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Diario di Viaggio tra sentimenti, retorica e tecnologia

PB Scrivo dal tavolino del TGV , diretta a Nantes.

Leggo un articolo (TGV Magazine, n°356 giugno 2013) sull’utilizzo dei Big Data per prevedere il futuro. A Santa Cruz (Stati Uniti), il crimine è diminuito del 23% (!) da quando la polizia si è dotata di un software che previene il crimine. Complicati algoritmi mettono insieme milioni di dati (mutuati da statistiche criminali, messaggi, e mail, smartphone, twitt, face book, flussi carte di credito) li incrociano con fattori ambientali  (meteo, date arrivo stipendio…) e producono una previsione talmente precisa del crimine che sta per essere commesso, che le forze dell’ordine arrivano sul luogo del misfatto prima che il misfatto sia stato commesso.

Io quindi prevedo un futuro in cui vi sconsiglio di darvi al crimine (vi beccano subito) ma vi consiglio di non trascurare questo “nuovo petrolio”: attrezzatevi culturalmente (Matematica? Statistica? Informatica?) e cercate di essere pronti per essere gli ingegneri creatori di questi algoritmi, i product manager che inventeranno prodotti interpretativi da vendere alle aziende, i sociologi che interpreteranno questi dati.

La sveglia questa mattina è stata alle 4,30 (harg)  dato che sono partita con il volo delle 6,30. A Parigi (8 gradi, sembrava una bella giornata di dicembre e io ero senza calze) ho atteso un’oretta all’aeroporto/stazione  (si, a Parigi la stazione del TGV è dentro l’aeroporto e si passa dal gate al binario senza soluzione di continuo) e ho scritto la traccia della mia presentazione (il mio speech è alle 14 e non sono riuscita a prepararmi in anticipo nonostante i consigli di Trampolino)

Così, benché io me la cavi piuttosto bene con il francese, mi mancava una parola che, retoricamente, sarebbe stata perfetta.

Potevo usare il google traslator (che palle però con il Black Barry dove lo schermo è miserabile) oppure farmi aiutare da qualcuno . Essendo femmina (un maschio piuttosto che chiedere un indirizzo fa tre volte il giro della circonvallazione: a me è successo a Magonza, di cui non ricordo nulla se non di averla circumnavigata , appunto, tre volte) ho chiesto a una ragazza che sedeva in fianco a me (in stazione ci sono i tavoli con la connessione internet, in modo da poter lavorare mentre si attende il treno). Mi sono ritrovata così a finalizzare il mio discorso con una sconosciuta fanciulla francese alle 8,30 del mattino in una gelida stazione.

In treno , di fianco a me, una coppia di anziani coniugi in viaggio per vacanza (indossano zainetto e scarpe da tennis) si sta godendo un film sul tablet. Lui ha le cuffiette audio e sta guardando un film d’azione. Lei sonnecchia e gioca con il suo I Pad.

Mmm, mi pare che in questo viaggio la tecnologia non vada per nulla a discapito delle relazioni. E oggi mi sembra (come mai? sarà questo sole gelido?) che il futuro sia pieno di opportunità. Nelle relazioni reali e in quelle digitali.

PS: il mio discorso – per vostra info – è andato molto bene (avevo rievocato per scriverlo, i consigli di Cicerone  per la captatio benevolentiae , quelli di Aldo Grasso ai grillini per l’uso di  immagini figurate , il discorso di Kennedy ai berlinesi per la empatia che è stato in grado di trasmettere e quelli di una ragazza in stazione a Parigi per una traduzione corretta).  Si trattava della presentazione della Primavera Estate 2014. Ed è stato alla fine una buona miscela di retorica, sentimenti e tecnologia.

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A proposito di stile e di estate

PB Avrei voluto fare un commento al post di Paola. Ma non resisto a prendermi un po’ più di spazio.
Il sig Armani ritiene che in estate non sia possibile muoversi senza un golfino di cachemire. Non occupa spazio (certe pashmine si tengono in un pugno), è confortevole e protegge da tutti i capricci della temperatura (aria condizionata, venticello in terrazza, brezza marina).

E anche quando gli inconvenienti del clima purtroppo trascendono party in barca e viaggi intercontinentali, ma si concentrano su trasbordi in metropolitana, riunioni con il cliente, convivenza con colleghi allergici alla doccia o che regolano l’aria condizionata a simulare il circolo polare artico, le regole di base non cambiano.

D’estate bisogna vestirsi a cipolla, essere (e sembrare) freschi e puliti.
Confermo che va bandita la tenuta da spiaggia con reggiseno a vista e pelle traslucida.
Il trucco va mantenuto leggero perché l’effetto Moira degli elefanti (o Cleopatra come era chiamata una celebre commessa della Rinascente, reparto lingerie) con matita che cola a mezzogiorno è inqualificabile.

Tutti quei magnifici tessuti stretch che ci fasciano come sirene durante l’inverno, vanno banditi d’estate: gli elastomeri sono pesanti e sintetici. Meglio i tessuti naturali. E se si amano le forme che seguono il corpo, senza strizzarlo in estate, scegliere capi in costina. A mio avviso la costina nel pullover da donna è confortevole come la maglia rasata ma ti rende molto più bella. Per i colori: preferire quelli chiari, luminosi, freschi.

Il nostro abbigliamento da lavoro deve ispirare ordine, stile, affidabilità.

Avete mai notato in riunione quelli che si vestono come le coriste del Festivalbar? Con tutto quel nero, quel lucido, quel tacco?

E sul lavoro certi eccessi di stravaganza vanno banditi: zeppe che paiono coturni, orecchini grandi come salvagente, corpetti da tigre del materasso saranno perfetti dopo le 21.

Perché bisogna ammetterlo: esistono brutti vestiti che non bisogna mettere MAI, ma esistono anche bei vestiti che non bisogna mettere nel posto sbagliato.

Il magnifico prendisole in ufficio diventa un orrore. E il tailleur pantalone in spiaggia lo mettono solo i camerieri.

Quindi d’estate in ufficio, se vedete allo specchio troppa pelle vuol dire che avete sbagliato: copritevi. La gambetta pelosa di quello dei sistemi informativi in bermuda tra PC e scrivania non si può guardare.

Per le donne occhio ai volumi: se siete senza maniche, no scollature, no minigonne.

Ma vi abbiamo mai parlato della efficacia di una certa camicia bianca? In voile, garza, popeline, piquet, jersey… ne esistono fantastiche versioni anche per l’estate!

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La dispensa è vuota: tutti a tavola!

PB Qualche giorno fa un amico-collega mi ha scritto aggiornandomi sul suo lavoro e chiedendomi del mio. Brevi commenti sulle poche risorse da investire, sui piani di ristrutturazione, sui salti mortali per tenere la barca a galla.

Io gli ho scritto che tignosamente lavoravo per far sopravvivere un mezzo sul quale galleggiare. Giuseppe (è lui l’amico-collega) mi ha fatto un commento sulla grevità della mia espressione e sulla, purtroppo, sua attualità, in momenti in cui non è più tempo per lavorare di fioretto.

Eppure lo scambio di e mail mi suscita una riflessione costruttiva. Che mette in relazione il talento con le risorse limitate.

Oggi ci misuriamo con stage in aziende mediocri, posizioni non ben retribuite, location non sempre ideali (in zona C se abitiamo in campagna, in campagna se abitiamo in zona C), colleghi problematici (se va bene sono depressi, se va male sono sleali o pigri) capi che non ci gratificano.

Dunque non si naviga con il vento in poppa. Ma se si deve andare di bolina, bisogna adattare la nostra tecnica di navigazione. Con il vento in poppa va avanti anche chi fa il morto.

Qui devono subentrare anziché la delusione e la frustrazione (dopo tanto studio, dopo tanto tempo, dopo tante aspettative) il talento e la volontà. Il desiderio e l’ambizione con la tignosa intenzione di avanzare passo dopo passo.
E’ incredibile quanto una sana tensione finanziaria possa aguzzare l’ingegno, far scaturire idee originali, trovare vie inedite alla risoluzione dei problemi.

La cucina italiana produce prove tangibili della suddetta teoria, con piatti straordinari nati dalla povertà dei mezzi e dalla ingegnosità di chi è stato in grado di gestirla e domarla.
Alla mancanza di pane fresco, si può decidere di mangiare pane raffermo (scelta triste per tristi) o di inventare la Ribollita, magnifica zuppa fiorentina che nasce dal recupero di pane vecchio e di verdure cotte avanzate dai pasti della settimana e “ribollite” il venerdì.
Lo stesso vale per i Mondeghili (polpette milanesi che i milanesi non chiamano polpette) fatti con gli avanzi di pane, carne, salame, legati con l’uovo e fritti nel burro. Mortali per il dietologo, divini per il goloso.

Quando le risorse sono limitate, la resistenza alla fatica, l’ostinato attaccamento alle proprie posizioni , l’intelligenza e la fantasia (non siamo con il vento in poppa, siamo di bolina!) sono forse l’unico modo per ottenere un buon risultato. O perlomeno per non retrocedere. Che è un buon risultato se si ha il vento contro. In attesa che viri la barca o che giri il vento.

Non è momento di spreco . Quello che abbiamo dobbiamo trattarlo con grande cura. Conservarlo, rigenerarlo, renderlo utile e proficuo.

Pensate alla scena di Via col vento, quando Rossella O’Hara si confeziona un sontuoso abito di velluto con le tende verdi della madre.

O alla bigiotteria americana nata dopo la Depressione del ’29, quando di materiali preziosi non c’era traccia, che ha ornato tutte le dive di Hollywood e diverse first lady, creando, senza regine e corone nel suo pedigree, collezioni false e preziose oggi conservate nei musei europei.

Il vostro lavoro (provvisorio, malpagato, un po’ scomodo) dovete trasformarlo nella vostra risorsa. I vostri colleghi nei vostri alleati. Il vostro capo nel vostro mentore.
Non c’è posto per lo scoraggiamento, né per buttare via quello che si ha. Che impastato con il vostro talento si trasformerà nel trampolino di lancio per un posto migliore.
Pronti alla vira?

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Assegnato il Premio di laurea Talent Almanack di RobilantAssociati

tocco2[1]Qualche mese fa Maurizio di Robilant, Presidente della Robilant Associati, ci spiegava il progetto Talent Almanack (una serie di incontri intorno al tema del talento) e ci raccontava del Premio di Laurea ad esso legato, che “sembrava lo strumento ideale attraverso il quale restituire il valore generato nei nostri incontri, incentivando i giovani universitari a immaginare (e progettare) un futuro verso quale si possa aver voglia di andare.”

I laureati delle Università di Milano sono stati invitati a cimentarsi con una tesi di laurea relativa al tema: “Creating Shared Value. Il possibile circolo virtuoso tra sviluppo del business e creazione di valore sociale”. Hanno vinto due studentesse laureate con lode in Psicologia delle organizzazioni e del marketing presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Stefania Ines Lotti e Federica Panzera, che si sono aggiudicate il Premio del valore di € 2.500. La tesi affronta il tema del benessere nelle organizzazioni in chiave antropologica e  contiene, oltre ad un caso di studio, un ampio e solido fondamento teorico.

Una Menzione Speciale del valore di €1000, inizialmente non prevista dal bando, è andata invece alla tesi “Commando Jugendstil – Cartolina di un mondo possibile” di Guglielmo Miccolupi, laureato in Design della Comunicazione presso il Politecnico di Milano, per l’eccezionalità del lavoro svolto, sia in termini espositivi che per l’originalità e la capacità di immaginare e strutturare un modello collaborativo di sviluppo economico e sociale.

In un contesto dove la laurea rischia di perdere valore, una tesi di qualità e originale è un valido modo per dimostrare il proprio valore e distinguersi nell’affollatissimo contesto competitivo costituito da tutti i laureati in cerca di lavoro: “un ottimo palcoscenico per mostrare capacità e talento” come spiega di Robilant.
Le tesi dei vincitori saranno pubblicate su EticaNews.it.

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Linkedin: (controverse) istruzioni per l’uso

PB  Caspita, il post di Paola a proposito dell’uso di Linkedin ha creato, intorno al blog, un vero vespaio.

Io e Paola abbiamo passato diverse mezz’ore al telefono, nei nostri viaggi da pendolari con auricolare, o su Skype per scambiarci sensazioni e pareri a proposito dei commenti al post.

Ne abbiamo avuti un paio piuttosto severi, molto critici nei confronti del profilo di Catalina che Trampolino ha giudicato fresco e diretto e che  Matteo e Fabio (due contatti di Paola che lavorano nel Marketing) hanno trovato poco professionale e poco orientato al business.

La critica a mio parere non è del tutto fuori luogo: il profilo di Linkedin è un curriculum vitae, non il palcoscenico per un provino.

Ma è pur vero che per valutare un candidato non tutti i mezzi sono uguali: per uno stilista io guardo il book dei disegni, per una modella il composit, per un Marketing Manager le aziende dove si è formato e i prodotti di cui si è occupato.

Per chi ha un curriculum molto snello alle spalle, cioè per i ragazzi che iniziano a lavorare, è difficile descrivere una carriera (a parte quella scolastica) che sostanzialmente non esiste. Molto meglio allora, tentare di trasmettere in modo efficace la propria personalità.

Il profilo di Catalina, che ama i gatti con il naso rosa, non avrà più senso tra cinque anni, quando potrà mettere nel suo profilo il suo curriculum professionale. La sua creatività e la sua unicità non saranno più solo intuibili dal suo stile, ma dai progetti di comunicazione ai quali avrà lavorato.

Per essere più chiari: è irrilevante che le piaccia il calcio (se avesse amato il tennis non sarebbe stato molto diverso) o i gatti. Si capisce qualche cosa di lei da come lo ha scritto.

Ha parlato direttamente a chi leggeva di lei ( If you are here, that means you want to know about me…so let me sum it up”), creando immediatamente una relazione senza intermediari. E’ stata elegante e musicale nella scelta degli argomenti. Ha trasmesso la sua internazionalità (“I was born in Colombia and lived in Bogotá, Miami, New Jersey, Milan and now Lisbon. I’m 24 years old”) , è stata seduttiva.

Insomma, una buona comunicatrice, non una buona cuoca (nonostante dica di amare il cibo speziato): per una che vuole lavorare nella comunicazione non mi pare male.

Alla fine, quello che salverei della vicenda per rendere più efficace il vostro profilo Linkedin è:

–          siate  sinceri (se in realtà Catalina avesse paura di viaggiare e fosse una introversa che si è fatta scrivere il profilo da un copy, sarebbe un guaio)

–          siate  originali, ma non fate “gli originali” (nessuno ha voglia di stravaganza gratuita, né della stonata sensazione che il vostro stile non sia farina del vostro sacco)

–          ponete l’accento sulla vostra personalità solo fino a che non potrete ancora porre l’accento sui vostri trascorsi professionali: questo profilo sarebbe inadeguato  per un professionista di 35 anni

–          pensate sempre empaticamente a chi volete sedurre professionalmente: uno spiccato senso della comunicazione piacerà a un Direttore Creativo più che a un Primario di Chirurgia: se volete fare la ferrista in sala operatoria puntate su sangue freddo e manualità dato che l’oggetto del vostro lavoro nella maggior parte dei casi starà dormendo e non sarà interessato alla vostra conversazione.

Grazie a Matteo e Fabio per i loro commenti, severi e costruttivi. Approfondiremo l’argomento e verificheremo le nostre opinioni con un paio di addetti ai lavori a cui abbiamo chiesto un parere. Ma voi che ne pensate?

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Ronald e le maestre del Connecticut

PB   In questo periodo in cui si parla molto di lavoro (della sua ricerca, della sua mancanza, della sua retribuzione, della sua dignità) un paio di casi – tra loro davvero disgiunti – mi hanno colpito.

Il primo è quello di Ronald, oscuro autista dello scuola bus di Abbiategrasso. Ronald recupera mio nipotino Francesco (anni sette) tutte le mattine e lo riporta a casa tutti i pomeriggi, da quando aveva tre anni: prima all’asilo, poi alle elementari.

In questi  quattro anni ha spesso aspettato mia sorella che correva da lontano sempre all’ultimo minuto, trascinandosi lo scompigliato figliolo come fosse una bandiera;  ha verificato al ritorno che avesse la cartella prima di scendere , che ci fosse qualcuno ad aspettarlo , e che quel qualcuno fosse un viso noto e non un brutto ceffo.

Ha dato il suo cellulare a tutte le mamme ansiotiche del quartiere e ogni mattina si trova al distributore di benzina – molto presto – con gli altri autisti per bere il caffè e fare due chiacchiere.

Ora è stato trasferito ad un altro servizio e già tutti rimpiangono  la sua efficienza, la sua affidabilità, la qualità del suo lavoro.

Il secondo è quello della maestra della scuola del Connecticut, dove qualche giorno fa un folle ha sparato.

Ho visto la foto della maestra che portava fuori, in piena sparatoria, i suoi alunni in fila indiana , con le mani l’uno sulle spalle dell’altro.

L’ordine in mezzo al disordine.

Il rispetto del ruolo, della forma, delle procedure di fronte alla follia.

La responsabilità e il coraggio di fronte alla violenza incontrollata.

Davvero il valore del lavoro è nel modo in cui lo si fa più che nel ruolo stampato sul biglietto da visita.

L’immagine di Ronald che verifica che tutto funzioni sul suo autobus e quella di quelle insegnanti che nell’insensatezza della tragedia trovavano il senso del loro lavoro mi riconcilia con il genere umano.

Forse mi commuovo perché è Natale, ma va la mia ammirazione (come agli orchestrali sul Titanic che hanno suonato fino alla fine) a tutti coloro che il proprio lavoro lo fanno bene, fino in fondo, nonostante tutto. Buon Natale

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GfK Eurisko descrive i giovani d’oggi: tutt’altro che choosy

PC Molto interessante la sezione dedicata ai giovani nell’ultimo Social Trends, il periodico realizzato dall’istituto di ricerche GfK Eurisko, con lo scopo di migliorare la conoscenza delle trasformazioni della società. Intrigante a partire dal titolo che recita: CHOOSY/AGRICOLTORI. Vi copio un estratto.

“I giovani schizzinosi escono di scena. Dai sondaggi che settimanalmente svolgiamo per il QUOTIDIANO IN CLASSE spiccano ragazzi, dalle classi del liceo in su, ben poco viziati, con i piedi ben piantati per terra. Con un pensiero per niente astratto né utopistico, molto concentrati sul fare e sulla preparazione necessaria per poter trovare il prima possibile il posto di lavoro, che non necessariamente dovrà essere intellettuale. Non è vero che i ragazzi sono carenti di realtà, anzi possiamo dire che ne possiedono addirittura troppa. Anche verso la politica i giovani non si mostrano schizzinosi. Quando avranno l’età, dicono, andranno sicuramente a votare e faranno pesare il loro voto. Non condividono l’antipolitica e rifiutano, ad esempio, l’astensionismo che si è recentemente manifestato in Sicilia. A quale realtà pensano i giovani? Possiamo dire tutta. Dipende dalle offerte. Ma, grattando un po’ nelle loro motivazioni, si colgono interessi inediti in alcuni comparti, ad esempio l’agricoltura, certo non da intendersi come bracciantato muscolare, ma come nuovo impegno postmoderno che richiede attrezzature tecnico- scientifico-culturali. Ebbene sì, intellettuali della terra per coltivare criticamente il territorio, per sviluppare le nuove filiere del cibo e della sostenibilità ambientale e sociale. Il tutto in una prospettiva, questa sì utopica, di un ritorno alla terra “partecipato”, dove non esistano più braccianti sottopagati ma “utili” distribuiti, in una cooptazione alla tedesca.” (Filippo Magri si conferma quindi trend setter!)

Siete d’accordo con questo ritratto? Voi giovani vi ci ritrovate, voi genitori ci riconoscete i vostri figli?

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Otto consigli per il futuro da Beppe Severgnini

PC Esce oggi il nuovo libro di Beppe Severgnini Italiani di domani rivolto a chi, giovane e non, vuole provare a ridefinire se stesso, per ridefinire di conseguenza il Paese nel quale viviamo. Nell’introduzione pubblicata ieri sul Corriere della Sera, Severgnini sintetizza gli otto capitoli del libro, ognuno focalizzato su consiglio per meglio affrontare il futuro. Li ho trovati interessanti, ve ne do una breve sintesi.

TALENTO – Siate brutali

Scoprire qual è il proprio talento non è facile e richiede tempo, ma concentrarsi su quello che si è portati a fare garantisce migliori risultati. La brutalità sta nell’accorgersi con onestà di non possedere un talento.

TENACIA – Siate pazienti

Una volta identificato un obiettivo bisogna saperlo perseguire: essere costanti nei propri comportamenti, imporsi un metodo e coerenza. “Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace, ma senza talento, sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori”, un’affermazione che mi sento di sottoscrivere pienamente.

TEMPISMO – Siate pronti

Vedere il cambiamento come un’opportunità, non come una fonte di ansia. Saper cogliere il momento giusto, farsi trovare pronti quando l’occasione arriva.

TOLLERANZA- Siate elastici

Coltivare le sfumature, tollerare l’imperfezione, saper accettare dei compromessi. In uno scenario che cambia rapidamente è utile sapersi adattare, anche se la chiave per capire se è corretto accettare un compromesso o meno è valutare se ci metterebbe in imbarazzo se diventasse pubblico.

TOTEM – Siate leali

Stabilite i vostri valori e rimanete fedeli ad essi. È il totem di quello in cui credete al quale dovete rimanere leali. “Il peccato più grave è convincervi dell’inutilità dell’onestà”.

TENEREZZA – Siate morbidi

La qualità della vita, che in Italia oggettivamente abbonda (storia, clima, bellezze naturali e artistiche, cucina), è una fonte di felicità più dei soldi o del successo, lo confermano anche gli economisti che contrappongono al Pil il GNH (Gross National Happiness), l’indice che misura la felicità interna lorda.

TERRA- Siate aperti

Confrontatevi con le altre realtà, viaggiate, lavorate all’estero, ma senza dimenticare il porto dal quale siete partiti, e dove potreste ritornare.

TESTA – Siate ottimisti

L’essere ottimisti oggi è una questione di testa. I motivi per non esserlo sono tanti, ma le recriminazioni ci impediscono di sganciarcii dal passato e cominciare davvero a pensare al futuro. E in particolare ai giovani Severgnini raccomanda di non diventare cinici.

E conclude con un invito: “Voi non potete sognare, voi dovete farlo. Questo è l’unico ordine. Gli altri erano solo consigli.”

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I cinque suggerimenti di Branson per creare un business di successo

PC La scorsa settimana è ricominciato il corso di Marco Lombardi in Iulm di Tecniche di Creatività Pubblicitaria, e nella mia prima lezione, come esempio di portfolio di successo, ho parlato ai nostri studenti di Virgin e del suo creatore Richard Branson. Ottimo esempio di marketing, branding e comunicazione innovativi, il caso Virgin è indissolubilmente legato infatti alle capacità imprenditoriali del suo fondatore; per questo penso possa essere utile una sintesi dei cinque suggerimenti di Branson su come iniziare un business di successo, trovati oggi su Linkedin. Ritroverete dei temi che già molti altri manager e noi stesse abbiamo trattato su trampolinodilancio, alcuni non sempre facili da attuare, ma sicuramente non per questo meno veri.

1. Ascoltare più che parlare

Le idee migliori e i suggerimenti più acuti possono venire a chiunque, bisogna saperli ascoltare: seguire con attenzione i commenti on line, chiedere ai propri collaboratori le loro opinioni, ascoltare chi è maggiormente a contatto con il cliente finale. Stare con la gente, ascoltare quello che dice e imparare da loro.

2. Keep it simple

Per differenziarvi nel vostro business è necessario fare qualcosa di radicalmente diverso, ma questo non significa che deve anche essere complesso. È importante mantenere il focus sull’innovazione, senza voler reinventare la ruota, consiglia Branson.

3. Siate orgogliosi del vostro lavoro

Fare bene il proprio lavoro può essere fonte di grande soddisfazione, ed è giusto essere orgogliosi se si è dato il massimo

4. Divertitevi con il vostro lavoro, il successo arriverà

Se riuscite a divertirvi sul lavoro, se l’atmosfera è positiva, ci sono molte più probabilità che il vostro business abbia successo. (A smile and a joke can go a long way, so be quick to see the lighter side of life, dice Branson, e l’ha detto anche Patrizia in molti suoi post!)

5. Non arrendetevi al primo insuccesso

Se siete un imprenditore è probabile che il vostro primo tentativo sia un insuccesso, l’importante è non arrendersi o perdere la fiducia in se stessi per uno o due fallimenti, ma riuscire ad  imparare dall’insuccesso cosa non ha funzionato e cosa ha invece funzionato.

http://www.linkedin.com/today/post/article/20121002115242-204068115-five-top-tips-to-starting-a-successful-business?goback=%2Egde_37401_member_172329184

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Il bello di dire SI’

PB  Recentemente mi sono imbattuta in uno di quegli articoli (tipici dei magazine femminili) che spiegano come imparare a dire NO.

Dire NO per ricavare tempo per sé, per fare carriera, per migliorare il proprio lavoro.

Come se il dire troppi SI’ fosse cosa da donnicciole, incapaci di pianificare con virile determinazione la propria carriera.

Eppure io ho sotto il naso esempi di successo professionale di chi forse ha esagerato con i SI’ senza calcolare bene le conseguenze, senza calibrare con cura gli svantaggi e i vantaggi, senza quantificare nel dettaglio le conseguenze. Persone che hanno cambiato il loro ruolo in azienda perché è stato loro riconosciuto un nuovo status dopo che se lo erano già conquistato sul campo (una modellista diventata stilista perché con la scusa della vestibilità aveva creato un modello poi divenuto best seller, un Area Manager diventato Direttore Vendite perché tappava i buchi delle zone scoperte con generosità e efficacia, un Marketing Manager che si è preso anche il Prodotto e poi è diventato Marketing Director a furia di elargire consulenze ai colleghi).

E poi invece vedo molti esempi di frutti avvizziti prima di essere maturati, grazie a tutti i loro NO, alle riserve di fronte ai rischi, alla misurazione dei mai sufficienti vantaggi. Con il risultato di rimanere immobili sulle proprie posizioni, pieni di meticolosa e sterile intelligenza.

Credo che di fronte al rischio (di non vedere riconosciuto il proprio lavoro, di non essere pagati abbastanza, di fare troppo in cambio di poco) sia preferibile abbondare in fiducia che in prudenza.

Anche la natura mi pare segua lo stesso esempio (un sacco di uova perché nasca un pesciolino, un sacco di km nella savana per trovare una valle lussureggiante, un sacco di sbucciature sulle ginocchia per imparare ad andare in bici)

La eccessiva prudenza, il calcolo meticoloso dei punti di forza e dei punti di debolezza di una nuova proposta, spesso hanno un effetto castrante.

Chiedere ad un primo colloquio quando sono le vacanze è agghiacciante. Le vacanze sono sacrosante, ma parlarne al primo incontro è come parlare di alimenti post divorzio al primo appuntamento.

La prudenza è buona cosa nella maturità, quando si ha una carriera da amministrare, non da cominciare. Lasciamo agli esordi tutta la generosità irrazionale del proprio tempo, della propria persona, del proprio sorriso. E fantastichiamo di paesi lontani e incontri straordinari: a dire SI’ spesso i sogni si avverano, anche sogni che non credevamo di potere sognare.

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