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Boomers contro Millennials: non ci sto

PB ieri mi chiama Paola (amica del cuore e co blogger) e mi fredda: i nostri consigli sono inutili, fuor tempo, una sequenza di bugie. Vale la pena tenere in vita TRAMPOLINO?

Aveva appena letto su Io donna l’articolo scritto da Ilaria Bellantoni sul libro di Beniamino Pagliaro Boomers contro Millennials.

I ragazzi di 30 anni, incappati nella crisi del 2007, vittime di contratti precari, azzoppati dalla pandemia, troppo poveri per accendere un mutuo, troppo colti e troppo poco occupati, sono vittime delle bugie impartite loro dai genitori o mentori ultraottimisti che li hanno spinti a studiare, impegnarsi, laurearsi, imparare le lingue, fare un’esperienza all’estero, come se tutta questa fatica fosse premessa e garanzia di una vita professionale felice.

Vita felice che poi non è arrivata. Sostituita da contratti miserabili, lavori sottopagati, affitti stellari, aspettative deluse.

Certo, il vento in poppa del dopoguerra, il boom degli anni ’60, la leggerezza degli anni ‘80 codesti disgraziati non li hanno goduti. Ma possiamo condannare il maestro che ti fa prendere la patente solo perché forse non potrai permetterti un’automobile?

Vero che sono condannati ai sandwich con l’avocado e all’apericena. Ma i boomers sono stati vittime di gamberetti in salsa rosa e scorpacciate di rucola. Tutti i panini al bar sapevano di piastra ed era vietato consumare la schiscetta in ufficio.

Vero che i ragazzi condividono appartamenti con gli amici perché non possono permettersi 50 metri quadri in affitto a Milano. Ma i loro genitori sono passati dalla convivenza con la mamma a quella con il coniuge, quasi sempre senza passare dal godimento free style di un frigo compartecipato con coetanei inquieti e vibranti come loro.

I neo adulti sono più poveri dei loro genitori (l’ascensore sociale si è fermato) ma godono della loro seconda casa e la prima un giorno la erediteranno.

Mi rileggo alcuni dei consigli che questo blog ha impartito nel corso degli anni a oltre 400.000 visitatori. Sarò cocciuta ma molti li ritengo ancora validi.

Sarebbero più felici e occupati questi trentenni se non avessero studiato? Se non sapessero l’inglese? Se non sapessero scrivere un meeting report o se non sapessero affrontare un colloquio di lavoro? Se non sapessero impostare una e mail professionale o postassero sul loro account IG l’ultima sbornia taggando il direttore del personale?

O natura, o natura, / perché non rendi poi / quel che prometti allor? perché di tanto / inganni i figli tuoi?» scriveva Giacomo Leopardi a trent’anni. Al tempo si trattava di Natura contro Millennials. Ma sempre di illusioni perdute si trattava.

In ogni modo avranno la loro chance i Gen Z, nutriti a Pangasio (aimè, roba da rimpianger la polpa di granchio) alla mensa delle elementari, eruditi a distanza durante la pandemia, con fratelli maggiori tanto scornati da avere depresso anche i genitori boomers (Pagliaro, perché hai fatto questo a Paola?)

Trampolino è qui anche per loro. Con consigli che vanno al di là delle generazioni. La patente serve anche se usi il car sharing e non hai l’auto aziendale.

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Carriera: come gestire alti e bassi senza buttarsi giù

Al Poldi Pezzoli (la mia casa museo preferita a Milano) al lunedì in pausa pranzo si parla di arte.

Questa settimana era la volta di Botticelli.

Al di là dei dettagli sui dipinti (il Botticelli lo abbiamo studiato al liceo, visto a Firenze, masticato in vacanza, ripassato con i nostri figli per l’interrogazione di storia dell’arte) mi ha molto incuriosita la storia della sua committenza: papi e corte Medicea nel suo periodo di gloria (tempi in cui ha dipinto la Primavera o la Venere tanto per capirci) con lapislazzuli e foglia d’oro on top al suo cachet.

Poi sono arrivati i giovani: Raffaello, Michelangelo, Leonardo.

Il Botticelli mi è passato di moda, ha vissuto un periodo di cupezza, il lapislazzulo non se lo poteva più permettere. I suoi committenti sono diventati ricchi artigiani come il miniatore Donato Cioni, altro che Lorenzo il Magnifico.

Come passare da Gucci al private label di Coin.

Via macchina aziendale e stock option. Down sizing dal golf club alla piscina comunale. Dal ristorante gourmet al ticket restaurant.

Botticelli è passato dalla pagana eleganza della Venere che sorge dalle acque alla fase piagnona del Savonarola.

Cupo deve esserlo stato davvero (non solo nei colori dei dipinti). Con il frate che gli ricordava la morte ad ogni piè sospinto e le nuove generazioni di pittori a prendere gli applausi.

Poi però (ci è voluto qualche secolo) sono arrivati i preraffaelliti nell’800 a farne una icona di stile. E poi anche Andy Warhol,

Lady Gaga e La Chapelle a fare di lui un mito contemporaneo.

Ergo, in ogni carriera ci sono momenti di gloria e trionfo. Che possono essere seguiti da periodi più cupi e grigi (mica si può essere sempre nell’air du temp). Ma poi le mode tornano e il valore, come l’araba fenice, risorge dalle sue ceneri.

Se è successo a Botticelli e a Gianni Morandi, a Steve Jobs e agli anni ’80 non è il caso di scoraggiarsi.

Talento e pazienza pagano. Per fare carriera ci vogliono tutti e due.

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Shooting fuori porta

In show room non c’è spazio per scattare. Tutti i piani sono full per la campagna vendite. Clienti, modelle, venditrici, visual, area manager. Uomo e Donna in contemporanea. Collezioni sontuose che non finiscono più.

Ho visto una vestierista fare una breve call dal bagno del back office, per l’occasione trasformato in piccolo privé compreso di grucce, codici, struttura di collezione. Mancava solo la scrivania di Napoleone, quella portatile, che montava nel campo di battaglia.

Non c’è un centimetro disponibile per il lavoro sporco. E gli scatti per la CV di gennaio dove li facciamo?

Si va in campagna: allestiremo un set fotografico in Industria.

La partenza da Goldoni fa già un po’ gita: ci si trova alle 8 in ufficio e il fotografo fa anche da driver. Si caricano i fondali, le macchine fotografiche, i computer, l’assistente, la vestierista.

Quando arriviamo lo spazio è pronto. Tutto bianco e tranquillo. La statura media dei lavoratori in fabbrica è standard. Non sali in ascensore con bronzi di Riace in canottiera, diretti al terzo piano per trucco e parrucco. Né con modelle infinite che ondeggiano su tacchi vertiginosi.

Ci parte un attacco di autostima poderoso: sono tutti alti come me, indossano scarpe da ginnastica, felpe morbide e pure il camice bianco se si dirigono in sartoria.

Mi sento anche belloccia va là. Sensazione quanto mai improbabile in Goldoni, dove lo standard va da Monica Bellucci in su.

Dove sono le foto dello storico? Dobbiamo recuperare la cesta delle scarpe da fotografare, che sono ancora in Ufficio Prodotto! Lo troviamo un pannello in polistirolo? E gli spilli per fissare il nastro di un marsupio? Serve un foglio bianco per schermare il riflesso di una fibbia! E un pennarello rosso per segnare i capi scattati!

Mettiamo un segno sulla base del limbo per posizionare le sneackers sempre nella stessa posizione (è come a teatro! Con il segno sul palcoscenico per gli attori!)

Tutto molto pratico, operativo, manuale.

Il fotografo (tennista, per altro) è gentile, esperto, sorridente, problem solver.

La vestierista (giovane e carina, lei sta bene anche in Goldoni) è veloce, curiosa, capace.

Mi sento un po’ in uno di quei film americani in cui il cinico manager eredita per caso un podere in Provenza e poi pigia il vino e buca con l’Apecar e si innamora della barista del borgo (che in realtà è la castellana ma hippy e bella come Brigitte Bardot) e diventa buono e gentile.

Nel film non si vede se dopo tre settimane sull’Apecar scassata il manager rimpiange la Tesla . Io lunedì torno in Show Room. Ma lo shooting fuori porta mi ha messo di buon umore. La mensa è così esotica rispetto alla Sissi o al Pandenus. Mi è mancato solo il barista/hippy/aristocratico perché il caffè lo abbiamo preso alla macchinetta. Vabbè Lonate Pozzolo non è la Provenza.

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Cosa non fare se vuoi lavorare nella Moda

PB Non si tratta di imparare a camminare sui tacchi (in ogni caso bisogna saperlo fare), ma è necessario sapere che ci sono cose che sembrano normali altrove, ma nella moda sono proibite.

Se vieni da una multinazionale e sei abituato , con il tuo ruolo, a comunicare con la stampa o sui social (come Product manager o come Direttore operativo o come Avvocato) getta via la rubrica e cambia numero di telefono: da ora in avanti il tuo ruolo si svolgerà sotto copertura. Gli addetti ai lavori conosceranno il tuo valore, ti capiterà di fare il Ghostwriter ma la tua visibilità esterna sarà annullata.

Ricordo un Direttore Operativo che fece una foto nel flagship store della griffe a cui era appena approdato. Lo sventurato veniva forse dalla consulenza. Uscì un piccolo articolo su una rivista specializzata (non la copertina di Vogue): quella paginetta provocò un terremoto interno inenarrabile e diede il via a una serie di regolamentazioni di impegno alla segretezza per i dipendenti, che neanche ai servizi segreti.

Altro terreno scivoloso è il sesso. E’ pericoloso dappertutto, ma nella moda di più. Ti può portare a vette elevatissime in un nanosecondo (passi dal circolo delle bocce a un palco della Scala senza neanche avere il tempo di cambiarti), ma la caduta da lassù può essere piuttosto dolorosa. Ne conosco pochi che hanno fatto tutta la stagione all’Opera e i colleghi che pagano il biglietto per il teatro sono di solito poco simpatici con quelli che cadono dalla magnolia. Però se ti piace il toboga (molto su, molto giù) e riesci a essere riservato può essere divertente.

Vestirsi con un marchio diverso da quello d’ordinanza. Non solo davanti ai clienti (il che è normale, ti danno anche la divisa per garantirti corporate) , ma anche alla sera con gli amici se poi posti tutto su Instagram e magari lavori in ufficio stampa. I neo assunti che non hanno ancora fatto la clothing (rito pagano di immersione nel brand) meglio si vestano da Uniqlo (basic, nero, unbranded) fino a quando non avranno rinnovato il guardaroba.

Andare al matrimonio della Ferragni se il tuo capo ha litigato con la Ferragni. La regola vale anche per le feste di compleanno/party/anniversari e per tutti quelli con cui il tuo capo ha litigato. I suoi nemici (se sono social) sono anche i tuoi nemici.

Essere alla macchinetta del caffè proprio mentre lo stilista/imprenditore entra in ufficio. Poi, puoi inventare anche la ruota, ma Lui penserà per sempre che sei un cazzeggiatore.

Devi arrivare presto, amare il cibo e il calcio se lavori in Dolce&Gabbana, devi amare il vino e la compagnia se lavori da Diesel, devi parlare il dialetto veneto se lavori da Geox, devi avere sangue verde se lavori da Benetton, non devi avere fame e devi amare il basket se lavori da Armani.

Ma tutti i trucchi e le mille regole non scritte si imparano sul campo di battaglia. In generale stare schisci (si capisce cosa vuol dire, anche se non siete di Milano?) paga. La luce è solo per il sole (che normalmente è il nome sull’etichetta dell’abito che state indossando) . Ma l’ombra può essere molto appagante se è operosa e abitata da colleghi talentuosi e divertenti .

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Cosa fare dopo un colloquio (e cosa non fare)

Courtesy by Levi Meir Clancy

PC La percezione del tempo, ce lo dice anche la teoria della relatività, non è la stessa per tutti. Sicuramente non è la medesima tra chi attende una risposta dopo aver fatto un colloquio e chi la risposta la deve dare. Chi ha sostenuto il colloquio, anche inconsciamente, ritiene che decidere se assumerlo o meno dovrebbe essere per il suo capo una priorità: in fondo ha avviato lui o lei una ricerca di personale, e ha magari anche detto durante il colloquio che avrà bisogno che la persona scelta si riesca a liberare con la massima sollecitudine degli impegni con l’attuale datore del lavoro. Questo fatto non è minimamente una garanzia che lui o lei prenda con la stessa velocità che richiede una decisione. Perché la realtà è che l’assunzione di una persona non è praticamente mai la prima priorità del selezionatore (budget che cambiano, materie prime alle stelle, clienti esigenti sono inevitabilmente solo alcuni degli aspetti più impellenti con i quali deve convivere).Per questo, quando sono passati tre giorni dal colloquio, per chi lo ha sostenuto si è trattato un’eterna attesa di un telefono che non suona, che fa impallidire il ricordo dei bisticci tra innamorati, mentre per il possibile datore di lavoro, sono trascorse poche ore nelle quali non si è riusciti neppure a parlarne con il proprio capo che dovrà dare l’ok definitivo.

Cosa fare per attenuare l’ansia e aumentare le probabilità di essere presi, e soprattutto cosa non fare? Nella selezione di uno stagista che ho appena concluso ho ritrovato due comportamenti che esemplificano un atteggiamento positivo e costruttivo, e uno che pone dei dubbi sull’atteggiamento futuro del candidato.

Comportamento utile e positivo: la candidata, che poi ho preso, mi ha inviato una mail nella quale ribadiva il suo desiderio a lavorare nella nostra società e a svolgere il tipo di lavoro che le avevo descritto. Una lettera nella quale dava prova di aver capito perfettamente cosa avrebbe dovuto fare e come si sarebbe rivelata utile, di aver compreso i valori aziendali, e di avere una sincera e concreta intenzione a fare del suo meglio con quello che potevamo offrirle. Dopo questa lettera ben scritta, una silente e discreta attesa.

Comportamento assillante e poco qualitativo: un altro candidato si è limitato a scrivere per sapere se era già stata presa una decisione, e a farlo qualche volta più del necessario, sia con me che con il tutor del master, dimostrando così implicitamente di avere difficoltà a gestire lo stress, un elemento che non risulta mai vincente nel mondo del marketing e della comunicazione.

Nei miei cambi di lavoro ho imparato che purtroppo quella che per chi sta cambiando è una priorità impellente (avere delle certezze, fare previsioni sul futuro, anche solo pensare a quale percorso sarà più comodo per andare nel nuovo posto di lavoro) non corrisponde mai alla concezione di quanto tempo sta passando da parte del selezionatore. Rassegnatevi quindi, non diventate stalker, cercate se possibile dei modi utili e intelligenti per ricordare al vostro futuro capo che esistete e che potreste diventare una risorsa utile (se solo vi chiamasse per dirvi – finalmente – che il lavoro è vostro!)

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Buon Compleanno Trampolino!

PB Nel marzo del 2012 io e Paola abbiamo inaugurato il nostro Bog.

Venivamo dalla crisi del 2008 (crollo delle borse, crollo dell’occupazione), avevamo figli alle medie e desiderio di dare consigli con leggerezza e profondità (si, pare un ossimoro, ma si può essere concreti e sognatori ad un tempo) ai giovani che si avventuravano nel mondo del lavoro.

Oggi sono passati 10 anni, abbiamo figli al liceo (o alle prime esperienze professionali) e i ragazzi hanno ancora bisogno , tra virus e conflitti, di avere uno sguardo progettuale sul futuro e magari di qualche buona dritta per non scoraggiarsi.

Io e Paola siamo ancora qui. Io sempre a occuparmi di Moda, lei sempre tra Food e Comunicazione.

Così dibattiamo al telefono , tutti i giorni driblando il traffico (io da Milano sud, lei per Milano nord) di Metaverso, di Dark shop, di tendenza alla frugalità e di stagisti super preparati. Di colleghi con crollo nervoso, di capi a volte visionari e a volte no. Parliamo delle lezioni al Master, del fenomeno delle grandi dimissioni (il Big quit americano che sta arrivando anche da noi) ma anche di scarpe (io Mary Jane, Paola stivali: due scuole di pensiero) e pesto genovese.

Con la scusa delle riunioni di redazione, anche quando scrivere diventa difficile (perché non si ha tempo, o voglia, o ispirazione) ci scambiamo pensieri e opinioni, consulenze professionali sottobanco e molto, molto altro.

Non so se Trampolino abbia aiutato i nostri lettori. Ma a noi, amiche per sempre, è servito come scusa , colla, svago, salvagente, motivazione. E’ diventato un pezzo della nostra amicizia. Auguri Trampolino, Buon Compleanno!

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A pranzo con Alfredo Mattiroli

Reduce da due giorni a Pitti, da due pranzi in sala stampa e da due incontri che mi hanno fatto venire voglia di un post, eccomi con la penna in mano.

Alfredo Mattiroli presenta il suo libro a Pitti il 12 gennaio 2022

Premetto che dopo mesi in cui è socialmente accettabile mangiare solo con i congiunti, viaggiare solo con i congiunti, sedersi accanto solo ai congiunti, la fuga con uno sconosciuto (anche un brutto ceffo intendo, un disgraziato) mi pare un rischio da correre. Magari muoio di qualche cosa, ma non di noia.

Al netto della mia vertigine da astinenza sociale, io e Marilena (collega incantevole che ho scoperto velista e non solo) ci siamo trovate a pranzare per caso di fianco a un signore ottantatreenne vispo come un ragazzino e interessante come un libro giallo.

Alfredo Mattiroli (è lui lo sconosciuto commensale, ma lo avremmo scoperto solo al dessert) è la prova vivente che la giovinezza non è una questione anagrafica. In verità lo avevo già intuito con Elio Fiorucci e Patti Smith. Con Mattiroli (terzo indizio) ora ho le prove.

Nessun rimpianto, nessuna atmosfera vintage nei suoi racconti, nei suoi aneddoti, ma solo continui spunti per il futuro, letture in prospettiva e sguardo capace di vedere opportunità.

Sono andata alla presentazione del suo libro “Cacciatore di sogni”, edito da Rubattino.

Poi ho dato il tormento a Marilena e Giulia (pazienti compagne di viaggio) finché non sono andate a prenotarlo su Amazon.

Ho distillato il suo intervento in pillole: conoscere le lingue, vedere i mercati direttamente, darsi il tempo di visitare i clienti e sentire i loro feed back in presa diretta. Essere internazionali e curiosi. Essere umili. Rifuggire i luoghi comuni (tipo “in quel quel mercato non vado perché i clienti non pagano”), avere un buon network per verificare le referenze di chi si propone con cariche altisonanti.

E ho aggiunto qualche cosa di mio che lui non ha elencato in presentazione, ma che ho capito dal pranzo e che credo sia parte della ricetta per essere un buon cacciatore di sogni: avere una moglie incantevole, suonare il pianoforte, giocare a golf, andare in vela, avere amici che ti stimano e che tu stimi, non cercare lo scandalo anche se hai le info per scatenarlo, avere un paio di figlie che hanno preso in mano il tuo lavoro e lo portano avanti come si deve, tacere quando è opportuno farlo, avere rispetto del prossimo.

Ad un certo punto ho pensato di essermi così ingarellata per reazione al troppo isolamento (voi lettori fedeli sapete che il blog nasce dalla cattività covid), entusiasta di chiunque non avesse il mio stesso cognome o non abitasse al mio civico.

Tranquilli, non si è trattato dell’entusiasmo dell’ergastolano appena evaso: il giorno dopo a pranzo siamo incappate in un tris di tre sciure di straordinaria antipatia, noiosi residui anni ’80 di privilegi demodé, talmente autoreferenziali da non scambiarsi neanche il buongiorno.

A chi interessa capire come l’Italia sia passata dai sarti all’alta moda, passando per il pret a porter , consiglio di dare un’occhiata al libro. E a tutti auguro gioiosi pranzi con sconosciuti.

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Consigli per giovani designer (a Milano): intervista a Gaetano Simeone

PB Io #Gaetano Simeone, lo ho conosciuto nel 2013 in Sergio Tacchini, quando ho dovuto assumere un Responsabile dello Stile, dopo che il carismatico #Alessandro Crosato aveva deciso di lasciare l’azienda per (in ordine) amore, prossimità a casa, ambizione professionale, passione green (con molti anni di anticipo rispetto al mainstream della sostenibilità).

Ricordo che ero a Tokio e con doppio WhatsApp a distanza ravvicinata ho ricevuto le dimissioni dello stilista (nooooo!!!!) e la notizia che Tommy Robredo, tennista appena messo sotto contratto, si era rotto un polso (voglio suicidarmi).

Sostituivo così un veneto ecologista vegano con un napoletano stiloso e consumatore di pastiera (per altro con quella pastiera ci ha conquistato: un originale manufatto della nonna che è valso più del curriculum).

Al colloquio (procacciato dal mitico collega e skateboarder #Cisco Ciniselli, che oggi disegna da Neil Barrett) si era presentato con un book gigantesco (modelli, shooting, progetti) indossando a pelle un improbabile maglione color tabacco.

Sembrava si fosse messo addosso la prima cosa trovata sulla sedia in fondo al letto. Imparando poi a conoscerlo, ho capito che per sembrare così” buttato lì per caso” avrà lavorato di styling mezza giornata.

E quel colore un po’ “da vecchio” (ma chi se lo mette quel color ocra con i pantaloni grigi?) era proprio il suo marchio di fabbrica (Gae è abbastanza da vecchio questo tessuto?  è una delle frasi ricorrenti al Prodotto) che ci ha fatto creare completi da tennis con binari gessati, polo in piquet con collo smoking, short con piega cucita, tute con zip e cintura rimessa, che hanno incantato i nostri atleti e i nostri clienti.

Oggi non lavoriamo più insieme, ma ci incrociamo di tanto in tanto in qualche week (design, fashion, green, wine…Milano green pass è tutta una week) e di fronte a un Martini con l’oliva (un aperitivo da vecchio, ça va sans dir) gli ho chiesto qualche consiglio per i nostri giovani lettori che vogliono diventare fashion designer.

Ecco come è andata:

Che formazione, che scuola, hai frequentato per diventare fashion designer?

Ho amato disegnare da sempre, ma la prima scuola, sul campo, è stata a Napoli nel negozio dei miei genitori, commercianti di abbigliamento, poi a Milano, nel ’99, alla Marangoni, per quattro anni impegnativi pieni di emozioni: il disegno, la storia dell’arte e del costume, la modellistica (mia grande passione) e poi gli eventi, lo studio dei moodboard.

La tesi finale, dove portavo una mia collezione, era una donna elegante, creata partendo dai classici del guardaroba uomo (i formali, gli smoking). Se non un’anticipazione del genderless, sicuramente un amore per la contaminazione che ho poi portato anche nel mio lavoro

Che cosa è per te il talento? come lo riconosci?

Bella domanda! Credo sia una dote innata che uno ha dentro e che si delinea anche in base a come e dove è cresciuto…il talento alla fine, se ce l’hai, prima o poi esplode. Comunque per me è quella cosa in più (sensibilità /sesto senso) che ti dà la possibilità di rendere “unico” un individuo. Forse è un talento anche saper riconoscere il talento…

Quando ti è capitato di selezionare giovani designer, come li hai scelti? cosa ti ha colpito?

Durante la mia collaborazione con ST mi è capitato di selezionare grafici e fashion designer per l’ufficio stile. Scegliere le persone giuste è un compito elaborato e complesso … un vero e proprio lavoro!

Devi capire come sono le persone (carattere /personalità /stile di vita) e immaginare che parte avranno all’ interno di un team.

Devi essere anche psicologo. Io facevo, oltre alle domande tecniche / professionali, quelle personali (intendiamoci non volevo sapere chi frequentavano o cosa mangiavano …): che musica ascolti? che libri leggi? che fai quando non lavori?

Di solito la mia scelta era molto variegata così da equilibrare l’ufficio stile che si componeva di personalità complementari e non omologhe.

Inoltre posso dire che non mi sono mai fatto condizionare dall’estetica…L’ABITO PER ME NON FA IL MONACO! Mi hanno sempre colpito i piccoli dettagli, gesti o racconti all’apparenza marginali ma che io coglievo come segnali di differenza.

Quando sei stato scelto, che domande ti hanno fatto? e quali avresti voluto ti facessero?

…Bha, mi hanno chiesto di tutto. So che compito delicato sia scegliere un collaboratore in Ufficio Stile. Io ho sempre cercato di “raccontarmi ” professionalmente e personalmente Fare un colloquio di lavoro credo sia un po’ come una seduta da uno psicologo. Ho sempre cercato di rendere il compito più facile a chi doveva scegliere. 

Che importanza ha il network?

Se per network intendiamo connessioni /link nel settore in cui si opera, secondo me ha tanta importanza. 

Cerco sempre di rimanere in contatto con i vecchi amici della Marangoni che oggi sono impegnati in diversi settori e con gli ex colleghi che mi hanno lasciato qualcosa durante la mia vita lavorativa. Prima o poi ci si ritrova.

Tra i lavori che hai fatto (collezioni, capi, collaborazioni, progetti) c’è qualcuno a cui sei particolarmente affezionato?

Sono affezionato un po’ a tutte le collezioni a cui ho lavorato perché hanno SEMPRE dentro un pezzo di me, sincero e spontaneo.

Però posso dire che le collezioni che ho sempre amato realizzare sono state quelle per il torneo di Montecarlo: una vetrina prestigiosa e internazionale. Vedere il risultato di un lungo lavoro su un palcoscenico così credo non abbia prezzo!

Quali consigli daresti a un giovane che volesse diventare fashion designer?

Prima di tutto studiare! che sta alla base di tutto. Dopodiché essere curioso e nutrirsi /alimentarsi sempre: arte /mostre/ musica /storia /gossip /vintage market.

Ma anche non perdere di vista la quotidianità (cena con amici /rapporti con la famiglia /amore).

E tu come alimenti la tua creatività?

Mi piace perdermi tra i mercatini di Milano: quello di Corsico dove si possono trovare le cose più strane e vintage, fuori dal tempo o anche in Bovisa un po’ più spartano ma molto interessante.

Io giro per le vie di Milano con la mia bici, il che mi permette di vedere la città che si trasforma e i suoi abitanti, di visitare le mostre fotografiche più interessanti (MUDEC/HANGAR BICOCCA/ADI DESIGN MUSEUM).

Durante il periodo di pandemia, mi sono dedicato alla cucina (ho aperto un nuovo profilo IG “cucino da sigle”) e ho ripreso il disegno a mano libera realizzando piccole miniature di soggetti /oggetti dalle misure ridotte (circa 7/8 cm) utilizzando diverse tecniche (pantoni /matite /trattopen).

Io consiglio di ritagliare un po’ di tempo  per lo sport. Il crossfit, a cui mi sono avvicinato da diversi anni mi fa stare bene non solo fisicamente ma anche mentalmente, mi aiuta a scaricare le tensioni e lo stress.

Milano propone molte eventi (serate /locali di tendenza) di cui è divertente approfittare in compagnia degli amici più cari. Milano la ho scelta tanti anni fa e continua a offrirmi davvero tante cose.

Dunque ragazzi, per diventare giovani, come diceva Picasso, ci vuole tempo. Il vecchio Gae (vedi una sua miniatura nella foto, con il maglione tabacco!) conferma. E Milano aiuta. Buona fortuna!

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Il bello della preparazione. E il formidabile dell’imprevisto

Pannello Murale Limoni di Sorrento (blu) 60x40 cm - Ceramiche K

PB Ho recentemente fatto un viaggio in Costiera. Disegnato itinerario, scelto alloggio, visto il meteo, definito il guardaroba giorno per giorno (durante una cena, alla vigilia della partenza, grazie Arianna). Direi tutto abbastanza pianificato.

Ma la vera sorpresa del mio viaggio è stata in quello che non avevo previsto. L’autista del tranfer, Gaetano, si è rivelato una guida da Grand Guignol, meravigliosamente esagerato, primitivo e delicato, colorato. Più saporito del limoncello, più gustoso della mozzarella.

A Capodimonte, andata per le porcellane, non ci sono mai arrivata, catturata da un concerto per pianoforte del maestro Rosario Ruggiero al secondo piano (che figo deve essere il Direttore della Reggia per organizzare ‘sta musica alla domenica mattina? Questa malìa che ti cattura e ti ubriaca?) e poi dai giardini, sulle orme del San Gennaro di Calatrava. Le porcellane sono lì, ci tornerò.

Per fortuna non avevo pianificato tutto al minuto. Il canovaccio del viaggio ha consentito di rivedere alcuni programmi, di perderci in vie inattese.

La preparazione, che è necessaria, nei viaggi come nei progetti di lavoro, non deve essere talmente meticolosa e dettagliata da impedire di inoltrarsi in sentieri inediti, a volte migliori di quelli che avevamo preparato.

Il programma deve essere il sostegno, non la gabbia dei nostri progetti.

Ricordo un capo dalla moglie pettoruta che acquistava per la consorte reggiseni e costumi da bagno dal logo aquilino.

Quando in azienda si gestiva l’ordine VIP (Alert! È per la moglie di F!) in sala modelli partivano i nervi e le macchine da cucire. Le cuciture della coppa venivano ripassate più volte, fermate con tripla chiusura, perché pare che una volta il ferretto avesse bucato il pizzo e di conseguenza le morbide rotondità della première dame.

Per il secondo ordine, dopo l’incidente del ferretto assassino, si decise sui tavoli del taglio, di far prigioniero lo sventurato archetto di metallo, con cuciture che sarebbero state troppo anche per un cappotto.

Il risultato fu che l’imbragatura troppo robusta tolse al ferretto l’agio di muoversi nella sua sede a baccello e adattarsi ai movimenti del polposo contenuto. La fuoriuscita del ferretto fu istantanea (la briglia era pur sempre di pizzo), la furia di F memorabile, il destino della modellista segnato.

La troppa cura, il poco spazio lasciato al ferretto, furono fatali.

La nostra agenda deve lasciare spazio all’imprevisto, all’inedito, deve stimolare la scoperta e l’arricchimento.

Le porcellane settecentesche di Capodimonte, sono state sostituite da quelle moderne di Calatrava, essendo inconsapevolmente finita a Napoli il giorno di San Gennaro.

Avevo visto il meteo, mi ero persa gli onomastici.

Agenda flessibile e compagne di viaggio favolose hanno fatto il resto.

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Di quando il lavoro è meglio del collagene

PB Quando mio figlio era piccolo, e facevo cose miracolose come pagare l’abbonamento alla play station multi giocatore o scaricare l’ultimo aggiornamento di Assassin’s Creed, mi chiamava MAMMHACKER.

Presto questo prestigioso soprannome è stato sostituito dal più cinico e spietato BOOMER. L’adorazione dei figli è inversamente proporzionale alla loro statura.

Solo un sortilegio mi salva dal decadere da boomer (e già c’è poco da stare allegri) a reperto archeologico bisognoso del salvavita Beghelli (forse non esiste più, si tratta sicuramente di una citazione boomer): il lavoro.

Lavorare, al di là del non trascurabile dettaglio di fornirci uno stipendio, ci tiene aggiornati nostro malgrado.

I ticket restaurant, che si strappavano dal blocchetto di carta e si capiva subito quando stavano per finire, sono stati sostituiti dalla tessera con il chip. Il badge per timbrare da una app (se ti suda il pollice sei finito), così come l’abbonamento a BikeMi.

Per entrare in mensa si scansiona il green pass, per leggere il menu dobbiamo inquadrare il QR code.

Siamo in grado di fare video call dal traghetto e condividiamo schermi e documenti con un clic. Per fare la nota spese o stampare la busta paga dobbiamo districarci tra identità digitali e piattaforme dedicate. Le riviste erano di carta, poi digitali, poi virtuali, poi di carta ma virtuali, con un sacco di contenuti nuovi che non si sfogliano, ma si inquadrano. La show room si vede in tempo reale dall’altra parte dell’oceano, i libretti di istruzione si trovano on line e si aggiornano senza abbattere un bosco, all’Esselunga ti fai lo scontrino da sola.

Io ho iniziato a lavorare che c’erano i lucidi e il proiettore! I floppy disc e le VHS!

Se qualcuno diceva “sto male”, pensavi stesse male, non che fosse estremamente divertito.

C’erano le segretarie che ti cambiavano le lire in franchi se andavi a Parigi e i capi non leggevano le e mail ma se le facevano stampare (la carta faceva status).

Oggi anche l’amministratore delegato si fa il check-in on line. E google translator non traduce più chicken breast con seno di pollo.

Se poi, oltre a lavorare, hai anche un figlio di 17 anni e collaboratori molto più giovani di te, allora hai fatto Bingo: puoi lanciarti nel mondo degli NTF credendo che sia come avere un Renoir appeso in sala da pranzo, pensare che nel metaverso le cose vadano al vivo come nella vita reale e rinunciare al collagene.

Se talvolta, nei momenti di debolezza, rimpiangi segretamente il blocchetto dei ticket e la mancia in contanti nella bustina del nonno (e anche la segretaria che ti faceva la nota spese, che lusso d’antan) non dirlo a nessuno e applica un po’ di contorno occhi (Chanel, le lift, è meglio di cosmeti.cam ed è anche profumato). Stay tuned

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