Archivio mensile:Maggio 2012

Annamaria Testa parla di scrittura, rilettura e cucina dei carciofi

PC Qualche anno fa ho avuto il privilegio di veder nascere un libro: Annamaria Testa, della quale ero assistente in Iulm, riuscì infatti a trasformare le bellissime lezioni che svolgeva in aula in capitoli di Farsi capire, edito da Rizzoli. Tra i diversi argomenti trattati, quello forse più utile nella vita lavorativa di tutti i giorni è il semplice – ma non banale – invito a rileggere quanto si scrive. Sicuramente indispensabile se state scrivendo la lettera d’accompagnamento a un curriculum, ma importante anche se state argomentando a un cliente una proposta di comunicazione  o un progetto innovativo al vostro superiore. Perché le frasi involute,  gli errori ortografici o grammaticali, e anche i semplici refusi saranno indice di scarsa attenzione a quello che fate (e se voi per primi siete poco interessati alla vostra lettera di presentazione, perché lo dovrebbe essere chi vi sta selezionando?).

Per questo vi invito a leggere il bellissimo post di Annamaria apparso ieri su http://www.nuovoeutile.it, il suo sito di teorie e pratiche della creatività.

QUESTIONI DI METODO – SCRITTURA, RILETTURA E CUCINA DEI CARCIOFI di Annamaria Testa

Capita spesso che ragazze e ragazzi mi facciano vedere i loro scritti. Perfino a quelli che vogliono fare pubblicità chiedo di mostrarmi almeno un testo lungo: da un titolo pubblicitario, per quanto brillante sia, è impossibile capire se uno maneggia le parole decentemente, e con grazia.
Così, in novantacinque casi su cento, dopo poco mi ritrovo a fare la medesima domanda: santa polenta, ma hai riletto quel che hai scritto?
Le risposte vanno da no, perché andavo di fretta (argh) a sì, certo (ehm).
… e quante volte hanno riletto, ‘ste anime sante? Una volta. Una. Una sola.
Beh, si scrive e poi si rilegge scorrendo le righe e morta lì, no?

Spiego che si rileggono una volta gli sms. Le mail, se sono non brevissime, qualche volta in corso di scrittura e poi alla fine, prima di cliccare send. Ma un testo per il pubblico va riletto mooolte volte. E, a ogni rilettura, qualcosa va aggiustato. Spesso, quando si modifica una frase, anche la punteggiatura va cambiata di conseguenza.
Il testo apparirà tanto più necessario e naturale quanto più sarà stato, con un paziente e invisibile lavoro di affinamento, reso adatto a dire esattamente quel che vuol dire. Né di più né di meno.
Mi guardano con gli occhioni spalancati, ‘sti pivelli.

Allora parte il teatrino. Prendo la penna e, mentre quelli fanno spallucce, comincio a segnare gli errori di ortografia: accenti, apostrofi. E orrendezze anche peggiori.
… poi segno le frasi storte, o perché i tempi verbali non concordano, o perché non concordano verbi e soggetti, collocati alle opposte periferie di periodi caotici. Oppure perché o il verbo o il soggetto è definitivamente missing. Poi segno gli anacoluti, che sembrano disinvolti ma sono solo bruttarelli: per esempio l’orologio, Pippo lo aveva rotto…
Segno le parole ripetute senza intenzione o necessità e a breve distanza (es: fino ad ora Pippo era in ritardo di mezz’ora). Già che ci sono, dove posso tolgo le d eufoniche. Segno i salti ingiustificati dal passato al presente o viceversa e, se sono ripetuti e ammucchiati in poche righe, gli andirivieni tra “noi”, “tu”, forme impersonali.
Segno le frasi di cui il testo può fare a meno senza perdere un milligrammo di senso. Intanto ho guardato la punteggiatura: di solito trovo virgole sparse dove capita, come petali di rosa sul percorso della processione. O come fiati presi a caso da un attore maldestro.
Ah: comincio a segnare anche le parole fuori tono. Per esempio quelle troppo colloquiali in un testo tutto in punta di penna, o viceversa.
E segno le formule goffe o antiquate: ci sono ventenni che usano egli, al fine di, allorquando e altri muffosi avanzi del tempo che fu.Poi vado a vedere se la scrittura ha ritmo. E se ci sono dei cortocircuiti di senso.
Uno degli esempi più divertenti mi è capitato di recente. È l’incipit di un testo di intenzione peraltro non disprezzabile:
Il braccio chiede consiglio alla mente e intanto è sulla porta del cuore ad origliare ogni suo sospiro.
Dico all’autore: e ora, anima santa, visualizza quel che hai scritto.
C’è un braccio (tranciato?) che chiede consiglio alla mente (come fa? Parla? Pensa? È telepatico?) e intanto (sempre lui, il braccio multitasking) è sulla porta del cuore (urca!) ad origliare (il braccio ha orecchie?) ogni suo sospiro (e come fa a sospirare, il cuore? Ha una bocca? E i polmoni, in questo campionario anatomico, che fanno? Battono?).
Spero di avervi dato un’idea di quel che si può trovare se ci si prende la briga di passare un testo al setaccio fine. E sì, certo, le metafore vanno bene, eccome: ma solo se non collassano l’una sull’altra in una poltiglia di incongruenze.

Naturalmente tutto questo lavoro di rilettura parte dal presupposto che il testo racconti qualcosa che val la pena di leggere, se no è meglio risparmiarsi anche la fatica di scrivere e dedicarsi a qualche hobby più divertente.
Ma se uno decide di scrivere, non c’è verso. Deve anche rileggere, se ha un minimo di rispetto per il proprio pensiero. E quandi dico “rileggere” intendo: con attenzione, e più di una volta. Quante volte? Tante: cinque, dieci, anche venti se il testo è lungo o complesso.

In sostanza, lavorare su un testo è come cucinare carciofi. PRIMA si puliscono e si tirano via le foglie dure e guaste. POI si taglia la punta: via tutte le spine. POI si dividono a metà, o in quarti, eliminando anche quelle barbette interne fetenti e traditrici che, se finiscono in bocca, allappano. POI bisogna lavarli bene bene.
Solo se è stata tirata via la roba sbagliata, brutta, inutile ci si può divertire coi profumi e i sapori. E si può mettere in pentola aggiungendo tutto quel che serve.
Mi diceva però l’ortolano che adesso la gente non vuol più rompersi l’anima, perdere tempo e pungersi per pulire i carciofi: molti preferiscono quelli già pronti, sfogliati, privati del gambo, decapitati. Anche se fanno tristezza, rinsecchiti e nerastri come sono.
Ma chi scrive deve rassegnarsi. E pulire bene i suoi carciofi.
http://www.nuovoeutile.it/ita_scrittura_rilettura_carciofi.html

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Prepara le risposte a queste 3 domande e sei pronto per qualsiasi colloquio

Copper Peak Ski Jump, from the bottom of the j...

PC Forbes sostiene che in realtà sono solo tre le domande importanti che chi seleziona un candidato si sta ponendo e alle quali vorrà una risposta:

  1. Sei in grado di fare il lavoro?
  2. Ti piacerà questo lavoro?
  3. Possiamo tollerare di lavorare con te?

La prima domanda è relativa alle competenze tecniche, la seconda alla motivazione, la terza alle  soft skills.

Per quanto riguarda le competenze tecniche Filippo Romanini  (Direttore Barilla LAB for Knowledge Innovation) a un recente convegno Iulm raccontava che quando in Barilla reclutano un candidato si chiedono non solo se sa fare il lavoro per il quale è stato selezionato, ma se saprà arrivare al secondo posto in termini di promozione, quindi non al posto successivo, ma a quello ancora dopo.

È quindi importante far capire durante il colloquio le proprie competenze attuali ma anche le proprie potenzialità.

Le motivazioni sono un altro elemento fondamentale. Una recente ricerca internazionale dal titolo “Engagement Research: cosa fare per permettere alle persone di lavorare al meglio”, condotta dal CeRCA – dell’Università LIUC in partnership con la London Business School ha evidenziato che in Italia gli elementi motivanti sul lavoro sono sicurezza del posto di lavoro, bilanciamento tra vita privata e lavorativa e riconoscimento del proprio contributo. Credo però che i giovani talenti che vogliono cominciare una carriera nel marketing o nella comunicazione diano più rilevanza a quello che è  il terzo elemento  a livello generale. Concordo con Bill Guy – Cornerstone International Group CEO, citato nella ricerca di Forbes – che sottolinea che gli impiegati più giovani non desiderano essere pagati semplicemente perché lavorano sodo, ma lavoreranno sodo perché amano l’ambiente e le sfide associate con il loro lavoro.

Ne deriva che i capi che sanno creare un ambiente stimolante e sfidante sapranno attrarre e tenere gli impiegati migliori, come hanno sostenuto anche Dave e Wendy Ulrich, (professore della Ross Business School dell’Università del Michigan e psicologa, esperta di coaching), durante il convegno “Sense-driven company – Come i leader creano organizzazioni generatrici di senso e successo”, che si è tenuto il 9 maggio scorso a Milano (vedi per maggiori dettagli http://www.corriere.it/economia/trovolavoro/12_maggio_11/consigliere-arte-motivare-dipendenti-crisi_b4a0887c-9b4f-11e1-81bc-34fceaba092f.shtml).

Infine le soft skill sono determinanti per convincere chi seleziona che saprete amalgamarvi perfettamente nell’organizzazione. Forbes lo definisce il “cultural fit” ed è valido sia per i manager, che devono essere in grado di comprendere e interpretare la cultura dell’azienda che sono chiamati a guidare, sia per i giovani, come abbiamo già avuto modo di segnalare: durante il colloquio sarà quindi fondamentale sottolineare quegli elementi della propria personalità e formazione che si ritiene siano più in linea con la società per la quale ci si candida.”Rehearse, rehearse, rehearse”, per tornare a citare gli insegnamenti di Marco Lombardi: la preparazione è fondamentale anche per fare un colloquio.

Per approfondimenti http://www.forbes.com/sites/georgebradt/2011/04/27/top-executive-recruiters-agree-there-are-only-three-key-job-interview-questions

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AssoComunicazione: un Master per giovani talenti digitali

PC AssoComunicazione lancia un master dedicato alla formazione di Digital Specialist per le agenzie di comunicazione. Il master, ideato con Almed/Università Cattolica di Milano e una partnership con Crebs.it,  aiuterà  i soci dell’associazione che riunisce le maggiori agenzie di comunicazione italiane a selezionare giovani talenti nell’ambito della creatività online. È una delle prime iniziative varate da Massimo Costa, presidente di AssoComunicazione, e Layla Pavone, Presidente della  Consulta Digitale di AssoComunicazione e Managing Director di Isobar Communications, alla quale abbiamo chiesto di spiegarci meglio il progetto.

Trampolinodilancio: “Come mai uno dei primi interventi della Consulta Digitale che presiede in AssoComunicazione è un programma rivolto ai giovani? Avete riscontrato carenze nei ragazzi che si propongono nelle agenzie AssoComunicazione?”

Layla Pavone: “Il problema della mancanza di competenze diffuse nell’ambito del marketing e della comunicazione digitale e’ molto sentito nella nostra industry. Le agenzie di pubblicità italiane scontano un forte ritardo rispetto a quelle oltreconfine che rischia di penalizzarne il loro futuro prossimo e le pone in una situazione di svantaggio competitivo che non favorisce l’intero sistema della comunicazione.

Per questo motivo, consapevoli invece che anche in Italia esiste un bacino molto rilevante di giovani talenti inespressi che devono essere aiutati, attraverso un progetto di formazione universitario, costruito “ad hoc”, ad entrare in questo mercato per creare valore, abbiamo deciso di progettare un master il cui piano di studi e’ creato a misura delle esigenze delle agenzie di pubblicità, che vorranno beneficiarne attraverso il reclutamento degli studenti, che avranno la possibilità -alla fine del percorso di studi- di fare uno stage in agenzia e di iniziare la loro carriera professionale.”

Trampolinodilancio: “Come verranno selezionati i partecipanti?”

Layla Pavone: “Abbiamo creato un gruppo di lavoro che si occuperà della valutazione e della selezione dei candidati insieme al gruppo dirigenziale di Università Cattolica Almed.  Il requisito fondamentale. oltre alla padronanza della lingua inglese che e’ più che mai fondamentale, sarà “quella luce negli occhi che si vede chiaramente brillare nelle persone che sono appassionate di Internet e delle sue potenzialità di business”. Se non c’e’ la fiamma della passione e’ difficile avere successo in questo mestiere molto impegnativo, ricco di ostacoli ma altrettanto gratificante perchè costantemente in avanguardia e per gli stimoli che fornisce.”

Trampolinodilancio:”Sono previsti altri interventi rivolti in futuro ai giovani talenti?”

Layla Pavone: “Stiamo creando inoltre in partnership con Crebs.it una sezione dedicata alla domanda ed alla offerta di giovani talenti creativi digitali che vivra’ nel sito di Assocomunicazione e sara’ destinata ai suoi soci per aiutarli nell’individuazione delle migliori risorse digitali da inserire nelle agenzie.”

Massimo Costa, che nella sua intervista ci aveva già ampliamente sottolineato importanza e potenzialità del digitale in Italia, ha confermato il suo pieno sostegno all’iniziativa di Layla Pavone, della quale si avvantaggeranno tutte le agenzie associate, e ha aggiunto che il prossimo congresso di AssoComunicazione non verterà sul digitale soltanto quale nuova frontiera della comunicazione, ma come strumento necessario ad accelerare il processo di education fondamentale per rendere il nostro paese moderno, globale, efficiente e rilevante.

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Le caratteristiche del collaboratore ideale per Marco Lombardi

PC Nell’intervista a Laura Biagini troviamo degli utili suggerimenti che il suo capo e mentore Marco Lombardi le ha trasferito  in questi anni. Aggiungo la massima “l’ottimo è nemico del meglio” che mi ha sempre ispirato e che ho a mia volta ripetuto spesso a collaboratori che aspettavano inutilmente che tutte le congiunture, anche astrali, fossero perfettamente allineate.

A questo punto ci incuriosiva conoscere il punto di vista di Marco Lombardi e capire dal suo punto di vista quali fossero le caratteristiche del collaboratore ideale. “Oltre alle ovvietà che tutti sappiamo con buon senso (le competenze hard e soft),” ci ha spiegato Lombardi “aggiungo il mio fattore: “il dimostrare di poter fare bene anche un altro lavoro, completamente diverso”. Sto parlando di carattere, di passioni non di hobby … Di ricchezze interiori: quale monotonia sterile sono lo zelo e la dedizione senza passione, anche contrastante con il comunicare per vendere (il mestiere mio). Cito tre casi, senza far nomi (se mi leggono, loro e pochi altri sanno).

Ho avuto la fortuna di avere tre collaboratori ora tutti e tre a capo del planning di tre agenzie diverse e grandi. Ovviamente bravi ma la differenza era che il primo poteva da qualsiasi sera fare lo chef di un gran ristorante; il secondo, avrebbe potuto entrare nella schiera di programmatori e autori di contenuti nello spettacolo; la terza, avrebbe sicura carriera nella danza, con fascino e classe.

La passione, la poliedricità….

Alla fine, rispondetemi: Con chi vorreste passare una vacanza? Con chi tiene l’agenda del viaggio o con chi riuscite ad avere saporita conversazione?

Volete fare comunicazione? Fate un altro mestiere!”

Aggiungo che solo una persona davvero in grado di ascoltare può capire quando le persone dalle quali è circondato hanno anche carattere e passione. Questo mi ha ricordato com’è scattata la scintilla tra Marco e me. Allora Marco era il temutissimo direttore generale di Young & Rubicam, e io ero riuscita a evitare ogni contatto diretto con lui fino a quando – avendo dato le dimissioni – mi ha convocato nel suo ufficio. Ero pronta a rifiutare aumenti e promozioni, che mi aveva già proposto il mio capo diretto, ma lui mi spiazzò non chiedendomi niente di inerente al lavoro, ma solo “cosa ti interessa di più nella vita”. Gli raccontai che durante il corso di marketing in Ied avevo capito che mi affascinavano sociologia e psicologia e che quindi alla sera studiavo per laurearmi in Scienze Politiche con indirizzo sociologico (ai tempi a Milano non c’erano né sociologia né psicologia). Mi disse allora che da sempre insegnava proprio quelle materie, e quindi mi propose un tema per la tesi allora davvero innovativo e sperimentale (l’uso della paura nella pubblicità sociale), mi diede del materiale di ricerca introvabile in Italia, mi fissò degli appuntamenti in tutta Europa con i responsabili governativi che si occupavano del tema e mi fece seguire in Young & Rubicam tutti i progetti di pubblicità sociale, come sua assistente, in modo da avere dei casi reali da aggiungere alla tesi: grazie a questa volontà di ascolto mi sono laureata con 110 e lode, ho fatto carriera nell’agenzia che amavo e ho trovato un amico.

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INTERVISTA A LAURA BIAGINI, STRATEGIC PLANNING DIRECTOR IN YOUNG & RUBICAM

PC  Se penso a quelli che ce l’hanno fatta mi viene in mente subito Laura Biagini, che ho conosciuto in Young & Rubicam quando era la giovanissima laureanda e stagista di Marco Lombardi, nel reparto planning e ricerche. E non solo perché ha fatto una bellissima carriera, che l’ha portata in pochi anni a dirigere quel reparto, ma perché ha sempre caparbiamente lottato per fare quello che le piaceva fare. Essendo bella e socievole, a più riprese le è stato proposto di lavorare nel reparto account, quasi che fosse sprecata a studiare marche e trend di mercato in una posizione che è più di back office. Laura ha sempre declinato con diplomazia e gentilezza, anche quando l’implicita minaccia era che così non avrebbe fatto carriera. Non è stato così e sono felice che sia riuscita a coniugare lavoro e passione.

Questa scelta le ha anche permesso di coniugare il lavoro in Young & Rubicam con lo  studio prima e la docenza poi in Iulm; una sinergia di interessi nata dall’incontro con Marco Lombardi, come ci ha raccontato  quando le abbiamo chiesto perché pensa di essere stata scelta al suo primo colloquio e che cosa ha fatto la differenza: “Quando mi sono presentata al mio primo colloquio di lavoro non pensavo che lo fosse. Mi spiego: ero andata a un ricevimento dal professore con cui stavo facendo un corso in università. Era un corso di pubblicità, tenuto da quello che ancora non avevo capito essere una delle maggiori autorità italiane sul planning strategico: la verità è che, nonostante il corso, non mi era proprio chiarissimo che cosa facesse un planner. In quell’occasione ricordo di averlo bombardato di domande. E con il senno di poi temo di averlo preso per sfinimento: a un certo punto credo che gli sia venuto in mente che era più semplice offrirmi uno stage. Di lì a qualche settimana sarebbe diventato, per molti anni a venire, il mio mentore in Young&Rubicam.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti è servito di più nel primo anno di lavoro?”

Laura Biagini: “Il fatto di non avere paura di mostrare carattere, l’avere trovato il modo di dire la mia e di potere esprimere un parere anche di fronte a persone con molta più esperienza: soprattutto all’inizio credo che nessuno dall’altra parte si aspetti che una persona sappia trovare tutte le risposte giuste, bensì che sia propositivo nel provare quantomeno a cercarle, a volte addirittura anticipando le domande. Di certo è necessario che l’ambiente in cui ci si trova (quello che io ho sempre trovato in Y&R) favorisca questo atteggiamento. E se così non fosse beh, il mio invito è quello di cominciare subito a cercare altrove.”

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il tuo primo capo?”

Laura Biagini: “Tre cose:

1)“sbaglia solo chi fa” (riferito al fatto che fare errori è normale quando uno lavora e che trovare soluzioni agli errori fatti da noi o da altri fa parte del gioco)

2)”quando un aereo precipita l’unica persona che non va in panico è il pilota”(potrebbe essere un corollario di quello sopra: nella difficoltà l’importante è non rimanere passivi come farebbe un   “passeggero” bensì prendere il controllo di quello che sta accadendo, sforzandoci di gestire le cose anziché farsi travolgere)

3) “del maiale non si butta via niente” (riferito alla gran mole di lavoro che viene prodotta in un’agenzia pubblicitaria spesso apparentemente destinata ad essere cestinata, archiviata, inutilizzata ma che prima o poi, per qualche gara, per qualche cliente, per qualche richiesta urgente dell’internazionale o del tuo AD torna buona: ergo MAI svuotare completamente il cestino dei file cancellati!)”  

Trampolinodilancio: “Cosa ti ha insegnato il capo che consideri tuo mentore?”

Laura Biagini: “Che in un mestiere dove quello che conta è l’immagine bisogna sforzarsi di non essere superficiali: può sembrare un paradosso ma un’intuizione è valida non tanto quando è spiazzante e originale bensì quanto più è fondata su dati oggettivi.”

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Volli, sempre volli, fortissimamente volli

Djokovic with the Australian open trophy

Djokovic with the Australian open trophy (Photo credit: Wikipedia)

PB  Dopo il mio post di ieri su Tennis, fallimenti e felicità, ho avuto un sacco di commenti. Alcuni sul blog, molti al telefono o via e mail, alcuni attraverso segnali di fumo.

Sono quindi a precisare (ascoltate bene pulcini in procinto di buttare il becco fuori dal nido) che il mio pezzo non voleva in alcun modo essere un alibi per la mancanza di ambizione, un sei politico per un lavoro fatto così così.

Per fare carriera bisogna essere i più bravi, i più veloci, i più brillanti. Solo bisogna farlo seguendo il proprio talento, cambiando, rinnovando o ibridando i modelli di successo codificati dal passato.

E poi, sentito il cuore, fare fatica, studiare, mettere la sveglia presto, viaggiare, lottare, creare nella direzione giusta, crearsi le vele migliori per prendere il vento quando sarà in poppa, ma anche per stringere la bolina e proseguire quando il vento sarà avverso.

Milano è piena di negozi che vanno male, che saranno soppiantati dallo shop on line o dalle catene a basso costo. Per realizzare un modello alternativo di successo non basta non aver finito l’università, siete d’accordo? Io parlo di eccellenza, differenziazione, carattere, voglia. Buon vento

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A proposito di tennis, fallimenti e felicità

tennis

tennis (Photo credit: Marc Di Luzio)

PB  L’altro giorno ho sentito al telefono la mia amica Susi. Compagna di Università, di quelle con cui ti scambi gli appunti e con cui prepari gli esami.

Commentando le nostre interviste “a chi ce l’ha fatta”, mi suggeriva (un po’ delusa e preoccupata per il suo lavoro) di farne qualcuna “a chi non ce l’ha fatta”.

Lo ho trovato uno spunto geniale. Perché può essere utile per non replicare sbagli altrui, ma soprattutto perché è spiritoso e nell’autoironia spesso sonnecchia il germe del riscatto.

Ci servono dei fallimenti da commentare, anche per scoprire che molto spesso quelle che riteniamo ciambelle senza buco possono essere riciclate in “réussite” (mio papà mi diceva la scorsa domenica come durante uno dei suoi primi colloqui – i dinosauri erano già estinti– un capo francese gli avesse chiesto che cosa fosse secondo lui la “réussite”).

Certo una brillante carriera in una multinazionale, l’oro olimpico, vincere lo scudetto possono essere abbastanza tranquillamente chiamati successo.

Ma se nel concetto di réussite ci mettiamo anche un bel po’ di felicità (sono una inguaribile romantica e credo che fare un lavoro che piace aiuti la produzione di endorfine) forse i giochi non paiono così scontati.

Al Rolex Master di Montecarlo, lo scorso 20 aprile, ho incontrato (non lo vedevo dalla maturità) Fabrizio, un mio compagno di classe del liceo. Ai tempi lui marinava allegramente la scuola per andare a giocare a tennis e so che, anche in seguito,  non ha dedicato molte energie allo studio e alla carriera in senso classico (da me sicuramente copiava i compiti in classe), nonostante avesse da ereditare l’attività notarile di famiglia. Ha coniugato la sua passione per lo sport (ancora oggi gioca a tennis), la sua attitudine ludica (una chiacchierata con lui varrebbe il pagamento del biglietto) e il suo spirito imprenditoriale e è diventato il proprietario di alcuni dei più importanti negozi di tennis a Milano.  Intorno a lui ha radunato una squadra di non primi della classe a vario titolo (sembra di essere in un film di Ozpetek) con il risultato che il suo negozio (in via Sanzio se volete andare a fare un giro), oltre a fare business, ha l’atmosfera scanzonata di un bar sport e lo spazio emotivo per accogliere consumatori, sfaccendati, sportivi e animali metropolitani di variabile estrazione. Insomma uno di quei posti che sei contento che esistano in città.

Ma oltre a Fabrizio, mi vengono in mente altri, solo leggermente più noti, esempi di fallimento di successo: Pistorius (che corre su lame di acciaio), Steve Jobs (licenziato dalla sua stessa azienda), Leopardi (che parla d’amore da lasciarti senza fiato nonostante la poca avvenenza).

Credo che la réussite, dal punto di vista professionale, sia avere l’occasione di esprimere il proprio talento, fallendo gli obiettivi degli altri e centrando i propri, imperfetti e diversi. E per voi cosa è la réussite?

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Un evento per far circolare nuove idee

Il 12 maggio, presso lo Spazio Anteo in via Milazzo 9 a Milano, dalle 9.30 alle 13.00 si parlerà di due temi cari a Trampolinodilancio: lavoro e futuro, ne diamo quindi volentieri la notizia. Ied organizza infatti una conferenza a tema:  “Giovani: come ridisegnare il proprio futuro, professionale e non.”

Durante l’evento otto relatori racconteranno storie di vita, testimonianze di successi e pensieri sul modo in cui il mondo sta cambiando, in modo da stimolare delle riflessioni costruttive, che possano essere utili per il futuro dei singoli e della società.

La partecipazione è gratuita, fino a esaurimento posti, previa registrazione sul sito forfuture.ied.it

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Abroad addicted o convicted?

PC I giovani talentuosi sono abroad addicted, come li definisce a4job – la bellissima iniziativa del settimanale A che aiuta i giovani a trovare un lavoro – o piuttosto abroad convicted,  costretti a realizzare un’esperienza all’estero?

Sicuramente i giovani di talento con i quali abbiamo avuto modo di parlare amano completare il loro iter di studio o lavorativo con un periodo di permanenza all’estero. Ma è altrettanto vero che l’aver trascorso un lungo periodo all’estero è diventato quasi un obbligo, perché è uno degli elementi di maggiore rilevanza nella selezione di un candidato. Ce lo confermava Matteo Battiston, direttore di IED Management Lab: “E’ forse il primo elemento che leggo in un curriculum. Aver vissuto un periodo all’estero rappresenta nella vita di una persona una cesura rispetto alla situazione corrente, che si traduce in una maggiore elasticità intellettuale.” Un principio caro anche a Massimo Costa, che nell’intervista che ha inaugurato il nostro blog invitata i giovani ad  “andare via dall’Italia, lasciare la famiglia, andare a studiare all’estero! Non solo perché è  importante l’inglese, ma perché solo in Italia abbiamo giovani che a 28 anni non hanno mai pagato una bolletta.”

Come sottolineava Cristina Scialino (Direttore risorse umane L’Oréal Italia) durante la presentazione dell’Osservatorio sulle Professioni “l’Italia è il paese del cocoon, dove anche la famiglia autorizza i giovani a evitare quello che crea stress.” E il suo appello agli studenti e neo laureati è stato: “Se volete crescere mettetevi in posizione di unconfort! Scoprirete che avete più risorse di quello che pensate!”

In conclusione, se non appartenete alla categoria degli abroad addicted, se rinunciate difficilmente alle comodità della casa materna e vi sentite sicuri, apprezzati e protetti solo nell’ambito familiare, fatevi forza e sentitevi costretti ad andare all’estero: il vostro personal branding ne trarrà indubbiamente un grandissimo vantaggio.

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La 5 regole che sviluppano l’autostima

Publicity photograph of Isabel Losada.

Publicity photograph of Isabel Losada. (Photo credit: Wikipedia)

PC Parlando con la gente ho la conferma che la stragrande maggioranza è al momento preoccupata per il lavoro, o perché appartiene a quel drammatico 30% di ragazzi che terminati gli studi non riesce trovarlo, o  perché è costretto dalla crisi a reinventarsi una carriera. C’è l’amica psicologa che vede avvicinarsi i 40 anni e si chiede per quanto tempo ancora potrà dedicarsi al lavoro che ama fare e per il quale ha tanto studiato, sapendo che i contratti – sempre rigorosamente a termine-  che le propongono le strutture pubbliche sono destinati a ridursi o addirittura scomparire in virtù dei tagli alla spesa. C’è l’amico che non ha mai avuto bisogno di sapere l’inglese nel suo ruolo, ma ora lo studia con impegno perché sa che nella multinazionale in crisi dove lavora, quando a breve decideranno chi licenziare, ogni qualifica sarà importante. C’è la giovane laureata che è alla terza fase di selezione per uno stage di tre mesi, senza alcuna garanzia di assunzione al termine. C’è l’amica di sempre che avendo scelto di fare la consulente vede diminuire mese dopo mese i clienti, perché le prime spese che vengono tagliate sono quelle per i collaboratori esterni.

Leggendo l’interessante intervista a Isabel Losada su Io Donna ho trovato le sue 5 regole d’oro adatte anche a rinforzare l’autostima di chi sta cercando un lavoro.

1. Usate ogni evento per la vostra crescita. Anche quelli negativi. Recentemente un mio studente è stato scartato a un colloquio perché troppo timido (motivazione che personalmente non condivido), ma ha comunque apprezzato sia il fatto di aver fatto un’esperienza di colloquio in più, sia il fatto di aver ricevuto un feedback preciso che gli permetterà di migliorarsi.

2. Trattatevi con gentilezza, evitate di essere duri . A mio parere bisogna sempre ricordarsi che se non si trova un lavoro si può forse aver sbagliato in alcuni atteggiamenti o comportamenti, ma non si è sbagliati come persone.

3. Siate clementi con gli altri: fanno il meglio che possono. Questo suggerimento è quello forse più difficile da seguire, ma è certo che se si diventa assillanti con chi potrebbe fornirci un lavoro e si rasenta lo stalking, otterremo solo l’effetto contrario.

4 Parlando, vietato utilizzare: non posso/dovrei/ci provo.  La modifica di un atteggiamento mentale perdente passa anche dalla modifica del linguaggio che usiamo.

5. Siate puntuali e mantenete le promesse: aiuta l’autostima. Arrivare puntuali oltre che l’autostima vi aiuterà  sicuramente a dare una prima buona impressione a un colloquio! E farvi delle promesse che poi manterrete – come quella di perfezionare l’inglese o approfondire una materia mentre siete in attesa di un nuovo lavoro – vi servirà per convincervi, come nella pubblicità delle creme, che Voi valete. E se ci credete voi per primi, sarà più facile anche per gli altri farlo.

Trovate l’intervista completa di Maria Laura Giovagnini a Isabel Losada, in cui lei parla del suo nuovo libro Voglio vivere di più (Feltrinelli), a questo link http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2012/18-isabel-losada-30637510675.shtml

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