti, che siano in grado di generare uno scambio proficuo tra i due attori, producendo crescita economica e valore sociale per entrambi.

Abbiamo chiesto a Maurizio di Robilant, Presidente della RobilantAssociati, di darci qualche informazione in più sul premio e abbiamo approfittato anche per domandargli quali caratteristiche cerca nei giovani di talento che inserisce nella sua struttura.

Trampolinodilancio: “Innanzitutto complimenti per l’iniziativa. Mi diceva che Talent Almanack nasce su proposta di un gruppo di dipendenti interni, qual era il loro obiettivo?”

Maurizio di Robilant

Maurizio di Robilant: “Talent Almanack nasce come un ciclo di incontri intorno al tema del Talento. L’obiettivo era creare all’interno dell’impresa dei momenti di condivisione e arricchimento personale e professionale per tutti i dipendenti e gli stakeholder esterni, attraverso il confronto con ospiti illustri che del proprio Talento sono riusciti a fare una reale professione. 

L’idea del Premio di Laurea è arrivata in un secondo momento. È, infatti, fortemente radicata nella coscienza dell’azienda e dei suoi dipendenti, la convinzione che la libera circolazione delle idee e della conoscenza siano una ricchezza da condividere con il territorio e il contesto di cui si è parte.

In questo caso siamo partiti dalla nostra città: Milano.

Il premio sembrava lo strumento ideale attraverso il quale restituire il valore generato nei nostri incontri, incentivando i giovani universitari a immaginare (e progettare) un futuro verso quale si possa aver voglia di andare.”

Trampolinodilancio: “Ci potrebbero essere opportunità di stage per la persona che vincerà la borsa di studio?”

Maurizio di Robilant: “Lo stage non è negli obiettivi dichiarati dell’iniziativa. Tuttavia il premio è certamente un ottimo palcoscenico per mostrare capacità e talento.La composizione della giuria, formata da imprenditori, giornalisti, innovatori e alcuni nostri membri interni, garantisce la possibilità di mettersi in buona luce presso un gruppo di professionisti vicini al tema della Corporate Social Responsability e quindi di iniziare a costruire un network professionale di valore.”

Trampolinodilancio: “In generale quali sono le caratteristiche che cercate nei giovani di talento che inserite nella vostra struttura?”

Maurizio di Robilant: “Cerchiamo persone T-shaped: che abbiano cioè una solida preparazione e una conoscenza approfondita e “verticale” del proprio campo specifico, e al contempo siano capaci di una visione orizzontale, attenta al contesto, in grado di spaziare tra discipline, o semplici interessi, diversi.

L’esperienza ci dice che una formazione classica è quasi sempre garanzia di persone con una apertura mentale e una sensibilità di sguardo che sono molto importanti nel nostro mestiere.

Ancora nei giovani cerchiamo la passione: non necessariamente legata in maniera diretta al nostro mestiere. Ma persone appassionate sono generalmente in grado di grande generosità e ricchezza verso ciò che fanno.

Non ultima l’intelligenza relazionale: ovvero la capacità di costruire empaticamente relazioni stabili e proficue, che garantiscano un buon clima e ottime collaborazioni all’interno, oltre che la soddisfazione di tutti gli stakeholders all’esterno.”

Per informazioni sulle modalità di partecipazione e la documentazione da presentare, potete contattare la segreteria del Premio. E-mail: premio.talent.almanack@robilant.it.

Prossimamente daremo notizia degli incontri organizzati da RobilantAssociati nell’ambito di Talent Almanack, i più veloci riusciranno a prenotarsi un posto per assistere a questi interessanti appuntamenti con ospiti autorevole provenienti da un ambito d’interesse ogni volta diverso

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Ognuno sta solo sul cuor della terra

Ragazza pensosa, sola in ascensore

Ragazza pensosa, sola in ascensore (Photo credit: Wikipedia)

PB  In un recente post di Paola, Paulo Bernini (Direttore creativo di Bitmama), a proposito della sua esperienza in Giappone, ha detto che laggiù ha imparato a stare da solo.

Io un po’ ho avuto freddo e un po’ mi sono sentita sola mentre leggevo (guardavo?) la scena e ho pensato che il commento non solo fosse bello e suggestivo, ma originale e pertinente per chi si avvia a una professione.

Imparare a sopravvivere soli è doloroso ma vitale.

Alle medie si va in bagno con la migliore amica, al liceo si inizia a fumare in tre (sempre in bagno), all’università si studia in gruppo, in gita si va con tutta la classe, in vacanza si parte in due (se si è innamorati) , in molti (se si spera di innamorarsi).

Poi arriva il momento di lavorare o di studiare – magari all’estero – in una città straniera.

Il mondo è diventato piccolo, le aziende locali cercano sbocchi internazionali, le multinazionali hanno filiali nei mercati locali.

I budget sono sempre più razionalizzati, nessuno si può più permettere di fare trasferte di gruppo, sono passati i tempi in cui, per presentare la nuova collezione a un cliente importante, partivano il marketing, il prodotto, lo stile, le vendite. L’ufficio viaggi organizzava la trasferta, procurava i biglietti aerei, prenotava l’hotel.

Ora, nella maggior parte dei casi, quello che prepara la valigia è da solo, in trasferta dovrà essere un po’ tutto (stilista e venditore), i voli se li è prenotati su internet e non dovrà avere paura (cioè avrà paura, ma dovrà fare finta di non averla) di essere a qualche migliaio di chilometri da casa, in un paese che conosce poco, per incontrare gente che non conosce affatto.

Io mi sono molto identificata nella sensazione di solitudine di cui parla Bernini: il disagio di mangiare da sola al ristorante, di orientarmi in città sconosciute, di riempire il tempo vuoto dal lavoro quando tutti i punti di riferimento familiari sono lontani.

Negli anni sono passata da baguette e camembert da sola in camera a scegliere sulla Lonely Planet ristoranti carini che mi somigliassero nei quali consumavo la cena leggendo un libro o scrivendo note sul mio diario (un diario è sempre una idea geniale: permette di fermare sensazioni altrimenti fuggitive e offre un meraviglioso riparo contro i seccatori).

Prima di partire cerco di avere il tempo di procurarmi una piantina  e di verificare la posizione del quartiere dove andrò, la presenza di qualche cosa di interessante in zona, di cui approfittare nel tempo libero.

Porto sempre un paio di scarpe comode, per potermi spostare a piedi, quando possibile, o addirittura in bici (a Copenhagen anche i business Hotel hanno il noleggio bici).

E poi ci sono sempre luoghi in cui, anche in giro per il mondo, io sento aria di casa: per me una chiesa cattolica (stesso profumo di incenso in tutto il mondo, sempre un altare in fondo alla navata), una bella libreria, un giardino pubblico. Altri tirano un sospiro di sollievo da Mc Donald o nel buio della sala di un cinema, oppure in piscina.

Ci sono trucchi e astuzie per sopravvivere alla malinconia dell’essere soli. Soprattutto per poi godersi la magnifica sensazione di avercela fatta, di avere conquistato un pezzo di mondo ma soprattutto un pezzo di sé stessi.

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